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martedì 10 settembre 2013
KWAHERI ABOO, IL VERO CLOCHARD DI MALINDI
Era morto già parecchie volte, Aboo. Questa purtroppo è proprio l'ultima. Quando lo hanno portato via da un angolo buio di Lamu Road che aveva scelto come giaciglio, non c'era più possibilità di rianimarlo. Non come la penultima volta, quando tutti avevano giurato di averlo visto spirare e invece si era piano piano ripreso dal coma, tornando a passeggiare davanti al Karen Blixen. Aboo era uno dei più longevi questuanti di Malindi, ma l'unico che avremmo potuto definire clochard. Nei primi anni Novanta era il capo dei tassisti, ma lo stipendio se ne andava tutto in Tusker Lager. Poi l'avvento dei tuk-tuk lo aveva lasciato senza lavoro. La sua voce roca da cantante soul americano non designava più le vetture per i turisti, ma lanciava invettive politiche o raccontava storie surreali, e chiedeva qualche spicciolo ai turisti, quasi sempre in maniera meno invadente dei suoi "colleghi". Io con Malindikenya.net per anni lo ho mantenuto, pagando l'affitto della sua baracca, perché era una specie di monumento di una Malindi a cui siamo affezionati, guarnita anche di personaggi come lui. Sono stato a casa sua, nel ghetto di Kisumundogo, si parlava di conflitti etnici, di corruzione, snodava le formazioni delle squadre di calcio italiane, elargiva commenti sarcastici su qualche italiano che proprio non gli andava a genio. Per molti, uno dei tanti "fastidi" giornalieri di Malindi. Per me un simpatico accattone, forse troppo intelligente per vivere la strada di questi tempi non più poetici come una volta e come è stato spesso il suo modo di vivere. Addio vecchio Aboo, mi mancherai.
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mercoledì 28 dicembre 2011
DOVE C'E' MALINDI C'E' CASA?

Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari. Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca. Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda. D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è? Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti.
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case. Tutte le villette si assomigliavano. Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni. La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare. In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava. Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant. Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora. Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine. Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya! Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato.
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero. Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostiense Lunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile. Non è solo rifugio, alcova, reggia. E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti. Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi. Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia. Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari. Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi. Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri. Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”. E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete? E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle! La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese.
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?
mercoledì 6 aprile 2011
IL DIABOLICO PIANO DI JANE

Io mica sono uno sprovveduto e soprattutto non arrivo dall’Italia per farmi fregare.
Sono sbarcato a Malindi con le idee chiare. Trascorro sei mesi all’anno qui, lascio a quel paese la nebbia, il freddo e il grigio, lascio quella stronza della mia ex-moglie, i soldi per l’università ai figli che manco ci vanno e se li pappano, uno in cocaina e l’altra in concerti di metallo pesante, e lascio le rotture in mano al commercialista.
Qui trovo il clima gentile, a volte un caldo bestia, pesce fresco e tante belle figliole.
E mi guardo in giro, che prima o poi mi trasferisco in pianta stabile.
Ma attenzione! Non sono mica uno che ci casca…questo non è il paradiso, lo so bene.
Un amico, poi, mi ha dato un librettino scritto, dice, da uno che vive in Kenya e che la sa lunga.
O almeno è uno che si è informato e te la racconta bene.
Così grazie a questo libretto, e ai consigli del mio amico, ho trovato un bell’appartamentino in affitto in centro a duecento euro al mese, poi mi è stato presentato un buon avvocato, che mi assiste nelle operazioni finanziarie chiedendomi molto meno di quello che mi scucivano in Italia intermediari e consulenti del cazzo per ogni movimento o transazione. Inoltre ho messo su un piccolo business, giusto per avere qualcosa da fare, anche se con la rendita della casa e del negozio che avevo in Italia, qui vivo alla grande. Mi posso permettere il ristorante due volte alla settimana, ho una donna di servizio otto ore al giorno, bravissima ma intrombabile, e una segretaria incapace ma molto operosa da quell’altro punto di vista.
Più o meno come in Italia, ma spendendo un decimo.
Mi muovo bene, come uno che ha sempre vissuto da queste parti.
Fiuto i connazionali furbi e quelli intrallazzoni, le brave persone e i kenioti che vale la pena di frequentare. Rispetto tutti e sono rispettato.
Alla sera, ogni tanto, mi sento un po’ solo. Dopo il telegiornale, esco a fare un giro, che tanto qui fa sempre caldo e si sta bene anche fuori, anzi quasi meglio che in casa.
Sono seduto in un bar locale, con una cocacola baridi in mano.
Mi si avvicina una bella ragazza statuaria, un panterone di quelli che a Treviglio non si vedono nemmeno di notte, forse perché sono troppo scure, chissà. Altro che la mia segretaria! Quella, per quanto operosa, ha la femminilità di uno scaffale in mogano.
Questa è formosa, procace, con labbra che sanno di peccato. Un peccato sarebbe non farla sedere, non offrirle da bere. Posso farlo tranquillamente, senza rischiare nulla; tanto ho studiato la lezione del libro: le Naomicambell da queste parti sono pericolosissime. Peggio delle sirene di Ulisse, ti fanno innamorare e poi ti ripuliscono per bene. Ma io non farò quella fine.
“How are you? What’s your name? From Malindi?” il mio inglese finisce qui, ma per fortuna (e anche questo è scritto nel libro) lei parla e capisce l’italiano.
“Bene, grazie…mi chiamo Jane…”
Jane, mi suona come “iena”. Chissà da dove arriva, per spolpare me.
Sono tutte di Nairobi, anche quelle dei villaggetti sconosciuti, dice il libro. Sarà perché vogliono dare l’impressione di essere cittadine, e non arrivare dalle capanne nel bush. Nairobi è una città moderna, è la capitale…c’è cultura, lavoro, bei locali, tante opportunità. Altro che questa cittadina di disgraziati e arabetti, altro che il mondo derelitto che trovi girato l’angolo dei resort.
Qui solo fango e palme, vecchi sdentati che chiedono l’elemosina e bambini che chiedono le caramelle.
“Sei di Nairobi?”
“No, vengo da Matumbuku”
“Ah…interessante…come hai detto?”
“Matumbuku, è un villaggio vicino a Machakos”
“Uhm…è dov’è Machakos?”
“Non lontano da Nairobi”
“Ah…ecco…vicino a Nairobi…ora capisco…”
“Sì”
“E cosa facevi a…”
“Matumbuku”
“Matumbuku”
Cosa vuoi che facesse un pezzo di ragazza del genere…queste ti dicono che sono tutte studentesse, oppure hanno finito da poco la scuola e vengono a Malindi a cercare lavoro nel campo del turismo…così dicono tutte quelle che ti vogliono raggirare. Ci ha proprio la faccia da laureata, questa qua. Mi viene da ridere. Voglio proprio ascoltare che balle mi racconta…l’educanda.
“Non facevo niente, per la verità. Stavo a casa ad aiutare la mamma, ma appena potevo me ne andavo a divertirmi con le mie amiche. Non mi piaceva studiare, e mi annoiavo. Così a quindici anni me ne sono andata a Machakos, poi mi sono trasferita a Nairobi, e ancora a Mombasa e infine sono venuta qui a Malindi”.
Ecco…non studia, non ha un lavoro. Questa è ancora più furba delle altre, fa la finta sincera…ho capito…sicuramente la metterà sul patetico, sul vittimismo. Orfana di padre, una madre malatissima, il fratellino da mandare a scuola, la sorella violentata…e chi più ne ha più ne metta.
“E la tua famiglia a Matambu…là, vicino a Nairobi…come sta?”
“Bene, grazie!”
“Nessun problema? Mamma, papà? Ci sono ancora?”
“Sì, non sono vecchi. Lavorano. Mamma insegna nella scuola elementare di Matumbuku, papà guida i camion, non c’è quasi mai. Ho tre fratelli, uno più grande che lavora a Nairobi in una ditta di abbigliamento, una sorella che fa le scuole superiori a Machakos ed è bravissima, e un fratellino che ha sette anni e studia nella scuola dove insegna mamma”.
Che bel quadretto…tutti bravi e tutti felici…vediamo dove sta la fregatura, sicuramente la sua scelta di vita l’avrà messa in difficoltà qui sulla costa.
“E qui a Malindi, dove vivi?”
“Per ora sono ospite da un’amica”
Bingo! Ecco dove voleva arrivare la pantera. Certo, l’ha presa larga, per sedurmi a dovere. Sicuramente le serviranno i soldi per trovare una casa propria, arredarla…gli affitti a Malindi sono così cari…avrà bisogno di una mano, questo è il motivo per cui è qui al tavolo con me. Io le sembro una persona gentile…e lei è costretta occasionalmente, per bisogno, per disperazione…anzi no, non lo farebbe mai…non è solo per riconoscenza che si concederebbe, ma perché le piaccio veramente.
Se crede di farmi fesso, si sbaglia di grosso, prima o poi la faccio cadere.
“E non hai una casa tua. Jane?”
“Una casa? Per adesso non mi serve proprio…”
“E le tue cose, un tuo armadio per i vestiti, se vuoi ospitare parenti e amici...?”
“Ma quante domande mi fai…fai il poliziotto in Italia”
“No…veramente…vendevo polizze assicurative…”
“Sorry?”
“Niente…insurance…vabbè, lasciamo stare”.
C’è qualcosa che non torna…questa è veramente un osso duro, vuole tenermi sul filo, farmi intendere che ha dei segreti, circondarsi di un alone di mistero…ma prima o poi calerà l’asso nella manica. Lo so, perché sono tutte così. L’uomo bianco per loro è solamente un pesce grosso da far abboccare all’amo. Ognuna ha la sua esca particolare.
“Quindi hai una vita normale, tranquilla…sei felice?”
“Felice?”
Ride, l’attrice. Si bea della sua fisionomia, pensa di poter incantare chiunque.
Non sa che io so, o quantomeno immagino tutto.
“Certo! A Malindi si vive bene, ci vivi anche tu, no? Lo sai…a me piace ballare, stare con gli amici, bere una birra ogni tanto”
Ballare…stare con gli amici…la birra…ma questa c’è o ci fa? E come può pretendere poi di volere dei soldi, se la porto a letto? Quale altra arma pensa di usare, se non la compassione? Con la situazione dell’Africa, le sue miserie a portata di mano che fa, non ne approfitta? Questo è un caso patologico…devo assolutamente capire.
Decido di far precipitare le cose.
“Ti va di venire nel mio appartamento?”
“Perché no?”
Non ha avuto esitazioni. E se fosse una rapinatrice di professione? Una terrorista al soldo di qualche islamico potente? E se fosse pagata dalla cooperazione italiana per prendere i nomi di tutti i depravati italiani che abitano a Malindi?
L’importante è non cedere prima di essere convinti di conoscere tutta la verità. Devo entrare nella sua testa, capire la psicologia, che tattica sta usando e perché. Il libro dice che queste ragazze sono camaleontiche, si adattano al tuo modo di fare e scoprono subito i tuoi punti deboli, per poi farti fare la fine del maschio della mantide religiosa.
Prendiamo un tuk-tuk e in cinque minuti siamo da me.
Cento scellini. Pago io.
Entriamo in casa, siamo in camera.
Sorride, entra in bagno. Ne esce nuda. Un corpo perfetto, un seno sodo, che sta in piedi da solo come se se lo fosse rifatto a Dalmine. Avanza sinuosa con sguardo famelico.
“Ma…cosa ti sei messa in testa?”
“Ho fatto la doccia…non va bene?”
“Mah…Jane…credevo dovessimo parlare…prima”
“Si può parlare anche così, non credi? Vuoi che ti spogli io?”
“Io…io…”
“Ho capito, hai paura di spendere troppo. Allora, se vuoi fare tutto, sono 3000 scellini. Altrimenti ti faccio uno sconto”.
“Ma tu…tu…tu sei…”
“Sono una prostituta, italiano. Una prostituta a pagamento. Non hai mai visto una puttana? Non ce ne sono dalle tue parti? Se volevi una suora, la diocesi è a poche centinaia di metri da qui, se vuoi fare la storia romantica e poi chiedermi di diventare tua moglie, hai sbagliato persona, bello. Io lo faccio solo per soldi. Che faccio, mi rivesto?”
“No….no…per carità…mi si è alzato anche senza viagra…”
Sono al cospetto di una creatura intelligentissima, e indubbiamente molto bella. Non sono ancora riuscito a capire quale sia il suo diabolico disegno nei miei confronti. Probabilmente anche lei ha capito che non mi si può fregare facilmente. E’ arrivata addirittura a recitare la parte della mignotta…questa punta in alto…Ma la smaschererò, giuro che la smaschererò!
lunedì 21 febbraio 2011
UN'INDIMENTICABILE SETTIMANA ROSSOBLU IN AFRICA (di Edoardo e Beccioni)
Se ti piace depilata, forse l’Africa non fa per te.La sua bellezza è rigogliosa, ma sepolta sotto montagne di schifezza.
La schifezza è dovunque, e quasi tutta d’importazione.
Arrivi in Africa e capisci subito che è un inferno. Ma la scoperta più terribile è la successiva: questo inferno africano è infinitamente più vivibile e seducente dell’inferno asettico di casa tua. Se poi ci aggiungi un Freddie Beccioni quasi astemio in regime pre-derby e i ragazzini della Scuola Calcio di Malindi, lo sconcerto è totale.
Però, nella luce dell’equatore, il rosso e il blu diventano ancora più splendenti, ti affascinano, ti tolgono il fiato.
