domenica 20 maggio 2012

IL CONTENZIOSO CON L'INVISIBILE

Per raccontare questa storia d'amore bisogna partire da Odessa. Che bisogno c'è di andare tanto lontano? Se dico Odessa non mi viene in mente niente mi confondo. Odessa è una parola suggestiva musicale tipo odissea. Odessa odissea ma non so bene dove sia. Raccontami un'altra storia. Nooooo ti racconto di Odessa perchè questa ti voglio raccontare. E' la storia di un uomo e una donna che si sono persi e perdendosi hanno vinto il contenzioso con l'invisbile, perchè o si amavano o morivano. Allora è una storia romantica? mi farà sognare? Toh! Eccoti un atlante, andiamo per ordine apri la pagina dell'Europa e guarda a destra in basso ma non troppo guarda sul Mar Nero, lì c'è Odessa. Mmmm lo sai che ci vedo poco, le scritte sono minuscole non riesco a leggerle, mmmm ma non puoi raccontare un'altra favola? No, stai zitta. Odessa agli inizi del 900 c'è una famiglia a Odessa sul Mar Nero. Hanno un teatro si divertono. Immagina il teatro, le scene, i costumi. Poi scoppia la rivoluzione, figli maschi muiono tutti, le femmine si salvano. Nadesha finisce ad Amburgo sposa del Sig. Curiel. Amburgo? mmmm dove sta? Guarda sempre la cartina dell'Europa ma stavolta in alto al centro, prima delle isole, sul mar Baltico. Non la trovo non c'è. Ad Amburgo, nel 1914, nasce Ruth Curiel. Amburgo, non c'è disegnata. Uffa ma quanto sei noiosa. Vabbè adesso cerca Praga. Praga, lì a destra della Germania. Ma non dovevo cercare Amburgo? Perchè Praga? Perchè nel 1939 scoppia la guerra e Ruth da Amburgo fugge a Praga. La Germania si era fatta troppo pericolosa per lei. Ruth è ebrea. Non trovo nessuna di queste città che nomini. Questa storia non mi piace. E questa Ruth che da Odessa ad Amburgo e poi a Praga? Che fa questa Ruth? Dopo un anno Ruth da Praga arriva a Nervi. Finalmente un posto che conosco! E perchè proprio a Nervi? Te l'ho detto c'era la guerra, Nervi era protetta dalla Croce Rossa Internazionale. Questa storia non mi piace, parli solo di guerra e di una piccola ebrea che fugge per l'Europa. Voglio una storia d'amore. Ruth è da sola a Nervi. Sua madre, quella del teatro di Odessa, è rimasta ad Amburgo, il padre combatte in Francia, i suoi fratelli sono dispersi. Mmmm, vabbè allora dov'è l'amore? Aspetta.... Ruth vuole salvare almeno sua madre. Come fa? Con una bugia. Per costringerla a lasciare la Germania e tutto quel che possiede, le manda un telegramma e le dice di essere gravemente malata. E la mamma? Che domande? Ovviamente abbocca. Così arriva anche lei a Nervi. Ma non dovevi raccontarmi una storia d'amore parli solo di guerra voglio ascoltare una storia d'amore. Una cosa alla volta, andiamo con ordine. Ricordati che siamo in un tempo di catastrofe, il mondo stava sospeso tra perdizione e innocenza. Sulla passeggiata di Nervi Ruth incontra un uomo di cui si innamora, un soldato italiano in convalescenza. Il segretario politico del fascio di ALessandria. Finalmente! La storia comincia a piacermi. Che fanno? Si sposano? Il soldato italiano è già sposato... e lei è un'ebrea in fuga. E allora? Te l'ho detto, si innamorano. E' amore. Carlo