sabato 17 maggio 2014

UN SALUTO AGLI AMICI D'UN TEMPO

Un saluto a tutti quelli che hanno scelto un’amicizia più moderna, formale e distaccata.
Ai tanti che hanno deciso che essere compresi, consigliati, aiutati, significa essere giudicati,
anche da chi li ha amati in maniera disinteressata, non per sangue, sesso, affari, comodità
attenuazione della paura o della solitudine ma solo perché sono cresciuti insieme o si sono
incontrati lungo il cammino e hanno condiviso strade e avventure, meraviglie e miserie,
sentimenti ed emozioni.  A chi ha confuso il diventare adulto con diventare un altro,
a chi ha ricacciato dentro a forza, con poca fatica, i sogni e le speranze d’un tempo,
senza sopprimerli bensì sostituendoli con sogni di scorta e piccole certezze. 
A coloro che pensano sia meglio circondarsi di persone care, piuttosto che averle
veramente nel cuore.  A chi ha paura del faccia a faccia con un vero complice,
perché confonde il confronto con la competizione e crede che aprirsi a un confidente
voglia dire essere saccheggiato dei propri valori, senza ottenere niente in cambio. 
A chi ha capito che sprigionare sentimentalismo e solidarietà in un mondo virtuale è comodo,
facile e a basso costo di tempo, cuore e cervello. A chi, infine, ha rinunciato ai rapporti veri

perché in un’epoca di merda, è sempre meglio essere un po’ stronzi. (Freddie del Curatolo)

giovedì 27 febbraio 2014

sabato 22 febbraio 2014

IO E IL MIO FEGATO IRRIVERENTE

Ieri sera cena a base di ostriche con tabasco e limone, poi fritto misto di calamari, gamberi e verdure, accompagnato da patatine, sempre fritte e per giunta irrorate di chilli sauce. Da bere, due bottiglie di prosecco, perché inizi con l'ostrica e non vuoi certo mischiare.
Stamattina mi sono svegliato senza fegato.
E' una sensazione strana. Sulle prime ti senti più leggero e leggermente sbilanciato.
Svegliandomi e rendendomi conto che era una condizione reale, la sua mancanza ha iniziato a farsi sentire, provocandomi dolori da vuoto, come quando ti lascia improvvisamente una persona cara che magari non stava benissimo ma di cui non immaginavi la partenza così da un momento all'altro. Sporgendomi dal letto ho notato una massa informe violacea che strisciava verso il bagno. Era lui. Ho cercato di alzarmi per riprenderlo. Di primo acchito avrei voluto rimetterlo al suo posto, ma mi faceva un po' schifo toccarlo. Così l'ho seguito, anche perché ai miei passi decisi lui contrapponeva un goffo tentativo di fuga. Arrivato in bagno si è precipitato sotto la doccia e ho capito. Gli ho aperto il rubinetto ed è rimasto lì, beato, una decina di minuti.
"Per qualche giorno solo acqua, come le piante" gli ho detto.

"Eh, no, troppo comodo - ha risposto - sei tu che devi pagare, mica io! Per me vino rosso di qualità, pesce crudo e quelle cazzo di salsine mettitele nel culo, così domattina insegui le emorroidi. Ma quelle non vanno in bagno e soprattutto non se ne vanno via da sole. S'infilano nel condotto dell'aria condizionata, e poi sono cazzi tuoi a recuperare il buco del culo, quando devi cagare"

domenica 2 febbraio 2014

Dedicato a PSH

“Cari ascoltatori, vi dico solo questo: che Dio vi benedica! Quanto a voi bastardi al potere, non sperate che sia finita! Anni che vanno, anni che vengono e i politici non faranno mai un cazzo per rendere il mondo un posto migliore! Ma ovunque nel mondo, ragazzi e ragazze avranno semre i loro sogni e tradurranno quei sogni in canzoni...
Non muore niente di importante questa notte! Solo 4 brutti ceffi su una nave di merda! L'unico dispiacere stanotte è che negli anni futuri ci saranno tante fantastiche canzoni, che non sarà nostro privilegio trasmettere ma, credete a me, saranno comunque scritte! E saranno comunque cantate! E saranno comunque la meraviglia del mondo!".