Ok, forse Malindi non è Africa, o è Africa in un modo un po’ speciale. Come quando scavi un buco nella polenta e ci versi il trifolato di funghi porcini. L’Africa, la polenta, è tutto intorno, ma se caschi dritto in mezzo al trifolato puoi anche avere l’impressione di goderti una vacanza italiana da cinepanettone.
Ma il Grifone non lo trovi certo nelle pieghe preziose della Malindi infiocchettata di tricolore. Il Grifone non sta, ovviamente, con gli elegantoni griffati della costa, immersi nelle loro ville e nei loro porti rotondi, all’ombra di cocktail in bicchieri dagli steli smisurati. No. Tagli per una strada sterrata che si diparte dal centro. Dal centro della Malindi africana, quella vera. Ai bordi della strada, sobbalzando, vedi precarie bancarelle con ogni mercanzia, precarie baracche abitate da vite assetate di grazia, precarie montagne di rifiuti (non è dato sapere per quale misteriosa ragione la povertà generi così tanti rifiuti). In fondo alla strada, poco dopo una discarica, un immenso baobab ti introduce al campo dei ragazzi del Genoa.
Sono lì, ansiosi di indossare la gloriosa casacca. I loro sorrisi e i loro occhi curiosi valgono un gol di Palacio, nel derby, al 94mo. Giocano contro la squadra di un orfanotrofio. Gli avversari indossano belle maglie sponsorizzate, ma rivelano scarsa dimestichezza con la tattica. Gli ci vorrebbe Gasperini. Magari potrebbe bastare anche Pato. I ragazzini del Genoa (molti dei quali a piedi nudi) applicano gli schemi del loro mister a memoria e sembrano il Barcellona. Alla fine non si contano i gol: 8 o 9 a zero. So solo che cominciamo a fare tutti il tifo per gli avversari. Perché un vero genoano, anche quando gli tocca vincere, finisce sempre col condividere la sconfitta coi perdenti.
Seguo soprattutto Mystic e Stanley, due ragazzini molto bravi e molto bisognosi di sponsor. Hanno gravi problemi di famiglia, ma giocano con allegria comunicando allegria. Mystic è un centrocampista dai piedi e dal cervello sopraffini. Non so se sia meglio di Milanetto, ma è molto bello a vedersi. Stanley gioca sulla fascia, con la giusta energia e inserimenti ben calibrati. Mi piace un sacco. Poi c’è Joseph, il dolcissimo Girino. E’ infortunato, ma si presenta con una t-shirt del grifone e fa il tifo da bordo campo. E di certo non gliel’hanno suggerito Scarpi o Marco Rossi.
La settimana dopo rivedo i nostri contro una compagine tignosa: ragazzi vivaci, esperti e un po’ gaglioffi, senza divisa. C’è quello che gioca a torso nudo, quello con la maglietta stracciata, quello in bermuda. Ma sono forti. Vanno in vantaggio su contropiede (in fuorigioco non visto) e poi si difendono come se li allenasse Novellino. I Grifoncini riescono a pareggiare alla fine del primo tempo. Anche se gli avversari intasano gli spazi non rinunciano alle loro eleganti trame triangolari e, nel secondo tempo, segnano il 2-1 e poi il 3-1, con azioni splendide.
Ma il risultato è un fattore relativo. Li vedi scendere in campo, col rosso e il blu che brillano, e capisci che, comunque vada, hanno già vinto. Loro e tutti coloro che gli vogliono bene.
Del Genoa vero, che dire? Pare assurdo che l’entità africana in grado di disquisirne, all’anagrafe artistica si chiami Beccioni. Dopo la litania di Bari mi tocca condividere il Derby con quel pazzo. Dopo aver cercato la diretta in una tv mozambicana di parenti di Eduardo, predisposto un ardito accrocchio skype, sognato uno streaming saltellante, ci rimane solo la voce di Brenzini. Il Beccio è imbufalito, parte una bottiglia di “Libertas”, un cabernet sauvignon sudafricano che ha scovato nella cantina di fango di uno stregone bantù. La valanga di gol sbagliati ci predispone a subire la nemesi. Partono anche birre Tusker. Ci guardiamo abbacchiati, così sicuri del peggio che, al gol di Rafinha, saltiamo in piedi esultando male, condizionati dalla paura che, alla fin fine, la vittoria ci sfugga solo perché siamo in Africa. Vinciamo, invece, ma è tutto irreale. Vedete un po’ voi: un tale che, ai miei occhi, non brilla per intelligenza, mi racconta, da dentro una scatoletta, mentre me ne sto all’Equatore, che il Genoa sta vincendo il Derby. Chiaro che non mi fidi. Mi sembra tutta una faccenda artefatta: l’Africa, il vino, il caldo, le birre, la ragazza della scorta del Beccio che mi aspetta in albergo. Vado da lei, le infilo la sciarpa rossoblù e corriamo per le strade a sbandierare. Beccioni suona il clacson per una città che non sa perché, per una nazione e un continente che non sanno perché e forse si chiedono quale mai sarà il paese in rivolta con la bandiera rossoblù. Facciamo un po’ di casino, ma le televisioni parlano d’altro. Nei bar, nelle strade, nessun segno. Mi sveglio di notte, con il cielo equatoriale che incombe, la ragazza che mi abbraccia teneramente, la sciarpa rossoblù ancora ai piedi del letto e mi dico: “Non può essere vero. È un trucco di quel diavolo d’un Beccio. Non cascarci, ragazzo”. Appena sveglio, gli telefono e, stupidamente, ansiosamente, imploro: “Lo hanno detto in TV? C’è scritto sui giornali? Dimmi che è vero”. Lui mi conferma che esistono prove certe e così vado in spiaggia, davanti all’oceano, solo. E solo allora, come uno scemo, mi lascio andare alla gioia vera e irrefrenabile, con 14 ore di ritardo.
La domenica successiva è quella di Genoa-Roma, ma anche quella che sta preparando la mia ultima notte africana. Il Beccio mi viene a prendere in albergo per soffrire insieme davanti a qualche altro elettrodomestico cieco. È un po’ in ritardo, dopo i bagordi di un megaconcerto della notte precedente e un pomeriggio al mare. Non faccio in tempo ad aprire la portiera dell’auto che mi dice, con la morte nel cuore: “Abbiamo appena beccato gol. Stiamo risuscitando la Rometta”. Mi invita a casa sua, armeggia un po’ con TV e Internet ed ecco la seconda pera. Cacchio. C’è una tristissima trasmissione RAI. Fanno vedere la partita del Milan e si collegano con gli altri campi ad ogni gol segnato. Si sente lo squillo di una trombetta stonata ed è di nuovo Marassi: 3-0. Fanculo. Tiriamo giù le madonne equatoriali, spegniamo gli ardori e cominciamo a parlare di affari e di passatempi vari. Di quando passerò sei mesi all’anno da queste parti e piazzerò via mail Mystic al Ligorna e Stanley al Sestri Levante. La mia ultima domenica si preannuncia nera. Nera come l’Africa, e forse anche di più. Nello studio della RAI i romanisti gongolano. Comincia il secondo tempo e squilla la trombetta. Il golletto di Palacio ci rianima. Forza, ragazzi! Dopo il secondo gol rossoblù siamo sicuri che non finirà così: o loro fanno il quarto o pareggiamo. Trombetta. Birre. Immagini dei Grifoni che si abbracciano. Saltiamo su come matti, urliamo, svegliamo tutto il quartiere. Guardo l’orologio, guardo il Beccio e proclamo: “Adesso voglio vincere”. Cosa sia successo al gol della vittoria ve lo lascio immaginare. Una rimonta storica, una goduria. Vado in albergo a prendere la mia amica, ci vestiamo di rossoblù e andiamo a festeggiare in uno splendido ristorante consigliato dal Beccio: “The old man and the sea”. Come avrebbe fatto Hemingway, ma anche P.A.P. , ci strabuffiamo di pesce e crostacei, bardati con i colori del Grifone. Intorno a noi c’è una famiglia musulmana, che non capisce ma si adegua.
Poi la serata scivola verso la notte, che è la lunga notte degli addii. La gioia si diluisce in nostalgia, le tusker non bastano più a tenere a freno la tristezza e dagli occhi della mia compagna afro-genoana scivolano giù lacrime incontenibili. Decido che è meglio tagliare la testa al toro, prima che la situazione degeneri. Ci stringiamo con tutta la tenerezza possibile e infilo nell’ultima birra due Roipnol. I sentimenti si attenuano. Anche il 4-3 del pomeriggio ora sembra lontano. E ancor più distante, l’ultimo derby vinto in contumacia. Ma va bene così. Anche a sopportare la felicità bisogna essere allenati.
Dai ragazzini alla prima squadra: un Grifone indimenticabile, un’apoteosi.
Se tanto mi da tanto, faccio l’abbonamento per rimanere qui.
Altro che Pizzighettone!
mercoledì 30 giugno 2010
MALINDI: STESSA SPIAGGIA, STESSO MARE

Stessa spiaggia, stesso mare”, cantava Piero Focaccia quando Malindi era soltanto un “buen retiro” di mercenari inglesi sotto spirito. Oggi la costa keniota, grazie anche agli italiani, ha la sua stagione turistica proprio come quella adriatica o quella ligure. Noi si apre i battenti a metà luglio, poi ci si rilassa ad ottobre e novembre (perché va bene il turismo, l’estate, il lavoro…ma ricordiamoci che siamo in Africa, se la nostra missione era faticare ce ne andavamo in Brianza…) e si riparte con “E la chiamano Estate” di Bruno Martino.
Come ogni stagione, qui a Malindi le piogge hanno mondato pettegolezzi, avventure e disavventure della comunità italiana più numerosa dell’Est Africa. Si riparte tutti da zero (o quasi) e come in un ipotetico campionato, comincia anche il calciomercato. Direttori di alberghi cambiano casacca come gli allenatori, ne arrivano di nuovi dall’estero e quelli storici si riciclano. Qui i residenti di lungo corso f“anno tutti come Trapattoni: in pensione non ci vuole andare nessuno. Tra fare poco e fare un cazzo, la differenza è minima…Ma il calciomercato di Malindi è più creativo di quello vero e proprio. Sì, perché qui capita che un terzino, cambiando squadra, diventi un centravanti e un portiere venga assunto come centrocampista.
“Jambo Ottavio, dove sei a lavorare quest’anno, sempre al Sun & Sea?”
“Macché, Anita! Faccio il costruttore edile”
“Ma l’anno scorso non eri Food & Beverage Manager?”
“E cosa cambia? In ogni caso continuo a darla a bere!”
Come vedete, può capitare addirittura che il massaggiatore sociale diventi presidente della propria squadra. Perché no, il sogno malindino è anche questo.
Tra giugno e luglio arrivano anche gli emigranti. Italiani che hanno deciso di provarci, di cambiare vita. Hanno scelto Malindi e ci arrivano in bassa stagione. Si guardano intorno circospetti, annusano l’aria umida e spesso hanno l’aspetto di uno che prima o poi se ne torna a San Benedetto del Tronto o a Gorizia.
Poi la sera fanno certi incontri…e decidono di prendere tempo.
Qualcosa troveranno anche loro. Perché a Malindi, a differenza dell’Italia, ci sono i saldi d’inizio stagione…
I presidenti, ovvero i proprietari o gestori di Hotel, ristoranti, attività redditizie, conoscono bene i tempi dek Kenya turistico, e conoscono i loro polli stagionali. Così ogni anno puntano al ribasso.
Se un animatore di villaggio turistico dieci anni fa guadagnava come un operaio di Pomigliano, oggi guadagna poco meno di un guidatore di tuk-tuk. Quasi quasi qualcuno ti fa intendere che per avere vitto e alloggio nel suo esclusivo resort, lavorare lì dentro è un favore che ti sta facendo.
Non c’è hotel o villaggio che non abbia un paio di giovani leve, spesso figli di papà, che fingano di essere in vacanza per un anno, e invece stanno svolgendo mansioni fondamentali! Hanno imparato a mimetizzarsi così bene con i turisti che non riusciresti a beccarli mai. Abbronzature invidiabili, notti brave stile Ibiza, orari di sveglia al mattino non proprio da safaristi e metà dell’esiguo stipendio che se ne parte in caffè. Sono loro gli “stranieri” che inflazionano il campionato malindino, coi loro ingaggi ridicoli. Poi un professionista è costretto a riciclarsi come venditore di pannelli solari porta a porta o come produttore di “basucola”, innovativo innesto africano tra basilico e rucola, presente soltanto a Malindi. Sì, perché qui ogni stagione ci si inventa nuovi mestieri, e alla fine tutti campano felici e contenti! Un anno li vedi in duecento a fare decoupage e volerti spacciare mobilia bianchiccia tutta uguale, l’altro anno è di moda il kitesurf, e tutti a piazzarsi in spiaggia con i loro catafalchi, la stagione successiva nascono dodici locali “lounge” che poi non si sa che cazzo siano, ma fanno tutti pessimi cocktail che non capisci quanto costino perché la musica è troppo alta e ipnotica per capire il prezzo detto a voce dal barista (che di listini prezzi non c’è neanche l’ombra).
Evviva Malindi la creativa! Malindi delle stagioni sempre diverse, sempre uguali. In questo angolo di mondo dove, tra mille piccole peripezie, tra micro corruzione e cialtronismo, con ritmi che la moviola è andante con brio al confronto, alla fine facciamo un po’ quello che ci pare con quella libertà che l’Italia sembra aver dimenticato.
Perché Piero Focaccia, che già sapeva come sarebbe andata a finire, cantava anche “lontano, lontano…nessuno ci vedrà”.
