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martedì 19 luglio 2011

IL GIORNO DI CIELO, ARIA E SIGARETTE DEI CARCERATI DI MALINDI


Ti chiedono sapone e sigarette, come nei film.
Chi conosce le carceri di Mtangani, sa bene che non c’è lungometraggio che possa raccontarle, senza lasciarti un senso di spaesamento e nausea. Senza rabbia, senza indignazione.
Impotente schifo e basta.
Perfino le prigioni turche di “Fuga di mezzanotte” erano più poetiche. Ti immagini almeno che le dita callose e irregolari possano appoggiarsi alle sbarre di ferro, che tra la cella e il corridoio passi un po’ d’aria, insieme al secondino che batte sui lucchetti con la spranga. Aria pesante che si sposta, come negli scompartimenti di un treno del meridione quando lasci aperta la porta scorrevole. Uno straccio di branda o due letti a castello, una seggiola cigolante, un micro tavolo o una mensola per gli effetti personali.
A Mtangani, il carcere di Malindi, non c’è niente di tutto questo. I detenuti passano le loro interminabili ore in monoblocchi in muratura, con strettissime feritoie da cui la luce entra a coltellate e tetti di lamiera che cuociono i pensieri. In estate la temperatura raggiunge i cinquanta gradi, quando piove l’acqua invade il pavimento, che è anche il letto. In un angolo, la toilette. Dieci metri quadrati di stanzone, dieci ex uomini dentro.
Logico sorprenderli a ridere, nella pausa dei lavori forzati ma tranquilli allo stadio del Malindi United. Le sigarette, rooster senza filtro, sono state sequestrate dalle guardie.
Dice che devono controllarle.
“Le ha comperate un bianco - proviamo a dirgli – non c’è il filtro”
Con la lana di vetro pestata potrebbero fabbricarsi una lametta.
Anche se qui non usa tagliarsi le vene.
Niente da fare.
Rooster sequestrate.
“Ecco, se ne terranno almeno la metà”, dice Karisa, che parla bene l’italiano e mi conosce.
“Tu avevi un ristorante, ero anche venuto a chiederti lavoro”
“Già…ma io non posso assumere tutti”
“E io dopo ho fatto degli sbagli”
Le guardie lo riprendono. Zitto e lavora.
Abbiamo voluto noi i carcerati per risistemare il campo di gioco alla fine della stagione. Lavori che qualsiasi manovale non specializzato avrebbe potuto svolgere, ma la possibilità di far respirare un po’ di cielo, sprazzi di comunicazione normale e storie del mondo fuori dal monoblocco, era troppo allettante. Grazie alla Karibuni Onlus, che da sempre ci sostiene nei nostri progetti sociali a sfondo sportivo (o viceversa), per qualche giorno Karisa e altri otto prigionieri avranno un pranzo decente e un po’ di latte fresco da bere.
“Tra sei mesi sono fuori” dice in italiano. Vendeva qualcosa di illegale ai turisti in spiaggia.
“Quando esco mi faccio la licenza…”
C’è anche chi non rivedrà il cielo libero, la sua reggia di fango e sterco tanto presto. Gli sguardi sembrano tassametri, ti scavano addosso e vorrebbero commettere l’ultima rapina, scippare la tua libertà e andarsela a godere di nascosto da qualche parte. Giocarsela a donne e birra, comprarci qualche chilo di riso e fagioli per far vivere una settimana speciale a una moglie che aspetta e a figli mai visti crescere.
Avvolgono il filo spinato, la rete che delimitava il campo. Juma ha lo sguardo altrove e la kofia islamica in testa. Afferra un bastone di ferro per sradicare la rete dai pali. La guardia imbraccia il fucile. Lui si guarda intorno. Sa bene che c’è solo una via d’uscita, e non contempla il continuare a vivere. Abbassa lo sguardo e si rimette a lavorare.
Riccardo ha portato per loro antibiotici e unguenti per le piaghe. John Ochieng alza i pantaloni a righe fino al ginocchio e scopre la tibia martoriata. Cicatrici, insetti, rimasugli di scabbia.
Le amicizie pericolose di Mtangani.
Consegniamo le confezioni al medico del carcere.
“Per i detenuti, per favore…”
Domani torneranno, ma non è dato sapere se saranno gli stessi.
Poi c’è il rischio che ci prendano gusto.
Come con il sapone, come con le sigarette.
Guarda come ridono.
Magari poi finisce che riprendono ad amare la vita…

