martedì 10 giugno 2014

I MONDIALI DI FREDDIE BECCIONI: 1 - Tutti dentro il grande Fuleço di Brasil 2014

“Tra un campionato mondiale di calcio e l’altro passano quattro anni.
Tra un campionato mondiale di calcio e un campionato europeo di calcio passano due anni.
Tra un campionato nazionale di calcio e l’altro passano al massimo tre mesi, tra una partita e l’altra una settimana, tra una domenica di campionato e una sfida di coppa tre giorni appena.
L’importante, nella vita, è suddividere il presente in tanti piccoli passati prossimi che viaggiano qualche secondo prima di te, come una trasmissione via satellite.
Se li registri bene, non ci sarà bisogno di rivederli alla moviola”.
Questo scriveva, qualche mondiale fa, un mio caro amico che masticava di palle e di vita.
Si potrebbe aggiungere che tra un mondiale di calcio in Brasile e l’altro passano 64 anni e sarebbe già una buona conquista vederne due. Anche se il Brasile non è la culla del futebol, ne è sicuramente l’emblema e anche la faccia più bella. Stadi stracolmi di gente che salta come i cangurù di Bahia, danza al ritmo di pallosissimi samba e si colora la faccia meglio di Vendola, donne che si colorano le tette e la bietola senza Venderla, alla faccia del dominio televisivo e della pornografia da salotto.
E’ un dato di fatto che questo mondiale  brasileiro potrebbe essere un crocevia. Difficile lottizzare una nazione così vasta, varia e legata a tante radici diverse, tenute insieme in maniera misteriosa, come lo spogliatoio dell’Inter.  Negli ultimi due decenni ci hanno provato convincendoli che era un Governo di sinistra quello che glielo stava mettendo nel deretano, che era un capitalismo fatto in casa, quindi genuino, ecocompatibile, bio e privo di conservanti. Ora Dilma, la donna con il nome da servizio segreto e il cognome da ballerino armeno, con faccia e postura da albero della gomma, tranquillizza tutti e ricorda quando, durante i mondiali del 1970 a Città del Messico, nel Paese c’era la dittatura e lei era in carcere. Ora il suo esercito spara proiettili della stessa materia della sua faccia addosso ai dimostranti di San Paulo.
Crocevia o boomerang? Pare chiederselo anche Fuleco, l’armadillo mascotte di Brasil 2014, che tiene il pallone sul palmo della mano alla stregua di Amleto. Etere o non Etere?
Tra l’altro, lo sapevate che in dialetto carioca, Fuleco (anzi, Fuleço) significa “buco di culo”? Dite che i creativi della Federazione non lo sapevano?  In ogni caso, propongo, in memoria dell’armadillo Flavio Keirrison Grifondoro, detto il Guru, di istituire per questi mondiali il Fuleço d’oro (Candreva, ve lo dico subito, è fuori concorso e per fortuna Montolivo ci ha pensato da sé).
Eppure questo Brasile così genovese, così genoano, così incredibilmente brasiliano. Così vicino e così lontano. Brasile che fu scoperto da un navigatore lusitano di nome Cabral, chissà se il nostro idolo, abbracciato troppo tardi e salutato troppo presto, è un lontano discendente. “From the cradle to the grave”, cantavano gli U2. Il Brasile non è la culla del calcio e Cabral non è la sua tomba. Ma quasi.
Sono dati di fatto,  come quello che la caipirinha fa cagare e che se da noi i “No-Tav” sono considerati terroristi, l’inventore della caipiroska alla fragola dovrebbe essere deportato a Manaus, appeso per i piedi e costretto a guardare a testa in giù “La terra degli uomini rossi” di Marco Bechis fino a che non abbia imparato tutte le battute a memoria. Ma parliamo di cose serie con la stessa leggerezza con cui Montolivo affronta le amichevoli premondiali:  cosa bere in Brasile che non sia d’importazione? Cachaça invecchiata 12 anni di Minas Gerais (la Ypioca Reserva si trova anche in Italia) e poco altro. Ora che il vino cabernet Forestier è stato acquistato dalla Richard, quella del Pernod, parabola minore che mi ricorda un giovane promettente quasi omonimo che il Grignolino di Grugliasco si bevve perché non sapeva fare il mediano e il prete di Conegliano non lo ha considerato, spedendolo a Watford, non resta che bere bella birrozza fresca. La migliore? Veneta! E’ la Schincariol, i cui fondatori arrivavano proprio dal paese di Guidolin. 
Bisogna alzare un po’ il grado alcolico, per sopportare il calcio di oggi e la logica dei grandi eventi. Tutti promettono di dividere le acque come Mosè, e invece lasciano le acque alte e si dividono i dividendi come il Mose.  Così ci tuffiamo in un mondiale lontano per dimenticare l’Expò milanese così vicino alla Calabria e la Carige così vicina alla dogana di Chiasso.
