lunedì 6 aprile 2015

IL DIO DEI BAR

Un bar di ragazze e coltelli
vive nel cuore di Dio

tra i desideri più belli.

Nel Dio primitivo e triviale

perseguito dalla giustizia

per la sua faccia animale

disposto all'omicidio,

al vizio, alla gazzarra

un Dio che sa suonare la chitarra.
Un bar soldatesco e meticcio
vive nel cuore di Dio

come un antico feticcio.

Ma il bar nella società attuale

è la metafora della vita

nella realtà industriale

reliquia mutilata

dei desideri dl Dio

motore ossesso e pulsante

dove vivo anch'io.

Un bar da città forsennata
Fatima di quartiere

dove l’infermo va a bere.

Un bar metropolita e intenso.

America da morire

perché la vita non ha senso.

Crepuscolo emaciato,

sfascio di ragazzini

pudichi, vuoti e afflitti

come tanti delitti.

Un bar elettronico e largo

vivo nel cuore mio

col Dio sconnesso in letargo.

Il Dio libertario e silente

che un giorno ritornerà

per castigare la mente

perdono per l'angoscia

e per la simmetria

pietà per averle ordinate

nell’anima mia.

(G.P. Alloisio)

mercoledì 1 aprile 2015

SICK BOYS REVUE, BELLE STORIE "MALATE" DI ROCK AND ROLL


Ascolti quattro ragazzi maremmani, “malati” di punk e ci senti dentro quarant’anni di rock and roll.
E’ una bella sorpresa “Sick tales”, energica ed energetico lavoro in studio dei Sick Boys Revue, ghenga di Follonica nata sette anni fa come cover band dei californiani Social Distortion, da cui hanno preso il nome (Sick Boy è il nickname del leader Mike Ness), la copertina (che sembra uscita dal video anni Trenta di "Machine Gun Blues", con tanto di "Walking my baby back home" in sottofondo) e da cui sono partiti per un bel viaggio che strada facendo e con l’aggiunta del chitarrista Max Rocker, si è colorato di rockabilly, hardcore e punk londinese.
“Sick Tales” raggruppa queste esperienze e passioni senza fartele pesare, mantenendo la leggerezza del gioco musicale che ha fatto la fortuna di band come Ramones e Buzzcocks.
Si parte con il singolo “Sick boys plays rock and roll”, che sembra una legenda (viene ripreso anche alla fine delle tracce, quasi a chiudere un cerchio nel segno delle saltellanti sonorità da cui il punk non può non prescindere). Bei muri di chitarre, si sente anche il lavoro di una volpe del punk-rock come Lester Greenowski, che ci mette la stessa mano usata nella sua “Such a shame”.
Ma i Sick Boys vanno oltre e si capisce che possono osare di più, hanno quasi la compattezza e le radici degli Strokes quando rifanno “Clampdown” dei Clash. “By my side” si fa apprezzare per gli incroci di chitarre tra Max Rocker e il frontman del gruppo, “Il Commisserio”. Quando il suono si fa grosso, appaiono in filigrana le cose meglio dei Ramones. Ma non scimmiottati, perché questi malati di rock trasudano autenticità, nulla è di maniera e la cosa piace. “People call me sick” è forse un episodio minore. Pur non cadendo nella trappola del pop-punk, si lanciano in un terreno già troppo arato, con assolo didascalico.
Quando temi un calo di prestazione, ecco che ti arriva la sferzata d’estro. “Becoming myself” è un tocco di classe che magari farà storcere il naso agli integralisti del punk, ma il cui inizio bluesy con l’armonica strizza l’occhio al folk americano con il peso specifico del rock and roll, e ricorda i Blues Traveler dei primi album.
“Loving me” è la più Buzzcocks dell’album (“What do i get” e “Ever fallen in love” docet) e “Panem and Circenses” si sposta verso l’hard rock tosto e seventy, alla Dogs D’amour, con finale travolgente.
Le “storie malate” dei ragazzi di Follonica si fanno ascoltare con piacere, tra la compattezza della sezione ritmica di “People can’t change” (bella energia) alle spruzzate di british punk di “Tell me”, fino a recuperare l’aria sixty e un pizzico glam del Johnny Thunders di “Born to loose” o dei New York Dolls in “Contraddictions in my town”, uno dei brani più lineari e piacevoli. Si chiude con “Lesson learned” che sembra parlare proprio dei SBR, ormai troppo maturi per seguire i “lalala” dei Social Distortion, che rimarranno sempre una bella palestra, e che anche quando le chitarre hanno voglia semplicemente di filastrocche punk, con batteria che lavora di charlie e crash a tutto spiano e basso che si porta dietro la baracca, sanno bene come fare, con la voce ficcante del Commisserio che non te le manda a dire.
Ogni tanto c’è bisogno di farsi raccontare senza retorica la favola bella del rock and roll e delle sue mille sfumature. E immaginiamo che dal vivo sia una storia ancor più coinvolgente.