de Mattei, un militare fascista fa l'amore con un'ebrea russa. Come dono di fidanzamento le regala un sacchetto di..... un sacchetto di diamanti? Ma quanto sei scema! Le regala un sacchetto di caffè che a quei tempi era come un sacchetto di diamanti. E poi? Ruth conserverà tutta la vita un chicco di quel caffè. Finalmente una cosa che mi piace il chicco di Ruth. Carlo deve tornare a combattere, lo spediscono sul fronte balcanico. Ruth non sa se lo rivedrà mai più. Carlo parte per la guerra. E Ruth? Ruth avrà una figlia da [grazie a qualche furbo che ha cancellato non siamo riusciti a decifrare] crescere. 1942. Ricordati c'è sempre la guerra. Sarebbe questa la storia d'amore? Aspetta.... Carlo [di nuovo illeggibile] e torna in Italia ma c'è ancora la guerra. Lo mandano col Battaglione Monterosa fra i monti della Valtellina a coprire la fuga del duce, ormai braccato che tenta di fuggire in Svizzera. Uffa, sono stanca di sentire parlare solo di guerra. Poi una notte Ruth fa un sogno: sogna la mamma di Carlo che le dice di andare a salvare suo figlio. Ruth parte alla volta di Sondrio. Eh? Che fa? Non hai detto che c'è la guerra? Peggio della guerra c'è lo sbando, l'Italia è divisa a metà, i tedeschi in fuga, gli americani alle calcagna. Ruth va dai partigiani , Ruth costringe suo marito ad arrendersi. Gli salva la vita..... E poi? Finalmente si sposano? Macchè stanno nascosti finchè nell'autunno del 1945 riescono ad imbarcarsi per la Palestina... Palestina.... Mmmmm sull'atlante non c'è. Stavolta hai ragione il giorno che lasciano l'Italia si imbarcano a Genova. Sono il Sig. Carlo Curiel nato a Odessa, sua moglie, sua figlia e sua suocera a salpare verso Haifa. Lui cambia nome, ah capisco. Diventa ebreo? In un certo senso anagrafico, si. Ma realmente lo diventerà più avanti. In Palestina c'è la guerra. Carlo Curiel combatte contro gli inglesi poi entra nell'esercito israeliano, nel genio militare costruisce la prima strada tra Be'er Sheva e Eilat. Qui nasce la loro seconda figlia. E poi? Restano in Israele fino al '58 poi tornano in Italia, Carlo è processato in contumacia per i fatti della Valtellina. E quel chicco di caffè? Ruth lo porta sempre con sè, anche quando partono per l'Africa. Vanno in Nigeria, ci restano quasi dieci anni. Ma in Italia non ci vivono mai? Siiii...poi tornano. Africa, Spagna, una puntatina nelle Filippine e alla fine approdano a Genova e da Genova a Tortona. Finalemnte. Posso riporre l'atlante? SI puoi chiuderlo. Siamo arrivati quasi alla fine della storia. Carlo, un uomo che ha combattuto molte guerre e girato mezzo mondo, muore in un incidente domestico, non ci crederai precipita da un albicocco su cui si era arrampicato. E Ruth? Ruth gli sopravvive per sette anni, sette come i pianeti. Poi se ne va anche lei, lo raggiunge. Dormono l'uno accanto all'altra la stella di David e la croce latina, nell'attesa del risveglio, alla fine della fine del tempo, all'inizio della vita vera che ci attende non trova su nessun atlante... (testi di Rosa Matteucci scritti per strada da Palazzo Ducale fino al Porto Antico di Genova, lungo i vicoli della Città Vecchia)

