lunedì 27 febbraio 2012

VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO


L’arma più pericolosa rintracciabile sulla terra, quella più subdola, violenta, silente e inesorabile, è senza dubbio la mano dell’uomo.
E’ l’unica capace di cancellare in pochissimo tempo millenni di storia, di usi e costumi, di pace e dominio della Natura, di abitudini ancestrali che forgiano caratteri, che penetrano addirittura nel cuore e nell’anima di intere generazioni.
L’unica che uccide e distrugge mentre stringe una sua simile, mentre firma un pezzo di carta, mentre volteggia in aria per disegnare parole misurate, bonarie, apparentemente sagge.
Così la mano dell’uomo seppellirà anche l’arcipelago di Lamu.
Lo visitarono i cinesi, prima dell’anno mille, lo rispettarono gli indonesiani che insegnarono ai pescatori a costruire i trimarani e i dhow. Non lo stravolsero né gli arabi, né gli indiani. Non le dispute tra sultani, né i portoghesi. Non lo convertirono i tedeschi e non lo colonizzarono gli inglesi.
L’indipendenza del Kenya, a Lamu, fu un fatto marginale. Era come tornare in possesso di un albergo di cui in realtà si aveva sempre avuto la gestione.
Quel che non hanno fatto popoli guerrieri o conquistatori, scaltri mercanti e schiavisti, missionari o esploratori, riusciranno a compierlo i politici del terzo millennio.
Quelli cresciuti nella cieca e sorda adorazione del dio denaro e con le spalle coperte dalle multinazionali, quelli che dietro la parola “democrazia”, sviluppano, in maniera avida e cialtrona, la solita oligarchia che in Africa vuol dire tenere un popolo sotto la soglia della povertà, calibrando il pane quotidiano d’ignoranza e malattie e un po’ d’oppio di progresso.
Lamu spesso viene definita la “Venezia islamica dell’Oceano Indiano”, il “Paradiso arabo in Kenya”.
Ha il fascino delle cose immutate, del salto indietro nel tempo. Il fascino che nessun racconto e nessun film potrà tenere vivo, perché nei film non si accarezzano gli asini che se ne vanno liberi per i vicoli, non si dribblano le loro cacche che sono un secondo pavimento, non si viene salutati continuamente da vecchi e bambini, non si gira di notte per una casbah buia e stretta senza il minimo sentore di pericolo, non ci si abitua ai miasmi delle fogne a cielo aperto, non si rischia il gusto inimitabile di una samosa nei chioschi per strada.
Nei film però ci si perde nel sogno da mille e una notte dell’elegante quartiere di Shela, tra guest house da sceicchi e la villa di Carolina di Monaco, viottoli dal fondo levigato come toilette e un ordine in giro che avrebbe stupito persino quel precisetti di Maometto. Nel film c’è il deserto di Manda Beach, che fino a qualche mese fa era la spiaggia dei vip, tra resort a cinque stelle e ville senza nemmeno un’inferriata. Prima che una banda di pirati neanche troppo addestrati si portasse via una residente francese malata terminale a cui nella vita mancava solo di morire da eroina e per giunta senza morfina.
Ma non è la pirateria ad uccidere Lamu, che vive di pesca, d’esportazione di crostacei, del suo ecosistema, di viaggiatori e villeggianti vip e della cultura islamica.
Saranno le mani che hanno firmato gli accordi per la costruzione del nuovo porto ad annientare mille anni di storia, a cancellare la parola turismo dal bagnasciuga e dalla barriera corallina, a scrivere freddi numeri con l’inchiostro ricavato dalle raffinerie di greggio, a trasformare i dhow in petroliere?
LAPSET.
Così si chiamerà il porto. Significa “Lamu Port Sud Sudan Ethiopia”. Sarà lo sfogo sul mare di due stati i cui governanti si apprestano a diventare ricchi, affamati e potenti come i loro alleati.
LAPSET, sembra un rossetto, un semplice makeup per un Paese che si specchia nell’egoismo internazionale sventolando il suo Pil in crescita e altre cazzate simili. La verità è che c’è dietro la costruzione di un oleodotto che collegherà il nuovo stato staccatosi dal Sudan del dittatore Bashir, pieno di petrolio, con il mare e che permetterà anche all’Etiopia di non dover pagare fior di tasse all’hub di Port Sudan. Ecco perché Francia e Stati Uniti appoggiano la guerra contro le frange estremiste arabe di Al Shabaab in Somalia, ecco perché per la prima volta tutti i politici somali in esilio si trovano d’accordo con quest’azione contro quel che resta del loro paese. Ecco perché c’è bisogno della pace.
Il petrolio tira ancora parecchio, più della vendita di armi. L’accordo per il porto è già stato firmato, a Juba dai tre ministri dello sviluppo. Sorgerà nella zona est di Lamu, dietro l’attuale porto d’attracco per chi arriva dalla terraferma e viene trasportato sulle isole. I lavori sono già cominciati, le acquisizioni di terreni di chi vive lì da secoli, anche.
Venerdì prossimo, 2 marzo, i Presidenti dei tre stati e i Ministri saranno a Lamu per il via ufficiale ai lavori.
Cosa si può fare allo stato attuale per salvare il salvabile dell’arcipelago, paradiso protetto (per quel che conta) dall’Unesco?
Malindiikenya.net è andata a Lamu per parlare con la gente, le associazioni, i politici, gli imprenditori, gli ambientalisti, per cercare di capire.
(fine prima puntata)