mercoledì 18 marzo 2015

LA MATURITA' DEL FANTASMA


Uno spettro si aggira per l’Europa.
Niente paura, le ideologie sono sepolte da un pezzo, Porto Alegre muore e anche Fidel Castro non sta tanto bene.
L’unico fantasma che aleggia su di noi con la forza propulsiva di un precetto e le traiettorie imprevedibili dell’anarchia, con il dogmatico carisma di una fede e il diabolico candore della passione, è quello del Rock and Roll.
La sua presenza è la carezza di una sciabola, è polvere e materia, violino e chitarra distorta.
Ha cento facce ed ognuna ne ha altre cento, che spesso somigliano alle cento di un’altra faccia ancora.
Ecco perché è il Re dei Fantasmi e chi lo evoca non lo conosce mai abbastanza.
Ecco perché non puoi che salutare con godimento “The ghost King”, la quinta prova discografica della band romagnola “Miami and The Groovers”.
Passo dopo passo, concerto dopo concerto (e ne hanno all’attivo centinaia), canzone dopo canzone, i “Miami” hanno conosciuto molte di quelle facce: i volti solari, sofferti, angosciosi, appassionati, energici, romantici, polemici, bastardi, ironici, complessi, umili e gloriosi della musica rock.
Nel 2015 Lorenzo Semprini e soci presentano la loro personale visione del fantasma, con una maturità compositiva e d’arrangiamenti che sorprende, perché figlia di un’altra epoca.
Quando il mondo della musica e dell’arte in generale ti attendeva, ti masticava e non aveva fretta di sputarti. Aspettava il tuo momento migliore, l’affinamento nella buona rovere dei suoni, delle armonie e del ritmo, per celebrarti come era giusto.
Oggi non c’è tempo di veder crescere una realtà musicale, per gustarne a pieno l’invecchiamento. Dopo due o tre album, quattro o cinque stagioni, dalla cantina passi direttamente al sottobosco, e sottobosco non ha più un accezione positiva, perché del retrogusto non gliene fotte più un cazzo a nessuno.
Allora mi piace ascoltare “Hey you” e sorprendermi a saltellare, palpeggiandomi i polpastrelli al ritmo delle pennate asciutte e precise di una chitarra che rimanda alla migliore rock-wave inglese, quella dei Graham Parker, del Joe Jackson di I’m the man, di Elvis Costello.
Una “fighting song” di quando i tempi partorivano canzoni senza tempo.
Ma i fantasmi non vanno in guerra, pur avendo il ghigno e la panoplia per mostrare di che pasta sono fatti.
E in “The ghost king” ce n’è davvero per tutti i gusti!
“The King is dead” è l’energia selvaggia del Midwest americano, dove la lezione di band storiche come Del Fuegos e Del Lords si fa sentire, “Don’t” aggiunge la ruvidezza del grunge e una tastierina retrò all’impianto energetico che scatena una bella potenza sonora.
Questa è la maturità assoluta di una delle migliori band anglofone del panorama italiano.