Il calcio tecnicamente soffre della stessa malattia di tutte le cose del mondo, c’è un appiattimento generale in forza di più concretezza, velocità d’esecuzione e meccanicità. Ovviamente sono fantasia e creatività ad accomodarsi in tribuna (o meglio, a restare fuori dallo stadio ed alimentare la protesta), più o meno è la stessa tristezza di vedere gli chef calabresi degli azzurri, che potrebbero giostrare tra sarde ca’ muddica atturrata o i perciatelli cu’ pisci stocco di Mammola, esibirsi quasi esclusivamente in vermicelli barilla (ma Abate li mangia?) con pomodoro e parmigiano, ovviamente senza soffritto.
Ma il Brasile no, lui non ci sta! Manifestazioni, scioperi, raccolte di firme per contare chi spera che la nazionale verdeoro non vinca i Mondiali. Tutto questo a pochi giorni dall’inaugurazione in uno stadio non ancora ultimato. Ma anche in Sudafrica consegnarono le chiavi degli spogliatoi due ore prima del waka-waka di Shakira. Per Brasil 2014 la sigla invece è cantata da un rapper mezzo cubano con il nome da cane e da una ballerina mezza portoricana con il cognome da meteora di Preziosi. “We are one, Ola Ola” e viva il Brasile!  Sai che gioia per quelli di Rio e di Belo Horizonte, a cui già se dici che la samba è un ballo latino-americano fanno scattare il serramanico…è la globalizzazione, baby! Ma anche l’ignoranza, che tende ad assimilare tutto. Brasile? Caipirinha, Cubalibre, Churrascaria, Merengue, Pampero! 
Il brasilianissimo Ricky Martin ha composto l’inno di riserva, dall’originalissimo titolo “Vida, ha, ha, ha”,  Shakira, da Copacabana, ha già risposto con il controinno: “Dare: La la la”. Peccato che Pippo Franco non sia martinicano, perché un remix di “Chì Chì Chì co co co, curucurucurucù qua qua” sarebbe cascato a fejioada.
Solo su due cose davvero brasiliane, che si possono anche accorpare e ridurre a una sola, il popolino mondiale si trova d’accordo: le chiappe e i travestiti. Allora lo vedi che è tutto come la finta sinistra di questi tempi?  Pensi sia donna, le apprezzi il culo, ma a un certo punto sfodera il Pingo de Pinga e te lo mette nel Fuleço. Etero o non Etero? 
Va a finire che non disdegneremo, come di sorbirci questi mondiali e tutte le caipiroske mediatiche.
Scusate le digressioni e i francesismi senza nemmeno Ribery; torniamo al calcio, che tra un po’ si parte: vi starete chiedendo (e se non ve lo siete ancora chiesti, un Fuleço in omaggio a tutti voi!) “Per quale nazione e nazionale farà il tifo il Beccio?” Qui, miei cari orfani di Cabral, entrano in campo le tante anime di Freddie Beccioni. La propensione alcolica direbbe Costarica, per il Ron Centenario 30 anos, ma poi penso alle reali possibilità e torno inevitabilmente alla Cachaça. La propulsione mignottica mi direbbe Russia, ma poi penso a Capello e Putin, mi si ammoscia e torno direttamente a Copacabana in cerca di un bel Fuleçon.
La predisposizione alla polverina mi dice Colombia, ma poi penso al nano, alle ballerine a Micciché e alla Santanché e mi fumo un narghilè. La progressione africana direbbe Ghana e Costa D’Avorio, ma rimane un’utopia e mi accontento di Balotelli. Infine la prostrazione genoana mi direbbe Croazia e Grecia, ma poi penso alla monetizzazione dell’infame, e dico…andate a prendervela tutti nel Fuleco! Vinca chi gioca meglio e speriamo non siano le solite.
In ogni caso, Russia e Colombia me le gioco. Il Belgio lo dicono tutti, quindi non ci credo. 
Intanto, udite udite! Abbiamo la formazione rossoblu pre-cinese dei mondiali (dove Pre sta per “si toglierà dai coglioni?” e cinese sta per “guarda che ci tocca sperare”), che è quel che mi ha commissionato anche con una certa arroganza l’ala di sinistra dei GIR, a cui più che le chiacchiere anarco-sorco-situazioniste di un ubriacone fanno godere i quizzoni e altre robe da sdraio e ombrellone.  
Eccola: PERIN, VRSALJKO, VAN DEN BORRE, VELOSO, VON BERGEN, BONUCCI (o RANOCCHIA), FETFA PIG, BEHRAMI, BOATENG, PALACIO, IMMOBILE. ALLENATORE: SABRI LAMOUCHI
Quizzone del Beccioni: almeno 4 di questi mi stanno tremendamente sui coglioni. Indovinate chi sono! La soluzione tra qualche giorno, dopo la sconfitta della Corazzata Prandelkin.  E adesso, in onore degli scioperanti del metrò di Sao Paulo e del nostro Benefattore pronto a ballare l’Ola Ola a Guangzhou, beviamoci una caipirissima con ron Bacardi Anejo, balliamo un cha-cha-cha, stringiamo il fuleço e…tutti pronti per il magico mundial!      