venerdì 3 febbraio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: TERZA PUNTATA


IL TIR DI SAPONARIA E IL CORRIDOIO PER MOMBASA
Lo chiamano il corridoio.
Ma non è quello con le mattonelle a rombi di una vecchia casa, nobile o di ringhiera che sia, con la padrona anziana che lo asfalta avanti e indietro con le pattine ai piedi.
Questo è un corridoio di polvere e petrolio, di carichi pesanti e pericoli da sorpassare.
E’ la Nairobi-Mombasa. Forse solo il Brennero nei giorni feriali vede transitare così tanti camion. Nel corridoio c’è tutto il Kenya da esportazione su gomma, buona parte dell’Uganda, un po’ di Etiopia e c’è anche la Tanzania lacustre.
Tutti verso l’atrio prima dell’uscio.
Il grande porto d’Africa aspetta. I container ammassati sulla riva del creek hanno assorbito la calma ancestrale del continente. Arrivano a frotte i pachidermi di lamiera e scaricano il proprio ingombrante peso davanti alle gru, enormi giraffe sonnecchianti.
Un cimitero degli elefanti, ironia della sorte.
A Kisii il lavoro è stato completato. Il sovrintendente cinese aveva precedentemente acquistato forniture di pietra saponaria da riempire le toilettes di mezza Shangai.
E’ in mezzo a quell’orgia di porta saponette, cofanetti e soprammobili che si nascondono le zanne in tranci. Nessun controllo serio nel corridoio. Bolla d’accompagnamento, assicurazione, gomme semilisce e via, a sollevare polvere sulla polvere, ad imbiancare le acacie e i maasai che attendono un matatu o qualche altra sventura che se li porti via.
Il corridoio è una manna, un’opportunità, una galera invisibile in cui l’ora d’aria prende la giornata, la percorre e la riempie di piccole occasioni per sopravvivere.
Il tir di saponaria si confonde con altri mille e taglia il corridoio tra sorpassi e frenate, posti di blocco e borghi da far west africano.
Un motel-macelleria, un bar di legno e lamiera, una pompa di benzina. Potrebbe essere new Mexico, se non spuntassero fuori i maasai come qualcosa che non c’entra niente, come in un film di David Lynch.
Il tir scavalca Mtito Andei, poi il crocevia di Voi. Per qualche chilometro magari avrà al suo fianco un collega tanzaniano che arriva da Taveta lungo una strada cattiva e accidentata come il governo in Congo e ha nascosto le zanne in mezzo al tek e a pietre strane.
Sollevano polvere a Mariakani, a Mazeras e riposano gli arti nel traffico d’ingresso a Mombasa, dove il corridoio si restringe fino a sembrare un vicolo cieco, un angiporto.
Il grande atrio di Mombasa.
Sembra quasi uno scherzo del destino che il simbolo della città siano le due grandi zanne incrociate di Moi Avenue. Tusk City, la chiamano. La città delle zanne. Dovrebbero cambiare il nome in Elephant Cemetry, forse.
E’ una piazza d’armi, un territorio da saccheggio pure il Kenya attuale. Quanti di questi traffici, quanto di questo traffico, d’inquinamento che fa arrendere la savana alle porte della città, dipende dal Paese.
Quanta di questa polvere è sollevata per l’Asia e l’Occidente e quanto rimarrà nelle mani di pochi kenioti.
Da nord arriva tè, caffè, ananas e orchidee surgelate. Nella confusione generale cosa vuoi che sia un tir di pietra saponaria.
Soltanto quattrocento elefanti in meno nello Tsavo.
Soltanto quattrocento elefanti morti.
Qualche mese fa un carico sospetto è stato controllato come si deve. Hanno trovato 465 zanne.
Qualcuna, con una spavalderia che fa riflettere sul coinvolgimento di tanti, non era stata nemmeno segata.
Bella, fiera e senza tempo era pronta per salpare alla volta di Singapore. (fine terza puntata)