Spalancare valvolari e calmierare distorsori senza ferite ma senza nemmeno leccate, picchiare su cassa e rullante con la precisa e scaltra cattiveria del Kenny Aronoff di “The lonesome jubilee”, portandosi dietro il resto della band senza che si senta mai il trambusto di una carovana.
La chitarra di Beppe Ardito e la batteria di Marco Ferri fanno la parte del drago rosso e dell’artefatto di cristallo in un fantasy (toh, proprio uno di quelli della saga di R.A. Salvatore dal titolo “The Ghost King”…) e nei brani tirati la voce di Semprini arriva potente a bersaglio.
Il basso tavolta timido esce con brillantezza quando i mostri sono a bada, piano e tastiere hanno il pregio della misura e sanno uscire al momento giusto dalla foresta incantata di suoni così netti e tosti che ogni altra allegoria se ne va a farsi benedire.
Quando pensi di sorbirti una gloriosa ora di muro di suono, palle e catene (e mai “ball and chain”), ecco che la foresta si apre in un’infinita campagna americana e appaiono una fisarmonica e un violino da dieci e lode ad illuminare il fantasma da dentro il lenzuolo.
La luce si fa dapprima opalescente con la quasi balcanica “Hallelujah Man”, che si spinge verso i motel in cui Tom Waits trovava l’ispirazione per scrivere Strange Weather, poi diventa felice abbaglio con “Heaven and Hell”, dove i Pogues incontrano Joe Strummer e, perché no, l’Emilia Romagna partigiana, infine si fa fioca e si ritira nelle tenebre, negli scantinati dove Nick Cave, Leonard Cohen e Mark Lanegan fumano e bevono, nella notturna “We can rise”, ballata circolare che ti punge l’anima, anche se forse è il terreno meno adatto all’espressività più folk-rock che crepuscolare di Semprini.
C’è il tempo di ricompattarsi, sulla strada della grande maturità di stile, quella che porta al presente dei “New Basement Tapes”, all’espressività colta dei Mumford e alla rurale eleganza degli Old Crow Medicine Show: “Waiting for my train” è roba bella che non ti stanca.
Non possono mancare le “clever songs”, i singoli precisi, perfetti, occhieggianti e radiofonici.
Io scelgo “On the rox”, ispirata alla biografia di John Belushi, uno dei fantasmi indimenticabili da troppi anni in qualche firmamento, a fianco della Musa Ispiratrice dell’arte, e l’ottima confezione di “The other room”, che mostra le ganasce pop del fantasma e non ti fa mancare un-ingrediente-uno dei cavalli di battaglia vincenti da boyband in blu jeans e giacca sdrucita.
Altri “ghostbusters”  sarebbero capaci di fare i paraculi e snocciolarti tutto un album del genere (o de-genere) , ma i Miami amano troppo la sincerità del rock e cosa racconterebbero al pubblico nei loro imperdibili live?
Ecco perché dico che oggi la maturità è una scelta e forse la maniera più completa, raffinata e sincera per essere ancora contro, per essere ancora terribilmente rock.
Viva i fantasmi!