domenica 1 giugno 2014

RINO 33

Da 33 anni la musica italiana non ha la tua originalità, l'ironia, il gusto del surreale così strettamente legato alla realtà, l'anarchico, arrabbiato, passionale amore per il tuo Paese. E la vita non ha la tua curiosità, il tuo spirito, la tua voglia di essere avanti senza mettersi su un piedistallo, anzi, guardando spesso giù. Questo è il mio omaggio, grande Rino.
Freddie del Curatolo: La 1100

sabato 17 maggio 2014

UN SALUTO AGLI AMICI D'UN TEMPO

Un saluto a tutti quelli che hanno scelto un’amicizia più moderna, formale e distaccata.
Ai tanti che hanno deciso che essere compresi, consigliati, aiutati, significa essere giudicati,
anche da chi li ha amati in maniera disinteressata, non per sangue, sesso, affari, comodità
attenuazione della paura o della solitudine ma solo perché sono cresciuti insieme o si sono
incontrati lungo il cammino e hanno condiviso strade e avventure, meraviglie e miserie,
sentimenti ed emozioni.  A chi ha confuso il diventare adulto con diventare un altro,
a chi ha ricacciato dentro a forza, con poca fatica, i sogni e le speranze d’un tempo,
senza sopprimerli bensì sostituendoli con sogni di scorta e piccole certezze. 
A coloro che pensano sia meglio circondarsi di persone care, piuttosto che averle
veramente nel cuore.  A chi ha paura del faccia a faccia con un vero complice,
perché confonde il confronto con la competizione e crede che aprirsi a un confidente
voglia dire essere saccheggiato dei propri valori, senza ottenere niente in cambio. 
A chi ha capito che sprigionare sentimentalismo e solidarietà in un mondo virtuale è comodo,
facile e a basso costo di tempo, cuore e cervello. A chi, infine, ha rinunciato ai rapporti veri

perché in un’epoca di merda, è sempre meglio essere un po’ stronzi. (Freddie del Curatolo)