domenica 29 gennaio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: SECONDA PUNTATA


LA GRANDE MADRE SAVANA E LE ZANNE DI KISII
La savana è la materia.
E’ ciò di cui siamo fatti tutti e da cui tutti proveniamo.
Non sono solo i mesozoici elefanti e le grottesche giraffe a ricordarcelo.
Ce lo dicono le improvvise colline che sono frammenti della Rift Valley, le acacie ad ombrello disseminate come funghi antidiluviani, gli enormi massi scolpiti da centomila anni di vento.
Ce lo insegnano la disperata corsa della gazzella per sfuggire ai felini, la grottesca lotta di corna tra l’orice e l’antilope d’acqua per spartirsi una buona zona d’erba, l’incazzatura collettiva dei bufali, la marmorea attesa dello sciacallo, la vita a strisce delle zebre e quella a stelle del marabù.
La savana ora è ai nostri piedi e assorbe un cielo insolito, appannato.
Un cielo molto poco africano.
Pascal, il ranger, ci spiega che la guardia scelta a cui i bracconieri hanno sparato la sera prima, sta lottando a Nairobi tra la vita e la morte.
Saliamo sul Poachers Lookout, il colle d’avvistamento dello Tsavo Ovest.
Abbiamo dribblato le pietre laviche delle Chyulu Hills, le piste sabbiose che portano alle sorgenti di Mzima Springs, dove l’ippopotamo regna assonnato e la fitta foresta è nascondiglio naturale.
I bastardi conoscono la materia e la loro provenienza.
Hanno tagliato più volte la testa alla grande madre Savana.
L’hanno stuprata e la stanno rendendo sterile.
E’ una storia antica come quella della terra, l’estenuante ripetersi dei soprusi e della vigliaccheria.
Lo Tsavo West in pochi anni è stato svuotato di elefanti e in genere di tutti gli animali.
Paesaggi mutevoli e misteriosi, desertici e lunari, duri, montani o boschivi. Pochissimi esemplari, però.
Da qui i contrabbandieri d’avorio risalgono le verdi colline d’Africa, s’inoltrano nel maasai mara e proseguono per Kisii.
Sono le lande della pietra saponaria, quella sorta di alabastro duro con cui si fanno animaletti, portaoggetti ed altre diavolerie inutili che i cinesi preferiscono in avorio.
Così i bracconieri hanno ceduto il passo ai trafficanti.
Finanziati da uomini d’affari asiatici, arrivano con pesanti automezzi a Kisii e preparano i carichi che finiranno al porto di Mombasa.
Con grosse seghe circolari fanno a pezzi le lunghe zanne, poi mescolano elefanti di saponaria con i preziosi resti di quelli che hanno ucciso.
Un’orrenda mescolanza di reale e irreale, un teatro dell’assurdo e dell’inutile da esportazione.
Tutto nei container che, caricati su grossi tir, riprendono a macinare chilometri nella direzione opposta.

(fine seconda puntata)

lunedì 23 gennaio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: PRIMA PUNTATA


