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venerdì 25 agosto 2017
NAKUMATT DI MALINDI: LA RIVOLTA DEI PRODOTTI
Le prime a lamentarsi furono le cipolline.
Non era una novità che fossero loro ad alzare quella vocina stridula e petulante.
Passare buona parte della propria esistenza nell’aceto, non aiuta per niente.
Già essere nata cipolla non è proprio il massimo: indigesta, odorosa e volgarotta.
Almeno venire al mondo a Tropea, rubizza e carnosa… invece no: nordica, nana, pallida, nuda e senza la sottile vendetta di poter far bruciare gli occhi a chi abusa di te.
Povere cipolline, vivere in venticinque in un monolocale sottovuoto, conoscere in anticipo la data della propria scadenza, essere scaraventate via nave dalle colline dell’astigiano direttamente nell’Africa equatoriale.
Come zitelle acide, le signorine Saclà di Malindi iniziarono a guardarsi intorno.
Un tempo il bancale in cui abitavano era florido e provvisto d’ogni forma di connazionali.
Sullo stesso pianerottolo vivevano le tumultuose giardiniere, gruppi di verdure ed ortaggi di etnie differenti asserragliati insieme come nelle prigioni francesi.
A fianco c’erano i pomodori secchi, rilassati meridionali che avevano trovato la pace nell’olio di semi di girasole e si godevano la pensione in quel paradiso esotico.
Anche se visto da lì, più che ai tropici sembrava di stare in Brianza.
Al piano superiore, nell’attico, i carciofini snob dall’altissimo prezzo e mai più di cinque o sei per vasetto.
Ogni giorno o quasi, arrivava un inquilino nuovo nel grande reparto: diffidenti olive nere dalla Liguria, spregiudicate acciughe siciliane, misteriosi capperi altoatesini.
Per non parlare della vagonata di stranieri: tonni e sgombri portoghesi, melanzane elleniche, cetriolini iberici, mais francese e pisellini israeliani (non circoncisi).
Era tutto un andirivieni in quel residence malindino, un offrirsi scalpitando per essere in prima fila, come ballerine di varietà, sognando di finire nella villa con piscina di un miliardario o nel resort con la SPA in riva all’Oceano Indiano.
Per poi magari trovarsi sul tavolo in fòrmica di una baracchetta a schiera di Majengo o in un micro cottage di Mambrui, davanti a una bambolona colorata che ti guarda come fossi un alieno.
Però era divertente, rilassante. Oltre che fresco per l’aria condizionata.
Si stava insieme e si incontrava un sacco di gente che parlava inglese, italiano e tanti dialetti strani.
Anche dagli altri reparti arrivavano buone notizie: in quello delle colazioni, ad esempio, i biscotti locali che erano in maggioranza, imparavano tante cose dai Mulini Bianchi sugli scaffali e piano piano miglioravano la loro qualità.
Le caramelle si godevano bagni di popolarità e si beavano del loro ruolo sociale, salutando sempre tutti e proclamando fiere: “oggi andiamo a fare volontariato dai bambini sulla strada per lo Tsavo”.
Se la passavano bene le farine nel quartiere tutto keniota, anche i caffè in quello estafricano e le bibite analcoliche nella casbah islamica.
Mentre vini e liquori, nel ghetto degli alcolizzati sudafricani, sudamericani con qualche italiano, francese e scozzese, si raccontavano barzellette a non finire e sparlavano di tutti.
“Hai visto, hanno arrestato il proprietario di quel bar là fuori” diceva Johnnie Walker a un amico.
“Gran lavoratore, mi spiace” faceva eco il Campari.
“Non è una grossa perdita…gli piaceva solo la Red Bull” sentenziava la Tusker Malt.
Nella grande metropoli del Nakumatt di Malindi, nonostante l’inevitabile condizione di precari, di reclusi e di schiavi del commercio, fino qualche mese fa, si stava alla grande.
Alla fine niente di così diverso da come si sono organizzati gli esseri umani ai nostri tempi.
Ultimamente però, era calato un velo di tristezza sul centro commerciale.
Il traffico tra i viali e le corsie dei vari reparti era considerevolmente diminuito.
Alcune zone industriali, come quella del panificio, erano state demolite ed erano sorte grandi piazze che ricordavano il senso di vuoto di Ground Zero.
Anche i visitatori, turisti o residenti, lo confermavano tra di loro.
“Salumi?”
“Zero”
“Spaghetti?”
“Zero”
“Marmellate?”
“Zero!”
Dal clima fresco e piacevole di un tempo, si era passati ad un’afa soffocante che scioglieva i gelati, sbriciolava i crackers, spappolava i borlotti.
Piano piano i reparti si svuotavano e un’ombra di cattivi presagi avvolgeva in maniera inquietante la metropoli Nakumatt.
Da tempo non si vedeva arrivare nessun nuovo ospite nel condominio, e i pochi prodotti rimasti sembravano avanzare come attratti da una calamita invisibile, al passaggio degli sparuti possibili acquirenti.
“Prendi me, scegli me…portami via di qui ti prego!”
Si iniziava a raccontare di succhi di frutta amareggiati, yogurt passati a miglior vita, prodotti biologici dispersi in angoli bui e riempiti di botte da agenti segreti della Nestlé.
“Tutto avremmo pensato, ma non di scadere tra queste quattro mura, e per giunta da sole” frignavano le cipolline, guardandosi intorno.
“Revolution o muerte!” urlarono gli animosi peperoncini Jalapeno.
“E vabbé, che ci vogliamo fare, inutile agitarsi” replicarono le smidollate olive verdi denocciolate.
“Le cipolline, stranamente, hanno ragione” disse la salsa all’aglio.
“Svegliatevi! Bisogna fare qualcosa!” Sentenziò il caffè solubile.
“Usiamo il cervello, ma con eleganza” consigliò lo zucchero bianco raffinato.
“Sì però prima sballiamoci un po’, dai!” propose quello di canna, al suo fianco.
"Se non ci si unisce, non si combinerà mai niente di buono" berciarono all'unisono uova, farina e burro.
Attesero che, come ogni giorno, calassero le luci della sera.
Ascoltarono per l’ennesima volta i discorsi di Katana, Dorothy e Josephat mentre facevano finta di pulire per bene.
“Anche questo mese chissà se prenderemo lo stipendio”
“Mi sa che a settembre chiuderanno e resteremo senza lavoro”
“Per fortuna che io ho quel vecchietto mzungu che mi aiuta…”
Alle dieci e mezza convocarono una riunione.
Con il detersivo per pavimenti come messaggero, si era sparsa la voce in tutta la metropoli e per la prima volta parteciparono tutti.
C’erano le effervescenti bibite islamiche, i refrattari cibi vegani buddisti, i pudding protestanti.
Si erano mossi con tutte le attenzioni del caso anche bicchieri e stoviglie.
Non erano rimasti in molti, e forse proprio per questo, si sentivano tutti fratelli.
La voce di tutti arrivò anche al piano superiore, dove i tre grossi freezer a pozzetto rimasti caricarono cinque stereo chiassosi, tre televisori fissati con il football, qualche microonde surriscaldato e un frullatore incazzato e si lanciarono per la rampa.
Non era ancora arrivata la mezzanotte, che già avevano deliberato all’unanimità ed iniziavano ad organizzarsi.
Le poche verdure rimaste si divisero in due squadre: le “buone crude” e le “meglio cotte”.
Le prime si mescolarono e si misero in ghingheri, chiamando le insalatiere per farsi portare al bancone ormai vuoto della gastronomia.
Le altre iniziarono a guardarsi intorno, cercando i partner migliori per collaborare.
L’acqua minerale si riversò nelle pentole non troppo grandi che si infilarono nei microonde.
Quando l’acqua arrivò a bollitura, il riso carnaroli ci si tuffò dentro come in una piscina di cure termali e si lasciò cuocere.
All’uscita da quella sauna, i ventilatori prontamente asciugarono i chicchi e i limoni si spruzzarono sopra per mantenerli sodi.
Poi arrivarono l’olio extravergine non più illibato, i cetriolini barzotti, i wurstel ancora più mosci, il cheddar cheese più giallo che mai, il prosciutto stracotto e il tonno al naturale snaturato.
Tutti insieme appassionatamente in insalata e a dormire nel frigorifero, per essere pronti e pimpanti per il mattino dopo.
Con la stessa tecnica, la carne tritata si era messa d’accordo con la pasta per lasagne Barilla, mentre farina latte e burro se la spassavano in un’orgia di besciamella, prima di finire in una teglia.
Anche l’ultima mozzarella da pizza aveva convinto i pelati e le melanzane rimaste ad unirsi per una parmigiana indimenticabile, così come le altre farine con le uova e l’aiuto di verdure e latticini avevano creato ravioli di magro, tortellini, panzerotti, maltagliati ed ogni ben di dio di pasta fresca.