lunedì 30 aprile 2012

QUELLI CHE...MALINDI

Quelli che sono arrivati a Malindi vent’anni fa in vacanza e non sono ancora ripartiti Quelli che sono in Kenya da tre giorni ma hanno già capito tutto Quelli che sanno come trattare con i neri Quelli che a Malindi devi fidarti solo degli italiani Quelli che “stai attento agli italiani che sono tutti mezzi delinquenti” e tu di dove sei, scusa? Quelli che "a me non mi rubano nemmeno uno scellino" Quelli che ti spiegano la tua Africa senza fartela capire Quelli che sono venuti in Kenya per cercarsi dentro e non hanno trovato niente Quelli che in Kenya volevano trovare se stessi e hanno trovato un altro al posto loro Quelli che a Malindi erano talmente fuori che non ci stavano dentro Quelli che chiamano "disadattato" chi invece si è integrato Quelli che una volta qui era tutta savana Quelli che ci avevano un leone in giardino Quelli che sono stati morsi da un black mamba e sono ancora vivi (apparentemente) Quelli che s’incazzano perché non tutti i kenioti capiscono l’italiano Quelli che licenziano il giardiniere perché dopo due mesi non ha ancora imparato il dialetto bergamasco Quelli che sono a Malindi perché avevano già inventato nel 1980 la finanza creativa Quelli che sono venuti a Malindi con la moglie e hanno pensato che era come andare all’Oktoberfest con una Peroni. Quelli che hanno lasciato la moglie in Italia ma si sono portati in Kenya il rottweiler Quelle che i maschi sono turisti sessuali, io invece sono una donna emancipata che sposa il maasai Quelle che mio marito non è un beach boy, è un tour leader Quelli che lei è davvero diversa Quelli che era meglio me la trovavo uguale alle altre Quelli che Malindi è casa mia Quelli che non evidentemente in Italia non pulivano casa loro Quelli che non rispettano i padroni di casa Quelli che alzano la voce e trattano male il personale, solo perché non hanno ancora ricevuto in cambio una scarica di botte Quelli che il rispetto prima di tutto, ma per secondo viene lo sfruttamento Quelli che hanno concesso prestiti al proprio personale fino al 2074 Quelli che per fortuna è arrivata la tv italiana Quelli che senza il generatore non è vita Quelli che non vanno nei villaggi perché soffrono a vedere la povera gente (meglio rimanere a bordo piscina sorseggiando una caipirinha) Quelli che ascoltano Tanzini parlare degli alieni Quelli che ascoltano gli alieni parlare di Tanzini Quelli che il Karen Blister Quelli che il Pio Box Quelli che prendo un tutù Quelli che faccio un safari nel Max Mara Quelli che vado a Sardegna 2 e m’immergo in una Jacuzzi Quelli che parcheggiano al Kiwi per non pagare i 40 scellini al Galana Center Quelli che vanno a mangiare la verdura semicruda gratis al casinò Quelli che sono convinti che il casinò metta nel cibo una polverina che li induce a giocare alle slot machine Quelli che a Malindi ci vuole un ristorante nuovo Quelli che a Malindi ci vuole un bar nuovo Quelli che a Malindi ci vuole un locale lounge nuovo Quelli che a Malindi non hanno nemmeno un vestito nuovo Quelli che il mio cuoco cucina il miglior red snapper alla griglia della costa Quelli che licenziano il cuoco perché si è dimenticato lo zafferano nell’aragosta alla catalana Quelli che a Malindi mancava solo il Billionaire Quelli che Jabreen Café, Simba Dishes e Chariba Quelli che si abbronzano per sentirsi come loro Quelli che si sbronzano per sentirsi come loro Quelli che finalmente ho trovato quella giusta Quelli che non hanno mai rifiutato a priori quella sbagliata Quelli che sono in Kenya perché hanno scelto la fuga Quelli che sono in Kenya perché hanno scelto la figa Quelli che non sapevano di essere in Kenya Quelli che appena scesi a Mombasa volevano risalire sull’aereo perché era pieno di negri Quelli che a Malindi ci sono troppi italiani, ma anche gli africani non scherzano Quelli che criticano soltanto gli italiani di cui diventeranno amici Quelli che criticano tutti gli italiani come se loro fossero neozelandesi Quelli che non riescono a comperare se prima non disprezzano Quelli che passeranno le giornate al Nakumatt Quelli che passano il tempo a inventarsi il business buono Quelli che lavorano un anno senza permessi e si lamentano perché in Kenya c’è la corruzione Quelli che arrivano a Malindi in vacanza da inesperti, ci tornano da introdotti, si fermano da imprenditori e ripartono da inculati. Quelli che a Malindi non mi vedrete più Quelli che me ne torno per sempre in Italia Quelli che a Malindi non si può più lavorare Quelli che Malindi è diventata troppo cara Quelli che sono ancora qui a rompere i coglioni Quelli che nonostante tutto preferiscono Malindi, perché la vera libertà è accettare tutti e cercare di vivere in armonia con chiunque, aiutando quando si può, sopportando quando si deve, godendo quando è lecito e ignorando chi lo merita. ,