giovedì 27 febbraio 2014

sabato 22 febbraio 2014

IO E IL MIO FEGATO IRRIVERENTE

Ieri sera cena a base di ostriche con tabasco e limone, poi fritto misto di calamari, gamberi e verdure, accompagnato da patatine, sempre fritte e per giunta irrorate di chilli sauce. Da bere, due bottiglie di prosecco, perché inizi con l'ostrica e non vuoi certo mischiare.
Stamattina mi sono svegliato senza fegato.
E' una sensazione strana. Sulle prime ti senti più leggero e leggermente sbilanciato.
Svegliandomi e rendendomi conto che era una condizione reale, la sua mancanza ha iniziato a farsi sentire, provocandomi dolori da vuoto, come quando ti lascia improvvisamente una persona cara che magari non stava benissimo ma di cui non immaginavi la partenza così da un momento all'altro. Sporgendomi dal letto ho notato una massa informe violacea che strisciava verso il bagno. Era lui. Ho cercato di alzarmi per riprenderlo. Di primo acchito avrei voluto rimetterlo al suo posto, ma mi faceva un po' schifo toccarlo. Così l'ho seguito, anche perché ai miei passi decisi lui contrapponeva un goffo tentativo di fuga. Arrivato in bagno si è precipitato sotto la doccia e ho capito. Gli ho aperto il rubinetto ed è rimasto lì, beato, una decina di minuti.
"Per qualche giorno solo acqua, come le piante" gli ho detto.

"Eh, no, troppo comodo - ha risposto - sei tu che devi pagare, mica io! Per me vino rosso di qualità, pesce crudo e quelle cazzo di salsine mettitele nel culo, così domattina insegui le emorroidi. Ma quelle non vanno in bagno e soprattutto non se ne vanno via da sole. S'infilano nel condotto dell'aria condizionata, e poi sono cazzi tuoi a recuperare il buco del culo, quando devi cagare"

domenica 2 febbraio 2014

Dedicato a PSH

“Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica! Quanto a voi bastardi al potere, non sperate che sia finita! Anni che vanno, anni che vengono e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo un posto migliore! Ma ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno semre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni...
Non muore niente di importante questa notte! Solo 4 brutti ceffi su una nave di merda! L'unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!".


(I love radio rock)

sabato 1 febbraio 2014

IL TEMPO DI NON PERDERE PIU' TEMPO

Perdere tempo vuol dire perdere il senso del vivere, perché il tempo è il nostro unico padrone, il tempo è il nostro unico Dio. (Freddie del Curatolo)

mercoledì 15 gennaio 2014

FREDDIE DEL CURATOLO: I PROVERBI GIRIAMA

(tratto da "Mi faccio luce con la paraffina")
La tradizione popolare africana è zeppa di proverbi e detti trasmessi con metodi orali (no, non quelli che pensate voi di Malindi e dintorni…) in tutto il Continente Nero.
Spesso si tratta di frasi che mostrano la saggezza e la semplicità delle popolazioni che da sempre utilizzano il proverbio non solo come monito o insegnamento, ma come favola e metafora. Uno dei più noti e divulgati riguarda un leone e una gazzella… l’antica metafora della preda e del cacciatore, dello sfruttato e dello sfruttatore, dello spacciato e dello spacciatore. E’ la storia del mondo, e la grande lezione dell’essere tutti uguali davanti alla morte (e anche dopo, come insegna “La livella” di Totò, degno rappresentante dei napoletani, gli africani d’Italia). Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sà che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l’importante è che tu incominci a correre.
In Kenya i proverbi non sono così prolissi e compositi, il più popolare recita “Haraka haraka hakuna baraka”, ovvero “A far le cose di fretta non c’è alcun beneficio”. Un altro molto frequentato è “Asante ya punda ni mateke”: “Il ringraziamento dell’asino è un calcio”.
Tuttavia i proverbi di cui noi vogliamo farvi partecipi, hanno più l’aria di “variazioni sul tema” di detti celebri, magari portati qui dalle varie popolazioni indoarabe o europee che hanno colonizzato nei secoli la costa keniota.
Assumono quindi le caratteristiche di considerazioni serene, a volte rassegnate, riguardo alla vita della popolazione locale e al suo rapporto con i “mzungu”. 