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sabato 8 maggio 2010
MALINDI: SINGOLARE PROTESTA DEGLI SPACCIATORI DI MARIJUANA da www.malindikenya.net

Malindi (Kenya) - "La polizia ci perseguita, abbiamo diritto anche noi di lavorare, abbiamo mogli e figli da sfamare, non si può andare avanti così". Per le strade di Malindi, la località turistica keniota più amata dagli italiani, sfila una protesta singolare e non proprio "legittima". A riunirsi in corteo dal quartiere povero di Maweni, sono stati gli spacciatori di marijuana e le loro famiglie. Un centinaio di persone che, armate di esasperazione e di buona volontà, e probabilmente un po' stordite dal prodotto che commerciano e con cui hanno a che fare, hanno chiesto a gran voce di poter continuare a lavorare. L'intenzione era quella di marciare lungo le strade della cittadina e ritrovarsi davanti alla Stazione di Polizia, ma non certo con l'intento di costituirsi. Gli spacciatori chiedono che vengano rispettati i loro diritti (!) e che il loro lavoro venga riconosciuto. "In fondo se c'è richiesta, significa che c'è bisogno di noi". C'è chi dice che soltanto in Africa possano accadere cose del genere, altri suggeriscono che nelle manifestazioni di piazza in Italia si radunano altri tipi di malfattori. Fatto sta che il corteo di protesta è stato bloccato da un'associazione locale, di ispirazione islamica, che da anni si occupa del recupero dei tossicodipendenti, il Maarufu. "Sarà meglio che torniate alle vostre case - è stato il monito di quelli del Maarufu - e pensiate a cambiare mestiere, scegliendo tra quelli legali. Se invece continuate a manifestare, sarà fin troppo facile per la polizia identificarvi tutti". Perle di saggezza che hanno convinto gli organizzatori della manifestazione a sciogliere il corteo, anche se la tentazione di giocare un po' a "guardie e ladri" era forte. E la protesta, per questa volta, è andata in fumo...
da www.malindikenya.net
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sabato 10 aprile 2010
QUELLA STRANA, BELLISSIMA MALATTIA DEL MIO PAPA'
Il mio papà, che ancora chiamo "babà", perchè non riesco bene a battere le labbra quando tiro fuori il fiato e anche perchè spesso è dolce e sa di liquore, deve avere una malattia strana. Non è niente di grave: lo posso toccare, ci gioco insieme e andiamo al mare a fare il bagno almeno due volte alla settimana. Mangia e beve più del nostro cane e, anche se è grosso, si muove bene e mi prende in braccio. Però ogni tanto, specie la domenica, è molto nervoso, urla, sembra gioire ma poi si arrabbia, cambia umore molte volte in poco tempo e gli esiti dei suoi "attacchi" sono imprevedibili. Qui in Africa mi sembra di capire, nell'esperienza accumulata in pochi mesi, che sia molto difficile essere incavolati, stressati o depressi. Perchè abbiamo il sole tutto l'anno, possiamo stare quasi nudi dalla mattina alla sera e io, ad esempio, faccio il bagnetto nella mia piscina gonfiabile tutti i giorni, gioco in giardino con la tata e con i miei genitori, ho tanti bambini africani che mi vengono a trovare e mi trattano come una reginetta, tutti sorridono quando mi vedono. Insomma, mi sembra una bella vita! Invece ogni tanto il papà si rabbuia. Devo dirvi che questa malattia probabilmente si cura con i colori. La casa dove viviamo, infatti, è quasi tutta rossa e blu. Anch'io devo essere stata contagiata, o forse la malattia è ereditaria. Fin da piccolissima, vedendo quelle cose che si appendono che mi dice la mamma si chiamano "gagliardetti", sentivo istintivamente il bisogno di prenderli e staccarli dal muro. Uno in particolare stava sopra un grande specchio, e c'è ancora. Allora, da quando riesco a farmi capire, chiedo di salire in braccio al papà, quando lo vedo preoccupato, e di cantarmi una canzone che fa più o meno così: "Genoa Genoa Genoa, coi pantaloni rossi e la maglietta blu, il simbolo del Genoa è la nostra gioventù...". Mentre la canta, mi guardo allo specchio, batto le mani e vedo papà ridere. Poi, ogni settimana, per un'ora e mezza papà scompare, è seduto sul divano, di fronte alla televisione, ma è come assente. Dice la mamma che ci sono due volte all'anno che addirittura è assente per tutta la settimana e ho capito che questa è la settimana dell'anno in cui è più malato del solito. Allora ogni tanto gli chiedo di salire in braccio e di cantare per me. Poi vedo quel bellissimo rapace che un po' sembra un leone africano, disegnato sulle bandiere, sui cuscini che abbiamo e su un sacco di altre cose, lo vedo sulla schiena della mamma e mi viene da pensare che non sia proprio una malattia, ma un segno distintivo, qualcosa di speciale. E che se ci stai male, lo fai perchè viene dal cuore e lo stai dividendo con tante altre persone. E in quel momento ti senti meno solo, proprio come succede quando stringo forte il mio papà che mi prende in braccio.
FORZA GENOA, ora e sempre!
Agata Zena del Curatolo
venerdì 5 marzo 2010
SCORCIO D'AFRICA

Questa mattina, per lavoro, ero in un anfratto arabo di Malindi, tra donne anziane dalle ampie vesti colorate cariche di pesi sulla testa, motorini e apecar roboanti, ragazzini allegri e vocianti e altra varia umanità accaldata. Sono passato in pochi secondi dai brividi d'emozione, ammirando lo scorcio di cielo seminascosto dalle palme al vento, con due uccellini dai cento colori che si libravano in aria quasi lasciando una scia d'arcobaleno sullo sfondo di una nuvola talmente vicina e ben disegnata da pensare di poterla legare a una corda come un palloncino e portarsela a casa, a quelli di sconforto, osservando un uomo neanche tanto vecchio, rovistare in un quadrilatero dov'era ammassata spazzatura dall'odore nauseante. Cercava qualsiasi cosa, da mettere in bocca e alternava la ricerca a getti disumani di vomito. Chissà quante altre schifezze aveva ingoiato per sopravvivere. Dopo di lui, ne arrivava un altro, e si metteva a cercare in mezzo a quelle nefandezze. Questa è l'Africa, splendore e raccapriccio, terrore e meraviglia nel brevissimo battere d'ali di due sunbirds.
lunedì 8 febbraio 2010
IL BARBIERE (ROSSOBLU) DI MALINDI

Chissà quanti altri mestieri potrebbe svolgere Charo, sempre dignitosamente e in maniera un po’ disincantata com’è lui, se solo ne avesse il tempo e la possibilità.
Lo conosco dal 2005, quando si presentò all’Oasi, lo “stabilimento balneare” che avevo preso in gestione con mia moglie a Malindi. “Ho già lavorato qui l’anno scorso, conosco l’ambiente e anche tanti clienti che vengono qui ogni anno” mi disse, per convincermi. “Però ho fatto anche l’idraulico, come mio fratello, il muratore e il giardiniere”.
Come agli altri che arrivavano, millantando carriere più o meno fasulle, referenze anche argomentate, raccomandazioni di fantomatici italiani che avrei dovuto conoscere o professionalità nel loro ambito, gli misi subito una vanga in mano. Prima di aprire il bar ristorante con i lettini sulla spiaggia più selvaggia di Malindi, c’era da spianare lo spazio compreso tra la veranda e gli ombrelloni, venti metri di sabbia dorata ora ammucchiata in altissime dune, portate dai monsoni di giugno e luglio.
Senza fare obiezioni o smorfie strane, Charo cominciò a spalare. Cosa che non fece il presunto chef Kalama, che lasciai a casa dopo due giorni, o il “beach attendant” Harrison, che trovai a dormire all’ombra di una palma, trasudante brandy trafugato nel magazzino del bar.
In poco tempo, e per tutta la stagione, Charo era diventato capocameriere, con il suo bello stipendio di 80 euro al mese. Una pacchia, rispetto a tanti coetanei.
Effettivamente molti clienti dell’anno prima lo cercavano e lui, con furbizia e mestiere, se li coccolava con qualche parola d’italiano imparata sui libri che esaminava nell’ora di pausa, o con particolari attenzioni: “i gamberoni poco cotti come sempre, vero? L’anno scorso, bwana, mi chiedeva sempre l’avocado, quest’anno abbiamo in menu un’insalatina col granchio e l’avocado…vuole assaggiarla?”.
Insomma, Charo ci sa fare. Per questo, terminata l’avventura all’Oasi, insieme a pochi altri dipendenti dei trenta che avevo in quel piccolo paradiso di cui non mi hanno rinnovato l’affitto, l’ho portato con me nel piccolo wine bar che ho aperto a due passi dal Casino. Un’altra stagione positiva, ma un'altra chiusura inaspettata. Sembra proprio destino che in Africa non si possa programmare nulla a lunga scadenza. Così Charo ha trovato lavoro in un elegante campo tendato in mezzo alla savana dell’Amboseli, a cinquecento chilometri dalla costa.
Due mesi di lavoro serrato e poi una settimana di ferie per tornare al villaggio dai parenti. Stipendio ottimo e possibilità di far fruttare la sua esperienza in ristoranti italiani. Anche lì, in poco tempo è capocameriere. E lo stipendio cresce, ora solo 120 euro al mese, abbastanza per pensare al matrimonio.
Quando due anni fa, nel pieno della crisi seguita alle violenze post-elettorali a nord del Paese, non avevo lavoro da offrirgli. “Sto aprendo un’agenzia d’informazione e un portale internet, Charo. Al massimo avrò bisogno di un ragazzo di bottega da iniziare al mestiere di giornalista”.
“Faccio io il giornalista!” mi risponde con entusiasmo.
“Ma se non hai fatto nemmeno le superiori…”
“Solo i primi due anni, poi ho lasciato per mancanza di soldi…però ero il migliore della classe a scrivere, e mi piace leggere. Quando posso, sfoglio un libro e vado nei luoghi pubblici dove si riesce a scroccare la lettura del giornale”.
Ci rifletto sopra qualche giorno. Poi, come quando gli misi in mano la vanga, lo porto a casa.
“Intanto che si concretizza il lavoro dell’agenzia, c’è da imbiancare tutta la villetta. Prima i muri esterni, poi il pavimento e tutto il resto”.
Senza battere ciglio, Charo si mette al lavoro e in poco meno di un mese la casa è come nuova.
Un lavoro da professionista, senza sbavature.
Charo è pronto per fare il giornalista. Il mio regalo supplementare sono i soldi per sposarsi.
Sono passati quasi due anni, e oggi Charo partecipa a conferenze stampa con il prefetto e parlamentari kenioti, si è fatto amico il vicecommissario della polizia che gli passa le informazioni, gioca duro con i colleghi delle radio e dei quotidiani per farsi scucire notizie e rivelarne qualcuna in cambio…insomma, conosce già i segreti del mestiere. E’ fedele alla regola delle cinque W che bisogna inserire in un articolo (who, what, when, where e why) e tenendola sempre presente inizia anche a scrivere articoli accettabili, che spesso devo soltanto tradurre in italiano.
Per il Paese in cui viviamo, è un cronista fatto e finito.
Non solo, è coinvolto attivamente nei miei progetti di solidarietà, è nel comitato esecutivo della scuola calcio del Genoa a Gede, ed è stato lui a fare lezione ai ragazzi della scuola elementare di Mida a cui abbiamo raccontato la favola dei calciatori della squadra più antica d’Italia che si allenano in savana per imparare dagli animali come essere più agili, furbi, veloci e forti.
Dopo queste lezioni, i bambini hanno fatto dei disegni che ho consegnato ai calciatori del Grifone. Alcuni davvero sorprendenti.
Charo mi ha chiesto più volte della mia passione per la solidarietà (con la Onlus Karibuni, a parte il progetto della scuola calcio, abbiamo aperto anche tante botteghe artigiane, costruito pronto soccorso, scuole, reparti ospedalieri) e di quella per il Genoa, e ho provato a spiegargli che le due cose, spesso, camminano sulle stesse piste. Conosce le storie di Nonno Kazungu e sa che vorrei aprire il Safari Bar a Kakoneni, così come sogno che la scuola calcio possa salvare tanti ragazzini dalla strada e da una vita precaria.
Storie uguali a quelle dei miei libri.
"Io sono con te, bwana".
Idraulico, muratore, giardiniere, imbianchino, cameriere, giornalista e insegnante.
Charo all’occorrenza può fare di tutto.
Proprio per questo si vorrebbe mettere alla prova con un nuovo mestiere.
Ho capito cosa mi piace in Charo. In qualcosa mi somiglia, o forse ha assorbito la mia filosofia.
Allora abbiamo deciso che apriremo un’attività insieme.
“Nel quartiere in cui vivo manca un barbiere – assicura – qui il parrucchiere per uomo è un mestiere facile, non servono forbici o pettini. Basta un rasoio elettrico, uno specchio, una sedia e una scopa. Più ovviamente la baracca sulla strada per poter esercitare”.
Quantifichiamo. Sono circa 100 euro, più 12 al mese per l’affitto della baracca e qualcosa per dipingerla e renderla accogliente.
“Ci metterò un “ragazzo di bottega” – mi dice ridacchiando – proprio come hai fatto tu con me. Così diventerò un piccolo imprenditore!”
Bastano cento euro per un sogno…e basta vedere la fotografia per capire che i sogni, anche in Africa, possono avere i colori più belli del mondo.