lunedì 23 febbraio 2015

LA VERTICALE DEL BAROTTI: ECCO L'ANNATA MIGLIORE

 
Nel gustoso, olfattivo, poetico e sanguigno mondo del vino, la “verticale” è la degustazione di diverse annate della medesima etichetta.
Mi piace pensare che “Pensieri verticali”, l’ultima esperienza discografica di Stefano Barotti, sia una verticale ben riuscita.
Una di quelle in cui ogni annata ha qualcosa da dire (perché il vino, come le canzoni, parla racconta e ti chiede di ricordare) e ha un suo preciso accento, un motivo valido e personale per starsene in cantina.
Che “Pensieri verticali” sia frutto di un percorso artistico ben delineato, ormai è fuori di dubbio.
Nato da monovitigno apuano, Stefano ha saputo contaminarsi in maniera naturale con gli amori di gioventù, eliminando già con l’ottimo esordio “Uomini in costruzione” i sulfiti e il fruttato del De Gregori più dylaniano e l’America delle riserve speciali dell’adolescenza, come Neil Young e Jackson Browne e sposando da qualità del folk biodinamico dei coetanei  Josh Rouse e Krieg Viesselman.
Ma il songwriting italiano, anche se spesso non ha la naturale sofferenza e la spinta interiore di chi ha per amiche distese di grano o praterie, pietre e cactus, è come certi vigneti toscani che sentono il respiro del mare, la sonnolenza della mezza collina, la vertigine delle alpi Apuane e i saliscendi sincopati della Garfagnana.
Così Stefano, annata dopo annata, ha preso il corpo dal blues, incontrando la chitarra di un’icona italiana come Paolo Bonfanti, la vivacità dal rock del grande Jono Manson e aprendo le note più cupe e i profumi più malinconici alla maniera di Nick Drake.
Se nel “difficult second album” (cit. John Lennon) se ne vedevano i prodromi, con il gusto un po’ mosso di ballate addirittura pop (“L’angelo e il diavolo”, “Tempo di albicocche”) e squisiti affondi nei retrogusti agrodolci di ballate rare nel panorama italiano come “Gli ospiti” e “La neve sugli alberi”, la verticale del Barotti tocca oggi il suo punto più alto.
Perché di “Pensieri verticali”, a chiunque lo abbia assaggiato precedentemente, non  può non venire naturale dare per scontato il terroir, il tannino e l’invecchiamento.
Siamo in presenza, e personalmente non avevamo dubbi, della sublimazione.
Bando alle metafore che uva rossa e poesia suscitano, ora si parla di musica e canzoni, di legno, corde e voce ispirata.
Di un compositore di canzoni tra i migliori in circolazione, di un raccontatore capace di salire e scendere dalla fantasia, dai grovigli del cuore e della memoria, dall’ironia e dai dubbi esistenziali, con la stessa abilità con cui s’immerge in maniera spontanea nel folk, nel blues, nella canzone d’autore e addirittura nel pop.
Un artigiano che ha misurato per anni la distanza tra l’uomo e l’artista fino ad azzerarla senza farlo pesare né a se stesso, ne tantomeno a chi lo ascolta, specialmente dal vivo.
Basterebbe una sola canzone, voce e chitarra a chiarire il concetto: “Girasole”. Un gioiello emozionante, una pagina di diario strappata con le unghie (o a morsi, come un cane) e letta in presenza di una melodia solare, aperta, sincera. Con un ritornello che è un urlo che affonda in una spiaggia umida di versilia, davanti a un bagnasciuga di rabbia sopita.
“Abbaio al mondo come un cane, mentre il mondo morde me”.
Cosa avrà fatto il cantautore per meritarsi una foto sul giornale?
Cose che rilasciano splendori e non concedono speranze, come la vita e il tempo che passa. Come le rose d’ottobre.
Mi emoziono particolarmente, ascoltando queste due canzoni e c’è un precedente.
Io non sarò mai poeta e non sono nato sincero e intenso come Barotti, ma in una mia canzone di dieci anni fa, “Pensavo di lasciarti” (provini del Festival di Sanremo, sic!) cantavo “…poi dopo anni d’amore, ci si potrà abbandonare, come d’estate col cane e d’autunno le rose…”.
Tanta vita, tanti eventi, tanti amori e sconvolgimenti, da allora oggi.
E tante buone bottiglie da abbinare a musica e poesia.
Ma “Pensieri verticali” è l’annata strepitosa, quella in cui tutti i sentori e i retrogusti si ritrovano insieme, che sembra inutile e snobistico stare a separarli, giusto per riconoscerne le peculiarità. Perché non sono solo amore e rimpianto i temi poetici di Stefano Barotti (“Rose d’ottobre” è vertice armonico in cui musica e parole si fondono con straordinaria empatia), ci si lascia trasportare dalle cadenze trasognate dell’Uomo Armadillo, inno all’amicizia che s’accompagna bene con il piacere della favola (“L’Arcobaleno rubato”) della letteratura (“Cuore danzante”), dell’ironia (la scoppiettante “Giudizio non ho”) o della commedia all’italiana (“Blues del cuoco”, che parla di gente a noi cara, quelli “nati sotto il segno zodiacale del fornello”, jam session di bei mostri sacri da scolare tutta d’un fiato).
Amicizia, incanto, storie di gente straordinariamente comune, sono i temi del presente, del viaggio osato o intrapreso (“…dal grande Naviglio a Saturno, il tutto nel tempo di un cattivo consiglio”), che si contrappone al sentimento amoroso, statico e sognato (“Povero l’amore, povero se non ha un salto, un tuffo, un gesto d’istinto…”), “La ragazza”), che parla sempre di rimpianti, di ricordi e di attese.
Non c’è più nulla da attendere, è il momento di stappare.
Stefano Barotti è nell’annata giusta e l’etichetta “Pensieri Verticali” è quanto di più vero, appassionato, corposo, armonico e indimenticabile si possa gustare a livello nazionale.