1.     A buon intenditor, si chiedono spiegazioni.

2.     A capra donata, se è il caso, si guarda anche nel culo.

3.     A chi tocca, dipende.

4.     Aiutati che non è detto che quel giorno io sia nei paraggi.

5.     A mali estremi, i’m very sorry.

6.     Ambasciator speriamo porti almeno da bere

7.     Beach e boy dei paesi tuoi

8.     Beati gli ultimi se i primi non sono ancora arrivati.

9.     Can che abbaia dorme meno dell’askari.

10.                       Chiedere è lecito, rispondere è una fatica.

11.                       Chi ha il pane, non ha i denti. Chi ha la sima, mangia anche senza denti.

12.                       Chi è causa del suo mal difficilmente se ne rende conto.

13.                       Chi lascia la via vecchia per la nuova, comunque se la deve fare a piedi.

14.                       Chi rompe non ha mai una lira per pagare.

15.                        Chi semina mais, non sempre riesce a raccoglierlo.

16.                       Chi va con lo zoppo, sta accompagnando il nonno.

17.                       Chi va piano, è uno di noi.

18.                       Cuor contento, non lo aiuta nessuno ma almeno se ne frega!

19.                       Dimmi con chi vai e ti dirò quanto costa.

20.                       Donne e motori,
diversi prezzi.

21.                       Gallina vecchia si era nascosta bene.

22.                       L’erba del vicino o è mchicha o è sukuma wiki.

23.                       L’ozio è il padre, il figlio e lo spirito santo.

24.                       L’unione fa un gran casino.

25.                       Meglio un uovo oggi perché la gallina non è mia.

26.                       Occhio non vede, te l’hanno curato male.

27.                       Paese che vai, matatu che prendi.

28.                       Ride bene chi ha bevuto il mnazi

29.                       Rosso di sera, è bruciata la capanna.

30.                       Tutto fa brodo, ma una coscia di capretto è meglio




martedì 31 dicembre 2013

LE CANZONI DEL CUORE DEL 2013

Anche quando esercitavo quotidianamente la professione di giornalista e soprattutto di critico musicale, ho sempre detestato compilare classifiche, graduatorie di merito o comunque segnalare il "miglior disco dell'anno" o "la più bella canzone d'amore" e altre puttanate simili. 
Resto convinto che nello stesso istante in cui vi dovessi sgranare un rosario di titoli, con la spocchia del grande intenditore, potrei essere colpito da una nuova melodia, un brano sconosciuto che di colpo mi entra nel cuore e non mi molla per i prossimi dieci anni. Alla stessa stregua, non sono mai stato un fanatico delle etichette: "questo è un gruppo pop-rock progressive", Bob Dylan è "folk-rock"...e quando fa blues? E nel "Live at Budokan" quasi tutto reggae? Per non parlare dei coglionazzi di adesso che tirano fuori delle robe che le nostre pippe di un tempo al confronto erano rispettosissime indicazioni. 
Ma io "tweet pop" "electrowave" e soprattutto "shoegaze" se ne possono andare affanculo insieme ai loro creatori. Possiamo discutere di tecnica, di suoni, di melodie, dei "treni" ritmici, di una gran voce o di armonie, di soluzioni e altri voli musicali. 
Quando però si tratta di giudicare cosa ti ha più colpito, quel che ti sei portato in macchina, in casa, sul giradischi (vero Puccia?) o nella chiavetta (sigh!), allora entra in ballo l'unico grande recipiente che possa contenere la musica che conta, e che sputazzi via in maniera indolore e gentile quella che non merita più di un giro di giostra.