Charo e il suo socio Freddie hanno deciso che, nel nome del Grifone e della piccola e media impresa (ma quella vera, mica quella di Confindustria, sindacati e ministri del Welfare), il Genoa Barbers Shop diventerà un franchising. Stiamo già andando in giro a cercare zone in cui ne possiamo aprire altri, con altri “ragazzi di bottega” a cui poter dare uno stipendio. Chissà, magari anche lui, un giorno, avrà voglia di inventarsi qualche altro mestiere, crederci, crescere e aiutare altri fratelli...
giovedì 28 gennaio 2010
BUON PRIMO COMPLEANNO, AGATA ZENA!
Sei arrivata senza che ti aspettassi, come un secondo sole, meno cocente ma più luminoso, in una giornata serena. Hai colorato le nuvole, hai dato un nuovo senso al cielo.
Oggi hai un anno, Agata Zena. Hai migliorato la mia vita, hai reso migliore me.
Spero che un domani tu possa ringraziarmi quanto sto ringraziando adesso io te.
Buon primo compleanno, mio piccolo capolavoro.
Papà.
mercoledì 30 dicembre 2009
L'ULTIMO RACCONTO DELL'ANNO: "UN SACCO DI PENSIERI"
Pensò dietro di sé, e il pensiero gli si aggrappò alla schiena come uno zaino che si riempiva di difficoltà man mano che la strada diveniva più agevole.
Non riusciva a liberarsi dello zaino, che aveva preso forma, incollato alle sue spalle.
Meditò furbescamente di farsi rubare il contenuto da qualche malintenzionato.
Si addentrò nel quartiere proibito e ne esplorò il perimetro, fin quando due neri saltarono fuori come dal nulla che era più nero di loro e lo presero a calci.
Non sentiva dolore, lo zaino proteggeva il suo corpo dalle botte.
Non ci fu niente da fare. I due avevano cercato di liberare quell'enorme borsa dalle spalle della vittima, ma era come attaccata alla carne.
Allora la aprirono, cercando di svuotarla ma, appena ci misero le mani dentro, risucchiò come fosse un aspirapolvere i due malcapitati e li ridusse ad una semplice difficoltà in più. Con il suo bel peso.
Adesso era persino ridicolo, un uomo di media statura, con due braccine da impiegato e questo gigantesco fardello dietro le spalle. La gente non credeva nemmeno agli occhi di quelli che lo additavano e si fermavano incuriositi al suo incedere appesantito ma indifferente, gobbo e rassegnato.
Immaginava la fatica che avrebbe fatto a trovare la posizione per dormire, per sedersi a mangiare, per andare al gabinetto. Nessuna donna avrebbe voluto fare l'amore con lui, neanche la più squallida delle prostitute.
A mezzanotte si presentò, ormai stremato, al pronto soccorso.
"Si tolga quello zaino, altrimenti non passerà dalla porta" lo avvertì il receptionist.
"Magari potessi..." sbuffò lui "sono qui per questo"
Il medico di turno era esterrefatto. L'infermiera si sporse troppo e ci rimise la parrucca bionda.
"Non sapevo che avesse i capelli corti..." sorrise il medico, notandola seriamente imbarazzata.
"Insomma, vogliamo risolvere il problema?"
Provarono con un bisturi, ma un tascone dello zaino inghiottì pure quello. Un giovane apprendista, appena laureato e col pallino dell'omeopatia suggerì di somministrare all'insolito paziente un calmante.
Dopo due ore lo zaino si afflosciò, riducendo sensibilmente il suo peso.
Aveva eliminato qualche difficoltà, ma non ne voleva sapere di staccarsi.
"Infermiera!"
La donna dai capelli corti aveva già capito. Era l'ultimo tentativo, per il bene della scienza, per entrare nella storia e per recuperare la sua parrucca.
Si spogliò ed iniziò a lavorare sopra all'omino con lo zaino. Mentre l'uomo pareva non rispondere alle sue sollecitazioni, lo zaino s'irrigidì, raggiungendo dimensioni insospettabili, scalzando l'infermiera dal lettino e risvegliando il paziente.
"Siete dei buoni a nulla, guardate cosa avete combinato!"
Si rivestì e guadagnò l'uscita.
Adesso il borsone era sicuramente più leggero, ma sembrava ci fosse dentro una canoa, il poveretto doveva piegarsi e tenerlo, eretto, in posizione orizzontale.
Man mano che gironzolava per la città, cresceva la curiosa partecipazione delle persone che lo incontravano e si chiedevano perché mai recasse con sé quell'incredibile zavorra, e soprattutto cosa ci fosse dentro.
"Non l'aprite, o sarà peggio per voi!" gridava a tutti.
Purtroppo non fece a tempo ad accorgersi di un bambino curioso, che divenne il primo passeggero della canoa.
Non mi resta che il suicidio, pensava.
Ad un tratto ebbe un'idea.
Ma sì, come aveva fatto a non pensarci prima?
FINE PRIMA PARTE
Non riusciva a liberarsi dello zaino, che aveva preso forma, incollato alle sue spalle.
Meditò furbescamente di farsi rubare il contenuto da qualche malintenzionato.
Si addentrò nel quartiere proibito e ne esplorò il perimetro, fin quando due neri saltarono fuori come dal nulla che era più nero di loro e lo presero a calci.
Non sentiva dolore, lo zaino proteggeva il suo corpo dalle botte.
Non ci fu niente da fare. I due avevano cercato di liberare quell'enorme borsa dalle spalle della vittima, ma era come attaccata alla carne.
Allora la aprirono, cercando di svuotarla ma, appena ci misero le mani dentro, risucchiò come fosse un aspirapolvere i due malcapitati e li ridusse ad una semplice difficoltà in più. Con il suo bel peso.
Adesso era persino ridicolo, un uomo di media statura, con due braccine da impiegato e questo gigantesco fardello dietro le spalle. La gente non credeva nemmeno agli occhi di quelli che lo additavano e si fermavano incuriositi al suo incedere appesantito ma indifferente, gobbo e rassegnato.
Immaginava la fatica che avrebbe fatto a trovare la posizione per dormire, per sedersi a mangiare, per andare al gabinetto. Nessuna donna avrebbe voluto fare l'amore con lui, neanche la più squallida delle prostitute.
A mezzanotte si presentò, ormai stremato, al pronto soccorso.
"Si tolga quello zaino, altrimenti non passerà dalla porta" lo avvertì il receptionist.
"Magari potessi..." sbuffò lui "sono qui per questo"
Il medico di turno era esterrefatto. L'infermiera si sporse troppo e ci rimise la parrucca bionda.
"Non sapevo che avesse i capelli corti..." sorrise il medico, notandola seriamente imbarazzata.
"Insomma, vogliamo risolvere il problema?"
Provarono con un bisturi, ma un tascone dello zaino inghiottì pure quello. Un giovane apprendista, appena laureato e col pallino dell'omeopatia suggerì di somministrare all'insolito paziente un calmante.
Dopo due ore lo zaino si afflosciò, riducendo sensibilmente il suo peso.
Aveva eliminato qualche difficoltà, ma non ne voleva sapere di staccarsi.
"Infermiera!"
La donna dai capelli corti aveva già capito. Era l'ultimo tentativo, per il bene della scienza, per entrare nella storia e per recuperare la sua parrucca.
Si spogliò ed iniziò a lavorare sopra all'omino con lo zaino. Mentre l'uomo pareva non rispondere alle sue sollecitazioni, lo zaino s'irrigidì, raggiungendo dimensioni insospettabili, scalzando l'infermiera dal lettino e risvegliando il paziente.
"Siete dei buoni a nulla, guardate cosa avete combinato!"
Si rivestì e guadagnò l'uscita.
Adesso il borsone era sicuramente più leggero, ma sembrava ci fosse dentro una canoa, il poveretto doveva piegarsi e tenerlo, eretto, in posizione orizzontale.
Man mano che gironzolava per la città, cresceva la curiosa partecipazione delle persone che lo incontravano e si chiedevano perché mai recasse con sé quell'incredibile zavorra, e soprattutto cosa ci fosse dentro.
"Non l'aprite, o sarà peggio per voi!" gridava a tutti.
Purtroppo non fece a tempo ad accorgersi di un bambino curioso, che divenne il primo passeggero della canoa.
Non mi resta che il suicidio, pensava.
Ad un tratto ebbe un'idea.
Ma sì, come aveva fatto a non pensarci prima?
FINE PRIMA PARTE
martedì 29 dicembre 2009
L'ULTIMA POESIA DELL'ANNO: VIVERE ALLA GRATIS
Esentarsi dall’ora di religione
E di educazione Risiko
Immolare il fegato
All’altare del dio bourbon
E suonar commossi altri organi
In un salmo idiota
Con un titolo d’amore
Smettere di tirar pugni al bar
E, a intervalli aritmici,
di tirare cocaina
di fumare marijuana
di impastigliar la mente
e i nervi
di scambiare la vodka
con i sali minerali
ma avere fughe minorenni
per il gusto del vero
e per mantenere
aneliti illegali
rensugar chili di maccheroni
di pancetta panna e peperoncino
allungando la solfa
con gravi e sapienti
dosi di salsa cruda
poi, non contenti,
dedicare la ricetta
a un noto cantautore folk
senza voce in capitolo
capitolare sul mito
di capitan Tuttofare
recitando il rituale
di chi è sconfitto
proprio mentre stava
perdendo male
morire d’amore
o di mandorle amare
col senno di poi
sul seno di lei
morire nel sonno
sognando di vivere
E di educazione Risiko
Immolare il fegato
All’altare del dio bourbon
E suonar commossi altri organi
In un salmo idiota
Con un titolo d’amore
Smettere di tirar pugni al bar
E, a intervalli aritmici,
di tirare cocaina
di fumare marijuana
di impastigliar la mente
e i nervi
di scambiare la vodka
con i sali minerali
ma avere fughe minorenni
per il gusto del vero
e per mantenere
aneliti illegali
rensugar chili di maccheroni
di pancetta panna e peperoncino
allungando la solfa
con gravi e sapienti
dosi di salsa cruda
poi, non contenti,
dedicare la ricetta
a un noto cantautore folk
senza voce in capitolo
capitolare sul mito
di capitan Tuttofare
recitando il rituale
di chi è sconfitto
proprio mentre stava
perdendo male
morire d’amore
o di mandorle amare
col senno di poi
sul seno di lei
morire nel sonno
sognando di vivere
giovedì 24 dicembre 2009
LA VIGILIA
Come il bocciolo che attende la rosa
come il silenzio il suo colpo di tosse
un rosso tramonto la sera odorosa
le stelle lucenti, nuvole mosse.
Come l'altare aspetta la sposa
oggi vorrei che la vita attendesse
che questo cuore sempre vivesse
la dolce vigilia di qualche cosa.
Freddie del Curatolo
mercoledì 23 dicembre 2009
IL MERCANTE IN FIERA DI MALINDI PER BENEFICENZA (da www.malindikenya.net)
Un gioco nuovo partorito dalla fervida mente del disegnatore milanese Max Banfi e di Freddie del Curatolo. Sabato 26 dicembre al White Elephant alle 20.30 (con cena a buffet di cui parte del ricavato va in beneficenza a Karibuni Onlus) va in scena il "Mercante in fiera di Malindi", tipico gioco natalizio rivisitato in chiave keniota, con carte che illustrano arti e mestieri malindini. Si potranno acquistare, all'asta bandita da Freddie, "L'askari" o "il Tuk Tuk", ma anche aragosta e granchio, o "Il giocatore del casino" e "La studentessa di Nairobi", figure neanche tanto retoriche. Il ricavato del gioco, i cui vincitori avranno comunque premi messi a disposizione da negozi e attività malindine, andrà in beneficenza alla Onlus Karibuni per la costruzione del pozzo nella scuola elementare di Gede. Per partecipare al Mercante in fiera più originale dell'anno è sufficiente prendere parte alla cena, alle 20.30. Si consiglia di prenotare, telefonando allo 0733/809963.
mercoledì 9 dicembre 2009
CHE CINEMA, MALINDI !
Che Malindi sia il set ideale per ogni film non è un mistero. Non soltanto quelli che sono stati girati in passato e che potrebbero essere ambientati qui in futuro, ma anche quelli quotidiani che sfilano sotto gli occhi di noi tutti, le incredibili sceneggiature fornite da chi ci vive e si imbatte in storie che altrove potrebbero sembrare inverosimili. Altro che Bollywood, in questi film esotici c’è proprio di tutto: amore, mistero, abbandono, imprese eroiche e vili bassezze, piccoli grandi gesti quotidiani e storie fantastiche. Per non parlare dei dialoghi: lungometraggi che iniziano in kiswahili e finiscono in bergamasco, oppure documentari in inglese sottotitolato in inglese per far capire qualcosa anche agli inglesi stessi.
Insomma, che stupenda e infinita pellicola è la nostra cittadina. Proprio per questo meriterebbe un Festival del Cinema come altre località turistiche famose, come Cannes e Venezia. E per il premio, noi di statuette (d’ebano) ne abbiamo quante ne volete!
Eccovi allora in anteprima le nomination del Festival del Cinema di Malindi!