VOI, L'INSOSPETTABILE CROCEVIA DELL'AVORIO
Non diresti che è un crocevia del contrabbando. Voi è adagiata tra colline solitarie ed improvvise rocche, con i piedi in savana e le ginocchia sulla Mombasa-Nairobi, la statale dei camion. Se fosse una donna, potrebbe avere i tratti somatici di quelle sudamericane d’altura, un po’ contadina india un po’ stregona maya, ma non abbastanza guerriera da creare scompiglio e libertà.
Sempre battuta dai venti e dal passaggio degli eventi, tiene i colori dell’Africa all’interno di un composto mercatino scosceso, dove tutto è accomodato e accomodante.
Persino il capolinea dei matatu non è chiassoso come in ogni altro borgo di queste parti.
Basta passare da Mariakani o da Mtito Andei, per accorgersi della differenza.
Per non distrurbarti, qui la gente quasi non ti sorride nemmeno.
Il mzungu è cosa rara, è un alieno che non scende mai sulla terra.
Lo si vede sfrecciare sulle astronavi da safari, intabarrato in completi color cachi e seminascosto da cappelli a larghe tese e occhiali da sole.
A lui non interessa la vita di Voi, la gente che vive in salita e discesa, che beve kenya coffee al Gloria Cafè. Al mzungu da sempre importa degli animali, vuole vedere il leone, l’elefante.
Un tempo li cacciava e ne esibiva fiero i corpi morti. Oggi li protegge e, anzi, sembra dare la caccia a chi vorrebbe portarsi via la pelle del re della savana o le preziose zanne del pachiderma.
Strani questi bianchi.
Allora ti guardi intorno e cerchi l’occhiata complice di chi non ha mai cambiato idea.
L’animale può essere pericolo o fonte di sopravvivenza. A volte anche entrambe le cose.
Cerchi nelle pieghe della cittadina il senso di questo pericolo, la stretta esigenza di sopravvivere.
E’ nascosta, coperta come in questi giorni il grande cielo africano di queste parti. Velato di una tristezza in più, che offusca la luminosa ineluttabilità della storia del Continente Nero. I bracconieri hanno ucciso un aiutante del parco dello Tsavo Est e ferito gravemente una delle guardie scelte del Kenya Wildlife Service. “Sono qui, sono nascosti tra noi – assicura Dominic Wambua, Senior Warden di Tsavo Est – si spostano, vanno e vengono. Impossibile dargli la caccia in maniera costante. Il nostro nucleo investigativo lavora in collaborazione con la polizia di Voi, ma quando ne avvertiamo la presenza all’interno del parco, tocca a noi rischiare la pelle, lo scontro a fuoco”.
Gli uomini di Wambua sono stati addestrati per riconoscere il mal di denti della giraffa, per prevedere il crollo di un ponticello e preparare il guado alternativo.
Vivono nella natura e della natura selvaggia prendono le difese. Ma all’occorrenza imbracciano il fucile per difendere loro stessi e il parco dalla bestia più pericolosa di tutte. L’uomo.
“Si spostano nella notte, lasciano grosse automobili ad attenderli fuori dallo Tsavo e partono con la caccia all’elefante – spiega il boss Wambua - Sono in tanti, devono agire in fretta, prima dell’alba.
Devono trasportare zanne pesanti di là dalla riserva e caricarle sugli automezzi. Sono quasi tutti somali, o Pokoth.
Facile pensare dove si procurino le armi.
Sono quasi tutti al soldo degli asiatici che sbarcano a Nairobi in cerca d’avorio”. Se poi pensi a quel che ne faranno, oggettistica preziosa kitsch per le loro ville, ti viene ancor più il voltastomaco. Nell’ufficio di Wambua, un palazzotto rivestito di Galana in mezzo al niente dell’Africa, si respira preoccupazione ma anche abitudine a battaglie quotidiane per conservare uno dei grandi patrimoni di questo Paese. Anche per il bene del turismo. “Ci tengo a precisare – dice ancora Wambua – che per i turisti che arrivano allo Tsavo Est, non c’è alcun pericolo.
I bracconieri non hanno alcun interesse a farsi vedere o ad attaccare le persone.
Si muovono a piedi e mai di giorno, evitano le vicinanze dei campi tendati o dei lodge perché sanno che sono sorvegliati. I vostri connazionali ogni anno premiano in massa il nostro lavoro e sono sempre i benvenuti”.
Magari, se lanciassero qualche bottiglietta di plastica o fazzoletto usato in meno sotto le acacie o sulle sponde del Galana river, sarebbe meglio…

(fine prima puntata -foto di Leni Frau)

mercoledì 28 dicembre 2011

DOVE C'E' MALINDI C'E' CASA?


Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari. Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca. Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda. D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è? Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti.
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case. Tutte le villette si assomigliavano. Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni. La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare. In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava. Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant. Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora. Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine. Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya! Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato.
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero. Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostiense Lunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile. Non è solo rifugio, alcova, reggia. E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti. Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi. Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia. Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari. Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi. Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri. Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”. E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete? E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle! La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese.
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?

domenica 18 dicembre 2011

MALINDI DALL'ASKARI ALLA ZANZARA


Viene presentato martedì 20 dicembre alle 19, ai bordi della piscina del Mwembe Resort di Malindi e al ristorante Lorenzo Il Magnifico, il nuovo libro di Freddie del Curatolo con i disegni di Max Banfi, "Malindi dall'Askari alla Zanzara - piccola enciclopedia per gli italiani in Kenya". Un volumetto ironico di grande utilità per chi si trova a scoprire, riscoprire o scoperchiare la costa keniota da turista, naturista, culturista futurista e ora non lo è più.

Ecco la prefazione:

E’ praticamente impossibile completare una sorta di piccolo dizionario enciclopedico della Malindi italiana.
Proprio per questo motivo ci siamo divertiti a provarci, utilizzando la ricetta a noi cara dell’ironia.
Le “voci” possono cambiare, aumentare o diminuire nel giro di pochi minuti. Siamo certi che, mentre andavamo in stampa dopo aver corretto le bozze, sono sortite altre venti o trenta definizioni e ce ne siamo ricordate altrettante che non appaiono qui sopra.
Vorrà dire che ci toccherà, tra un paio d’anni, ristampare una versione aggiornata e corretta, con notizie più fresche e nuovi disegni.
E a voi toccherà ricomprarla.
In fondo, come è giusto che sia per chi vive l’Africa nel rispetto del suo popolo e delle abitudini ancestrali proprie di questo Paese, il libro che vi apprestate a sfogliare è un prodotto artigianale e genuino e come tale può contenere qualche imprecisione e talune mancanze.
Ci scusiamo fin d’ora con i gestori o proprietari degli esercizi commerciali che non sono stati citati. Non pensiate di starci sulle balle, semplicemente ci siamo dimenticati di voi.
Non fatecelo pesare, vi preghiamo, la prossima volta che verremo ad acquistare qualcosa da voi o vorremo usufruire dei vostri servizi. Ce la caveremo regalandovi una copia del libro e promettendovi l’inserimento nella prossima edizione?
Eppoi, mica siamo le pagine gialle! E nemmeno l’elenco del telefono, infatti abbiamo inserito solo i nomi dei personaggi famosi che sono passati da Malindi, più qualche soprannome divertente dato ai residenti.
Avremmo potuto anche fare un po’ più di satira, ma sono tempi strani, in cui anche in Kenya non tutti riescono più a ridere e a scherzare come ci hanno insegnato le popolazioni locali. Ci sono troppi permalosi in giro, e altrettanti maliziosi. Perché rischiare di essere fraintesi? Il nostro intento è solo quello di presentare il luogo in cui viviamo e le sue peculiarità, in forma simpatica e canzonatoria. Ma senza offendere nessuno. E con grande rispetto per tutti.
Per quanto riguarda invece le voci più “serie”, non siete (come potete immaginare) di fronte a un testo scientifico o sociologico. Troverete sicuramente inesattezze, superficialità, esagerazioni, mancanze.
A volte in buona fede, a volte no.
Ricordatevi che avete tra le mani semplicemente un divertissement; non c’è tutto, ma di tutto un po’.
E soprattutto, saranno anche stracavoli nostri?
Cordialmente

Freddie del Curatolo e Max Banfi

venerdì 16 dicembre 2011

RETTIFICARE, NON RITRATTARE...E COMUNQUE: SI RIPARTE!!!


Eccomi qui, il giorno dopo, a dirvi che la scuola calcio Karibuni Genoa di Malindi non chiude. Questo ovviamente non significa che non ci siano stati e non ci siano problemi, intendiamoci. Come ha detto l'AD Zarbano al Corriere Mercantile "...considerato che ci era stato chiesto un aiuto e un aiuto lo abbiamo dato. Purtroppo quando si pensa di fare qualcosa di buono, si deve fare i conti con gente che chiede e pretende".
PRECISIAMO e spero per l'ultima volta: Al Genoa non è stato chiesto un AIUTO. Con il Genoa CFC e la Onlus Karibuni, una delle realtà più trasparenti e inserite nella solidarietà in Kenya, è stato approntato un progetto che prevedeva una crescita di anno in anno, con la certezza di svolgere un lavoro sociale senza precedenti. Per questo progetto, di cui esiste ovviamente un cartaceo e anche un allegato mail con accettazione da parte del Genoa, si parla di 25.000 euro annui. Sono arrivati dalla società, per adesso, solo 10000 euro e sono passati quasi due anni. CHI E' CHE CHIEDE E PRETENDE? Ora, ne sono stati promessi altri 10000 e vengono considerati manna che cade dal cielo. Certo, per i miei ragazzi lo sono e lo saranno, e la mia gioia nel rettificare (E NON RITRATTARE, caro Angeli autore del titolo di quell'articolo...le parole sono importanti)era dovuta solo a quel pensiero. Oggi come oggi, per una questione di principio, non possiamo permetterci di rinunciare nemmeno a 100 euro. Tutto serve a questi ragazzi e a un progetto che vorremmo ne potesse far crescere decentemente molti di più. Quando i soldi saranno accreditati sul conto, forse, potrò raccontarvi una nuova storia.
FORZA GENOA e FORZA GRIFONCINI ROSSOBLU KENIOTI!