martedì 13 gennaio 2015

NON VADO PIU' A MALINDI

NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è l’Ebola in Sierra Leone
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è il fermo pesca in Giappone.
NON VADO PIU’ A MALINDI perché in Botswana un contadino si è tagliato un dito ed è andato a letto con una prostituta sieropositiva dello Zambia che ha un fratello a Kilifi e non si sa mai
NON VADO PIU’ A MALINDI perché non voglio fare il vaccino per il Mal d’Africa
NON VADO PIU’ A MALINDI perché la malaria fa un milione di vittime all’anno nel mondo
Infatti non vado più nemmeno dal tabaccaio, in birreria, in autostrada, a Marghera, a Seveso…
Quasi quasi mi faccio una bella vacanza in Siria, che ne crepano molti meno e anche ZAC! In maniera rapida e indolore
NON VADO PIU’ A MALINDI perché i kenioti stanno diventando troppo ricchi e non mi commuovo più quando vedo i bambini davanti alle loro capanne di fango
NON VADO PIU’ A MALINDI perché il charter per Mombasa costa più dello shuttle della Nasa
NON VADO PIU’ A MALINDI perché per comprare due ananas, un chilo di aragoste e una bottiglia di vino bianco sudafricano ho dovuto vendere l’appartamento al Lawford’s
NON VADO PIU’ A MALINDI perché quest’anno ti offrono tutti l’aperitivo, ad ogni angolo c’è un cocktail, è impossibile non fare un aperitivo, un happy hour…a me mi si spacca il fegato ad andare a Malindi!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché mi hanno detto che ci sono le moschee
(ma alla piscina del Billionaire non le avevo mai viste…)
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è l’integralismo islamico e a me i cereali e le fibre fanno andare al bagno di corsa. Al massimo consiglierò Malindi a mia cognata che è stitica
NON VADO PIU’ A MALINDI perché io so tutto del pericolo mussulmano
NON VADO PIU’ A MALINDI, al massimo sarà Malindi che dovrà venire a me
NON VADO PIU’ A MALINDI perché quest’anno è di moda non andare a Malindi
NON VADO PIU’ A MALINDI perché una volta lì era tutta campagna
NON VADO PIU’ A MALINDI perché adesso ci sono anche le mezze stagioni
NON VADO PIU’ A MALINDI perché Malindi non è più quella di una volta
e dire che ci sono stato una volta sola…
NON VADO PIU’ A MALINDI perché è piena di mafiosi e io che abito a Roma queste cose non le posso tollerare!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è la corruzione e io già vivo nel paese più corrotto d’Europa, almeno in vacanza fatemi andare in un posto normale…ho già fatto Danimarca e Svezia, mi sono rimaste Norvegia e Finlandia.
Non vado a Malindi perché per fine mese ho già programmato l’omicidio di mia moglie
e del nostro figlioletto di due anni e se mi va bene mi suicido anch’io
NON VADO PIU’ A MALINDI perché manca l’acqua (sì vabbè, ma a Milano mi manca l’aria…)
NON VADO PIU’ A MALINDI da quando ho saputo che faranno l’aeroporto internazionale
e ci potranno arrivare cani e porci
NON VADO PIU’ A MALINDI, bau bau
NON VADO PIU’ A MALINDI oink oink
NON VADO PIU’ A MALINDI, ma chissenefrega, io andavo sempre a Watamu
Non vado a Malindi perché il traffico è diventato insostenibile
Non vado a Malindi perché non c’è in giro nessuno
(Sì vabbè mettetevi d’accordo…)
NON VADO PIU’ A MALINDI fino a quando non riparano per bene le strade
(Addio, amico…)
Non mi vedrete più a Malindi, se mai mi avete visto prima…
No, NON MI VEDRETE PIU’ A MALINDI!
O al massimo vedrete un’altra persona, perché mi sono rifatta labbra, seno e chiappe!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché devo atterrare a Mombasa e ci si mette due ore
a uscire dalla città
NON VADO PIU’ A MALINDI perché sì, potrei anche atterrare a Nairobi e poi arrivare direttamente, ma devo stare in ballo 13 ore con uno scalo a Dubai o al Cairo e poi viaggiare su un aereo sporco con le hostess che non parlano la mia lingua e infine devo ritirare i bagagli due volte e…
Ma ti hanno mai detto che andare a cagare è molto più facile?
Puoi atterrare direttamente sulla tazza del cesso, devi stare in ballo dai due ai dieci minuti,
a meno che tu non abbia dei problemi, in tal caso ti consiglio un po’ di integralismo islamico, poi a discrezione puoi fare uno scalo tecnico sul bidet perché il tuo culetto è senz’altro più sporco di un aereo dell’Emirates, parli con te allo specchio nella tua lingua, e non hai bagagli da ritirare!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché non sopporto di vedere il nonno con la sua fidanzata diciottenne
NON VADO PIU’ A MALINDI perché il nonno non mi paga più il biglietto per andare a puttane con lui
NON VADO PIU’ A MALINDI perché mi han detto che dopo tre mesi potrebbero non rinnovarmi il visto di soggiorno (che è un po’ come dire: “non faccio l’amore con te perché poi magari dopo tre mesi non me lo chiedi più”…contento te!)
NON VADO PIU’ A MALINDI, almeno per i prossimi 4 mesi, 11 giorni, 19 ore e 27 minuti.
NON VADO PIU’ A MALINDI, non ci vado più tié tié tié
NON VADO PIU’ A MALINDI, ma se non vado a Malindi dove posso andare?
Guarda, io un consiglio spassionato ce l’avrei…
Ma vaffanculo, va’.

