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martedì 6 marzo 2012

VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO


(Seconda Puntata)
Gurba pulisce con flemmatica fretta africana la sua “speed boat”.
Liquidi marroncini, antenne di crostaceo spezzate, mosche annegate compongono un guazzetto da spazzare via con altra acqua di mare. Una spolverata di detersivo per cancellare l’odore e barca come nuova per accogliere i turisti.
Gurba capitalizza al massimo il suo investimento, un piccolo motoscafo veloce e potente. Fa il doppio lavoro. La mattina va a pesca di aragoste, che rivende a un signorotto arabo che le inscatola insieme a grosse lastre di ghiaccio secco e le infila sui camion diretti a Nairobi e Mombasa.
Le aragoste che l’oligarchia della capitale consuma insieme a costose bottiglie di vino italiano e francese, arrivano tutte da qui. Gurba ci fa accomodare sulla “speed boat” e col favore del tramonto isolano ci porta verso Shela. Farà questa doppia vita ancora per poco o comunque dovrà cambiare abitudini e ridimensionare il suo business: il Viceministro della Pesca ha annunciato il blocco ai pescatori nella zona del nuovo porto.
“E’ la più pescosa in assoluto – spiega Gurba – soprattutto per le aragoste e i granchi. Dove andremo adesso?”. Chi ha una barca, un dhow, un motoscafo, a Lamu da sempre vive di pesca e trasporto, prima ancora che fare il taxi per i mzungu.
“Forse ci sarà altro da trasportare in futuro, ma Lamu non esporterà più nulla. Qualcuno avrà i soldi per comprare, forse”.
Chissà. Magari arriveranno barche più veloci e potenti della sua, per andare a pescare a cento chilometri di distanza e portare gli operai alle raffinerie che costruiranno sull’isola di Faza.
Le raffinerie, già. Anche se le aragoste galoppassero in quella zona, avrebbero tanto carburante in corpo da diventare gustose più o meno come la marmitta di una Nissan.
Si sa che il porto sarà soprattutto il terminale dell’oleodotto che porterà petrolio da Juba, capitale del neo costituito Sud Sudan. Resta da capire come mai debba il greggio debba essere ripulito e adattato proprio a Lamu.
“Ormai ci dobbiamo arrendere all’evidenza che il nuovo porto si farà – spiega l’ex sindaco di Lamu, Abdallah Fadhili, fautore del movimento “Port Stearing Comittee” – dobbiamo cercare semplicemente di ridurre l’impatto ambientale. Le raffinerie, ad esempio: perché non le fanno direttamente in Sud Sudan e mandano qui già il carburante, pronto da essere immesso sulle navi?”
Il Sud Sudan c’è poca acqua e ci sono ancora troppi pochi interessi. Il movimento dei politici di Lamu ha proposto Isiolo, cittadina a nord di Nairobi dove gli interessi ci sono eccome.
Ma il Kenya insiste su Lamu e così sarà.