Un vecchio forno elettrico in pensione, in cambio di un paio di sigari buoni recuperati chissaddove, si rimise a funzionare e prese a sfornare pane e dolci, con l’aiuto degli eccitanti lieviti.
Come sempre quelli istantanei vennero presi in giro, ma alla fine un giretto non glielo negava nessuno.
I pochi prodotti surgelati si erano già riscaldati in serata, e verso la mezzanotte anche l’olio di semi sfrigolava nelle due friggitrici invendute.
Samosa d’ogni tipo, bastoncini di pesce, cotolette di pollo ed altre stuzzicherie uscivano rigenerate da quegli olii benefici e venivano asciugate con cura dai panni assorbenti e dai tovaglioli di carta, mentre i prodotti per la casa facevano a gara a ripulire tutto.
Gli altri frigoriferi svuotati, intanto, si riversavano tutti in un angolo al piano superiore, dove sarebbero poi tornati tutti gli elettrodomestici, a parte gli stereo e le televisioni.
Nello spazio generato dalla mancanza di frigoriferi e dall’unione degli scaffali rimasti vuoti, furono invitati i tavolini pieghevoli di plastica e le sedie. Le tovaglie e le posate si aiutarono tra loro ad apparecchiare e anche per bicchieri e bottiglie fu festa grande.
Era quasi l’alba quando i vetusti vini cileni chiesero ai cavatappi di liberarli e la frutta avviata verso la maturazione si fece delicatamente sbucciare dai coltelli. Coinvolsero la vodka, il martini e un sacchetto di chiodi di garofano che languiva solitario in uno scaffale in mezzo a spezie indiane sconosciute e più volte aveva pensato al suicidio annegando nella chili sauce.
La più buona ed inebriante sangria di Malindi era pronta!
Alle cinque del mattino arrivarono le brioche dal vecchio pensionato, i microonde e le acque prepararono tè e caffè e li misero nei thermos, biscotti e dolciumi fibrillavano.
Per la colazione non mancava proprio nulla, ma anche per il pranzo c’erano opzioni a non finire.
Il reparto cartoleria, tra penne pennarelli, cartoncini colorati e fogli, aveva già redatto i menù e i cartelli delle offerte speciali. Le lampadine colorate e quelle calde si erano posizionate nei luoghi più adatti a creare atmosfera.
Nel frattempo tutti gli altri inquilini non alimentari (vestiti, giocattoli, utensili, detersivi, prodotti di bellezza) si erano posizionati nelle zone a ridosso della sala banchetti, componendo un arredamento insolito ma a suo modo accattivante.
Le saponette, ad esempio, si erano prese una parete e con l’aiuto dei nastri adesivi avevano composto un enorme quadro a mosaico che raffigurava il golfo di Malindi con il mare e un veliero sullo sfondo.
Dalla sinergia di creme, saponi liquidi ed ogni altro tipo di flacone e tubetto, era scaturito un postmoderno Vasco Da Gama pillar di due metri e mezzo.
Con le prime luci dell’alba, entrarono in gioco i cellulari e gli smartphone del reparto telefonia.
Iniziarono ad inviare sms e video su watsapp del grande evento che si sarebbe tenuto in mattinata.
“Al nuovo bar ristorante Nakumatt autogestito dai prodotti, colazione a Kshs. 100 e pranzo a buffet a kshs. 500 bevande comprese!”.
Nel video apparivano, come prodotti da una società d’animazione di Hollywood, tutti gli alimenti che ballavano all’interno del centro commerciale, al suono della musica degli stereo e con coreografie degne di Broadway. Quella musica, con le televisioni che trasmettevano le danze gioiose di peperoni e biscotti, le evoluzioni gagliarde di noccioline e sedani, l’acqua gym dei succhi di frutta e le movenze sensuali di papaye e indumenti intimi, sarebbe stata la colonna sonora del locale.
Fu così che già un’ora prima dell’apertura dei negozi, nel parcheggio e sulla Lamu Road si era formata una coda di avventori e curiosi che andava aumentando di minuto in minuto.
Il direttore della sede malindina sulle prime fu tentato di ritardare l’apertura e chiedere ai dipendenti di rimettere tutto a posto.
Poi anche il suo samsung emise un suono e gli apparve quel video incredibile e lesse il messaggio.
“Cosa facciamo?” chiese a cassiere e inservienti.
“Apriamo! Non hai visto quanta gente là fuori?”
“Devo avvertire Nairobi, però…”
La batteria del suo telefonino si scaricò all’istante.
“Direttore, pensiamo a servire le colazioni e a prepararci per il pranzo…che almeno i nostri stipendi a fine mese saranno assicurati!”.
Il successo dell’operazione era scontato. I tavoli erano tutti pieni e la gente attendeva di potersi sedere e intanto chiacchierava e si meravigliava divertendosi.
Erano già le dieci e dall’altra parte della cittadina, un grosso signore bianco si svegliò e pensò che quel che aveva appena sognato aveva un senso, una morale.
Non solo quella banale e ormai dimenticata che mettendosi tutti insieme si può superare qualsiasi avversità, ma anche quella che oggi è più facile che l’essere umano impari qualcosa da una cipollina sott’aceto, piuttosto che da un proprio simile.
mercoledì 11 dicembre 2013
MI FACCIO LUCE CON LA PARAFFINA!
IL NUOVO LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO STA PER ARRIVARE!!!
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...
PAPAIE
E CACHI
Questa raccolta è frutto di uno studio.
Lo studio è frutto di una ricerca e la
ricerca è frutto di un frutto.
Il frutto in questione potrebbe essere una
papaia.
Compiendo un volo metaforico, infatti, possiamo
comparare la poesia sulla costa keniota a questo frutto tropicale apparentemente
insapore, ma ricco di storia e di proprietà benefiche.
Frutto poco invadente e invasivo che
pulisce dentro come mondasse dallo sporco del nostro tempo, sana e
provvidenziale lavanda interna di cui però è meglio non abusare.
I versi che ho raccolto, come fossero
maturati per conto loro e poi caduti dal fronzuto albero dell’inconsapevole
conoscenza, compongono liriche semplici e genuine che scaturiscono da
situazioni di vita quotidiana e raccontano di comunità, incontri,
abitudini, rapporti con la natura (qualcuno
anche contronatura) e con gli animali.
Portano in sé la dolcezza del ripetersi infinito e lento di giornate
vissute alla stregua di regali del Destino, mai eccessivamente graditi ma comunque
degni di ringraziamento.
Proprio come quando si porta a qualcuno
della frutta in dono: nella migliore delle ipotesi ci si aspettano fragole,
ciliegie, percoche, frutti di bosco. All’equatore si gradisce il mango, il
frutto della passione, magari anche un bell’ananas.
Se poi arriva una papaia… per carità,
rifiutarla mai, specie se si ha fame, ma certo un filo di delusione traspare.
Per un keniota, in ogni caso, la
sensazione di sbandamento dura un attimo, poi si cerca un coltello per aprirla,
del lime da spremergli sopra, e si fa festa.
Questa può essere la forza della poesia a
Malindi e dintorni: inattesa, carica di pathos e speranze, apparentemente
anodina, scialba ma alla fine gradita.
Ovviamente qui non si parla della poesia
tradizionale Mijikenda, che ha nei canti tribali e nei racconti circolari le
sue origini e che s’ammanta di animismo e di magia quando viene mescolata a
leggende epiche e storie dei secoli scorsi; quando il popolo Mijikenda si mosse
dalle colline di Shingwaya, dove oggi si snoda il tribolato confine con la
Somalia, per cercare la terra promessa nel profondo entroterra tra Mombasa e
Malindi.
Di quei poemi “alti” il portavoce è il
grande Kazungu Wa Hawerisa, autore di cui verrà presto pubblicato un volume
(serio) a parte.
Qui di seguito, invece, diamo voce alla
poesia attuale, nascosta, sconosciuta, inesistente, affiancando al percorso
quotidiano della popolazione locale, la visione di chi sulla costa è venuto a
vivere, mescolandosi con i kenioti.
Nella vita di tutti i giorni, alla
semplicità della gente locale, si contrappongono abitudini, storture,
comportamenti tipici e strani dei nostri connazionali.
L’Italia patria di Leopardi, Foscolo, D’Annunzio,
Montale, Ungaretti, Quasimodo, approccia una civiltà assolutamente digiuna
poeticamente, pronta per questo a divorare con curiosità e infantile entusiasmo
anche frutti a loro ignoti.
Ecco che la papaia potrebbe incontrare
fragole succose, deliziose ciliegie, morbide albicocche, pesche profumate…ma a
Malindi gli tocca imbattersi in un caco.
Sulla costa keniota la poesia non può
essere invettiva, non è strumento di lotta o rivendicazione, al massimo, quando
non è paziente e contemplativa, può diventare, con la presenza dei “mzungu”, un
veicolo ronzante, indisponente, dissonante.
Una “poesia tuk-tuk” che con pochi
scellini ti porta da una parte all’altra di Malindi, dai chioschi di lamiera di
Maweni alle lusinghe di cemento di Lamu Road.