BALLANDO SOTTO LE ASCELLE
(Genere: Fantastico – Regia di Frank Mbuzi)
Un’appassionante e romantica favola metaforica sull’amore e sull’integrazione degli italiani a Malindi. E’ la storia di un pensionato italiano, Geremia, alto più o meno come il Ministro Brunetta, che s’invaghisce di una ragazza masai e la asseconda nella sua passione principale, che è il ballo nelle discoteche locali, dopo le due del mattino. Il povero vecchietto, pur di non lasciare la sua conquista da sola, si lancia ogni sera in pista, tra corpi che sudano e si strofinano e soprattutto guardando tutti all’altezza delle ascelle. Con l’attività motoria e il caldo, viene rapito da effluvi intensi d’Africa che in breve tempo diventeranno una sorta di droga e lo trasformeranno. Fino a quando, una mattina, si risveglierà completamente negro e fiero di esserlo…Commovente la scena dell’incontro con il suo compaesano sulla spiaggia, che abbracciandolo (in ginocchio) gli sussurra “Ora nessuno riderà più di te soltanto perché sei un nano!”
ULTIMO MANGO A MALINDI
(Genere: commedia – Regia di Nani Morettoni)
Durante la stagione delle piccole piogge, non si trovano più manghi. Una disdetta per il giovane Kaingu detto Giancesare che vuole conquistare la bella mzungu Caterina che ne è ghiotta. Quando finalmente, dopo innumerevoli ricerche, ne troverà uno grande e bellissimo, il perfido beach-boy Mwangolo detto Pierferdinando glielo ruba scappando in tuk-tuk. Dopo un inseguimento per tutta Malindi, il lieto fine. Kaingu detto Giancesare riuscirà a portare il mango, un po’ ammaccato per il vero, alla sua Caterina che però nell’attesa ha già divorato dieci papaie e non può giacere con il suo amato per via di una dissenteria fulminante. Indimenticabile la scena cult d’amore del rapporto contro natura con il Blue Band.
TRE UOMINI E UNA SHAMBA
(Genere: Grottesco – Regia di Alcool, Chapati e Charcoal)
Un classico di Malindi. Un italiano acquista un bel terreno a Mayungu per costruirci un residence a quattro stelle. Paga un prezzo d’occasione e riceve il suo titolo di proprietà. Ma quando si reca sul posto, trova già un muro di recinzione di corallo. L’ha eretto un altro italiano, che (dopo liti furiose e urla che coprono le reciproche ragioni) si scopre avere lo stesso title-deed intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e tra i loro avvocati Omanji e Obevi, fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato entrambi è l’ex proprietario del terreno, un ricco commerciante di origine araba. I due italiani decidono allora di allearsi, riuniscono gli avvocati Omanji e Obevi e si rendono conto anche che i due legulei hanno lo studio in comune. Tornano con loro nel terreno di Mayungu e scoprono che un terzo italiano nel frattempo vi ha già costruito una casa…il finale non ve lo raccontiamo ma potrebbe essere: 1. I due bloccano i lavori del terzo e (dopo liti furiose e urla che coprono le reciproche ragioni) scoprono che anche lui ha un titolo di proprietà intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e i loro avvocati fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato tutti e tre è sempre lo stesso ricco commerciante di origine araba. 2. Cercano di spiegare al nuovo inquilino che in realtà quel terreno è diviso in tre e provano inutilmente a vendergli le loro quote. 3. Presi dalla disperazione i due italiani occupano la casa e decidono che per una questione di principio rimarranno lì dentro fino a che i loro avvocati non verranno a capo della cosa. Il film prevede ovviamente un seguito: “Così è la vita in Kenya”.
FUGA DA ALRAZAK
(Genere: azione – Regia di Takeshi Katana)
Un’agguerrita coppietta di pensionati, Silverio e Robinia, che alloggiano in un appartamentino sul mare di 17 metri quadrati e vivono con la minima, accumulano debiti di gioco frequentando la cooperativa dei pescatori locali e sfidandoli a bao, una specie di dama locale. Sono sul lastrico, ipotecano l’appartamentino e tentano anche il suicidio, ingerendo dieci mandaazi a testa acquistati in un chiosco del centro con gli ultimi cinquanta scellini rimasti. Quando nella disperazione comunicano all’houseboy Vincenzino che sono costretti a licenziarlo, questi espone loro un piano diabolico. Vendendo il monoloculo sul mare e intascando il poco che rimane, saldati i debiti, possono prendere in affitto una stanza proprio sopra a un noto negozio di telefonini ed elettrodomestici di Malindi. Da lì, con pazienza si potrà progettare il colpo del secolo, perché in Kenya i piccoli negozi non hanno sistemi d’allarme. Con il bottino della refurtiva i due potranno ricominciare da capo costruendosi una capanna a Matsangoni, villaggio natale di Vincenzino, a pochi chilometri dal mare. E giocando a bao usando i fagioli al posto dei soldi…come finirà il colpo?
L’ULTIMO IMPRENDITORE
(Genere: Epico – Regia di Bernardo Bertucce)
Un capolavoro della cinematografia malindina. E’ la storia di un predestinato. In Italia, in provincia di Brescia, Furio Ghiriami faceva tutt’altro: rappresentante di calzature. Ma un giorno, per caso, si imbatte in un piccolo incidente stradale. Il facoltoso signore coinvolto nell’incidente è imbestialito perché scendendo dall’auto si è rovinato le scarpe. Stava per partecipare al Consiglio di Amministrazione di un’importante azienda, così Furio Ghiriami non ci pensa due volte ed estrae un campionario delle sue calzature. Fortuna vuole che Furio abbia il 42, numero del ricco uomo d’affari che non sa come ringraziarlo. “Mi ha salvato da una situazione imbarazzante, mi chiami, le farò una sorpresa”. Dopo due giorni Furio, incuriosito, chiama l’uomo d’affari e lui gli promette una vacanza in Kenya nel resort che ha appena acquistato. Così Furio si reca a Malindi e scopre il paradiso terrestre. “Vuoi fare il mio uomo di fiducia qui?” gli chiede il ricco signore. “Con vero piacere” risponde Furio. Il vivace bresciano s’innamora di una procace studentessa locale e le paga volentieri l’università, nel frattempo s’intrattiene anche con una segretaria d’azienda e un’operatrice turistica. Fino a quando i soldi dello stipendio del suo datore di lavoro non bastano più. Quindi decide di tornare alle origini e di fare le scarpe a tutti i ricchi uomini d’affari di Malindi. Fino a quando sarà lui a costruire il resort più lussuoso e confortevole di tutta la costa. Un palazzo di dodici piani in riva al mare tra Watamu e Kilifi, a forma di stivale. In onore non soltanto al suo Paese natio.
Insomma, che stupenda e infinita pellicola è la nostra cittadina. Proprio per questo meriterebbe un Festival del Cinema come altre località turistiche famose, come Cannes e Venezia. E per il premio, noi di statuette (d’ebano) ne abbiamo quante ne volete!
Eccovi allora in anteprima le nomination del Festival del Cinema di Malindi!
BALLANDO SOTTO LE ASCELLE
(Genere: Fantastico – Regia di Frank Mbuzi)
Un’appassionante e romantica favola metaforica sull’amore e sull’integrazione degli italiani a Malindi. E’ la storia di un pensionato italiano, Geremia, alto più o meno come il Ministro Brunetta, che s’invaghisce di una ragazza masai e la asseconda nella sua passione principale, che è il ballo nelle discoteche locali, dopo le due del mattino. Il povero vecchietto, pur di non lasciare la sua conquista da sola, si lancia ogni sera in pista, tra corpi che sudano e si strofinano e soprattutto guardando tutti all’altezza delle ascelle. Con l’attività motoria e il caldo, viene rapito da effluvi intensi d’Africa che in breve tempo diventeranno una sorta di droga e lo trasformeranno. Fino a quando, una mattina, si risveglierà completamente negro e fiero di esserlo…Commovente la scena dell’incontro con il suo compaesano sulla spiaggia, che abbracciandolo (in ginocchio) gli sussurra “Ora nessuno riderà più di te soltanto perché sei un nano!”
ULTIMO MANGO A MALINDI
(Genere: commedia – Regia di Nani Morettoni)
Durante la stagione delle piccole piogge, non si trovano più manghi. Una disdetta per il giovane Kaingu detto Giancesare che vuole conquistare la bella mzungu Caterina che ne è ghiotta. Quando finalmente, dopo innumerevoli ricerche, ne troverà uno grande e bellissimo, il perfido beach-boy Mwangolo detto Pierferdinando glielo ruba scappando in tuk-tuk. Dopo un inseguimento per tutta Malindi, il lieto fine. Kaingu detto Giancesare riuscirà a portare il mango, un po’ ammaccato per il vero, alla sua Caterina che però nell’attesa ha già divorato dieci papaie e non può giacere con il suo amato per via di una dissenteria fulminante. Indimenticabile la scena cult d’amore del rapporto contro natura con il Blue Band.
TRE UOMINI E UNA SHAMBA
(Genere: Grottesco – Regia di Alcool, Chapati e Charcoal)
Un classico di Malindi. Un italiano acquista un bel terreno a Mayungu per costruirci un residence a quattro stelle. Paga un prezzo d’occasione e riceve il suo titolo di proprietà. Ma quando si reca sul posto, trova già un muro di recinzione di corallo. L’ha eretto un altro italiano, che (dopo liti furiose e urla che coprono le reciproche ragioni) si scopre avere lo stesso title-deed intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e tra i loro avvocati Omanji e Obevi, fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato entrambi è l’ex proprietario del terreno, un ricco commerciante di origine araba. I due italiani decidono allora di allearsi, riuniscono gli avvocati Omanji e Obevi e si rendono conto anche che i due legulei hanno lo studio in comune. Tornano con loro nel terreno di Mayungu e scoprono che un terzo italiano nel frattempo vi ha già costruito una casa…il finale non ve lo raccontiamo ma potrebbe essere: 1. I due bloccano i lavori del terzo e (dopo liti furiose e urla che coprono le reciproche ragioni) scoprono che anche lui ha un titolo di proprietà intestato a quel terreno. Nasce una disputa tra di loro e i loro avvocati fino a che si rendono conto che in realtà chi ha fregato tutti e tre è sempre lo stesso ricco commerciante di origine araba. 2. Cercano di spiegare al nuovo inquilino che in realtà quel terreno è diviso in tre e provano inutilmente a vendergli le loro quote. 3. Presi dalla disperazione i due italiani occupano la casa e decidono che per una questione di principio rimarranno lì dentro fino a che i loro avvocati non verranno a capo della cosa. Il film prevede ovviamente un seguito: “Così è la vita in Kenya”.
FUGA DA ALRAZAK
(Genere: azione – Regia di Takeshi Katana)
Un’agguerrita coppietta di pensionati, Silverio e Robinia, che alloggiano in un appartamentino sul mare di 17 metri quadrati e vivono con la minima, accumulano debiti di gioco frequentando la cooperativa dei pescatori locali e sfidandoli a bao, una specie di dama locale. Sono sul lastrico, ipotecano l’appartamentino e tentano anche il suicidio, ingerendo dieci mandaazi a testa acquistati in un chiosco del centro con gli ultimi cinquanta scellini rimasti. Quando nella disperazione comunicano all’houseboy Vincenzino che sono costretti a licenziarlo, questi espone loro un piano diabolico. Vendendo il monoloculo sul mare e intascando il poco che rimane, saldati i debiti, possono prendere in affitto una stanza proprio sopra a un noto negozio di telefonini ed elettrodomestici di Malindi. Da lì, con pazienza si potrà progettare il colpo del secolo, perché in Kenya i piccoli negozi non hanno sistemi d’allarme. Con il bottino della refurtiva i due potranno ricominciare da capo costruendosi una capanna a Matsangoni, villaggio natale di Vincenzino, a pochi chilometri dal mare. E giocando a bao usando i fagioli al posto dei soldi…come finirà il colpo?
L’ULTIMO IMPRENDITORE
(Genere: Epico – Regia di Bernardo Bertucce)
Un capolavoro della cinematografia malindina. E’ la storia di un predestinato. In Italia, in provincia di Brescia, Furio Ghiriami faceva tutt’altro: rappresentante di calzature. Ma un giorno, per caso, si imbatte in un piccolo incidente stradale. Il facoltoso signore coinvolto nell’incidente è imbestialito perché scendendo dall’auto si è rovinato le scarpe. Stava per partecipare al Consiglio di Amministrazione di un’importante azienda, così Furio Ghiriami non ci pensa due volte ed estrae un campionario delle sue calzature. Fortuna vuole che Furio abbia il 42, numero del ricco uomo d’affari che non sa come ringraziarlo. “Mi ha salvato da una situazione imbarazzante, mi chiami, le farò una sorpresa”. Dopo due giorni Furio, incuriosito, chiama l’uomo d’affari e lui gli promette una vacanza in Kenya nel resort che ha appena acquistato. Così Furio si reca a Malindi e scopre il paradiso terrestre. “Vuoi fare il mio uomo di fiducia qui?” gli chiede il ricco signore. “Con vero piacere” risponde Furio. Il vivace bresciano s’innamora di una procace studentessa locale e le paga volentieri l’università, nel frattempo s’intrattiene anche con una segretaria d’azienda e un’operatrice turistica. Fino a quando i soldi dello stipendio del suo datore di lavoro non bastano più. Quindi decide di tornare alle origini e di fare le scarpe a tutti i ricchi uomini d’affari di Malindi. Fino a quando sarà lui a costruire il resort più lussuoso e confortevole di tutta la costa. Un palazzo di dodici piani in riva al mare tra Watamu e Kilifi, a forma di stivale. In onore non soltanto al suo Paese natio.
venerdì 20 novembre 2009
NONNO KAZUNGU E I NABABBI
“L’unico modo per diventare
milionario a Malindi
è arrivarci miliardario”
(Mzee Eugenio)
Nonno Kazungu era un uomo saggio.
Raramente lo si sentiva lamentarsi.