(I love radio rock)

sabato 1 febbraio 2014

IL TEMPO DI NON PERDERE PIU' TEMPO

Perdere tempo vuol dire perdere il senso del vivere, perché il tempo è il nostro unico padrone, il tempo è il nostro unico Dio. (Freddie del Curatolo)

mercoledì 15 gennaio 2014

FREDDIE DEL CURATOLO: I PROVERBI GIRIAMA

(tratto da "Mi faccio luce con la paraffina")
La tradizione popolare africana è zeppa di proverbi e detti trasmessi con metodi orali (no, non quelli che pensate voi di Malindi e dintorni…) in tutto il Continente Nero.
Spesso si tratta di frasi che mostrano la saggezza e la semplicità delle popolazioni che da sempre utilizzano il proverbio non solo come monito o insegnamento, ma come favola e metafora. Uno dei più noti e divulgati riguarda un leone e una gazzella… l’antica metafora della preda e del cacciatore, dello sfruttato e dello sfruttatore, dello spacciato e dello spacciatore. E’ la storia del mondo, e la grande lezione dell’essere tutti uguali davanti alla morte (e anche dopo, come insegna “La livella” di Totò, degno rappresentante dei napoletani, gli africani d’Italia). Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole una gazzella si sveglia, sa che dovrà correre più del leone o verrà uccisa.
Ogni mattina in Africa, quando sorge il sole un leone si sveglia, sà che dovrà correre più della gazzella o morirà di fame. Ogni mattina in Africa, non importa che tu sia un leone o una gazzella, l’importante è che tu incominci a correre.
In Kenya i proverbi non sono così prolissi e compositi, il più popolare recita “Haraka haraka hakuna baraka”, ovvero “A far le cose di fretta non c’è alcun beneficio”. Un altro molto frequentato è “Asante ya punda ni mateke”: “Il ringraziamento dell’asino è un calcio”.
Tuttavia i proverbi di cui noi vogliamo farvi partecipi, hanno più l’aria di “variazioni sul tema” di detti celebri, magari portati qui dalle varie popolazioni indoarabe o europee che hanno colonizzato nei secoli la costa keniota.
Assumono quindi le caratteristiche di considerazioni serene, a volte rassegnate, riguardo alla vita della popolazione locale e al suo rapporto con i “mzungu”. 