Un tuk-tuk apolide, su cui salgono
contemporaneamente beach boy rasta per signora, pensionati in punta, pescatori
e peccatrici, venditori di avocado e finanziatori di avvocati, piccoli
imprenditori veneti e avvenenti studentesse di Nairobi.
Cosa ne può scaturire?
Quale linguaggio porteranno in dote?
Questo è un po’ il senso dell’antologia
che vi apprestate a sfogliare: contrapporre le vicende di noi italiani, declamate
con ironia e sguardo disincantato dall’estensore di questa prefazione, ai
“quadretti” di sconosciuti, effimeri e singolari cantori di quest’angolo
d’Africa.
Papaie e cachi.
venerdì 29 novembre 2013
STORIE DEL JAHAZI: LA FUGA DELL'ARBITRO
Sarà perché i calci dati a piedi nudi, senza parastinchi e calzettoni ti rimangono come segni di vera battaglia, sarà perché un derby, per quanto non sia quello di Manchester o Boca-River, è sempre un derby e qui coinvolge dirimpettai dello stesso scassatissimo quartiere. E poi qui il derby si gioca almeno venti volte all’anno, è un campionato a due: Young Stars e Majengo United. C’è chi tiene lo “storico” dal 1963, c’è chi preferisce cominciare ogni volta da capo, com’è tradizione della vita africana.
Ieri pomeriggio è andata in scena l’ennesima rappresentazione sacra del nostro tempo, come diceva Pasolini. Il campo di sabbia teatro della partita ha il cielo come gradinate e il mare dietro al posto delle tribune. Non è lo squallore del Tirreno in fondo alla Circonvallazione Ostiense, dove l’ultimo grande intellettuale dei nostri tempi fu tradito come Cristo, ma un infinito Oceano pieno di vita e di storie minori che Pasolini intuì quando esplorò questa fetta d’Africa e che avrebbe raccontato meglio di me.
Più di quattrocento anime di Shela assiepano lo stadio di sabbia, cielo e oceano. Sventolano bandiere di stracci, suonano rudimentali trombe di latta, percuotono bidoni e agitano maracas costruite con bombolette spray riempite con gusci di vongole. A pochi minuti dalla fine il misfatto: l’arbitro Samir fischia un rigore che per quelli delle Young Stars appare inesistente. Lo stupore dei giocatori avversari fa il resto. Portiere e difensori vittime della decisione si scagliano contro Samir, entrano in scena i tifosi. Il campo diventa un polverone, volano piedi, mani e teste che pare una Guernica senza sangue e con i suoni delle risse popolari.
Grida, invocazioni, mischie da rugby e poi la fuga. Samir non è mai stato così veloce, la sua giacchetta nera dribbla le apecar in strada e cerca rifugio. La guardia fuori dal Jahazi Bar & Restaurant, il mio locale di fronte al campo di gioco, cerca a sua volta di placcarlo, ma Samir lotta per la sua incolumità e sguscia dentro. Mi guarda con gli occhi dell’antilope inseguita da una federazione di felini affamati.
“Proteggetemi”.
L’allenatore delle Young Stars mi conosce bene. Sharifu è anche il vicecapo dei vigili del fuoco. Mi ha venduto lui l’estintore per il ristorante. Dietro di lui si assiepano fuori dal locale trecento tifosi inferociti.
La federazione felina.
Dall’altro lato della barricata, due turisti napoletani bevono birra e sgranano gli occhi. Non hanno ancora capito cosa stia accadendo. Il marito cerca di far funzionare l’Ipad come fotocamera, ma gli prende una naturale ansia da prestazione. Non si accorge nemmeno che la moglie è fuggita all’interno del bar e si è riparata nella toilette temendo il peggio, neanche fosse la guardalinee.
Basta invece un po’ di diplomazia occidentale, accomodante e paracula, ma anche un po’ spietata. Quella che ha fatto la fortuna di gente come Henry Kissinger e Condoleeza Rice. Si inizia con parole di conforto, sguardi rassicuranti, e poi si consegna la vittima ai carnefici, con l’assicurazione che non gli verrà fatto nulla di male né ora né qui davanti.
Buona fortuna Samir!
(per la cronaca, la partita è ripresa qualche decina di minuti più tardi, il rigore è stato annullato e il derby è terminato senza vinti né vincitori).
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lunedì 1 luglio 2013
SAFARI BAR - SERATA PER IL KENYA A MILANO, CHE SUCCESSO!!!
"Cronaca di un successo annunciato.
Da giorni se ne parlava qui e su Facebook, molte le prenotazioni e l'interesse suscitato anche dalla diretta streaming.
La serata evento di Malindikenya.net con lo spettacolo "Safari Bar" di Freddie del Curatolo e Marco "Sbringo" Bigi è stata straordinaria.
Vuoi per il cast composto da ottimi musicisti accomunati dallo stesso spirito, vuoi per gli amici cabarettisti Alessandra Sarno, Giorgio Centamore e Giorgio Ganzerli che si sono prestati a gag che hanno inframmezzato il concerto,
vuoi per la stessa musica, espressa da una superband composta da Savino Cesario e Franco Cufone alle chitarre, Furio Bigi al basso, Fabio Amodio alla batteria, Roberto Coppolecchia al sax.
Tutti insieme a supportare la presentazione del libro "Safari Bar" da ormai qualche mese in libreria in Italia, con un buon riscontro di vendite all'attivo. Anche ieri sera, copie andate esaurite.
Al Centro Culturale Francescano Rosetum di Milano non c'era solamente lo spettacolo di Freddie ad allietare la serata, ma anche la cena preparata dall'Associazione Kenioti in Italia e la presenza dell'Associazione Imprenditori Kilifi County (IAKC) che ha presentato il logo "Amani Riviera" alla presenza, tra gli altri, del Console Italiano a Malindi, Marco Vancini.
Suggestive anche le immagini fotografiche del Kenya proiettate di fianco al palco dai reporter Filippo Romano, Carlo Ramerino e della nostra Leni Frau.
Il resto è stato buonissima musica, con i brevi interventi e monologhi di Freddie tratti dai suoi libri "malindini".
Un ringraziamento alle trecento persone convenute, che hanno permesso al Rosetum di donare 1200 euro per le borse di studio di Malindikenya.net che manderanno alle scuole superiori almeno tre ragazzini.
Asante sana yote!
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mercoledì 3 aprile 2013
ENZO JANNACCI E RINO GAETANO (da "Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano" di Freddie del Curatolo, Edizioni Selene)
"...In realtà Rino Gaetano ha un maestro dichiarato che è difficile considerare un cantautore puro, Enzo Jannacci.
Il medico meneghino di origine pugliese è quanto di più simile a ciò che Gaetano vorrebbe essere: l’espressività e le gestualità teatrali con cui si muove sul palco, i testi taglienti e crudi, minimalisti e cinematografici che passano dal drammatico al surreale, dal comico all’impegnato, i monologhi e le battute che condiscono i suoi pezzi, sono il suo obbiettivo. Partire dal concetto di “Petrolini rock”, da lui enunciato nella conferenza stampa di presentazione al Festival di Sanremo, per arrivare, un giorno, a comporre testi come il seguente, che in tempi recenti ha ispirato due musicisti romani che sono fan dichiarati di Rino Gaetano, Daniele Silvestri (“Il mio nemico” e Frankie Hi-Nrg (“Quelli che benpensano”).
Il nemico non è , no non è oltre la tua frontiera, il nemico non è, no non è oltre la tua trincea, il nemico è qui tra noi, mangia come noi, parla come noi, dorme come noi, pensa come noi ma è diverso da noi. Il nemico è chi sfrutta il lavoro e la vita del suo fratello, il nemico è chi ruba il pane, il pane e la fatica del suo compagno, il nemico è colui che vuole il monumento per le vittime da lui volute e ruba il pane per fare altri cannoni e non fa le scuole e non fa gli ospedali per pagare i generali, quei generali, quei generali per un'altra guerra... (Il monumento, 1966).
L’attività artistica di Enzo Jannacci, secondo Rino Gaetano, è il giusto dosaggio di cantautorato, cabaret, canzone colta e canzone popolare, denuncia e ironia spesso amara.
“Di Enzo Jannacci posso dire che è un gran poeta – si legge in un’intervista rilasciata nel 1976 a Ciao 2001 – non so se mi abbia influenzato direttamente, personalmente mi sento molto vicino al suo feeling. Però c’è una differenza notevole di esperienze, di città, di età. Lui è uno che sa divertire e divertirsi… prendere le cose per il verso giusto e dire delle cose importantissime. Prendi “Giovanni il telegrafista”, dove risulta patetico con molta eleganza. Mi sento abbastanza vicino alle sue vedute”.