giovedì 15 dicembre 2011

CHIUDE LA SCUOLA CALCIO GENOA


“Questa è una notizia che da appassionato d’Africa, da tifoso e soprattutto da persona che lavora nel sociale, non avrei mai voluto dare: dopo soli due anni dalla sua creazione, la scuola calcio Genoa di Malindi è costretta a chiudere i battenti. Costretta dalle promesse mai mantenute dalla società e dalla mancanza completa di interesse e dialogo tra Genova e Malindi. Domani si scioglierà un gruppo di ex ragazzi di strada che, con gli splendidi colori rossoblu addosso, hanno imparato a superare mille problemi, a migliorare i loro voti a scuola, a diventare un gruppo indistruttibile di veri amici. Verrà troncato un progetto sociale che è stato lodato e portato ad esempio in tutto il Kenya come il modo più efficace per diminuire la microcriminalità adolescenziale, che ha tolto dalla strada migliaia di ragazzi che ogni settimana venivano a seguire le partite dei loro coetanei. Un progetto che ha permesso, grazie all’aiuto dei tifosi e delle sporadiche donazioni di aziende e privati, di creare eventi unici nel mondo come il Torneo degli Orfanotrofi.
L’idea della scuola calcio era nata per gioco, dal mio libro “Genoa Club Malindi”. Alla fine di questo diario semi-reale, auspicavo la creazione di un piccolo Grifone in Kenya. L’associazione Onlus Karibuni ha cercato di trasformare il sogno in realtà, contattando la società Genoa, attraverso la Giochi Preziosi. L’iniziativa, nel novembre 2009, è stata presentata in pompa magna con una conferenza stampa a Villa Rostan, con Beppe Sculli come testimonial. Per una settimana sono stato intervistato da stampa e media e ho illustrato il progetto sociale. Da allora più volte il sito del Genoa e altri lidi internet a tinte rossoblu si sono occupati della creazione e della crescita della Karibuni Genoa di Malindi. Così ha fatto anche la stampa. Il nome del Genoa keniota è approdato sui media nazionali. Ma in poco tempo siamo stati lasciati soli e siamo andati avanti grazie al grande cuore dei tifosi e a molti turisti italiani, anche non genoani, che si sono affezionati al progetto, vedendolo sul campo. Infatti l’accordo con l’Amministratore Delegato del Genoa Alessandro Zarbano, prevedeva uno stanziamento di 25 mila euro all’anno. Nel 2010 sono arrivati solo 10 mila euro, unitamente a una muta incompleta di maglie dalla Scuola Calcio Barabino & Partners, priva di pantaloncini, calzettoni e scarpe. Nel 2011, dopo assicurazioni verbali e promesse, non sono arrivati neanche quelli. I due giovani calciatori kenioti portati a Genova nel novembre 2010 a vivere una settimana con gli Allievi, sono stati pagati da Karibuni Onlus e non hanno nemmeno ricevuto vitto e alloggio. L’unica cosa che il Genoa ha fatto è stata pagare a me l’albergo (grazie).
Mentre il sito internet rossoblu continuava ciclicamente a pubblicizzare la bella iniziativa sociale, la Karibuni Onlus doveva fare i salti mortali, tra le sue tante iniziative in Kenya, per racimolare qualche soldo per farci andare avanti e io ho fatto lo stesso. Nella speranza che prima o poi Preziosi e i suoi, ci facessero un regalo. Avevamo grandi progetti per rendere la scuola calcio Genoa un “unicum” in tutto il Continente Africano. E con soli 25 mila euro all’anno avremmo fatto cose inimmaginabili, che oltre a coinvolgere centinaia di ragazzi, avrebbero dato lustro al nostro Grifone.
Invece niente. Niente di niente, inspiegabilmente.
Così con un dolore grande nel cuore, dopo le ennesime mail spedite in società che non hanno avuto risposta, se non un’altra decina di magliette da Barabino, abbiamo deciso di dire ai ragazzi la verità. Sarà durissima, domani. Questi ragazzini hanno già i nostri colori nel sangue. Durante l’ultimo torneo hanno raccolto chissà come, gli spiccioli per preparare dei braccialetti rossoblu con scritto Genoa Cfc, da regalare a tutto lo staff. In finale sono arrivati anche i loro tifosi, coetanei con un bandierone che a fine partita tutta la squadra ha autografato e con cui hanno fatto il giro del campo. In questi due anni ho spiegato loro la filosofia della squadra più antica d’Italia, la sua dignità, l’orgoglio che non è legato unicamente ai risultati…altrimenti…
Dovrò dire a questi piccoli grandi giocatori, a questi miei figli, che il Genoa ci ha tradito. Che tutti insieme valgono meno di un mese di stipendio di Ribas, che le plusvalenze non contemplano un piccolo aiuto a chi non ha nulla, se non una speranza legata a un pallone, a due colori.
Ahmed, Joseph, Baraka, Stanley, Gift, Kalu, Eugene, Waweru, Juma, Jamal, George, Rashid e gli altri a gennaio torneranno a trovarmi ed allenarsi. Speriamo per quel periodo di aver trovato un’altra squadra che si prenderà a cuore la loro crescita. Altrimenti non potremo più garantire loro borse di studio, incentivi per migliorare le condizioni della scuola che frequentano e aiuti ai genitori. Stiamo parlando di ragazzi che a volte non trovano a casa nemmeno una pallina di polenta, per cena. Qualcuno di loro è stato adottato a distanza, come Joseph che studierà grazie ai Grifoni in Rete ed altri due di loro grazie a donazioni di tifosi. Probabilmente il presidente Preziosi, indaffarato com’è, non saprà nulla di questa situazione. Ma la dirigenza non può cadere dalle nuvole, tutte le mail inviate da un anno a questa parte parlano chiaro. Ci siamo stufati di non ricevere risposte, di chiedere e di prostrarci per un aiuto che ci era stato promesso. Per un progetto che ha portato più benefici d’immagine al Genoa che benessere ai nostri ragazzi per cui c’è ancora tanto, forse troppo, da fare. Che tristezza, vecchio Balordo.
Dall’Africa, col Genoa nel cuore ma il cuore a pezzi, Freddie del Curatolo”.