1.     A buon intenditor, si chiedono spiegazioni.

2.     A capra donata, se è il caso, si guarda anche nel culo.

3.     A chi tocca, dipende.

4.     Aiutati che non è detto che quel giorno io sia nei paraggi.

5.     A mali estremi, i’m very sorry.

6.     Ambasciator speriamo porti almeno da bere

7.     Beach e boy dei paesi tuoi

8.     Beati gli ultimi se i primi non sono ancora arrivati.

9.     Can che abbaia dorme meno dell’askari.

10.                       Chiedere è lecito, rispondere è una fatica.

11.                       Chi ha il pane, non ha i denti. Chi ha la sima, mangia anche senza denti.

12.                       Chi è causa del suo mal difficilmente se ne rende conto.

13.                       Chi lascia la via vecchia per la nuova, comunque se la deve fare a piedi.

14.                       Chi rompe non ha mai una lira per pagare.

15.                        Chi semina mais, non sempre riesce a raccoglierlo.

16.                       Chi va con lo zoppo, sta accompagnando il nonno.

17.                       Chi va piano, è uno di noi.

18.                       Cuor contento, non lo aiuta nessuno ma almeno se ne frega!

19.                       Dimmi con chi vai e ti dirò quanto costa.

20.                       Donne e motori,
diversi prezzi.

21.                       Gallina vecchia si era nascosta bene.

22.                       L’erba del vicino o è mchicha o è sukuma wiki.

23.                       L’ozio è il padre, il figlio e lo spirito santo.

24.                       L’unione fa un gran casino.

25.                       Meglio un uovo oggi perché la gallina non è mia.

26.                       Occhio non vede, te l’hanno curato male.

27.                       Paese che vai, matatu che prendi.

28.                       Ride bene chi ha bevuto il mnazi

29.                       Rosso di sera, è bruciata la capanna.

30.                       Tutto fa brodo, ma una coscia di capretto è meglio




martedì 31 dicembre 2013

LE CANZONI DEL CUORE DEL 2013

Anche quando esercitavo quotidianamente la professione di giornalista e soprattutto di critico musicale, ho sempre detestato compilare classifiche, graduatorie di merito o comunque segnalare il "miglior disco dell'anno" o "la più bella canzone d'amore" e altre puttanate simili. 
Resto convinto che nello stesso istante in cui vi dovessi sgranare un rosario di titoli, con la spocchia del grande intenditore, potrei essere colpito da una nuova melodia, un brano sconosciuto che di colpo mi entra nel cuore e non mi molla per i prossimi dieci anni. Alla stessa stregua, non sono mai stato un fanatico delle etichette: "questo è un gruppo pop-rock progressive", Bob Dylan è "folk-rock"...e quando fa blues? E nel "Live at Budokan" quasi tutto reggae? Per non parlare dei coglionazzi di adesso che tirano fuori delle robe che le nostre pippe di un tempo al confronto erano rispettosissime indicazioni. 
Ma io "tweet pop" "electrowave" e soprattutto "shoegaze" se ne possono andare affanculo insieme ai loro creatori. Possiamo discutere di tecnica, di suoni, di melodie, dei "treni" ritmici, di una gran voce o di armonie, di soluzioni e altri voli musicali. 
Quando però si tratta di giudicare cosa ti ha più colpito, quel che ti sei portato in macchina, in casa, sul giradischi (vero Puccia?) o nella chiavetta (sigh!), allora entra in ballo l'unico grande recipiente che possa contenere la musica che conta, e che sputazzi via in maniera indolore e gentile quella che non merita più di un giro di giostra.