martedì 6 marzo 2012

VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO


(Seconda Puntata)
Gurba pulisce con flemmatica fretta africana la sua “speed boat”.
Liquidi marroncini, antenne di crostaceo spezzate, mosche annegate compongono un guazzetto da spazzare via con altra acqua di mare. Una spolverata di detersivo per cancellare l’odore e barca come nuova per accogliere i turisti.
Gurba capitalizza al massimo il suo investimento, un piccolo motoscafo veloce e potente. Fa il doppio lavoro. La mattina va a pesca di aragoste, che rivende a un signorotto arabo che le inscatola insieme a grosse lastre di ghiaccio secco e le infila sui camion diretti a Nairobi e Mombasa.
Le aragoste che l’oligarchia della capitale consuma insieme a costose bottiglie di vino italiano e francese, arrivano tutte da qui. Gurba ci fa accomodare sulla “speed boat” e col favore del tramonto isolano ci porta verso Shela. Farà questa doppia vita ancora per poco o comunque dovrà cambiare abitudini e ridimensionare il suo business: il Viceministro della Pesca ha annunciato il blocco ai pescatori nella zona del nuovo porto.
“E’ la più pescosa in assoluto – spiega Gurba – soprattutto per le aragoste e i granchi. Dove andremo adesso?”. Chi ha una barca, un dhow, un motoscafo, a Lamu da sempre vive di pesca e trasporto, prima ancora che fare il taxi per i mzungu.
“Forse ci sarà altro da trasportare in futuro, ma Lamu non esporterà più nulla. Qualcuno avrà i soldi per comprare, forse”.
Chissà. Magari arriveranno barche più veloci e potenti della sua, per andare a pescare a cento chilometri di distanza e portare gli operai alle raffinerie che costruiranno sull’isola di Faza.
Le raffinerie, già. Anche se le aragoste galoppassero in quella zona, avrebbero tanto carburante in corpo da diventare gustose più o meno come la marmitta di una Nissan.
Si sa che il porto sarà soprattutto il terminale dell’oleodotto che porterà petrolio da Juba, capitale del neo costituito Sud Sudan. Resta da capire come mai debba il greggio debba essere ripulito e adattato proprio a Lamu.
“Ormai ci dobbiamo arrendere all’evidenza che il nuovo porto si farà – spiega l’ex sindaco di Lamu, Abdallah Fadhili, fautore del movimento “Port Stearing Comittee” – dobbiamo cercare semplicemente di ridurre l’impatto ambientale. Le raffinerie, ad esempio: perché non le fanno direttamente in Sud Sudan e mandano qui già il carburante, pronto da essere immesso sulle navi?”
Il Sud Sudan c’è poca acqua e ci sono ancora troppi pochi interessi. Il movimento dei politici di Lamu ha proposto Isiolo, cittadina a nord di Nairobi dove gli interessi ci sono eccome.
Ma il Kenya insiste su Lamu e così sarà.
Venerdì 2 marzo: arrivano i presidenti dei tre Stati coinvolti per inaugurare i lavori che di fatto sono già iniziati. Atterrano con elicotteri militari il keniota Mwai Kibaki, il Sudsudanese Kiir e l’Etiope Zenawi. Sono orgogliosi di lanciare LAPSSET, un progetto da 18 bilioni di euro che comprende, oltre al più grande e moderno porto dell’Africa che si affaccia sull’Oceano Indiano, una ferrovia e ovviamente le raffinerie.
Il chairman di “Save Lamu”, l’associazione ambientalista che ne raggruppa una ventina, un combattivo arabo di una certa età che abbiamo intervistato la settimana prima, è stato arrestato dalla polizia mentre si preparava a manifestare a Magogoni, davanti a politici e giornalisti. Con lui una cinquantina di attivisti. Scandivano slogan contro la costruzione del porto, la mancanza dello studio di fattibilità ambientale e l’oleodotto.
Già, c’è anche l’oleodotto. Uno identico è appena saltato in aria durante un attentato in Sud Sudan. Quello che partirà da Juba e arriverà a Lamu, finirà in mare dalla parte opposta dell’isola, oltre il villaggio elegante di Shela, in cui svetta la villa del rampollo di casa Peugeot, dove Sarko e Carlà piroettavano per far nascere l’ennesimo erede presidenziale, e quella di Carolina di Monaco. Sarà difficile rivedere i tycoon tra qualche anno sciacquarsi nel canalone turchese tra Manda e Shela.
Magari le residenze in stile moresco saranno acquistate da qualche petroliere azero o uzbeko dal nome impronunciabile e dall’inguardabile gusto.
“Del turismo a Lamu non frega più niente a nessuno – commenta un’imprenditrice italiana che vive a Shela da anni – in molti attendono serenamente l’avvento del porto per veder salire il valore dei loro immobili e dei terreni, poterli vendere ai primi commercianti che arrivano ed emigrare altrove”.
Non c’è più spazio per la poesia, per il mal d’isola africana.
“Anche a Manda – prosegue l’imprenditrice – chi ha un terreno non vede l’ora di costruirci qualcosa che potrà rendere economicamente perché funzionale al nuovo tipo di indotto che arriverà”.
Turismo economico, lo chiama l’ex sindaco Fadhili.
Altro che villette e cammei, condomini per ospitare tecnici ed operai, hotel da due notti e una mignotta per i dirigenti d’azienda, magari chissà anche un casinò…Perché non sognare, al posto di Lamu, una piccola Dubai?
Proprio come Dubai, ironia della sorte, Lamu dovrà importare le aragoste dalla Tanzania. Ma avrà i soldi per farlo. Architetti illuminati, chiamati per costruire edifici essenziali allo sviluppo, restaureranno l’antico forte simbolo della città e finalmente, risolveranno la grande piaga dell’isola: le fogne a cielo aperto che scorrono di fianco ad ogni vicolo.
Oppure Lamu diventerà la casbah, l’inaccessibile quartiere povero, dei traffici, della droga, di Sudanesi ed Etiopi trafficoni e verrà costruita una New Lamu poco distante, asettica e splendente su terreni nuovi, con palazzi a vetro e piscine al quindicesimo piano.
Quasi quasi c’è da sperare nella bontà della predizione dei Maya.