(Freddie del Curatolo)

www.malindikenya.net/angolodifreddie

martedì 6 gennaio 2015

LA SCHEDINA DI GAETANO: STORIA DI DUE AMICI E UN GRANDE CALCIATORE NELL'ITALIA DI FINE MILLENNIO (da Pianetagenoa1893.net)

Il romanzo di Freddie Del Curatolo è atipico rispetto alle pubblicazioni che di solito recensisco.
Avrete da tempo capito cari lettori (come direbbe il nostro beneamato direttore «da Boccadasse al Mato Grosso»), qui non si tratta di giudicare o di stabilire il talento o il valore di chi scrive; per questo motivo non mi sentirete mai formulare giudizi. Mi riprometto di presentare degli scritti che possano risultare significativi per chi si interessi di calcio e in particolare di Genoa.
“La schedina di Gaetano” è una narrazione che parla di calcio e anche di Genoa. Il riflettore è puntato soprattutto su due protagonisti, Eugenio e Sandro, che il lettore segue nel corso di oltre un trentennio. Leggendo ci immedesimiamo nelle esperienze, nelle scelte di vita…in una parola, per quasi 300 pagine viviamo con loro.
Il primo elemento che salta agli occhi è che il calcio costituisce un leit motiv costante, che a un certo punto cambia la vita dei protagonisti. Particolarmente spassoso è il dialogo tra i genitori di Sandro che riflettono sul futuro del figlio. «Su, Marina…lo abbiamo chiamato così in onore di Sandrino Mazzola e tu non vuoi che diventi un calciatore».
«Io avevo in mente il poeta Sandro Penna…e speravo in qualcosa di meglio».
«Il calcio è un’arte, come dipingere, Marina. Non ho mai sentito nessuno dire, invece, che leggere sia un’arte».
«Ma il ragazzo è portato anche per il disegno. E tu? Invece di regalargli un cavalletto lo riempi di scarpe, pantaloncini, calzettoni».
«Per quello c’è già la scuola. E se emulasse il mitico Gigi Meroni, fantasista e pittore, magari anche stilista?». (pag. 9).
La schedina del titolo è quel foglietto che, fino a non molti anni fa, poteva cambiare le sorti di famiglie e il destino di molti (non svelo il mistero di quale sia il suo legame con Eugenio e Sandro). Il Gaetano del medesimo titolo è invece un personaggio molto amato anche da chi non è mai stato juventino, perché simbolo di un calcio che non esiste più: Gaetano Scirea.
Tutto qui dunque?
Neanche per idea.
L’opera può essere letta e fruita a più livelli, dati i numerosi stimoli che fornisce: romanzo di formazione; narrazione sperimentale basata sul dialogo; opera quasi “multisensoriale” (per i numerosi riferimenti alla musica)…
Personalmente, per concludere, vorrei svelarvi le suggestioni che ha creato a me: l’ho considerata come una sceneggiatura, inscindibilmente legata ai suoni e alle immagini.
Un suggerimento per un eventuale regista?
Chissà…
Monica Serravalle

martedì 2 dicembre 2014

KENYA: QUEST'ANNO SPERIAMO NEI TURISTI "LAST MINUTE"