Niente classifiche, quelle le lasciamo per le tabelle salvezza del Genoa in quei fogli a quadretti scarabocchiati a penna rossa e blu come faceva Fabrizio De Andrè. Tuttavia mi è sempre piaciuto il giochino delle nomination e dei premi differenziati. Per il 2013 il cuore ha accettato ad esempio album ben costruiti e dignitosissimi quali "Push the sky away" di Nick Cave (e a Jubilee Street darei una nomination per il miglior brano) e "Lightning Bolt" dei Pearl Jam (anche la ballatona "Sirens" ha attraversato un ventricolo), mentre ha ignorato serenamente roba pluridecorata tipo Daft Punk, Vampire Weekend (che meriterà un riascolto) e tutte le popperie dell'anno.
Il cuore da sempre fa il tifo per il blues, per il soul e per il rock non esageratamente invadente. Ha apprezzato molto "Old Sock" di Eric Clapton, che i soloncelli della critica italiana hanno ignorato e invece è ricoperto di classe come fosse una fonduta tartufata sulle patate lesse (nomination per il duetto con l’indimenticabile J.J.Cale che quest’anno ci ha lasciato, “Angel”). Ha goduto anche con Robben Ford (nomination per “Slick Capers blues” e per “Mostly likely…” come miglior cover) e tanto tanto con Eric Burdon, che merita sicuramente un premio. Pollice verso per Sting e la sua operetta noiosa, con una menzione per “The night the pugilist learn how to dance” che merita una nomination.
Buono anche il secondo Robert Randolph, ma era meglio il primo. Tra i songwriter, in mancanza del solito diamante biennale di Van Morrison, da segnalare “Dream River” di Bill Callahan. Per la black music, nomination brano a “It’s code” di Janelle Monae, che dimostra di poter essere la  nuova Chakha Khan, ma di non volerlo essere.
Nella categoria “piaceri passeggeri” infiliamo l’ennesima collaborazione di Ben Harper col vecchio armonicista Charlie Musselwhite, la coppia di countrymen Dayley & Vincent prodotti da Randolph, un simpatico Ron Sexsmith, una Madeleine Peyroux da salotto (con qualche cover azzeccata), Edie Brickell con il chitarrista non comico Steve Martin (pallosità in agguato), lo swing paraculo di Robbie Williams, la voce sinuosa di Laura Mvula (due canzoni e poi l’oblio) e la piacevole confezione di cover della volpe Boz Scaggs (uno dei pochi che si possa produrre in una rilettura degli Steely Dan).
Nei dischi da rigetto, categoria delusioni surrenali: Michael Franti (è morto nel 2009) e Black Joe Lewis, che sembrava il nuovo James Brown e rischia di diventare un vecchio casinista.
In Italia, difficile rubare il trono a Elio e Le Storie Tese, ci prova Bobo Rondelli, che però è meglio dal vivo, e Battiato con Anthony, che però sarebbero stati meglio in studio. Infine, non pensiate che non abbia trovato il tempo di ascoltare dischi d’esordio e roba nuova: mi sono sciroppato roba tipo Arbouretum, The Knife, Lorde, Anna Calvi…tutti nel fegato senza passare dal cuore, mi spiace.
E veniamo al Re incontrastato di quest’anno, colui che ha pompato sangue, che ha suscitato emozioni, energia, saliva e chiamato birra, vino rosso e gioia. Si chiama Warren Haynes, suona la chitarra e canta e ha confezionato il miglior album del cuore e il miglior live del cuore. Con i Gov’t Mule ha fatto uscire “Shout”, compendio del rock in cui nel disc 1 se la canta e se la suona, e nel disc 2 lascia il microfono a gente come Dave Matthews, Stevie Winwood, Elvis Costello, Ben Harper, Toots dei Maytals e altri pezzi da 91. Con la “Warren Haynes Band” rilegge un po’ di southern rock e blues con la classe dei grandi (cover di “Pretzel Logic” degli Steely…). Tutto in un solo anno, vi pare poco?