Niente classifiche, quelle le lasciamo per le tabelle salvezza del Genoa in quei fogli a quadretti scarabocchiati a penna rossa e blu come faceva Fabrizio De Andrè. Tuttavia mi è sempre piaciuto il giochino delle nomination e dei premi differenziati. Per il 2013 il cuore ha accettato ad esempio album ben costruiti e dignitosissimi quali "Push the sky away" di Nick Cave (e a Jubilee Street darei una nomination per il miglior brano) e "Lightning Bolt" dei Pearl Jam (anche la ballatona "Sirens" ha attraversato un ventricolo), mentre ha ignorato serenamente roba pluridecorata tipo Daft Punk, Vampire Weekend (che meriterà un riascolto) e tutte le popperie dell'anno.
Il cuore da sempre fa il tifo per il blues, per il soul e per il rock non esageratamente invadente. Ha apprezzato molto "Old Sock" di Eric Clapton, che i soloncelli della critica italiana hanno ignorato e invece è ricoperto di classe come fosse una fonduta tartufata sulle patate lesse (nomination per il duetto con l’indimenticabile J.J.Cale che quest’anno ci ha lasciato, “Angel”). Ha goduto anche con Robben Ford (nomination per “Slick Capers blues” e per “Mostly likely…” come miglior cover) e tanto tanto con Eric Burdon, che merita sicuramente un premio. Pollice verso per Sting e la sua operetta noiosa, con una menzione per “The night the pugilist learn how to dance” che merita una nomination.
Buono anche il secondo Robert Randolph, ma era meglio il primo. Tra i songwriter, in mancanza del solito diamante biennale di Van Morrison, da segnalare “Dream River” di Bill Callahan. Per la black music, nomination brano a “It’s code” di Janelle Monae, che dimostra di poter essere la  nuova Chakha Khan, ma di non volerlo essere.
Nella categoria “piaceri passeggeri” infiliamo l’ennesima collaborazione di Ben Harper col vecchio armonicista Charlie Musselwhite, la coppia di countrymen Dayley & Vincent prodotti da Randolph, un simpatico Ron Sexsmith, una Madeleine Peyroux da salotto (con qualche cover azzeccata), Edie Brickell con il chitarrista non comico Steve Martin (pallosità in agguato), lo swing paraculo di Robbie Williams, la voce sinuosa di Laura Mvula (due canzoni e poi l’oblio) e la piacevole confezione di cover della volpe Boz Scaggs (uno dei pochi che si possa produrre in una rilettura degli Steely Dan).
Nei dischi da rigetto, categoria delusioni surrenali: Michael Franti (è morto nel 2009) e Black Joe Lewis, che sembrava il nuovo James Brown e rischia di diventare un vecchio casinista.
In Italia, difficile rubare il trono a Elio e Le Storie Tese, ci prova Bobo Rondelli, che però è meglio dal vivo, e Battiato con Anthony, che però sarebbero stati meglio in studio. Infine, non pensiate che non abbia trovato il tempo di ascoltare dischi d’esordio e roba nuova: mi sono sciroppato roba tipo Arbouretum, The Knife, Lorde, Anna Calvi…tutti nel fegato senza passare dal cuore, mi spiace.
E veniamo al Re incontrastato di quest’anno, colui che ha pompato sangue, che ha suscitato emozioni, energia, saliva e chiamato birra, vino rosso e gioia. Si chiama Warren Haynes, suona la chitarra e canta e ha confezionato il miglior album del cuore e il miglior live del cuore. Con i Gov’t Mule ha fatto uscire “Shout”, compendio del rock in cui nel disc 1 se la canta e se la suona, e nel disc 2 lascia il microfono a gente come Dave Matthews, Stevie Winwood, Elvis Costello, Ben Harper, Toots dei Maytals e altri pezzi da 91. Con la “Warren Haynes Band” rilegge un po’ di southern rock e blues con la classe dei grandi (cover di “Pretzel Logic” degli Steely…). Tutto in un solo anno, vi pare poco?

MIGLIOR DISCO DEL 2013: SHOUT – GOV’T MULE
MIGLIOR CANZONE DEL 2013: BRING ON THE MUSIC – GOV’T MULE
MIGLIOR DISCO LIVE: WARREN HAYNES BAND – LIVE AT MOODY’S
MIGLIOR COVER: MEDICINE MAN – ERIC BURDON
MIGLIOR DISCO ITALIANO: ALBUM BIANGO – ELIO E LE STORIE TESE


mercoledì 11 dicembre 2013

MI FACCIO LUCE CON LA PARAFFINA!

IL NUOVO LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO STA PER ARRIVARE!!!
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...