lunedì 21 marzo 2011

IL RAGAZZO DEL SALE


Oggi abbiamo trovato un'adozione a distanza per Baraka, uno splendido ragazzo della nostra accademia di calcio. E' ora di pubblicare il racconto che ho scritto quando l'ho conosciuto.
(grazie Fabio e Simona!)
Sole e sabbia salata, bianco accecante che va a sfumare nelle veloci nuvole passeggere, come se la terra d’Africa volesse scrollarsi di dosso una patina fastidiosa.
Il verde della boscaglia è puntellato dai contorni alti delle palme e degrada fino a quando, vinto dall’arsura, non si trasforma in blu.
Lontano, si scorge la piattaforma per le ricerche spaziali della base italiana San Marco.
In questo surreale scenario, inedito scorcio keniota, quattordici anni fa è nato Baraka Badi.
Siamo a Ngomeni, trenta chilometri da Malindi, sulla strada che porta a nord, verso la Somalia.
Qui nel 1965 uno scienziato italiano, il professor Luigi Broglio, scendendo da Mogadiscio, dov’era sbarcato, individuò il punto giusto per installare un centro di ricerche aerospaziali.
Meridiano Uno, poche centinaia di chilometri sotto l’equatore.
I tecnici che arrivarono furono i primi connazionali a mettere radici sulla costa del Kenya.
Alcuni di loro vivono ancora qui e hanno visto crescere i genitori di Baraka. Li hanno guardati macerarsi sotto il sole, tenere la loro resistente pelle sotto sale per anni.
Infatti a Ngomeni oltre alla base San Marco, ci sono le saline. Abbaglianti distese bianche da percorrere a piedi nudi, cumuli di sassi roventi da spalare.
Le saline sono una delle poche possibilità di lavoro sicuro per gli abitanti della zona.
I più fortunati sono stati assunti dai tecnici mzungu, agli altri non resta che il sale.
Dura la vita alle saline: pelle che brucia e si spacca, condizioni di lavoro inaccettabili. Tra i bianchi cristalli si è consumato uno dei primi scioperi kenioti.
Le aziende del sale sono governative o in mano a ricchi indiani, i lavoratori si sentono sfruttati non meno che ai tempi del colonialismo britannico. Certo, si possono pescare i gamberi, in mezzo alle saline, e arrotondare con quelli. Ma poi chi ha tempo di venderli? Alla fine li metti sulla bicicletta di un cugino, li carichi su un matatu con un amico che prova l’avventura di andare a piazzarli a Malindi e torna quasi sempre a mani vuote, oppure con due spiccioli per te e il resto in pancia o nella gola.
Allora si ritorna sul tappeto di chiodi bianchi, ci si fasciano i piedi e la testa con gli stracci, si fissano le vecchie lenti da sole comperate al mercato di Garsen con il nastro adesivo e si imbraccia la vanga. Per un euro al giorno.
Al padre di Baraka non è mai piaciuto il sale.
Ha iniziato a battere il ferro e la latta fin da ragazzo. Ogni tanto ha prestato le sue braccia alla San Marco e, dopo anni di pratica, qualche mzungu della zona gli da lavoro. Quando arriva il lavoro per il bianco, c’è qualche soldo per mandare a scuola i ragazzi, ma non sempre accade.
A volte per mesi e mesi devi vivere di espedienti, inventarti lavori o sapere che terminerai la giornata con cinquanta scellini in saccoccia e avrai i soldi per dividere con tua moglie e i ragazzi mezzo chilo di polenta e un piatto di fagioli. A volte non ci sono nemmeno i fagioli, e allora si inzuppa la polenta in acqua e sale. Il maledetto sale.