MIGLIOR DISCO DEL 2013: SHOUT – GOV’T MULE
MIGLIOR CANZONE DEL 2013: BRING ON THE MUSIC – GOV’T MULE
MIGLIOR DISCO LIVE: WARREN HAYNES BAND – LIVE AT MOODY’S
MIGLIOR COVER: MEDICINE MAN – ERIC BURDON
MIGLIOR DISCO ITALIANO: ALBUM BIANGO – ELIO E LE STORIE TESE


mercoledì 11 dicembre 2013

MI FACCIO LUCE CON LA PARAFFINA!

IL NUOVO LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO STA PER ARRIVARE!!!
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...

PAPAIE E CACHI

Questa raccolta è frutto di uno studio.
Lo studio è frutto di una ricerca e la ricerca è frutto di un frutto.
Il frutto in questione potrebbe essere una papaia.
Compiendo un volo metaforico, infatti, possiamo comparare la poesia sulla costa keniota a questo frutto tropicale apparentemente insapore, ma ricco di storia e di proprietà benefiche.
Frutto poco invadente e invasivo che pulisce dentro come mondasse dallo sporco del nostro tempo, sana e provvidenziale lavanda interna di cui però è meglio non abusare.
I versi che ho raccolto, come fossero maturati per conto loro e poi caduti dal fronzuto albero dell’inconsapevole conoscenza, compongono liriche semplici e genuine che scaturiscono da situazioni di vita quotidiana e raccontano di comunità, incontri, abitudini,  rapporti con la natura (qualcuno anche contronatura) e con gli animali.
Portano in sé la dolcezza  del ripetersi infinito e lento di giornate vissute alla stregua di regali del Destino, mai eccessivamente graditi ma comunque degni di ringraziamento.
Proprio come quando si porta a qualcuno della frutta in dono: nella migliore delle ipotesi ci si aspettano fragole, ciliegie, percoche, frutti di bosco. All’equatore si gradisce il mango, il frutto della passione, magari anche un bell’ananas.
Se poi arriva una papaia… per carità, rifiutarla mai, specie se si ha fame, ma certo un filo di delusione traspare.
Per un keniota, in ogni caso, la sensazione di sbandamento dura un attimo, poi si cerca un coltello per aprirla, del lime da spremergli sopra, e si fa festa.
Questa può essere la forza della poesia a Malindi e dintorni: inattesa, carica di pathos e speranze, apparentemente anodina, scialba ma alla fine gradita.
Ovviamente qui non si parla della poesia tradizionale Mijikenda, che ha nei canti tribali e nei racconti circolari le sue origini e che s’ammanta di animismo e di magia quando viene mescolata a leggende epiche e storie dei secoli scorsi; quando il popolo Mijikenda si mosse dalle colline di Shingwaya, dove oggi si snoda il tribolato confine con la Somalia, per cercare la terra promessa nel profondo entroterra tra Mombasa e Malindi.
Di quei poemi “alti” il portavoce è il grande Kazungu Wa Hawerisa, autore di cui verrà presto pubblicato un volume (serio) a parte.
Qui di seguito, invece, diamo voce alla poesia attuale, nascosta, sconosciuta, inesistente, affiancando al percorso quotidiano della popolazione locale, la visione di chi sulla costa è venuto a vivere, mescolandosi con i kenioti. 
Nella vita di tutti i giorni, alla semplicità della gente locale, si contrappongono abitudini, storture, comportamenti tipici e strani dei nostri connazionali.
L’Italia patria di Leopardi, Foscolo, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Quasimodo, approccia una civiltà assolutamente digiuna poeticamente, pronta per questo a divorare con curiosità e infantile entusiasmo anche frutti a loro ignoti.
Ecco che la papaia potrebbe incontrare fragole succose, deliziose ciliegie, morbide albicocche, pesche profumate…ma a Malindi gli tocca imbattersi in un caco.
Sulla costa keniota la poesia non può essere invettiva, non è strumento di lotta o rivendicazione, al massimo, quando non è paziente e contemplativa, può diventare, con la presenza dei “mzungu”, un veicolo ronzante, indisponente, dissonante.
Una “poesia tuk-tuk” che con pochi scellini ti porta da una parte all’altra di Malindi, dai chioschi di lamiera di Maweni alle lusinghe di cemento di Lamu Road.
Un tuk-tuk apolide, su cui salgono contemporaneamente beach boy rasta per signora, pensionati in punta, pescatori e peccatrici, venditori di avocado e finanziatori di avvocati,   piccoli imprenditori veneti e avvenenti studentesse di Nairobi.
Cosa ne può  scaturire?
Quale linguaggio porteranno in dote?
Questo è un po’ il senso dell’antologia che vi apprestate a sfogliare: contrapporre le vicende di noi italiani, declamate con ironia e sguardo disincantato dall’estensore di questa prefazione, ai “quadretti” di sconosciuti, effimeri e singolari cantori di quest’angolo d’Africa.

Papaie e cachi.