Se fosse stato più giovane di qualche anno avrebbe scritto tormentoni come “Vengo anch’io, no tu no” o “Ho visto un Re”, ma v’è da dire che al suo fianco non c’è mai stato un Dario Fo o un Giorgio Gaber. A quest’ultimo invidia l’idea del teatro canzone, rimasta inespressa nelle prove registrate su nastro, nei fogli scarabocchiati in cui insieme con l’amico Bruno Franceschelli scriveva monologhi per introdurre le sue prime ballate. Come Gaber, Gaetano avrebbe voluto utilizzare dialoghi, battute e recitativi tra un brano e l’altro per stupire, provocare e spiegare il mondo delle sue liriche. Gaetano però non vuole fare prosa militante né sociologia, piuttosto una sorta di cabaret off, come quello dei Gufi, uno Ionesco in musical. Per questo ammira Jannacci, avrebbe voluto essere lo Jannacci romano, e Franceschelli è stato agli esordi per lui ciò che Luporini era per Gaber, un “consigliori”, un correttore di bozze, un amico colto con cui confrontarsi e scrivere.
Jannacci frequenta Dario Fo, il giornalista Sandro Ciotti, Cochi e Renato, negli anni Settanta quella magnifica penna che era Beppe Viola, con cui compone canzoni e scrive racconti, poi Gino e Michele. Gaetano da questo punto di vista si sente un po’ solo, solo con la dannata periferia cantata in “Cerco”, che insieme con “Io scriverò” appare come uno dei brani più autobiografici, solo con gli amici al bar che gli offrono spunti di vita vera ma non lo portano facilmente al paradosso, allo sviluppo di modalità inedite nell’affrontare i concetti che ha in mente. Così Rino si ritira nella sua stanza di via Monte Cimone e legge, legge molto..."
giovedì 24 gennaio 2013
FINALMENTE IN LIBRERIA "SAFARI BAR" di FREDDIE DEL CURATOLO
Frank Sinatra che canta ubriaco in riva all’Oceano Indiano per Ava Gardner.
L’inseguimento ad una bresaola valtellinese fuggita insieme a una “lucciola” nel quartiere islamico.
Maggiordomi che combinano guai, eseguendo alla lettera le istruzioni di stranieri che si credono poliglotti e amatori mandinghi che conoscono l’arte primordiale della seduzione e ignorano le più elementari regole della contraccezione.
Ecco alcuni dei racconti che l’anziano Kazungu, dopo quarant’anni di lavoro per i bianchi di Malindi, narra ai nipoti, all’ora del tramonto, nel suo villaggio alle porte della savana.
Nonno Kazungu conosce pregi e difetti di un paradiso terrestre che con il tempo si è riempito di mzungu di ogni specie.
Chi, meglio di lui può snocciolare fatti, misfatti, avventure e risvolti grotteschi della più strampalata, variopinta e singolare “colonia” di italiani all’estero?
Freddie del Curatolo descrive con la verve di uno Stefano Benni in salsa africana il rapporto tra una civiltà stanca e logora e una tribù povera e dignitosa, i giriama, in uno dei luoghi turistici del mondo più frequentati dai nostri connazionali. Il Kenya è sogno di libertà per alcuni, ma anche terreno di conquista per billionaire-dipendenti. Forse là è ancora possibile decidere da che parte stare.
FREDDIE DEL CURATOLO
SAFARI BAR
Guido Veneziani Editore
216 pagg.
€ 13,90
SCHEDA LIBRO
Malindi, perla turistica del Kenya che si affaccia sull’oceano indiano. Dalle prime navi cinesi nell’anno mille, attraverso arabi, indiani e portoghesi, si è arrivati al Novecento degli inglesi.
I mzungu, come vengono chiamati i bianchi dalla popolazione locale, oggi sono in gran parte italiani che approdano per vacanze “all inclusive” o per svernare in ville da sogno. Ma ci sono anche avventurieri fulminati dal “mal d’Africa”, ex professionisti che hanno cambiato vita e prospettive, pensionati in cerca di una seconda giovinezza sessuale e splendide persone che hanno scelto una solidarietà partecipe, diretta. Quarant’anni di uno strampalato, improbabile colonialismo sono raccontati ai nipoti da un anziano maggiordomo che torna alla sua capanna di fango sulla strada per il parco nazionale dello Tsavo. Vicende grottesche e tragicomiche che coinvolgono tycoon alla Briatore, artisti come Frank Sinatra e Zucchero, bresaole valtellinesi disperse in quartieri malfamati, giovani “rampolle” in cerca di stalloni africani, “desperate houseboys” alle prese con la tecnologia e tanti altri personaggi ispirati alla realtà in cui l’autore vive da molti anni.
FREDDIE DEL CURATOLO
Alfredo “Freddie” del Curatolo è nato a Milano nel 1968.
Giornalista professionista, collabora con quotidiani e riviste nazionali.
Come critico musicale ha pubblicato diversi saggi biografici, tra cui vale la pena menzionare “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano” (Selene Edizioni) e “Il provocautore” (Bevivino Editore).
Per le edizioni Liberodiscrivere è uscito il vademecum “Malindi Italia, guida semiseria all’ultima colonia italiana in Africa” che è diventato anche uno spettacolo di teatro canzone, interpretato da lui stesso e portato in giro per l’Italia con il musicista Franco Cufone.
Come cantautore, nel 2004 ha pubblicato l’album “Nel regno degli animali” (Alambicco/Venus).
Dal 2005 vive a Malindi, in Kenya, dove dirige il portale d’informazione Malindikenya.net, si occupa attivamente di progetti sociali e ogni tanto apre un ristorantino in riva al mare.
sabato 16 luglio 2011
IL CAMMINO DEGLI ULTIMI MIJIKENDA

Sto camminando in mezzo a centoventicinque eroi.
Anacronistici, meravigliosi eroi che tentano, da soli, di salvare la loro cultura e le loro tradizioni. Non si chiamano aborigeni o pellerossa. Anche per questo non hanno alle spalle nemmeno una fondazione, un’associazione, una cavolo di onlus che li sostenga, li accudisca, li preservi.
Non sono ocelot del Paraguay o marmotte siberiane, nessuno, tranne loro stessi, griderebbe alla scomparsa, lieve e morbida come una qualsiasi commistione umana, o “meltin’ pot” come dicono nei paesi in cui delle tradizioni frega poco quasi a tutti.
Camminano a passo spedito, gli ultimi dei Mijikenda, una delle più antiche etnie del Kenya.
Indossano la voce come i loro abiti tradizionali. E’ un canto nudo, vero, senza vergogna quello che si snoda in mezzo al traffico di Malindi, da dove siamo partiti. Sono gospel animisti che parlano di esodo e di speranza, di pace ed unità. Gli stessi che i loro antenati sbriciolavano tra le labbra quando, mille anni fa, abbandonarono le colline di Shangwaya, al confine con la Somalia, per trasferirsi nella regione costiera. Loro, nomadi per forza, cacciati da tutti, con il sogno di diventare un giorno stanziali. I primi furono i somali, con cui litigarono per via delle diverse abitudini sessuali prematrimoniali, poi arrivarono i Galla che ne scuoiarono a migliaia. Giunti sul mare arabi e cinesi li ricacciarono nell’interno, e chi restava veniva fatto schiavo e deportato. Gli inglesi confiscarono i loro terreni e li ridussero a mezzadri, prima ancora che a maggiordomi, giardinieri, cuochi e autisti per due scellini. Una vita dalla brace alla brace, tra esodo e schiavitù. Oggi i rappresentanti di questo popolo africano molto meno sponsorizzato e trendy dei maasai, sono nuovamente in movimento. Per non veder morire mille anni di storia, tramandata oralmente, impressa sulla pelle e scolpita nelle ossa. Il loro leader è l’uomo più piccolo e gracile del gruppo. Joseph Karisa Mwarandu, avvocato cinquantenne che alle tre del pomeriggio, ogni giorno, smette la giacca e la cravatta davanti alla corte di Malindi e indossa i paramenti dei suoi avi, avvolgendo il khanga, pareo tradizionale, ai fianchi e lo sciarpino bianco al collo, che scende sul petto nudo. La figlia è tornata da Nairobi, dove studia legge, per l’occasione. Emmanuel e Sylvia, i più giovani della truppa, vorrebbero imitarla ma non hanno i soldi per continuare a studiare. C’è John il segretario, che tiene l’archivio etnico, c’è Mwana il poeta di bianco vestito. Lo si riconosce per gli occhiali da vista e viene da pensare che tutti i bohemien del mondo sono uguali, un dandy può essere tale anche se nato in una capanna di fango e sterco e non in un castello della Loira. Baya invece è un cantautore impegnato, scrive testi sull’emarginazione di chi protegge le istituzioni e allo stesso tempo combatte le storture radicate nella sua civiltà, come l’omertà riguardo alle molestie sui minori, l’alcolismo e l’uso smodato di nuove droghe, la peste di quel tipo di capitalismo che è arrivato anche qui e che chiamare selvaggio è un’offesa alle verdi colline d’Africa dove lui e la sua gente sono nati. Qui i giovani si ammazzano tra loro per un telefonino, e non lotteranno mai per avere una scuola più attrezzata, un museo con dentro le loro radici, un pronto soccorso a pochi chilometri dal villaggio.