I residenti se la godono. 
A cena con i ristoratori di Malindi o nella piscina degli hotelier di Watamu esprimono solidarietà di comodo, fingono di preoccuparsi per la situazione ed elargiscono gratuite pacche sulla spalla: “vedrai, il Kenya si riprenderà”, ma sotto sotto, almeno per una stagione, sperano rimanga tutto com’è. 
Eh, già, perché effettivamente la costa keniota non è mai stata bella e possibile come in questo periodo: pulita, tranquilla, un paradiso di relax e serenità. 
Spiagge prive di beach boys che ti vendano indifferentemente safari, collanine, statuette o bilocali con cucina abitabile, pub senza studentesse di Nairobi in occasionale gita di piacere che ti saltino addosso promettendoti una lezione di anatomia africana, escursioni marine che al confronto Robinson Crusoe era un mondano, safari nello Tsavo dove sono i leoni e i leopardi ad accorrere quando vedono una macchina, spaventati da tanta quiete: “non si vede più un bianco…starà mica arrivando la fine del mondo?”. 
Niente code in banca, supermercati che ti accolgono come fossi il milionesimo cliente, ricoprendoti di coccole, anacardi e tomato ketchup. 
Gli indiani ti invitano a cena, gli arabi ti augurano buon Natale, gli inglesi ti salutano, i bambini giriama ti offrono le caramelle. Una pacchia.
Fatto sta che a Malindi e Watamu, e mettiamoci anche Mambrui, non siamo mai stati meglio. Basta non pensare ai soldi, agli investimenti, al Tg5, ai blog criminali. 
Potrebbe essere quel naturale attimo di euforia prima del tracollo, o anche la rassegnazione che si trasforma in ironia, ma c’è un nonsoché di positività nell’aria che profuma di gelsomino e frangipani. 
La verità è che a noi italiani di Malindi il turismo di massa non è mai piaciuto, avremmo preferito avere nei nostri ristoranti, nelle boutique e nelle camere d’albergo solamente miliardari con signora, giovani rampolli e belle gnocche, uomini d’affari colti e intelligenti con cui conversare e al limite qualche pollo arricchito da spennare con giudizio e col sorriso equatoriale.
Però dei vacanzieri usa e getta, dei turisti da una botta e via, la costa attuale non può fare a meno. Non ci sono charter? 
Li convinciamo ad usare le linee aeree su Mombasa (“sapessi com’è suggestivo lo scalo al Kilimanjaro!”), a sobbarcarsi ore di transiti aeroportuali per arrivare a Malindi in tre o quattro rate (che culo, passerai sette ore nel Duty Free di Dubai, come vorrei farlo io, è bellissimo!”). 
Perché è vero che farsi il bagno da soli a Silversand è una figata galattica, ma se va avanti così i nostri resort dovranno fare i conti, guardare ai bilanci, spegnere le arie condizionate e le pompe delle piscine. 
E allora questo è un appello, cari amici italiani che vi apprestate a scegliere una meta per le vacanze invernali. 
Lasciate stare i Caraibi, che comunque passate sempre sopra alle Bermudas, che gli uragani non avvertono mica quando decidono di arrivare, che a Santo Domingo non c’è l’ebola ma l’obolo, perché è sempre più pieno di poveracci per le strade, che in Giamaica si sono fumati il cervello e a Cuba prima o poi Fidel si risveglia dall’imbalsamazione e proclama uno stato leninista e vi blocca lì a fare gli operai. 
Tornate in Kenya, che vi accoglierà come ha sempre fatto nella sua storia, non a mani aperte, ma a chiap…insomma, aprirà per voi tutto quel che è possibile spalancare. 
E se non avete soldi, non c’è problema! Potete pagare a rate e per voi un piatto di polenta e sukuma wiki (venite qui, poi vi spieghiamo cos’è) ci sarà sempre. 
Se poi toglieranno i charter, hakuna matata! 
Ci sono dei bei barconi da rimettere a nuovo a Lampedusa, potete usare quelli. Avrete senza dubbio qualcosa da raccontare agli amici, invece di leggere le palle che s’inventano sulle disgrazie di questo Paese. 
Karibu fratelli, vi aspettiamo in uno dei luoghi più incantevoli del pianeta, che senza di voi è ancora più bello e tranquillo, ma che se venite qui a trovarci, ma sì dai, sarà molto più divertente!