venerdì 29 novembre 2013

STORIE DEL JAHAZI: LA FUGA DELL'ARBITRO


Sarà perché i calci dati a piedi nudi, senza parastinchi e calzettoni ti rimangono come segni di vera battaglia, sarà perché un derby, per quanto non sia quello di Manchester o Boca-River, è sempre un derby e qui coinvolge dirimpettai dello stesso scassatissimo quartiere. E poi qui il derby si gioca almeno venti volte all’anno, è un campionato a due: Young Stars e Majengo United. C’è chi tiene lo “storico” dal 1963, c’è chi preferisce cominciare ogni volta da capo, com’è tradizione della vita africana.
Ieri pomeriggio è andata in scena l’ennesima rappresentazione sacra del nostro tempo, come diceva Pasolini. Il campo di sabbia teatro della partita ha il cielo come gradinate e il mare dietro al posto delle tribune. Non è lo squallore del Tirreno in fondo alla Circonvallazione Ostiense, dove l’ultimo grande intellettuale dei nostri tempi fu tradito come Cristo, ma un infinito Oceano pieno di vita e di storie minori che Pasolini intuì quando esplorò questa fetta d’Africa e che avrebbe raccontato meglio di me.
Più di quattrocento anime di Shela assiepano lo stadio di sabbia, cielo e oceano. Sventolano bandiere di stracci, suonano rudimentali trombe di latta, percuotono bidoni e agitano maracas costruite con bombolette spray riempite con gusci di vongole. A pochi minuti dalla fine il misfatto: l’arbitro Samir fischia un rigore che per quelli delle Young Stars appare inesistente. Lo stupore dei giocatori avversari fa il resto. Portiere e difensori vittime della decisione si scagliano contro Samir, entrano in scena i tifosi. Il campo diventa un polverone, volano piedi, mani e teste che pare una Guernica senza sangue e con i suoni delle risse popolari.
Grida, invocazioni, mischie da rugby e poi la fuga. Samir non è mai stato così veloce, la sua giacchetta nera dribbla le apecar in strada e cerca rifugio. La guardia fuori dal Jahazi Bar & Restaurant, il mio locale di fronte al campo di gioco, cerca a sua volta di placcarlo, ma Samir lotta per la sua incolumità e sguscia dentro. Mi guarda con gli occhi dell’antilope inseguita da una federazione di felini affamati.
“Proteggetemi”.
L’allenatore delle Young Stars mi conosce bene. Sharifu è anche il vicecapo dei vigili del fuoco. Mi ha venduto lui l’estintore per il ristorante. Dietro di lui si assiepano fuori dal locale trecento tifosi inferociti.
La federazione felina.
Dall’altro lato della barricata, due turisti napoletani bevono birra e sgranano gli occhi. Non hanno ancora capito cosa stia accadendo. Il marito cerca di far funzionare l’Ipad come fotocamera, ma gli prende una naturale ansia da prestazione. Non si accorge nemmeno che la moglie è fuggita all’interno del bar e si è riparata nella toilette temendo il peggio, neanche fosse la guardalinee.
Basta invece un po’ di diplomazia occidentale, accomodante e paracula, ma anche un po’ spietata. Quella che ha fatto la fortuna di gente come Henry Kissinger e Condoleeza Rice. Si inizia con parole di conforto, sguardi rassicuranti, e poi si consegna la vittima ai carnefici, con l’assicurazione che non gli verrà fatto nulla di male né ora né qui davanti.
Buona fortuna Samir!
(per la cronaca, la partita è ripresa qualche decina di minuti più tardi, il rigore è stato annullato e il derby è terminato senza vinti né vincitori).

domenica 27 ottobre 2013

LA FINE DI UNA GRANDE AVVENTURA

Potrebbe essere divertente avere un bambino da portare a zonzo Che riempia poco a poco i miei pensieri E io a riempire lui o lei con i miei sogni Un modo per dire la vita non è stata tutta persa Terrei quel bastardino lontano dalla scuola e gli farei io da insegnante / lo proteggerei dal veleno della gente Ma la non contaminazione dell’isolamento potrebbe non essere la migliore idea / non è una gran cosa cercare di divinizzare se stessi Inizio di una grande avventura Perché fermarsi a uno, potrei averne dieci, la classica covata da tivù Coltivare come una razza un piccolo esercito “liberal” nel bosco Proprio come quei pazzi redneck che vedo al bar Con la loro tribù di mutanti suinetti consanguinei con gli zoccoli Insegnare loro come disinnescare una bomba, accendere un fuoco, suonare la chitarra / "E se trovi un cacciatore, sparagli nelle palle" Mi piacerebbe tentare di essere più progressista di quanto avrei potuto / se ci avessi provato davvero Inizio di una grande avventura Agata Zena, Anita...un giorno vi racconterò chi era Lou Reed, perché a 12 anni ne andavo pazzo e balleremo insieme "Sweet Jane" e "Vicious".