Venerdì 2 marzo: arrivano i presidenti dei tre Stati coinvolti per inaugurare i lavori che di fatto sono già iniziati. Atterrano con elicotteri militari il keniota Mwai Kibaki, il Sudsudanese Kiir e l’Etiope Zenawi. Sono orgogliosi di lanciare LAPSSET, un progetto da 18 bilioni di euro che comprende, oltre al più grande e moderno porto dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Indiano, una ferrovia e ovviamente le raffinerie.
Il chairman di “Save Lamu”, l’associazione ambientalista che ne raggruppa una ventina, un combattivo arabo di una certa età che abbiamo intervistato la settimana prima, è stato arrestato dalla polizia mentre si preparava a manifestare a Magogoni, davanti a politici e giornalisti. Con lui una cinquantina di attivisti. Scandivano slogan contro la costruzione del porto, la mancanza dello studio di fattibilità ambientale e l’oleodotto.
Già, c’è anche l’oleodotto. Uno identico è appena saltato in aria durante un attentato in Sud Sudan. Quello che partirà da Juba e arriverà a Lamu, finirà in mare dalla parte opposta dell’isola, oltre il villaggio elegante di Shela, in cui svetta la villa del rampollo di casa Peugeot, dove Sarko e Carlà piroettavano per far nascere l’ennesimo erede presidenziale, e quella di Carolina di Monaco. Sarà difficile rivedere i tycoon tra qualche anno sciacquarsi nel canalone turchese tra Manda e Shela.
Magari le residenze in stile moresco saranno acquistate da qualche petroliere azero o uzbeko dal nome impronunciabile e dall’inguardabile gusto.
“Del turismo a Lamu non frega più niente a nessuno – commenta un’imprenditrice italiana che vive a Shela da anni – in molti attendono serenamente l’avvento del porto per veder salire il valore dei loro immobili e dei terreni, poterli vendere ai primi commercianti che arrivano ed emigrare altrove”.
Non c’è più spazio per la poesia, per il mal d’isola africana.
“Anche a Manda – prosegue l’imprenditrice – chi ha un terreno non vede l’ora di costruirci qualcosa che potrà rendere economicamente perché funzionale al nuovo tipo di indotto che arriverà”.
Turismo economico, lo chiama l’ex sindaco Fadhili.
Altro che villette e cammei, condomini per ospitare tecnici ed operai, hotel da due notti e una mignotta per i dirigenti d’azienda, magari chissà anche un casinò…Perché non sognare, al posto di Lamu, una piccola Dubai?
Proprio come Dubai, ironia della sorte, Lamu dovrà importare le aragoste dalla Tanzania. Ma avrà i soldi per farlo. Architetti illuminati, chiamati per costruire edifici essenziali allo sviluppo, restaureranno l’antico forte simbolo della città e finalmente, risolveranno la grande piaga dell’isola: le fogne a cielo aperto che scorrono di fianco ad ogni vicolo.
Oppure Lamu diventerà la casbah, l’inaccessibile quartiere povero, dei traffici, della droga, di Sudanesi ed Etiopi trafficoni e verrà costruita una New Lamu poco distante, asettica e splendente su terreni nuovi, con palazzi a vetro e piscine al quindicesimo piano.
Quasi quasi c’è da sperare nella bontà della predizione dei Maya.