Intorno agli “intellettuali” di questo improbabile manipolo, ci sono gli anziani stregoni, che ancora guariscono la malaria con le foglie e curano l’infertilità con danze e rituali magici. C’è il vecchio Mboko, ricoperto di pelle di facocero e piume di fagiano, c’è Wanje con la barba più lunga dello sguardo, ma più corta del suo passo.
Camminiamo per Malindi. Qui la mescolanza, la multi etnicità è quotidiana. Si respira nei bazar, tra le bancarelle del mercato vecchio, perfino negli hotel della zona turistica. Islamici e cristiani convivono da sempre e non si sono mai accapigliati. Non ci sarebbe motivo, qui sanno tutti che Dio è troppo grande e lontano e se, come dice nonno Kazungu, la religione è una scala, è capace che mettendone assieme molte, anche diverse tra loro, lo si possa raggiungere. Una scala, da sola, non arriva neanche al primo piano di una nuvola. Ma nelle strade affollate di Malindi si sfiorano anche indiani e tedeschi, tanzaniani e somali, concittadini di Briatore e connazionali di Obama.
La gente, in sorridente disordine, si mette ai lati delle strade e sorride al corteo che canta. Guardano le donne, meravigliose brutture bardate di rosso e di viola, agitare i loro seni fasciati e i loro fondoschiena sporgenti. Poi si fissano sull’uomo bianco, lo additano e ridono.
Molti mi salutano, mi chiamano per nome. Altri chiedono informazioni. “Non è uno sciroccato. Forse, sì. A giorni alterni”.
I miasmi del mercato vecchio, in cui l’ananas macerato al sole si confonde con i piccoli pesci di barriera corallina essicati e la miscela delle apecar, inebriano l’incedere irregolare del corteo, che s’ingrossa di simpatizzanti, ubriachi, buoni a nulla, studenti e donne che stavano facendo la spesa con in tasca le monete sufficienti per un chilo di spinaci e quattro pomodori.
“Dove andate?”
“A Kaloleni, passando da Mombasa”
Centoquaranta chilometri. Per arrivare nel luogo simbolo della cultura Mijikenda. La Kaya (vuol dire Casa, ce ne sono solo tre con la C maiuscola in Kenya) dove la regina Mepoho, a metà del milleottocento, fece il suo vaticinio sull’arrivo dei colonialisti e secondo la leggenda scomparve, nascosta dal fumo di un baobab incenerito da un fulmine, nelle viscere della terra.
“Verrà un popolo con la pelle e i capelli chiari, userà per muoversi strani veicoli per cielo, per mare e per terra. Saranno gli uomini, non le donne, a governare quella società. Quel giorno per il nostro popolo sarà la fine”.
Oggi la Kaya è minacciata dagli speculatori. Un fazzoletto di savana in mezzo al nulla è al soldo di piccoli proprietari terrieri senza scrupoli né storia. Gli squatter lo occupano, i pastori lo reclamano, gli affaristi lo bruciano. E’ il simbolo di quel che sta accadendo alla loro cultura, alla tradizione orale che nessuno trascrive, che non si riesce neanche a mettere in gabbia, nella prigione dignitosa d’un museo.
Gli ultimi dei Mijikenda sono in viaggio per fare la loro storia. E la stanno facendo.
Usciamo da Malindi, prendiamo la strada dell’aeroporto. Volti contadini, visi duri d’ebano e provati da fatiche ancestrali osservano l’atterraggio di quello che ancora oggi nella lingua madre swahili si chiama “ndege”, uccello. Perché tutto in principio era natura, e tutto tornerà ad esserlo.
Marciano fieri, i miei amici. Abbiamo già fatto tante cose insieme e tante ne faremo. Sto raccogliendo le loro storie, le leggende tramandate di padre in padre più giovane e raramente in figlio o nipote. Non sono un maratoneta, non ho il fisico, e non mi prendo meriti che mai potranno essere miei. Salgo in macchina e li seguo fino quasi a Gede, dove all’ombra di un grande baobab improvvisano un comizio per la gente del luogo che non sapeva di questa manifestazione.
Intorno è solo cielo, boscaglia e una striscia d’asfalto. Giovani che si sporcano le mani con il carburatore di un elefante di lamiera in avaria e la bocca con la parola “cultura”.
“Calciar, calciar” pronunciano alla maniera dei rasta giamaicani. “Loro difendono la nostra calciar. Siamo tutti mijikenda”. Poi ti chiedono qualche spicciolo per un tè, per un pacchetto di sigarette.
“Non è meglio che li dia a loro per la calciar?”
“Dalli anche a loro, mzungu. Ma anche a me per le sigarette”.
Altre anime uscite dal verde oltre la carreggiata vorrebbero unirsi al corteo, ma dicono di avere da fare. Altri precedono per qualche chilometro con la loro motocicletta il serpente umano che si è rimesso in viaggio. In serata arriveranno a Tezo, dopo quaranta chilometri a passo di diaspora. “La prima giornata è sempre la più dura” mi dice Baya al telefono. “Domani erudiremo Kilifi, il capoluogo, e dopodomani saremo a Mombasa. Sfileremo nella grande città”.
Martedì, dopo cinque giorni di camminata di pace e unità, di speranza e gioia, raggiungeranno Kaloleni. E io sarò lì ad attenderli, e a raccontarne l’orgoglio.
martedì 8 marzo 2011
NONNO KAZUNGU E LA FESTA DELLA DONNA

Vedere un bianco a Kakoneni, alle otto del mattino, non è un fatto raro ma regala sempre un senso di inaspettato, di nuovo; l’effetto sorpresa delle cose immaginate che si materializzano in un istante imprevisto. Questo accade soprattutto ai bambini che gioiosamente si dispongono sul bordo della pista come per il passaggio dei ciclisti sul Tourmalet e sono un tutt’uno con la polvere arancione, l’ombra delle acacie e il sorriso del sole.
Nonno Kazungu invece sa che un mzungu a quell’ora, su una strada sterrata, cinquanta chilometri all’interno di Malindi sulla via per il Parco Nazionale dello Tsavo, se non c’è nelle vicinanze un pulmino da safari, può appartenere a due categorie:
1. Turista attardatosi a orinare e dimenticato dal conducente del pulmino da safari e non segnalato dai passeggeri (in questo caso dopo al massimo un’ora e mezza torneranno a recuperarlo) o
2. Turista che si è avventurato verso la savana con la propria auto e l’ha lasciata qualche chilometro indietro, con la moglie grassa e sudata a frenare i rivoli con la sua camicia e la coppia di amici giunti per la prima volta in Africa a sognare, sui sedili posteriori, il giardinetto della loro villetta a Pietra Ligure.
Se non fa parte di una delle due tipologie, allora può essere soltanto lo Svaporato, che ha approfittato di un passaggio da avventurieri in Land Cruiser o è appena sceso dal matatu rapido Malindi-Kakoneni.
“Jambo, mzee!”
“Buongiorno, nipote pallido”
Dal candore della camicia e del volto, si direbbe Land Cruise, che passerà a riprenderlo domani.
E’ il momento di un tè alla cannella, di una partita a dama africana e di una sportsman da fumare con lentezza da olimpiade dei rilassati.
“A cosa dobbiamo questa visita, amico?”
“Oggi è l’otto marzo, sono venuto perché è la festa della donna e vorrei che anche a Kakoneni venisse festeggiata questa ricorrenza”
“La festa…?”
“…della donna…mwanamke! Delle tue mogli, figlie, delle nipoti, delle malaya”
“Ci mancava anche questa…ragazzo mio, il Kenya è il Paese con più feste comandate del continente africano e, credo anche del mondo. Non avendo adottato una religione ufficiale, celebriamo tutte le ricorrenze cristiane, quelle di Roma e quelle celebrate nei paesi anglosassoni, come la Pentecoste, per non fare torto al Papa ma nemmeno ai protestanti britannici che per primi ci hanno parlato di fede. Poi rispettiamo le feste islamiche, ci mancherebbe altro…la nascita del profeta Mohamed, la rivelazione e i giorni di preghiera in cui in molti si dirigono alla Mecca. Ovviamente facciamo festa anche nel giorno di inizio e in quello della fine del Ramadan. Abbiamo poi le ricorrenze storiche della nostra Nazione: il giorno dell’indipendenza, “Uhuru day”, quello della costituzione, “Jamhuri day”, il compleanno di Jomo Kenyatta, il padre della patria e anche quello del suo successore, un po’ meno padre ma sempre un po’ monarca, Arap Moi. Chiaramente ci allineiamo al mondo anche per quanto riguarda il 1 maggio, pur non avendo una grande tradizione operaia…il primo dell’anno non si lavora e dall’anno scorso è stato dichiarato festa nazionale anche il giorno di San Silvestro. Ultimamente c’è chi sussurra che ci stiamo aprendo al buddismo e ai giorni solenni del calendario celtico…e come ignorare a Malindi le festività italiane? Se non ci fosse stato il 25 aprile i tuoi connazionali erano ancora in Somalia, altro che spiagge, safari e cocktail tropicali!”