Con pazienza e il raro dono della programmazione, negli anni si era costruito un benessere che investiva tutto il parentado e che gli regalava una vecchiaia confortevole: capanna di cemento misto fango misto sabbia misto argilla misto merda di vacca, pavimento di cemento misto terra misto paglia mattonelle semisbriciolate che erano avanzate al muzungu, veranda misto radura e toilette mistocagandoaddosso. Poi tetto di makuti rivestito di mabati rivestito a sua volta di makuti (“anche l’estetica vuole la sua parte, ma l’importante è che non piova in casa” era il pensiero del nonno), letto rivestito stracci, guardaroba rivestito polvere e arredamento rivestito nudo. Infine optional come sedie a tre gambe, tavolo a due mani, una mensola a testa e un comodino a parete (la stessa mensola travestita); roba di lusso, che pochi potevano vantare.
I suoi reumatismi erano al sicuro, la notte.
Tutto il suo villaggio godeva della capacità amministrativa del vecchio: staccionate fiorite a delimitare il terreno, pentolame resistente, un orto da fare invidia a un qualsiasi agriturismo padano, una squadra di calcio di caprette (riserve comprese), tre mucche da latte (Federica, Fabiola e Angelina, chiamate così in onore di tre famose muzunghe di Malindi che, si diceva, si erano comperate delle tette nuove in Italia di taglia superiore) e un pozzo, la spesa più cara di tutte, finanziata per metà da due italiani che si erano presi a cuore la sorte del nipotino Ray, nato con una grave malformazione alla cornea ma con un gran talento per la musica.
Dopo averlo fatto curare avevano migliorato il suo habitat naturale.
Un anno dopo avevano deciso di chiederne l’affidamento per farlo studiare in conservatorio del Nord Italia.
Insomma, rispetto a molte altre realtà giriama, a Kakoneni sorgeva un villaggio “borghese”.
“Ma se fossi stato ancora più ricco? - elucubrava Kazungu – con la mia testa e il mio altruismo avrei dotato tutta Kakoneni di tetti di mabati, avrei aperto un locale con la televisione via satellite per seguire il Liverpool e alle sei di sera, col sottofondo di My way, mi sarei bevuto un Mojito preparato col Safari Rum, mi sarei comperato un grosso fuoristrada, anzi un pulmino che Tumaini avrebbe usato per portare i bambini nella migliore scuola di Malindi e mio nipote Kitsao sarebbe diventato un premio Nobel.
Le donne del villaggio farebbero la spesa al new market e potremmo mangiare anche il riso pilao, le braciole di maiale e il sailfish affumicato (lo so, è una debolezza, ma ne vado pazzo, con due cipolle e del pomodoro tritato…l’avete mai provato con la polenta?)”. A Furaha comprerei una tastiera nuova con tutti i tasti, anzi: un’orchestra!
Poi si rabbuiava e pensava che magari con tanti soldi in tasca e in testa, avrebbe potuto anche ammattire.
Darsi alle donne di stradast, drogarsi di whisky kikuyu come il Tremebond 7 o il Simba Mbito e rincoglionirsi con le macchinette del poker.
Insomma, finire come i tanti italiani che aveva conosciuto a Malindi, arrivati bilionari e ripartiti, qualche anno dopo, con le tasche vuote e il sedere pieno.
“Essere troppo ricchi può dare alla testa, si perde il contatto con la realtà e con Madre Natura, non si riesce a valutare quel che è giusto e quel che dovrebbe essere giusto (di sbagliato, grazie a Dio, in Natura c’è solo l’uomo). Essere benestanti porta mille problemi in più, finti amici che ti chiedono prestiti, parenti che propongono affari e investimenti, vicini di casa che ti mostrano il figlio sciancato, la moglie orba, il fratello muto, la zia schizofrenica, il cognato monco, la nonna col Parkinson e il cane con la psoriasi.
Lui piange aiuto e tu gli chiedi:
“Ma solo tu sei normale, in famiglia?”
“Sì…perché?”
“Tieni, prendi questi e scappa!” gli dici, mettendogli in mano i soldi del biglietto per Kisumu.
C’è un antico proverbio keniota che recita: “tanto più rigoglioso sarà il tuo shamba, tanto più crederai che la pioggia mai lo allagherà”.
No, l’eccessiva agiatezza non fa per noi giriama, ma credo che a tutti gli uomini, se non ci nascono, crei dei problemi.
E anche se ci nascono!
Mi ricordo il figlio di uno degli uomini più potenti d’Italia, quello della Juventus. Prese una suite in uno dei più bei villaggi turistici della costa, poi però campeggiava nei tuguri più infimi di Maweni o di Shela in compagnia di spacciatori e altri muzungu strafatti come lui. Ah, tagiri…tagiri”.
“Tajiri” si dice in swahili, quando uno è molto ricco.
Non appena tagiri te la mettono in quel posto - diceva sempre il mio boss”.
Una delle peculiarità degli italiani che sono sbarcati a Malindi, negli ultimi trent’anni, è quella di aver rappresentato tutti i ceti sociali; dal multimiliardario al povero in canna.
Molti sono arrivati all’Equatore con la tessera del benessere, magari dopo aver venduto un’azienda quotata in borsa o riscuotendo gli affitti di intere palazzine in Italia, alcuni ritirano alla Barclays pensioni statali inferiori solo allo stipendio dei ministri a Nairobi, altri hanno speculato con l’edilizia o la compravendita di terreni e oggi si possono permettere una vita agiata all’occidentale: villa con piscina, almeno dieci persone di servitù, chef di livello, attività in perdita per far vedere che te lo puoi permettere. Questi sono gli status dell’italiano sulla costa keniota.
Ma in Kenya non ci sono solo i ricchi. Nel tempo sono sbarcati tanti uomini piccoli. Sono coloro che hanno intravisto in questo angolo di paradiso la possibilità di riscattare una vita grigia, una mediocrità più o meno felice e meritata in Italia.
La parola “nababbo”, deriva dall’arabo nawab e si riferisce ai governatori mussulmani in India. I primi erano proconsoli mandati in avanscoperta che si autoproclamavano principi e sultani di quelle lande, sostenendo appunto una vita sfarzosa ai danni delle genti che andavano (a regola) a convertire ed aiutare.
Quante volte si è sentito dire che tanti italiani sulle rive dell’oceano indiano fanno la vita “da nababbi”. Magari c’è anche qualcuno che prende alla lettera l’antico significato della parola ed oltre a riempirsi la giornata di piaceri, aiuta e converte la popolazione indigena.
Non basta più la villa con piscina…che ne dite se nello status ci infiliamo anche un orfanotrofio? Fa tanto eco-chic…
Nonno Kazungu lo ripete spesso ai suoi: anche se non è facile crederci, non esiste un solo tipo di muzungu, le loro risorse non sono infinite e anche la base di partenza può essere diametralmente opposta.
Altrimenti come ci spiegheremmo che c’è chi risiede in faraoniche residenze con ruscelli, cascatelle, saloni immensi old colonial dove prendere il tè e giardini verdi new brianzol in cui perdersi, e allo stesso tempo ci sono connazionali che abitano in miniappartamenti di concezione arabindiana talmente angusti, sporchi e malmessi che perfino gli scarafaggi guardano gli annunci sul Nation per cercarsi un altro posto dove andare ad abitare?
Spesso quest’ultima categoria di persone viene a Malindi proprio perché attratta dalle storie della prima categoria.
In Italia è impensabile che un impiegato di Trenitalia in mobilità possa incontrare in un bar e parlare del più o del meno con l’azionista di maggioranza di una beauty farm che ha ancorato lo yacht a Portofino. A Malindi basta recarsi al Casino, o in un ristorante italiano, per stringere la mano a un vip. Si può fare la corte alla stessa ragazza che la sera prima è uscita a braccetto con il proprietario di un resort da favola e ci si trova su un isolotto di sabbia che affiora al largo di Watamu a giocare a pallavolo con Flavio Briatore e Elisabetta Gregoraci.
Questo sì che è benessere!
Avere una fidanzata bella come Naomi Campbell, una villetta a due passi dal mare col giardino in cui grigliare aragoste, fare una puntata ai tavoli verdi o un safarino ogni tanto con il proprio fuoristrada…quanto può costare un’esistenza del genere?
Poco, rispetto agli standard italiani…se immaginate il prezzo di una villa a Positano, San Teodoro, Forte del Marmi o Santa Margherita Ligure, quello di una escort ucraina bella come Eva Herzigova che vi faccia da fidanzata e il prezzo dei crostacei al mercato del pesce.
In Kenya si può essere ricchi anche se non lo si è.
Quindi è vero che esistono i due tipi d’italiano di cui sopra, il nababbo e l’indoarabizzato. Ma è altrettanto vero che a volte possono essere la stessa persona, che arrivò in Kenya con sogni di grandeur e in poco tempo si è vista costretta a ridimensionare il tutto. Dalla megavilla a un miniloculo, dalla piscina con le cascate a una doccia che perde, dalla sorella di Naomi Campbell alla cugina di Whoopy Goldberg.
Ma si può sempre raccontare la stessa storia a chi vive lontano, in Italia, e riceve cartoline digitali via e-mail che odorano di spiagge esotiche, sole mare, relax e piacere.
Le risposte arrivano puntuali. Ci vorrebbero immagini di freddo, stress, traffico, smog, nebbia, rogne e malinconia a commentarle.
“Quasi quasi vengo a trovarti in Africa, amico mio…”
“Dài, che acquistiamo insieme una villa con piscina!”
“Ma tu non ce l’hai già?”
“…ma ne prendiamo una più grande, no?”
Perché all’Equatore, a differenza del mondo occidentale, si può sempre ricominciare…
E’ una questione di principio.
Principio d’imitazione.
sabato 14 novembre 2009
KENYA 2050
Il viaggio era stato abbastanza disagevole: le hostess robot della Pterodattil Travel erano andate in corto circuito, una dopo l'altra, un paio d'ore dopo il decollo.
Soliti inconventienti dei viaggi lowest-cost.
Dapprima avevano iniziato a servire il the e il caffè bollente, con il solito getto dal dito indice della mano (destra caffè, sinistra the), addosso ai passeggeri invece che nelle tazze.
Poi a una di loro si è invertito il programma dello sparecchiamento veloce con quello dell'intrattenimento erotico per i clienti della Superfirst class.
Ne aveva fatto le spese un pensionato in astinenza da viagra, che a momenti ci restava secco, mentre dalla testa dell'aereo si sentiva una erre moscia reclamare: "mettiti quella forchetta nel culo, brutto ammasso di lamiere". Certo che se vuoi i servizi della superfirst, non dovresti viaggiare con i charter. E' come andare a mangiare il sushi al fast food.
"Mi dia un Mac Samurai, per favore..."
Mentre le cuffie digitali proiettavano nella mente l'ultimo James Bond, "Operazione Granita" in cui l'agente segreto è alle prese con lo scioglimento del Polo Nord, due stewart meccanici si inseguivano tra le poltrone, armate di scopettone strappando tutte le mascherine per l'ossigeno e parlando contemporaneamente sette lingue in stile "L'Esorcista".
Alla fine per i viaggiatori era stato quasi un sollievo vederli cadere con fragore di metalli e qualche ronzio di resa. Il volo era proseguito tra spuntini self-service e le assicurazioni del comandante quattordicenne John Katana Baraghelli:
"Benvenuti su "Pterodattil Commander", l'aerogame di realtà reale. Oggi abbiamo scelto la rotta C, stiamo giocando a livello di difficoltà medio e all'altezza del Sudan riceveremo un bonus di 30 mila chilometri che porterà il Comandante di questo velivolo in sesta posizione nella graduatoria mondiale Online dei piloti di charter. Ci scusiamo per l'inconveniente delle hostess robot, al ritorno vedremo di rimediare proponendo un concorso a premi con la possibilità di un viaggio sulla scialuppa-shuttle sopra le piramidi d'Egitto, con scalo nell'oasi virtuale di Luxor".
L'alba sul Kilimanjaro innevato fu uno spettacolo che ci colse impreparati. Ah, questo vecchio pazzo mondo!
Tutto quel bianco accecante e il fucsia striato del cielo fecero stropicciare gli occhi di chi si risvegliava e modulare flebili suoni di stupore.
Indirizzai il finestrino ottico in direzione delle pendici della grande montagna e attivai lo zoom.
Vidi cervi, daini, lo stambecco reale, l'orso bianco e le tracce dello Yeti Masai. Per chi fosse riuscito a fotografarlo, c'era in premio una fotocamera digitale da 98 megapixel.
La neve ricopriva in parte anche il parco dell'Amboseli. Mi avevano detto che ci sarebbe stato pericolo di ghiacciate, andando a Malindi in gennaio, ma io avevo scelto questo viaggio per vedere gli animali più rari: l'arrivo della lince maculata in savana, il leone da spiaggia, la giraffa domestica, i bambini somali obesi, l'imprenditore onesto di Nairobi e le altre specie mutanti del terzo millennio africano.
A me della tanto decantata Atlantide dell'Oceano Indiano dall'enorme cielo-soffitto di corallo, non importava un granchè.
Sbarcammo all'aeroporto di Mombasa alle sette. Il rullotrasporto si era bloccato, quindi fummo costretti a camminare con i bagagli, recuperati con la case-card dal ventre dell'aereo, per duecento metri lungo un bracciotunnel con temperatura inferiore allo zero.
L'inverno africano non scherza per niente.
Nelle capsule-dogana invece il riscaldamento funzionava a palla. Come al solito i raggi infrarossi mi spogliarono, mi esaminarono e trovarono qualcosa che non andava.