Baraka è il quarto di cinque fratelli. La sorella maggiore Amina era portata per gli studi, ma ha dovuto lasciare la scuola superiore al terzo anno. Mancavano i soldi per le rette e i libri. Mariam, la secondogenita, ha preferito sposarsi a sedici anni e dopo poco ha dato alla luce il primo figlio pensando che, chissà, forse quando avrà la sua età le cose saranno diverse, forse potrà garantirgli un futuro migliore. Amani invece ha deciso che non vuole studiare. Vive di espedienti, coltiva spinaci e fatalismo, aiuta il padre e ammazza i giorni come fossero serpenti.
Baraka a sei anni si ritrova tra i piedi un pallone mezzo sgonfio e rattoppato e capisce qual è la sua passione. Ogni giorno, dopo la scuola, corre al campo di calcio, due porte di ferro tra le saline e la strada polverosa che porta alla base. Dribbla i sassi, i ciuffi d’erba, le naturali gibbosità del terreno. I suoi primi avversari, tutti insieme contro le disgrazie della vita. Baraka scatta, passa, tira e molto presto entra nella squadra junior di Ngomeni. Osserva i ragazzi più grandi quelli a cui, finite le scuole dell’obbligo, rimane solo il pallone.
“Non vogliono lavorare alle saline ma non vedono un futuro diverso da quello. La loro giornata è una partita di calcio e dopo si riposano all’ombra di una palma. Vivono alla giornata, sperano di poter mangiare almeno una volta prima di andare a dormire. Poco a poco perdono ogni minima ambizione”.
A Baraka piace studiare e non ha intenzione di fare la fine della sorella Amina. Capisce che il suo futuro è lontano da Ngomeni. Così si allena più duramente degli altri e a dodici anni si ritrova nella squadra con i diciottenni. Si mette in difesa, sulla fascia, e aspetta la palla come una possibilità per emergere, per dimostrare di essere già grande e di voler crescere ancora.
E’ così che viene notato dalla Kenya Football Academy.
E’ raro trovare un ragazzo così giovane con una tale strenua volontà.
“Mi piace studiare e giocare a calcio e quando ho capito che a Malindi avrei potuto fare quello che ho sempre sognato, non ho avuto esitazioni. Ci ho provato. Durante le selezioni ho dato tutto me stesso per raggiungere questo obbiettivo”.
Baraka fissa la sua meta, vuole arrivare un giorno a giocare nella Premier League keniota, ma se dovesse scegliere, preferirebbe iscriversi all’università.
“Magari, tramite il mio stipendio da calciatore, potrei laurearmi e diventare professore. Mi piacerebbe, un giorno, insegnare ai più piccoli ad amare lo studio, perché è un modo appassionante per sconfiggere, nel nostro piccolo, la povertà”.
Per Baraka la cultura è una salvezza, ma il calcio è una palestra di vita.
“Per diventare un buon giocatore devi imparare innanzitutto le regole e rispettarle. Se non conosci i principi fondamentali di questo gioco di squadra e fai di testa tua, non arriverai da nessuna parte.
Anche nella vita è così, credo. Io gioco terzino, ma potrei anche avanzare a centrocampo, mi piacciono i calciatori che usano l’intelligenza in campo, prima ancora che il piede. Il mio campione preferito è Xavi, il regista del Barcellona. In pochi secondi, prima ancora di ricevere il pallone, sa già cosa ne dovrà fare”.
Questo è Baraka, quattordici anni e una maturità che fa venire brividi di speranza.
Baraka, che ha dato un calcio al sale sotto i piedi e all’ancestrale rassegnazione dei suoi amici di Ngomeni, e ora quel sale ce l’ha solo nella testa.