La saggezza e l’ironia di Nonno Kazungu lasciavano sempre allibito lo Svaporato, d’altronde sapeva bene che solo per uno come lui avrebbe affrontato l’entroterra malindino e dormito una notte in una capanna di fango tra serpenti e scorpioni. Era un esemplare unico: più di quaranta stagioni a fianco di bianchi di ogni razza e cultura, imparando ad osservarne altre migliaia di passaggio, gli avevano trasmesso come un calcolatore elettronico miliardi di informazioni e stimoli, il tempo a disposizione, il fluire lento delle cose e la limpidezza del pensiero avevano elaborato il tutto, sublimandoli con la filosofia della vita africana.
“Ma questa non è una festa del calendario, nemmeno in Italia…è un modo per celebrare la fortuna di avere il genere femminile al nostro fianco”
Nonno Kazungu guardò lo Svaporato in tralice e strinse con vigore ritrovato il suo pareo ai fianchi.
“Una festa per ringraziare il Cielo per la riproduzione della specie, dici?”
Lo Svaporato scosse alla maniera di un banano la folta chioma che aveva in testa.
“Andiamo a discuterne al Safari Bar”
Lawrence Kamongo stava caricando il suo pick-up celeste.
Sul cassone c’erano già sette persone, un piccolo generatore da portare a riparare, una cassetta degli attrezzi, due casse di vuoti della Tusker, la ruota di scorta di un camion, una bicicletta e una bombola del gas. Nel posto di fianco al guidatore, incassato e sorridente, l’elettricista Makotsi.
“Si va in trasferta!” disse, ordinando un kenya coffee.
“Quando torni? C’è da organizzare la festa della donna al tramonto”
“Sarò indietro intorn…LA FESTA DI CHE’?”
“Della donna…è l’otto marzo! In tutto il mondo si festeggia la donna”
“Noi festeggiamo tutti i giorni la donna, non c’è bisogno di un giorno speciale”
“Anche Gesù viene festeggiato tutte le domeniche, eppure ci sono ricorrenze particolari, settimane più importanti” disse nonno Kazungu, che aveva deciso di prendere le parti dell’amico italiano, immaginando che si sarebbe trovato presto in minoranza.
Sentendosi chiamato in causa, il prete si sgranchì la voce.
“Vogliamo mettere sullo stesso piano Gesù e…”
“La Madonna da cui è nato? Perché no!” lo anticipò lo Svaporato.
“La Madonna era una donna speciale, non commise alcun peccato…per questo la adoriamo” sbottò il prete “non dimenticate che è Eva ad aver commesso il peccato originale”.
“Il peccato che hanno commesso le nostre donne è stato quello di sposarci…” sghignazzò Kazungu.
“Avessero potuto decidere loro…” saltò su il gestore del bar, Kibonge.
“Che peccato ha commesso la mia prima moglie, venduta dal padre per sette capre e una piantagione di pomodori?” fece rimbombare Makotsi dall’interno del pick-up.
“Quello di non scappare a Matsangoni!” berciò una voce di giovanotto dietro il generatore.
“E io, che mi spacco la schiena da dieci anni per trasportare l’acqua dal pozzo e curare i miei quattro pargoli? – chiese con tono stridulo una delle ospiti del cassone, spostando la bicicletta affinché la si potesse vedere in faccia - Sono una peccatrice, forse?”
Il prete fu ricacciato nel più religioso silenzio, Kamongo proseguì.
“E in cosa consiste questa festa della donna?”
“Dovrebbe accadere che per un giorno la donna può fare quello che durante il resto dell’anno le è vietato…l’otto marzo decide lei, è la protagonista!” s’infervorò lo Svaporato.
“Cioè oggi le nostre donne dovrebbero ubriacarsi, farsi cucinare il capretto, costringere l’uomo a un rapporto sessuale…”
“Per esempio, stasera il Safari Bar è a loro disposizione e non si vede la partita, ma il programma che decidono loro…”
“Ma c’è West Ham-Portsmouth…” provò Kibonge.
“Vi rendete conto di quel che fanno da sempre le donne per noi? - disse allora Kazungu – i lavori di fatica, i figli, tengono puliti i villaggi, lavano i vestiti, si procurano la legna e pestano il mais, raccolgono gli spinaci, vanno a prendere l’acqua…”
“Ma è normale, noi siamo a lavorare in giro o in città e guadagnamo i soldi per mantenerle…” disse Kamongo.
“E tu capovolgeresti la situazione? Manderesti a servizio tua moglie restando al villaggio a fare quello che fa lei?”
“Non è possibile – rimbombò Makotsi, apprendo la portiera – l’uomo non può allattare, i figli vanno cresciuti dalla madre, di conseguenza lei deve stare al villaggio”
“Ecco trovato l’alibi…” mormorò lo Svaporato.
“Su questo non posso dar loro torto…” confermò nonno Kazungu.
“Ho capito! – disse Kibebe, lo scemo del villaggio destandosi da un sonno sbroffante sotto il flipper – oggi si festeggiano le tette della donna!”
Quella sera, per l’otto marzo, gli uomini del villaggio cucinarono capretto e patate alla carbonella per le loro mogli, intonarono canti popolari ai quali le voci femminili si unirono, trascinandoli in danze tribali. Qualcuna di loro provò anche un goccio di mnazi, ubriacandosi all’istante. Quasi tutte fecero l’amore con i loro mariti e per chi aveva due o tre mogli fu una serata impegnativa.
Nonno Kazungu prevedeva che i primi di dicembre la popolazione di Kakoneni sarebbe aumentata del 90 per cento.
Lo Svaporato non sapeva se essere felice per le donne di Kakoneni o essere convinto di avere avuto un’idea del cavolo.
Ma soprattutto, alle nove la festa era già terminata e, con grande gioia di Kibonge, gli uomini stappavano Tusker Malt al Safari Bar, guardando West Ham-Portsmouth e facendo ogni volta un brindisi speciale.
“Viva l’otto marzo! Viva le nostre donne!”
sabato 15 gennaio 2011
"MALAIKA" - 2 PUNTATA

Così mi sto recando all’aeroporto.
Non sono riuscito a parlare con Lorenzo, l’unico indizio che ho è rappresentato da un numero di fax. Non mi ha mai dato un suo recapito, solo una volta ha comunicato per mezzo di un’agenzia di viaggi di Zanzibar alla quale ho scritto subito, senza ottenere risposta.
E’ comunque laggiù che devo fare tappa.
A 47 anni è la prima volta che affronto una trasvolata intercontinentale, il mio passaporto è pressoché intonso, presenta due o tre macchie di cioccolato svizzero, una visita ad un cugino che vive da vent'anni a Stoccolma, sposato con una psicologa, e l'ultimo pellegrinaggio portoghese sulle tracce di Bernardo Soares, nei luoghi dello scrittore Fernando Pessoa.
Tutto qui, negli ultimo lustro.
Non ho paura dell’aereo, intendiamoci, ma ci sono salito solo per brevi tratte europee, mi angoscia un po’ doverci passare nove ore.
Riuscirò a leggere? Riuscirò a dormire?
Osservo assonnato e divertito, come mi avessero drogato, la varia umanità allacciata alle cinture di sicurezza, i volti preoccupati di chi si muove sempre con l'ansia a fianco, gli sguardi già all’estero di chi ha sognato questa vacanza per un anno intero, le borse sotto gli occhi da routine degli uomini d’affari, due ventiquattrore.
Le hostess fanno un lavoro come un altro, solo con meno certezze sotto i piedi.
Viaggiano su una rotta parallela a quella dell’aereo, innestano il pilota automatico della propria femminilità, sorvolano le abitudini e l’umore ad ogni turbolenza. Forse per questo, quando toccano terra, spesso si sentono a disagio, dormono come roditori in letargo, o si sforzano di vivere la normalità.
Le più sembrano matte da legare, o esageratamente superficiali.
Sono dei marinai col sorriso obbligato, ragazze-immagine pressurizzate.
Divagando volgo lo sguardo verso l’oblò al mio fianco. Guardo il niente là fuori e cerco d’impormelo dentro, invece spunta il profilo lusitano di Bernardo, che dalla sua finestra, ora tonda e a doppio vetro, spia quello che, giorno dopo giorno, la ritualità tenta di cancellare e mi dice che per viaggiare basta esistere.
Se lo sentisse Lorenzo! A lui per dare un senso all’esistenza è sempre bastato viaggiare, come rabdomanti a caccia dei pezzettini di ego sparsi per il pianeta.
Chissà se il suo puzzle è terminato.