mercoledì 7 dicembre 2011

CIAO PICCOLA ANDREA


Addio piccolo cuore innocente. Ci hai insegnato che si può voler bene a qualcuno senza pretendere nient'altro che il suo bene. Ci hai fatto sperare nell'impossibile, ci hai confermato che abbiamo amici dal cuore più grande della sofferenza e della vita stessa. E' andata come si sapeva. Mi piace pensare che ogni tanto, e per un periodo più lungo di quel che avrebbe dovuto essere, un raggio di sole ha scaldato anche te, un po' d'amore è entrato anche nel tuo cuore. Ciao Andrea.

domenica 18 settembre 2011

KARIBU ANITA TAMU!


Non credevo che in vita mia avrei avuto un figlio, figuriamoci due. Benvenuta Anita Tamu, “karibu” come si dice nel luogo in cui sei nata. Non ti abbiamo cercato ma io e la mamma siamo molto felici che tu sia arrivata. Un po’ perché entrambi abbiamo una sorella minore, un po’ perché i figli unici ci sono sempre stati sulle balle. Credono di essere gli unici al mondo come lo sono stati per mammà e il luogo comune secondo cui sono un po’ viziatelli e permalosi, è un luogo comune…ma è vero. Piccola Anita, la grande Agata ti ha accarezzato ieri dall’alto dei suoi due anni e mezzo e diceva “sono grande, io…guarda che piedi piccoli Anita”.
Diventerete grandi amiche. Di più, inseparabili.
In un mondo sempre più individualista, sempre più egoista, questa è già una gran bella cosa.
L’altra, a mio modestissimo parere, e che vi amo.