lunedì 27 febbraio 2012

VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO


L’arma più pericolosa rintracciabile sulla terra, quella più subdola, violenta, silente e inesorabile, è senza dubbio la mano dell’uomo.
E’ l’unica capace di cancellare in pochissimo tempo millenni di storia, di usi e costumi, di pace e dominio della Natura, di abitudini ancestrali che forgiano caratteri, che penetrano addirittura nel cuore e nell’anima di intere generazioni.
L’unica che uccide e distrugge mentre stringe una sua simile, mentre firma un pezzo di carta, mentre volteggia in aria per disegnare parole misurate, bonarie, apparentemente sagge.
Così la mano dell’uomo seppellirà anche l’arcipelago di Lamu.
Lo visitarono i cinesi, prima dell’anno mille, lo rispettarono gli indonesiani che insegnarono ai pescatori a costruire i trimarani e i dhow. Non lo stravolsero né gli arabi, né gli indiani. Non le dispute tra sultani, né i portoghesi. Non lo convertirono i tedeschi e non lo colonizzarono gli inglesi.
L’indipendenza del Kenya, a Lamu, fu un fatto marginale. Era come tornare in possesso di un albergo di cui in realtà si aveva sempre avuto la gestione.
Quel che non hanno fatto popoli guerrieri o conquistatori, scaltri mercanti e schiavisti, missionari o esploratori, riusciranno a compierlo i politici del terzo millennio.
Quelli cresciuti nella cieca e sorda adorazione del dio denaro e con le spalle coperte dalle multinazionali, quelli che dietro la parola “democrazia”, sviluppano, in maniera avida e cialtrona, la solita oligarchia che in Africa vuol dire tenere un popolo sotto la soglia della povertà, calibrando il pane quotidiano d’ignoranza e malattie e un po’ d’oppio di progresso.
Lamu spesso viene definita la “Venezia islamica dell’Oceano Indiano”, il “Paradiso arabo in Kenya”.
Ha il fascino delle cose immutate, del salto indietro nel tempo. Il fascino che nessun racconto e nessun film potrà tenere vivo, perché nei film non si accarezzano gli asini che se ne vanno liberi per i vicoli, non si dribblano le loro cacche che sono un secondo pavimento, non si viene salutati continuamente da vecchi e bambini, non si gira di notte per una casbah buia e stretta senza il minimo sentore di pericolo, non ci si abitua ai miasmi delle fogne a cielo aperto, non si rischia il gusto inimitabile di una samosa nei chioschi per strada.
Nei film però ci si perde nel sogno da mille e una notte dell’elegante quartiere di Shela, tra guest house da sceicchi e la villa di Carolina di Monaco, viottoli dal fondo levigato come toilette e un ordine in giro che avrebbe stupito persino quel precisetti di Maometto. Nel film c’è il deserto di Manda Beach, che fino a qualche mese fa era la spiaggia dei vip, tra resort a cinque stelle e ville senza nemmeno un’inferriata. Prima che una banda di pirati neanche troppo addestrati si portasse via una residente francese malata terminale a cui nella vita mancava solo di morire da eroina e per giunta senza morfina.
Ma non è la pirateria ad uccidere Lamu, che vive di pesca, d’esportazione di crostacei, del suo ecosistema, di viaggiatori e villeggianti vip e della cultura islamica.
Saranno le mani che hanno firmato gli accordi per la costruzione del nuovo porto ad annientare mille anni di storia, a cancellare la parola turismo dal bagnasciuga e dalla barriera corallina, a scrivere freddi numeri con l’inchiostro ricavato dalle raffinerie di greggio, a trasformare i dhow in petroliere?
LAPSET.
Così si chiamerà il porto. Significa “Lamu Port Sud Sudan Ethiopia”. Sarà lo sfogo sul mare di due stati i cui governanti si apprestano a diventare ricchi, affamati e potenti come i loro alleati.
LAPSET, sembra un rossetto, un semplice makeup per un Paese che si specchia nell’egoismo internazionale sventolando il suo Pil in crescita e altre cazzate simili. La verità è che c’è dietro la costruzione di un oleodotto che collegherà il nuovo stato staccatosi dal Sudan del dittatore Bashir, pieno di petrolio, con il mare e che permetterà anche all’Etiopia di non dover pagare fior di tasse all’hub di Port Sudan. Ecco perché Francia e Stati Uniti appoggiano la guerra contro le frange estremiste arabe di Al Shabaab in Somalia, ecco perché per la prima volta tutti i politici somali in esilio si trovano d’accordo con quest’azione contro quel che resta del loro paese. Ecco perché c’è bisogno della pace.
Il petrolio tira ancora parecchio, più della vendita di armi. L’accordo per il porto è già stato firmato, a Juba dai tre ministri dello sviluppo. Sorgerà nella zona est di Lamu, dietro l’attuale porto d’attracco per chi arriva dalla terraferma e viene trasportato sulle isole. I lavori sono già cominciati, le acquisizioni di terreni di chi vive lì da secoli, anche.
Venerdì prossimo, 2 marzo, i Presidenti dei tre stati e i Ministri saranno a Lamu per il via ufficiale ai lavori.
Cosa si può fare allo stato attuale per salvare il salvabile dell’arcipelago, paradiso protetto (per quel che conta) dall’Unesco?
Malindiikenya.net è andata a Lamu per parlare con la gente, le associazioni, i politici, gli imprenditori, gli ambientalisti, per cercare di capire.
(fine prima puntata)