Arriva il pacchetto pranzo caldo, costituito da un arrostino umido con carote tagliate spesse, formaggio olandese plastificato, e pastarella fruttata. Tento di gustarlo, chiedo una bottiglia in più di vino rosso. La mia vicina di poltrona mi omaggia di una mimica buona per una pubblicità-progresso a favore del proibizionismo.
Non ci siamo ancora rivolti la parola.
Mi metto a ripensare a Lorenzo. C’è ancora una volta lui, nel mio destino, a trent’anni di distanza. Forse questo mi ha ulteriormente spinto ad accettare la disperata proposta di Beatrice: è come chiudere il cerchio.
Me lo ricordo come ieri, il giorno in cui hanno unito la seconda G con la H, al liceo.
A quel tempo ero un neonato diciassettenne, guardavo le ragazze con la stessa intensità con cui studiavo le statue greche del periodo corinzio, mi divertivo con la bicicletta ed il ping-pong e leggevo, non facevo altro che leggere.
La professoressa di Greco, Paganovitz, sguardo fiero radetzkiano ed impenetrabilità di roccia carsica del Friuli, si era portata in dote i quindici alunni più meritevoli, lasciando alla sezione F i meno bravi. Unica eccezione, Lorenzo che però avendo un anno in meno degli altri, a detta della stessa kapò, aveva “margini di miglioramento”.
In realtà quell'austero avanzo di Mitteleuropa corretta grappa aveva un debole per lui.
La sua aria lacustre, malaticcia e sofferente, il fisico asciutto e dinoccolato di adolescente inquieto, la sottile ironia mai irriverente, conquistarono subito anche le nuove compagne di classe.
A quel tempo io giravo con Milena, o meglio era lei che si costringeva a letture noiose e serate alla cineteca municipale per non so quale afflato di attrazione. In un certo senso mi piaceva, era sveglia e volonterosa, non pareva fingere di star bene con me, e portava una misura di reggiseno che non credevo esistesse in natura. Come sempre faticavo a prendere l’iniziativa, gli impulsi sessuali dicevano che non ero ancora pronto, e che lei non era esattamente il mio tipo.
Tuttavia ne ero quasi geloso, mi scoprivo possessivo, stavo giù sviluppando l'attitudine all'insegnamento e lei era la mia prima allieva.
Avevamo un bel rapporto, quella fratellanza fatta di occhiate complici, frasi cominciate da uno e finite dall’altro, messaggi in codice e linguaggi privati.
Milena fu la prima a cedere al fascino di Lorenzo. Me lo confidò con la stessa semplicità di quando mi mostrava i seni, per chiedermi se il destro fosse leggermente più grosso del sinistro e se i cerchi dei capezzoli somigliassero vagamente a due tuorli d’uovo.
Quando intuì che stavo per rimanerci male, credette di agire per il meglio.
“Ho tanta voglia di andarci a letto” ammise “però se vuoi essere tu, il primo...”
Che gentilezza! Mi offriva la verginità in cambio della risoluzione di un contratto adolescenziale, per sentirsi libera d’intraprendere la carriera di donna.
“Piuttosto vado a letto io con Lorenzo” risposi d’acchito.
Non fu carino, da parte mia, ma Milena scoppiò a ridere.
Non riuscì ad odiarla, non odiai nemmeno Lorenzo di cui, anzi, in poco tempo divenni amico.
Lo ammiravo per la leggerezza con cui prendeva la vita, per la maniera in cui trattava le ragazze. Appariva disinteressato, sempre rapito dalla musica, dalla sua chitarra, come io lo ero per il libri, ma adorava a tal punto la realtà da armonizzarla nei suoi giri di blues.
Milena sarebbe stata una delle tante, ma s’innamorò e ne soffrì parecchio, tanto che fu bocciata e cambiò scuola. Poi Lorenzo frequentò Anna, che era parecchio inibita, si attaccava a me perché aspettava che fosse Lorenzo a corteggiarla, un atteggiamento tipico che riscontrai in molte altre fanciulle.
Anna aveva un tic che la costringeva a battere le ciglia in continuazione, e due morbide labbra carnose. Passava interi pomeriggi a raccontarmi i sogni che aveva fatto la notte precedente, e nei sogni c’era sempre Lorenzo.
Attore principale dei suoi film onirici: vestito da principe azzurro, in divisa da vigile urbano, Lorenzo rapinatore di banche, commissario di polizia, pirata malese, cadavere. Sempre lui.
Anna girò con noi per un paio di mesi, s’interesso al jazz, imparò a bere e reggere l’alcool, a suon di vomitate nei vicoli, assoli di John Coltrane ed albe viste di sbieco da finestre mai uguali.
Poi un giorno Lorenzo disse che l’aveva scopata, e che era stata una mezza delusione.
“Rigida come una carpa” fu il suo commento.
Seguirono pomeriggi noiosi e serate cariche di tensione. Un sabato, all’uscita dal concerto di Archie Shepp con il suo quartetto, trovò una scusa qualunque ma molto femminile per litigare con entrambi e non si fece più vedere.
Più tardi venni a sapere che aveva dovuto abortire.
Lorenzo seguitava a non rincorrere le sottane, spesso avvicinava le coetanee solo per presentarle a me ma, come diceva mia madre, “quel ragazzo è nato con la calamita”.
Loro fissavano i suoi occhi azzurri e la sua bocca, lui non faceva altro che magnificare le mie doti di intrattenitore, la mia cultura, la mia intelligenza. Io mi limitavo a sorridere, le ragazze non mostravano interesse e, alla fine, lui desisteva.
“Non puoi diventare maggiorenne e restare illibato” scherzava.
In realtà ero più affascinato dal suo modo involontario di sedurre, che preoccupato di imitarlo o trovare una mia via d’approccio al genere femminile. Quasi godevo a vederlo combinare con le più vanitose, a far tentennare anche le più restie; spesso mi arrabbiavo, quando rinunciava ad andare a letto con una ragazza che mi aveva presentato, e che pensava potesse stuzzicare i miei sensi ancora in embrione.
Con Beatrice fu diverso.
Avevo capito da subito che Beatrice era una specie di Lorenzo femmina. Pareva tenerci pochissimo ai ragazzi, era bella ma soprattutto austera, indipendente, matura.
Era difficile scoprire un suo lato vulnerabile.
Lorenzo la detestava, forse aveva intuito che c’era qualcosa in lei che lo avrebbe catturato.
Infatti in quell’occasione fui io ad avvicinarla.
Ci scambiavamo libri, dischi, impressioni su film visti al cinema, commentavamo la cronaca politica e ci preparavamo insieme in vista delle interrogazioni scolastiche.
Penso che la attirasse il mio modo di non dare a vedere quanto mi piacesse, il mio non corteggiarla, non provarci, non dirle quanto fosse bella. Involontariamente, per la prima volta, stavo adoperando la tattica di Lorenzo.
Ogni tanto capitava a casa mia quando c’era anche lui, e i due si lanciavano frecciate ai limiti del cattivo gusto, dando sempre l’impressione di cercare spunti per il litigio.
Ci avrei giurato che si sarebbero messi assieme, e che sarebbe stata un’unione duratura.
Quello che non avrei immaginato è che sarebbe successo proprio la sera in cui avevo deciso di rivelare a Beatrice il mio amore per lei, e che avrei sofferto così tanto per il cambiamento di carattere che subì Lorenzo dalla loro relazione.
Erano fatti l'uno per l'altra, vederli litigare era cinema neorealista, i dialoghi erano da registrare, la loro fisicità raggiungeva la perfezione, erano bellissimi. Approfittavo del mio ruolo di doppio confidente per dosare possibili elementi di colluttazione.
Ne godevo, e sapevo perfettamente come scatenare uragani partendo da una semplice goccia di pioggia.
Passarono giorni, mesi.
Il mio atteggiamento nei loro confronti non cambiava.
Mi accorsi che ero innamorato allo stesso modo di tutti e due, che avevo bisogno di entrambi.
Fu terribile, abbozzai delle spiegazioni plausibili, tentai di soffocare i sentimenti. Facevo paragoni con altre ragazze, con altre coppie. Chiesi a un cugino più grande di me come distinguere la gelosia dalla solitudine, come riconoscere l’amore. Ma ogni volta non sapevo se parlare di Beatrice o di Lorenzo. Perché in fondo lo sapevo, il problema era lui. Alla fine dovetti convincermi che la realtà era capovolta: amavo Beatrice perché in fondo, caratterialmente, anche lei era un uomo.
La relazione tra Lorenzo e Beatrice mi cambiò la vita.
Mi immersi nei libri per trovare dei riferimenti letterari a quello che mi stava capitando.
Lessi e rilessi Oscar Wilde come fosse un testo sacro, analizzai prosa e poesia di Pasolini, cercai raffronti nel maledettismo francese, m'immergevo nei racconti di Pier Vittorio Tondelli per tenere a bada eventuali atteggiamenti estremi, ed imparare a conoscermi meglio.