Una boccetta di collirio e la lima per le unghie.
Si accese una luce blu ad intermittenza e partì un suono arabeggiante di sirena.
Mi sentivo all'interno di un jukebox. Arrivò l'ufficiale di dogana, un uomo di colore mingherlino che si muoveva su un monopattino elettrico con il visore a cristalli liquidi.
Mooolto lentamente.
Comunicò attraverso il monitor, senza aprire la capsulona in cui ero prigioniero.
"La boccetta è contro le regole, non si possono trasportare corpi liquidi" mi disse in italiano, con vago accento brianzolo.
"Ma non è un alcolico, è una medicina"
"Nemmeno le medicine, se sono liquide, furbetti!"
"Sorry - feci io - non lo sapevo. E poi non esiste il collirio in polvere"
"Impossibile che lei non lo sapesse – disse l'ufficiale, ancora nella mia lingua e con inflessione sempre più lombarda – anche i pirla come te ne sono al corrente, il collirio te lo puoi comperare a Mombasa".
"Questo è speciale, è per proteggere dalle polveri semi-sottili. Poi ormai la boccetta passata, non è più pericolosa"
L'ufficiale tornò professionale.
"Vero signore, ma c'è questo coltellino"
"E' una lima per le unghie"
"Coltellino"
"Lima per le unghie"
"Può ferire"
"Le unghie..."
"Quanto mi dai?"
"Tienitela"
"Sicuro?"
"Sicuro"
"Ti trattengo anche la boccetta"
"Venti euro"
"Buona permanenza in Kenya"
"Grazie"
E' bello constatare che, malgrado questo pianeta sia irrimediabilmente nella merda, certi valori fondamentali di cui gli esseri umani sono meravigliosi latori, non si perderanno mai.
"Mi raccomando, si copra che fa freddo!"
La capsulona si aprì e io finalmente guadagnai l'uscita dell'aeroporto, pronto a vivere una delle ultime avventure della mia vita.
Soliti inconventienti dei viaggi lowest-cost.
Dapprima avevano iniziato a servire il the e il caffè bollente, con il solito getto dal dito indice della mano (destra caffè, sinistra the), addosso ai passeggeri invece che nelle tazze.
Poi a una di loro si è invertito il programma dello sparecchiamento veloce con quello dell'intrattenimento erotico per i clienti della Superfirst class.
Ne aveva fatto le spese un pensionato in astinenza da viagra, che a momenti ci restava secco, mentre dalla testa dell'aereo si sentiva una erre moscia reclamare: "mettiti quella forchetta nel culo, brutto ammasso di lamiere". Certo che se vuoi i servizi della superfirst, non dovresti viaggiare con i charter. E' come andare a mangiare il sushi al fast food.
"Mi dia un Mac Samurai, per favore..."
Mentre le cuffie digitali proiettavano nella mente l'ultimo James Bond, "Operazione Granita" in cui l'agente segreto è alle prese con lo scioglimento del Polo Nord, due stewart meccanici si inseguivano tra le poltrone, armate di scopettone strappando tutte le mascherine per l'ossigeno e parlando contemporaneamente sette lingue in stile "L'Esorcista".
Alla fine per i viaggiatori era stato quasi un sollievo vederli cadere con fragore di metalli e qualche ronzio di resa. Il volo era proseguito tra spuntini self-service e le assicurazioni del comandante quattordicenne John Katana Baraghelli:
"Benvenuti su "Pterodattil Commander", l'aerogame di realtà reale. Oggi abbiamo scelto la rotta C, stiamo giocando a livello di difficoltà medio e all'altezza del Sudan riceveremo un bonus di 30 mila chilometri che porterà il Comandante di questo velivolo in sesta posizione nella graduatoria mondiale Online dei piloti di charter. Ci scusiamo per l'inconveniente delle hostess robot, al ritorno vedremo di rimediare proponendo un concorso a premi con la possibilità di un viaggio sulla scialuppa-shuttle sopra le piramidi d'Egitto, con scalo nell'oasi virtuale di Luxor".
L'alba sul Kilimanjaro innevato fu uno spettacolo che ci colse impreparati. Ah, questo vecchio pazzo mondo!
Tutto quel bianco accecante e il fucsia striato del cielo fecero stropicciare gli occhi di chi si risvegliava e modulare flebili suoni di stupore.
Indirizzai il finestrino ottico in direzione delle pendici della grande montagna e attivai lo zoom.
Vidi cervi, daini, lo stambecco reale, l'orso bianco e le tracce dello Yeti Masai. Per chi fosse riuscito a fotografarlo, c'era in premio una fotocamera digitale da 98 megapixel.
La neve ricopriva in parte anche il parco dell'Amboseli. Mi avevano detto che ci sarebbe stato pericolo di ghiacciate, andando a Malindi in gennaio, ma io avevo scelto questo viaggio per vedere gli animali più rari: l'arrivo della lince maculata in savana, il leone da spiaggia, la giraffa domestica, i bambini somali obesi, l'imprenditore onesto di Nairobi e le altre specie mutanti del terzo millennio africano.
A me della tanto decantata Atlantide dell'Oceano Indiano dall'enorme cielo-soffitto di corallo, non importava un granchè.
Sbarcammo all'aeroporto di Mombasa alle sette. Il rullotrasporto si era bloccato, quindi fummo costretti a camminare con i bagagli, recuperati con la case-card dal ventre dell'aereo, per duecento metri lungo un bracciotunnel con temperatura inferiore allo zero.
L'inverno africano non scherza per niente.
Nelle capsule-dogana invece il riscaldamento funzionava a palla. Come al solito i raggi infrarossi mi spogliarono, mi esaminarono e trovarono qualcosa che non andava.
Una boccetta di collirio e la lima per le unghie.
Si accese una luce blu ad intermittenza e partì un suono arabeggiante di sirena.
Mi sentivo all'interno di un jukebox. Arrivò l'ufficiale di dogana, un uomo di colore mingherlino che si muoveva su un monopattino elettrico con il visore a cristalli liquidi.
Mooolto lentamente.
Comunicò attraverso il monitor, senza aprire la capsulona in cui ero prigioniero.
"La boccetta è contro le regole, non si possono trasportare corpi liquidi" mi disse in italiano, con vago accento brianzolo.
"Ma non è un alcolico, è una medicina"
"Nemmeno le medicine, se sono liquide, furbetti!"
"Sorry - feci io - non lo sapevo. E poi non esiste il collirio in polvere"
"Impossibile che lei non lo sapesse – disse l'ufficiale, ancora nella mia lingua e con inflessione sempre più lombarda – anche i pirla come te ne sono al corrente, il collirio te lo puoi comperare a Mombasa".
"Questo è speciale, è per proteggere dalle polveri semi-sottili. Poi ormai la boccetta passata, non è più pericolosa"
L'ufficiale tornò professionale.
"Vero signore, ma c'è questo coltellino"
"E' una lima per le unghie"
"Coltellino"
"Lima per le unghie"
"Può ferire"
"Le unghie..."
"Quanto mi dai?"
"Tienitela"
"Sicuro?"
"Sicuro"
"Ti trattengo anche la boccetta"
"Venti euro"
"Buona permanenza in Kenya"
"Grazie"
E' bello constatare che, malgrado questo pianeta sia irrimediabilmente nella merda, certi valori fondamentali di cui gli esseri umani sono meravigliosi latori, non si perderanno mai.
"Mi raccomando, si copra che fa freddo!"
La capsulona si aprì e io finalmente guadagnai l'uscita dell'aeroporto, pronto a vivere una delle ultime avventure della mia vita.
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martedì 20 ottobre 2009
FREDDIE SU "VOGLIOVIVERECOSI.COM"
C’è una frase che non dimenticherò mai e che ha dato un senso a molte mie scelte di vita.
Quando l’ascoltai per la prima volta, all’ombra di un mango gigantesco che proteggeva dal caldo equatoriale, mi suonò a guisa di una sentenza, come un precetto che attendeva soltanto la mia saggia accettazione.
“E’ troppo facile scappare quando le cose vanno male”.
Il Capitano mi porse quella frase come fosse un vassoio di ostriche fresche o una bevanda al tamarindo. Gli era uscita con la naturale dolcezza di uno dei tanti frutti meravigliosi della terra in cui mi trovavo per la prima volta, il Kenya.
Il Capitano aveva lasciato la carriera in Marina per approdare in riva all’oceano indiano. Una scelta di vita, aveva aperto una gelateria a Malindi. A quei tempi a Malindi si formava una comunità di italiani che per motivi disparati avevano deciso di cambiare esistenza e abitudini, per non dire identità.
Non era il mio caso. Avevo diciannove anni e mi ero preso il cosiddetto “anno sabbatico”.
In effetti covavo grandi progetti, in vista del mio ritorno in Italia: l’università, il praticantato giornalistico, suonare in giro con una rock band…la vita mi attendeva, il mondo occidentale con le sue lusinghe e solide certezze era la mia bibbia.
Eppure l’Africa mi stregò.
Frugò nella mia anima cercando gli anfratti più puri, riconoscendo la mia voglia di libertà, di avventura e di sensazioni inedite. Portò il mio sguardo all’altezza sconveniente ma reale dell’umana miseria e il mio anno sabbatico, senza quasi che me ne accorgessi… diventarono sette.
“E’ troppo facile scappare quando le cose vanno male”.
Infatti dopo sette stagioni ero un africano fatto e finito. Parlavo il kiswahili, vivevo di turismo gestendo un ristorantino a Malindi ma ero integrato a meraviglia con la popolazione locale. Non si diventa milionari in Africa, se la si ama. Ma ci si sente immensamente ricchi dentro.
Chissà, forse per l’innato bisogno di divulgare che ha lo scrittore, forse per dimostrare a me stesso che anche i progetti di un tempo, se trasformati in sogni e liberati dal peso di obblighi, promesse, aspettative dei genitori, facevano parte dei desideri da avverare, decisi che era ora di tornare.
La voce del Capitano, come un biglietto di viaggio, era valida anche per il percorso inverso.
Così ecco un africano a Milano. Con i suoi ritmi lenti, la sua filosofia agli antipodi rispetto ai valori della maggior parte delle personee alle soglie del Terzo Millennio. Eccolo che non riesce ad attraversare la strada prima che il semaforo diventi rosso, che s’incanta ad osservare individui grigi che corrono, si lamentano, si fanno la guerra. Tutta gente che vorrebbe scappare perché le cose vanno male.
Io invece ho qualcosa da fare…devo proseguire la mia carriera da giornalista, devo pubblicare libri, voglio rimettere in piedi una rock band. Anche se il mal d’Africa è aritmia nel cuore, raschia in gola come le sigarette che ho ripreso a fumare, colora i miei sogni notturni.
Resisto perché ho un obiettivo. E appena posso, mi faccio una vacanza in Kenya.
E’ il 1998. Dopo qualche anno supero l’esame di stato a Roma e divento giornalista professionista. Lavoro in una redazione sul lago di Como. Pubblico saggi e libri musicali. Il primo, il più vissuto, è su Rino Gaetano. Lui aveva scritto “Metà Africa, Metà Europa” in cui cantava “Africa, ma per te che lavori e non ridi / per chi come te più non gioca / questa terra è ancora Europa”.
Nel 2004 esce il mio album d’esordio “Nel regno degli animali” con cui vinco alcuni premi e arrivo in finale al Festival di Mantova e tra le migliori opere prime al Premio Tenco di Sanremo.
Una carriera da scrittore lanciata, un lavoro sicuro da redattore, la soddisfazione del percorso parallelo da cantautore con un secondo album in gestazione. Un grande amore lacustre e una passione per Genova e il mare di Liguria.
Va tutto bene.
E’ il momento.
Nel luglio del 2005, con la compagna Miky, lascio il lavoro, sciolgo la band, deludo il produttore discografico, prometto di rispettare a distanza i contratti editoriali, e parto.
Mi aspetta un altro ristorantino in riva all’oceano. Ad attendermi è soprattutto l’Africa.
Forse è l’ennesima sfida, forse il senso della mia vita. Ma non è solo questo.
Cosa mi ha spinto a tornare a Malindi?
Come scrivo nel libro dedicato al Mal d’Africa:
Immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa, l’aria non si respira, si assapora. Il tempo scorre, non corre e il sistema nervoso si sistema, non si innervosisce. Un luogo in cui la gente non vi incrocia, vi saluta. Dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita! …
… Mal d’Africa è emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andrà, ce ne sarà uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite. Imparare che non è vero che se non si desidera tutto non si otterrà nulla, che accontentarsi non è sempre una sconfitta e che vivere alla giornata è un buon metodo per aggiornare l’esistenza. Capire la propria diversità e accettare quella degli altri, in un luogo dove nemmeno quel visionario di Gesù avrebbe potuto affermare che gli uomini sono tutti uguali. Mal d’Africa è vivere in sintonia con le fasi lunari, con i fusi locali, in serenità con il ciclo vitale e in equilibrio su un ciclo cinese.
Mal d’Africa è capire di non essere capiti e farsene una ragione, è annoiare la noia, impigrire
la pigrizia, rincoglionire l’intelligenza e assoggettarla ai propri ritmi, imprigionare il pensiero e liberarlo con una cauzione eterna che sarà il cuore a pagare, in comode rate stagionali.
Mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’arimo.
Il Mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile!
Lo scorso gennaio, Michela ha dato alla luce Agata Zena, la nostra primogenita.