martedì 25 novembre 2014

LA PENNA DI THOMAS MANN

Ed ecco apparire, dal nulla piacevole dell’inaspettato, una bellezza conturbante del tutto simile a Sara. Aveva lunghi e soffici boccoli neri, due occhi così grandi e chiari che ci si scorgeva il golfo di Surriento dall’alto di un elicottero, il seno timido e i fianchi generosi, gambe sottili e affusolate e una voce… incredibile, aveva una voce tutta sua!
“Non avrebbe una penna da prestarmi?” gli sussurrò.
Un po’ sconcertato per il  lei, estrasse immediatamente una biro argentata e la porse emozionato e ossequioso fino al ridicolo.
Lei compilò un modulo, lui rimase al suo fianco quasi indiscreto, in contemplazione. Appena ebbe finito, voltandosi, se lo ritrovò a non più di venti centimetri, preso da improvvisa lalofobia.
Raccolse i pensieri e quel briciolo di dignità rimasta e filastroccò impostando la voce: “Mi…mi ha colto la fervida angoscia che avverte l’uomo sensibile quando scorge un simbolo della bellezza eterna”
Lei abbozzò un sorriso di maniera e lo squadrò stranita, con la biro in mano.
“Non è mia… è di Thomas Mann” precisò, per evitare la propagazione del silenzio.
“Lo ringrazi da parte mia” gli disse, restituendogli la penna.
La vide allontanarsi con lo zampettio di un fenicottero.

Ad essere sinceri era vestita da provincialotta in gita nella metropoli e aveva il culo grosso.
(da "La Schedina di Gaetano") 

domenica 16 novembre 2014

DA MESCALINA.IT (recensione di Laura Bianchi)

Due amici, gli anni dell’adolescenza, un calciatore entrato nel mito, commedia, tragedia, atmosfere agrodolci, battute fulminanti, e, in sottofondo, molta musica.

Nel suo ultimo romanzo, La schedina di GaetanoAlfredo Del Curatolo, alias Freddie, a due anni da Safari bar, convincente esordio da romanziere dopo decenni a scrivere di tutto, da canzoni a saggi musicali, fino a vademecum per turisti in Kenya, sua patria di adozione, dove vive da quasi dieci anni, affronta un capitolo importante della vita, sua e di molti lettori: quegli anni Ottanta del Novecento, ormai lontani nella memoria, ma così importanti per leggere cosa sia l’Italia e come sia cambiata in trent’anni.

Per un personaggio come Freddie, esuberante, irrequieto, eclettico e appassionato, forever young, deve essere stato difficile, inizialmente, prendere le distanze dal modo di pensare tipico dei giovani, per poi assimilarlo e trasferirlo sulle pagine di un racconto che si incentra sulla nascita e sull’evoluzione del rapporto di amicizia fra due ragazzini, che diventano adulti in un’Italia sideralmente diversa da quella attuale. Il risultato, però, è convincente; Freddie dà voce ai propri ricordi, ma alternandone le voci, attraverso le personalità e le storie dei due amici, e senza incappare nel rischio del ritratto oleografico e nostalgico del “com’era bello ai miei tempi”, grazie ad una prosa tesa, asciutta, incisiva, che illumina del sole dei giorni felici (come ad un certo punto viene definito il passato) le vicende dei protagonisti, ma insieme offre una prospettiva disincantata e lucida.

Le passioni dell’autore sono quelle dei ragazzi: il calcio (Eugenio è fervente genoano come l’autore, Sandro tifa Bologna), la musica (in calce al romanzo c’è un interessantissimo elenco di brani, a mo’ di colonna sonora, per un libro che contiene scene da grande cinema), l’amore (Sandro cerca l’affetto familiare che gli manca in una serie di conquiste, Eugenio intreccia la sua prima volta con i campionati di calcio in Spagna, quelli vinti dall’Italia), le ideologie (Eugenio pensa di impegnarsi politicamente, ma i tempi stavano per cambiare… si era persa la magia del trovarsi tutti insieme), la ricerca di autenticità nell’esistenza (che porta i ragazzi a compiere esperienze estreme, raccontate con incisiva drammaticità).

Ad animare le passioni pensa l’autore, con un intreccio in bilico fra realtà e immaginazione, paradosso e verità, in cui Freddie gusta il piacere di vedere i suoi personaggi gioire per fortune inaspettate (memorabile la sequenza in cui Eugenio realizza il sogno di tutti noi: fare acquisti illimitati in un negozio di dischi…), accendersi di amore per l’icona calcistica di quei tempi, Gaetano Scirea, piangerne la morte, sperimentare dolori, felicità, ansie, vittorie, sconfitte, fino ad un finale sorprendente. 

Il libro si legge d’un fiato, seguendo con trepidazione gli alti e bassi delle esistenze dei protagonisti, in cui palpita, in controluce, un’Italia tanto riconoscibile quanto ormai perduta; e si chiude con un po’ di amarezza, e molte riflessioni, mentre Jimmy Villotti suona sui titoli di coda di un film-romanzo che non si fa dimenticare.