Questa volta l'amico d'inchiostro Bernardo Soares non mi era stato d'aiuto, sapevo bene di essere un emarginato per mio stesso volere, e per questo avrei sofferto meno in futuro di ogni altro elemento di diversità con la maggior parte degli esseri umani, tuttavia non potevo ignorare una domanda che si faceva ogni giorno più insistente e plausibile.
Ero davvero omosessuale?
Non sarei stato in grado di rivelare ai due amici i miei tormenti sentimentali, cosa avrei potuto dire loro “Ragazzi, forse sono frocio e vi amo tutti e due!”
Mi avrebbero, a poco a poco, accuratamente allontanato.
L’istinto materno non è un’opinione, a casa il ritornello era diventato “quando ti troverai una ragazza come si deve?”
Era quel “come si deve” che non ho mai potuto sopportare.
Anche i miei due amici si adoperavano per trovarmi una fidanzata che mi calzasse, mi trascinavano con loro in vacanza e per me era già il massimo. Sapevo che non avrei mai trovato una donna che mi potesse far cambiare idea e difficilmente un gay con le caratteristiche di Lorenzo.
Iniziai a soffrire seriamente della mia diversità, perché la sentivo avulsa dalle diversità comuni: si parlava sempre e solo di sesso: quello è finocchio, guarda! Agita il culo come un’entraineuse... Lidia è lesbica, Adele se la fa leccare dal cane, Guido è gerontofilo, gli piacciono solo le signore di una certa età, e si fa pure pagare...
Ma per me c’era dell’altro.
Loro non capivano, poverini. M’invaghivo dell’anima, non del corpo. L’anima non è maschio né femmina, perché c’è virilità nel cuore delle donne almeno quanto femminilità in fondo al carattere di certi maschi. Di questi pensieri soffrivo e ancora oggi la penso liberarmi da presunti tabù, perché gli anni passavano e qualcosa doveva pur accadere. Fu proprio in Corsica che s'innescò un meccanismo nuovo, in loro ed in me.
Una notte, in campeggio, entrai nel bungalow di Lorenzo e Beatrice per bere dell'acqua fresca, che il mio casotto non aveva il frigorifero. Il vento che in quell’isola non si placa mai e a volte è un soffio complice, altre un fastidioso borbottio mi fece da alleato attutendo i cigolii. La porta era accostata, feci attenzione a non fare corrente e fui tentato di chiuderla per evitare che sbattesse e li svegliasse di soprassalto. Ma loro non riposavano. Anzi, stavano facendo l'amore talmente forte che non potei disinteressarmene. In cucina c'era una finestrella grigliata di sfogo che dava sulla camera da letto. Mi prese un desiderio che sapevo non essere soltanto curiosità. Salii su una sedia senza far troppo rumore e mi sporsi.
Era una scena splendida, virata dalla luna piena che faceva luce sui due corpi. Carne che aveva il colore della brace. Bea soffocava gli urli e sudava in ogni angolo della sua bellezza, Lorenzo infieriva su di lei con precisione meccanica ed ondeggiamenti del bacino che sembravano studiati da un coreografo. Non sapevo dove guardare, la bocca semichiusa della ragazza che implorava, sorrideva, si piegava nei gemiti e si riapriva al suo avvicinarsi, o i glutei lucidi ed elastici di Lorenzo, che si contraeva mostrando ad intermittenza il retto teso come uno stantuffo.
Mi masturbai, fu la mia prima avventura sessuale. Mentre raggiungevo l'orgasmo mi parve di notare Bea aprire gli occhi, guardare verso l'alto e sorridermi. Ad oggi quelle immagini sono dentro di me come il più bel film che abbia mai visto. Anime amiche e corpi bellissimi insieme.
Il mattino dopo ero visibilmente turbato, la testa mi scoppiava, le gambe mi tremarono per tutto il giorno. Lorenzo era convinto che avessi la febbre, Beatrice non faceva altro che sdrammatizzare, ogni tanto si avvicinava e mi accarezzava i capelli.
“Professore, vieni alla spiaggia naturista di Balistra con noi?” domandava, sicura che avrei approfittato dell’emicrania per lasciarli andare soli. Mi sarei vergognato come un ladro, ma la voglia di rivedere quei due corpi era enorme.
lunedì 8 novembre 2010
ADDIO AL ROOTS, UNA PARABOLA AFRICANA
Questa è la storia di un grande albero che, con gli anni, ha l'umiltà di tornare alla terra, dopo ogni ascesa, e rinascere più forte e saggio di prima. Ma è anche la storia della crudeltà umana, di quell'animale capace di distruggere sogni e passioni per soddisfare i propri interessi. Nell'ultimo anno, a Malindi, centinaia di turisti e tanti residenti hanno scoperto la magia del Roots, un insolito locale costruito in mezzo a un ficus zanzibarica di novanta metri di diametro. Le sue radici aeree formavano delle robustissime grotte a pioggia, sulle quali erano state costruite due solide palafitte. Usiamo il passato, perchè nei giorni scorsi il legittimo proprietario di quell'albero e del terreno in cui è compreso, ha iniziato ad abbatterlo. Ci farà delle abitazioni, probabilmente. Ma soprattutto, chi ha creato quel luogo e la sua leggenda, non ha detto tutta la verità ai suoi ospiti e sostenitori. Noi di malindikenya.net, grazie a fonti sicure, documenti originali e ricostruzioni, ci siamo andati molto vicino: i proprietari del terreno su cui sorgeva il Roots, erano due tedeschi, marito e moglie. Alla morte del coniuge, la consorte Ute Shlitt, malata, decide di tornare in Germania e lascia una delega a un suo uomo di fiducia locale, per vendere o affittare la sua casa. L'uomo di fiducia dopo qualche anno ipoteca il terreno presso una banca e scappa con i soldi. Più avanti, la banca allo scadere dell'ipoteca decide di rivalersene e diventa proprietaria del terreno. Nel frattempo un amico della signora tedesca si fa fare un'altra delega, per evitare di perdere il terreno, ma è troppo tardi. La banca lo mette all'asta e trova un acquirente a cui del grande albero interessa relativamente. Così chi nel frattempo ha trasformato il terreno nel bar ristorante giriama che molti hanno visto e conosciuto, pur avendovi fatto partecipare la gente del vicino villaggio, è stato accusato di appropriazione indebita ed è finito in prigione. Tante però sono le ombre oscure dietro alla persona che gestiva il Roots. Al di là della triste vicenda, a noi spiace che quasi nessuno abbia seguito il nostro monito, di preservare il bellissimo ficus dalle radici aeree. Abbiamo provato a chiedere all'organismo che tutela le bellezze ambientali, ad associazioni locali. Forse anche noi siamo arrivati troppo tardi, il ficus zanzibarica del Roots avrebbe dovuto diventare monumento nazionale, e invece probabilmente le sue radici fatte a pezzi saranno il monumento alla ferocia dell'uomo. (tratto da malindikenya.net)
lunedì 25 ottobre 2010
I RAGAZZI DELLA SCUOLA CALCIO INCONTRANO GLI ORFANI DI "MAMA ANAKUJA"

Emozione e gioia per il secondo appuntamento organizzato da Malindikenya.net e Kenya Football Academy per fare incontrare le realtà giovanili di Malindi sostenute dai "mzungu" con la scuola calcio Karibuni-Genoa. Dopo la Hearts Children Home della settimana scorsa, sabato è stata la volta dell'orfanotrofio Mama Anakuja di Muyeye, gestito dalla mitica "mama" Liliana. I ragazzini di Mama Anakuja hanno passato una giornata insieme ai nostri piccoli calciatori, confrontandosi e assorbendo la filosofia della scuola calcio (educazione+disciplina come fondamenta per lo sport di gruppo), mentre i ragazzi del Genoa Youth ogni volta sono messi di fronte a chi come loro viene aiutato ma non ha la fortuna di avere i genitori. L'allenatore Ben Ouma prima e Freddie del Curatolo poi, hanno spiegato cosa unisce i progetti sociali di Malindi, parlando con il cuore. Dopodichè la sfida! I giovani di Muyeye hanno dato filo da torcere ai forti giovanissimi rossoblu, guidati dal capitano Eugene e dal bomber Janji. A differenza dei precedenti ospiti, che avevano perso 5-0, Mama Anakuja ha finito il primo tempo sul 1-1 per poi cedere nella seconda frazione di gioco, complice una gran punizione di Eugene e un contropiede di Janji (doppietta per lui). Nel ricordo della splendida giornata, alla quale hanno preso parte anche due "tifosi" rossoblu particolari (Geo e Donatella, liguri di Andora, sono genoani ma sostengono da anni Mama Anakuja) la più bella immagine è l'esultanza dei bambini più piccoli, arrivati da Muyeye a sostenere gli amici dell'orfanotrofio, che al gol del pareggio si sono rovesciati in campo esibendosi in festose capriole. Meraviglioso. I sabato pomeriggi sociali proseguiranno nelle prossime settimane. Uno spettacolo educativo e divertente che riempie l'anima di soddisfazione. Come diceva un grande: "Libertà è partecipazione".
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