PAPAIE E CACHI

Questa raccolta è frutto di uno studio.
Lo studio è frutto di una ricerca e la ricerca è frutto di un frutto.
Il frutto in questione potrebbe essere una papaia.
Compiendo un volo metaforico, infatti, possiamo comparare la poesia sulla costa keniota a questo frutto tropicale apparentemente insapore, ma ricco di storia e di proprietà benefiche.
Frutto poco invadente e invasivo che pulisce dentro come mondasse dallo sporco del nostro tempo, sana e provvidenziale lavanda interna di cui però è meglio non abusare.
I versi che ho raccolto, come fossero maturati per conto loro e poi caduti dal fronzuto albero dell’inconsapevole conoscenza, compongono liriche semplici e genuine che scaturiscono da situazioni di vita quotidiana e raccontano di comunità, incontri, abitudini,  rapporti con la natura (qualcuno anche contronatura) e con gli animali.
Portano in sé la dolcezza  del ripetersi infinito e lento di giornate vissute alla stregua di regali del Destino, mai eccessivamente graditi ma comunque degni di ringraziamento.
Proprio come quando si porta a qualcuno della frutta in dono: nella migliore delle ipotesi ci si aspettano fragole, ciliegie, percoche, frutti di bosco. All’equatore si gradisce il mango, il frutto della passione, magari anche un bell’ananas.
Se poi arriva una papaia… per carità, rifiutarla mai, specie se si ha fame, ma certo un filo di delusione traspare.
Per un keniota, in ogni caso, la sensazione di sbandamento dura un attimo, poi si cerca un coltello per aprirla, del lime da spremergli sopra, e si fa festa.
Questa può essere la forza della poesia a Malindi e dintorni: inattesa, carica di pathos e speranze, apparentemente anodina, scialba ma alla fine gradita.
Ovviamente qui non si parla della poesia tradizionale Mijikenda, che ha nei canti tribali e nei racconti circolari le sue origini e che s’ammanta di animismo e di magia quando viene mescolata a leggende epiche e storie dei secoli scorsi; quando il popolo Mijikenda si mosse dalle colline di Shingwaya, dove oggi si snoda il tribolato confine con la Somalia, per cercare la terra promessa nel profondo entroterra tra Mombasa e Malindi.
Di quei poemi “alti” il portavoce è il grande Kazungu Wa Hawerisa, autore di cui verrà presto pubblicato un volume (serio) a parte.
Qui di seguito, invece, diamo voce alla poesia attuale, nascosta, sconosciuta, inesistente, affiancando al percorso quotidiano della popolazione locale, la visione di chi sulla costa è venuto a vivere, mescolandosi con i kenioti. 
Nella vita di tutti i giorni, alla semplicità della gente locale, si contrappongono abitudini, storture, comportamenti tipici e strani dei nostri connazionali.
L’Italia patria di Leopardi, Foscolo, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Quasimodo, approccia una civiltà assolutamente digiuna poeticamente, pronta per questo a divorare con curiosità e infantile entusiasmo anche frutti a loro ignoti.
Ecco che la papaia potrebbe incontrare fragole succose, deliziose ciliegie, morbide albicocche, pesche profumate…ma a Malindi gli tocca imbattersi in un caco.
Sulla costa keniota la poesia non può essere invettiva, non è strumento di lotta o rivendicazione, al massimo, quando non è paziente e contemplativa, può diventare, con la presenza dei “mzungu”, un veicolo ronzante, indisponente, dissonante.
Una “poesia tuk-tuk” che con pochi scellini ti porta da una parte all’altra di Malindi, dai chioschi di lamiera di Maweni alle lusinghe di cemento di Lamu Road.
Un tuk-tuk apolide, su cui salgono contemporaneamente beach boy rasta per signora, pensionati in punta, pescatori e peccatrici, venditori di avocado e finanziatori di avvocati,   piccoli imprenditori veneti e avvenenti studentesse di Nairobi.
Cosa ne può  scaturire?
Quale linguaggio porteranno in dote?
Questo è un po’ il senso dell’antologia che vi apprestate a sfogliare: contrapporre le vicende di noi italiani, declamate con ironia e sguardo disincantato dall’estensore di questa prefazione, ai “quadretti” di sconosciuti, effimeri e singolari cantori di quest’angolo d’Africa.

Papaie e cachi.