Io continuo a pubblicare libri e dal ristorantino sono tornato al mio lavoro. Sono Ufficio Stampa per l’Associazione Turistica di Malindi e Watamu e gestisco un portale di news e informazioni per chi vuole scoprire l’Africa in vacanza e per chi sogna di lasciare tutto e trasferirsi a Malindi.
A patto, però, che le cose non vadano male…
(scritto per www.voglioviverecosi.com
Quando l’ascoltai per la prima volta, all’ombra di un mango gigantesco che proteggeva dal caldo equatoriale, mi suonò a guisa di una sentenza, come un precetto che attendeva soltanto la mia saggia accettazione.
“E’ troppo facile scappare quando le cose vanno male”.
Il Capitano mi porse quella frase come fosse un vassoio di ostriche fresche o una bevanda al tamarindo. Gli era uscita con la naturale dolcezza di uno dei tanti frutti meravigliosi della terra in cui mi trovavo per la prima volta, il Kenya.
Il Capitano aveva lasciato la carriera in Marina per approdare in riva all’oceano indiano. Una scelta di vita, aveva aperto una gelateria a Malindi. A quei tempi a Malindi si formava una comunità di italiani che per motivi disparati avevano deciso di cambiare esistenza e abitudini, per non dire identità.
Non era il mio caso. Avevo diciannove anni e mi ero preso il cosiddetto “anno sabbatico”.
In effetti covavo grandi progetti, in vista del mio ritorno in Italia: l’università, il praticantato giornalistico, suonare in giro con una rock band…la vita mi attendeva, il mondo occidentale con le sue lusinghe e solide certezze era la mia bibbia.
Eppure l’Africa mi stregò.
Frugò nella mia anima cercando gli anfratti più puri, riconoscendo la mia voglia di libertà, di avventura e di sensazioni inedite. Portò il mio sguardo all’altezza sconveniente ma reale dell’umana miseria e il mio anno sabbatico, senza quasi che me ne accorgessi… diventarono sette.
“E’ troppo facile scappare quando le cose vanno male”.
Infatti dopo sette stagioni ero un africano fatto e finito. Parlavo il kiswahili, vivevo di turismo gestendo un ristorantino a Malindi ma ero integrato a meraviglia con la popolazione locale. Non si diventa milionari in Africa, se la si ama. Ma ci si sente immensamente ricchi dentro.
Chissà, forse per l’innato bisogno di divulgare che ha lo scrittore, forse per dimostrare a me stesso che anche i progetti di un tempo, se trasformati in sogni e liberati dal peso di obblighi, promesse, aspettative dei genitori, facevano parte dei desideri da avverare, decisi che era ora di tornare.
La voce del Capitano, come un biglietto di viaggio, era valida anche per il percorso inverso.
Così ecco un africano a Milano. Con i suoi ritmi lenti, la sua filosofia agli antipodi rispetto ai valori della maggior parte delle personee alle soglie del Terzo Millennio. Eccolo che non riesce ad attraversare la strada prima che il semaforo diventi rosso, che s’incanta ad osservare individui grigi che corrono, si lamentano, si fanno la guerra. Tutta gente che vorrebbe scappare perché le cose vanno male.
Io invece ho qualcosa da fare…devo proseguire la mia carriera da giornalista, devo pubblicare libri, voglio rimettere in piedi una rock band. Anche se il mal d’Africa è aritmia nel cuore, raschia in gola come le sigarette che ho ripreso a fumare, colora i miei sogni notturni.
Resisto perché ho un obiettivo. E appena posso, mi faccio una vacanza in Kenya.
E’ il 1998. Dopo qualche anno supero l’esame di stato a Roma e divento giornalista professionista. Lavoro in una redazione sul lago di Como. Pubblico saggi e libri musicali. Il primo, il più vissuto, è su Rino Gaetano. Lui aveva scritto “Metà Africa, Metà Europa” in cui cantava “Africa, ma per te che lavori e non ridi / per chi come te più non gioca / questa terra è ancora Europa”.
Nel 2004 esce il mio album d’esordio “Nel regno degli animali” con cui vinco alcuni premi e arrivo in finale al Festival di Mantova e tra le migliori opere prime al Premio Tenco di Sanremo.
Una carriera da scrittore lanciata, un lavoro sicuro da redattore, la soddisfazione del percorso parallelo da cantautore con un secondo album in gestazione. Un grande amore lacustre e una passione per Genova e il mare di Liguria.
Va tutto bene.
E’ il momento.
Nel luglio del 2005, con la compagna Miky, lascio il lavoro, sciolgo la band, deludo il produttore discografico, prometto di rispettare a distanza i contratti editoriali, e parto.
Mi aspetta un altro ristorantino in riva all’oceano. Ad attendermi è soprattutto l’Africa.
Forse è l’ennesima sfida, forse il senso della mia vita. Ma non è solo questo.
Cosa mi ha spinto a tornare a Malindi?
Come scrivo nel libro dedicato al Mal d’Africa:
Immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa, l’aria non si respira, si assapora. Il tempo scorre, non corre e il sistema nervoso si sistema, non si innervosisce. Un luogo in cui la gente non vi incrocia, vi saluta. Dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita! …
… Mal d’Africa è emozionarsi davanti a un tramonto breve sapendo che il giorno dopo, comunque andrà, ce ne sarà uno apparentemente identico ma dalle sfumature inedite. Imparare che non è vero che se non si desidera tutto non si otterrà nulla, che accontentarsi non è sempre una sconfitta e che vivere alla giornata è un buon metodo per aggiornare l’esistenza. Capire la propria diversità e accettare quella degli altri, in un luogo dove nemmeno quel visionario di Gesù avrebbe potuto affermare che gli uomini sono tutti uguali. Mal d’Africa è vivere in sintonia con le fasi lunari, con i fusi locali, in serenità con il ciclo vitale e in equilibrio su un ciclo cinese.
Mal d’Africa è capire di non essere capiti e farsene una ragione, è annoiare la noia, impigrire
la pigrizia, rincoglionire l’intelligenza e assoggettarla ai propri ritmi, imprigionare il pensiero e liberarlo con una cauzione eterna che sarà il cuore a pagare, in comode rate stagionali.
Mal d’Africa è un silenzio pagano, un ruggito religioso, uno stato d’arimo.
Il Mal d’Africa, se è quello vero, è un bene incurabile!
Lo scorso gennaio, Michela ha dato alla luce Agata Zena, la nostra primogenita.
Io continuo a pubblicare libri e dal ristorantino sono tornato al mio lavoro. Sono Ufficio Stampa per l’Associazione Turistica di Malindi e Watamu e gestisco un portale di news e informazioni per chi vuole scoprire l’Africa in vacanza e per chi sogna di lasciare tutto e trasferirsi a Malindi.
A patto, però, che le cose non vadano male…
(scritto per www.voglioviverecosi.com
giovedì 20 agosto 2009
A MALINDI MANCA
Un motel a cinque stelle
Un maneggio con le stalle
Un negozio di abbigliamento in pelle (contrabbando, per le signore leopardate…s’intende)
Una fabbrica di caramelle (da vendere ai turisti che poi le regalano ai bambini così gli cariano tutti i pochi denti sani che hanno, tanto poi arrivano i dentisti volontari italiani che li curano)
Una fabbrica di dentiere
Un ristorante malese
Un ristorante tailandese
Un ristorante maltese (corto)
Un ristorante esquimese (no so… i prodotti surgelati non vanno tanto a malindi…)
Un ristorante aperto una volta al mese
Un ristorante che stia nelle spese
Una pescheria di lusso
Una rosticceria anche del casso
Un negozio di specialità gastronomiche friulane
Un negozio di computer
Un computer per ogni negozio
Una gioielleria come a Via Condotti
Un condotto che porti alla gioielleria (per svaligiarla)
Un mercatino equo-solidale
Ma anche un mercatino iniquo-bastardo
Un sarto antico
Un autolavaggio elettronico
Un autolavaggio di coscienza
Un carrozziere di Cosenza
Una gelateria yogurteria biologica
Un esperto di analisi logica
Una torrefazione
Un produttore di torrone
Una lavanderia a gettoni
Una lavasoldi automatica
Un ippodromo
Un elefodromo
Un giraffodromo
Un bocciodromo
Un salsodromo
Un rincoglionitodromo
Un minigolf
Un maxipareo
Un maxischermo
Un drive-in con le cameriere sui pattini
Un buon reparto di rianimazione per cameriere volate dai pattini
Un’enoteca
Un’emeroteca
Una cineteca
Un’unità cinofila
Un bioparco
Un biopresto (però abbiamo l’Omo…)
Una stazione della metropolitana
La metropolitana anche senza stazioni
Un chiosco dei giornali
Il blockbuster
Benetton
Stefanel
Conbipel
Sua sorel
Una sveglia in orario
Un orario
(La lista potrebbe continuare all’infinito, ma la verità è che malindi mancano ancora tante, troppe cose indispensabili a rendere tutto questo superfluo...)
Un maneggio con le stalle
Un negozio di abbigliamento in pelle (contrabbando, per le signore leopardate…s’intende)
Una fabbrica di caramelle (da vendere ai turisti che poi le regalano ai bambini così gli cariano tutti i pochi denti sani che hanno, tanto poi arrivano i dentisti volontari italiani che li curano)
Una fabbrica di dentiere
Un ristorante malese
Un ristorante tailandese
Un ristorante maltese (corto)
Un ristorante esquimese (no so… i prodotti surgelati non vanno tanto a malindi…)
Un ristorante aperto una volta al mese
Un ristorante che stia nelle spese
Una pescheria di lusso
Una rosticceria anche del casso
Un negozio di specialità gastronomiche friulane
Un negozio di computer
Un computer per ogni negozio
Una gioielleria come a Via Condotti
Un condotto che porti alla gioielleria (per svaligiarla)
Un mercatino equo-solidale
Ma anche un mercatino iniquo-bastardo
Un sarto antico
Un autolavaggio elettronico
Un autolavaggio di coscienza
Un carrozziere di Cosenza
Una gelateria yogurteria biologica
Un esperto di analisi logica
Una torrefazione
Un produttore di torrone
Una lavanderia a gettoni
Una lavasoldi automatica
Un ippodromo
Un elefodromo
Un giraffodromo
Un bocciodromo
Un salsodromo
Un rincoglionitodromo
Un minigolf
Un maxipareo
Un maxischermo
Un drive-in con le cameriere sui pattini
Un buon reparto di rianimazione per cameriere volate dai pattini
Un’enoteca
Un’emeroteca
Una cineteca
Un’unità cinofila
Un bioparco
Un biopresto (però abbiamo l’Omo…)
Una stazione della metropolitana
La metropolitana anche senza stazioni
Un chiosco dei giornali
Il blockbuster
Benetton
Stefanel
Conbipel
Sua sorel
Una sveglia in orario
Un orario
(La lista potrebbe continuare all’infinito, ma la verità è che malindi mancano ancora tante, troppe cose indispensabili a rendere tutto questo superfluo...)
giovedì 16 luglio 2009
POESIA: AFRICA
Io sono l'africa
perché anche l'Africa me l'hai insegnata tu
Alle falde del Kilimanjaro
tra i gelsomini dell’Africa buia
Viaggerai verso l'Africa
Africa stanca di mille promesse
Chiudi gli occhi e vai in Africa
Io sarò l'africa
e' forte l'Africa non fosse per il caldo
Spunta un vento d'Africa
Mustafà viene di Africa e qui soffia il vento d’Africa
L'ho raccontato al vento che ti porto in Africa
Africa terra di troppe risorse
Chiudi la porta e vai in Africa
Ti chiami Africa
fino alle sponde dell'Africa
nel continente nero
non siamo mica in Africa
Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca? Forse in Africa che importa
Africa gli altri ti sparano addosso
Gira i tacchi e vai in Africa
Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare
Sempre nel cuore dell'Africa
ed era come un mal d'Africa
Così mi uccidi l’Africa
Africa la grande gabbia di libertà
Butta la chiave e vai in Africa
Per te ci vuole l’Africa di tam tam e zulù
dal nord al sud, dal Kenya al Kentucky
Vip in un limbo a Malindi
Rotary Club of Malindi
non era Africa, chissa’ la vecchia via del varieta’...
Africa si muore uniti in un fosso
Ma com'è bello il mare d'Africa stasera…Celestino
(si ringraziano cantautori italiani a iosa)
perché anche l'Africa me l'hai insegnata tu
Alle falde del Kilimanjaro
tra i gelsomini dell’Africa buia
Viaggerai verso l'Africa
Africa stanca di mille promesse
Chiudi gli occhi e vai in Africa
Io sarò l'africa
e' forte l'Africa non fosse per il caldo
Spunta un vento d'Africa
Mustafà viene di Africa e qui soffia il vento d’Africa
L'ho raccontato al vento che ti porto in Africa
Africa terra di troppe risorse
Chiudi la porta e vai in Africa
Ti chiami Africa
fino alle sponde dell'Africa
nel continente nero
non siamo mica in Africa
Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca? Forse in Africa che importa
Africa gli altri ti sparano addosso
Gira i tacchi e vai in Africa
Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare
Sempre nel cuore dell'Africa
ed era come un mal d'Africa
Così mi uccidi l’Africa
Africa la grande gabbia di libertà
Butta la chiave e vai in Africa
Per te ci vuole l’Africa di tam tam e zulù
dal nord al sud, dal Kenya al Kentucky
Vip in un limbo a Malindi
Rotary Club of Malindi
non era Africa, chissa’ la vecchia via del varieta’...
Africa si muore uniti in un fosso
Ma com'è bello il mare d'Africa stasera…Celestino
(si ringraziano cantautori italiani a iosa)
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