lunedì 27 febbraio 2012

VIAGGIO A LAMU, IL PARADISO SENZA TEMPO CHE SCOMPARIRA' CON IL NUOVO PORTO


L’arma più pericolosa rintracciabile sulla terra, quella più subdola, violenta, silente e inesorabile, è senza dubbio la mano dell’uomo.
E’ l’unica capace di cancellare in pochissimo tempo millenni di storia, di usi e costumi, di pace e dominio della Natura, di abitudini ancestrali che forgiano caratteri, che penetrano addirittura nel cuore e nell’anima di intere generazioni.
L’unica che uccide e distrugge mentre stringe una sua simile, mentre firma un pezzo di carta, mentre volteggia in aria per disegnare parole misurate, bonarie, apparentemente sagge.
Così la mano dell’uomo seppellirà anche l’arcipelago di Lamu.
Lo visitarono i cinesi, prima dell’anno mille, lo rispettarono gli indonesiani che insegnarono ai pescatori a costruire i trimarani e i dhow. Non lo stravolsero né gli arabi, né gli indiani. Non le dispute tra sultani, né i portoghesi. Non lo convertirono i tedeschi e non lo colonizzarono gli inglesi.
L’indipendenza del Kenya, a Lamu, fu un fatto marginale. Era come tornare in possesso di un albergo di cui in realtà si aveva sempre avuto la gestione.
Quel che non hanno fatto popoli guerrieri o conquistatori, scaltri mercanti e schiavisti, missionari o esploratori, riusciranno a compierlo i politici del terzo millennio.
Quelli cresciuti nella cieca e sorda adorazione del dio denaro e con le spalle coperte dalle multinazionali, quelli che dietro la parola “democrazia”, sviluppano, in maniera avida e cialtrona, la solita oligarchia che in Africa vuol dire tenere un popolo sotto la soglia della povertà, calibrando il pane quotidiano d’ignoranza e malattie e un po’ d’oppio di progresso.
Lamu spesso viene definita la “Venezia islamica dell’Oceano Indiano”, il “Paradiso arabo in Kenya”.
Ha il fascino delle cose immutate, del salto indietro nel tempo. Il fascino che nessun racconto e nessun film potrà tenere vivo, perché nei film non si accarezzano gli asini che se ne vanno liberi per i vicoli, non si dribblano le loro cacche che sono un secondo pavimento, non si viene salutati continuamente da vecchi e bambini, non si gira di notte per una casbah buia e stretta senza il minimo sentore di pericolo, non ci si abitua ai miasmi delle fogne a cielo aperto, non si rischia il gusto inimitabile di una samosa nei chioschi per strada.
Nei film però ci si perde nel sogno da mille e una notte dell’elegante quartiere di Shela, tra guest house da sceicchi e la villa di Carolina di Monaco, viottoli dal fondo levigato come toilette e un ordine in giro che avrebbe stupito persino quel precisetti di Maometto. Nel film c’è il deserto di Manda Beach, che fino a qualche mese fa era la spiaggia dei vip, tra resort a cinque stelle e ville senza nemmeno un’inferriata. Prima che una banda di pirati neanche troppo addestrati si portasse via una residente francese malata terminale a cui nella vita mancava solo di morire da eroina e per giunta senza morfina.
Ma non è la pirateria ad uccidere Lamu, che vive di pesca, d’esportazione di crostacei, del suo ecosistema, di viaggiatori e villeggianti vip e della cultura islamica.
Saranno le mani che hanno firmato gli accordi per la costruzione del nuovo porto ad annientare mille anni di storia, a cancellare la parola turismo dal bagnasciuga e dalla barriera corallina, a scrivere freddi numeri con l’inchiostro ricavato dalle raffinerie di greggio, a trasformare i dhow in petroliere?
LAPSET.
Così si chiamerà il porto. Significa “Lamu Port Sud Sudan Ethiopia”. Sarà lo sfogo sul mare di due stati i cui governanti si apprestano a diventare ricchi, affamati e potenti come i loro alleati.
LAPSET, sembra un rossetto, un semplice makeup per un Paese che si specchia nell’egoismo internazionale sventolando il suo Pil in crescita e altre cazzate simili. La verità è che c’è dietro la costruzione di un oleodotto che collegherà il nuovo stato staccatosi dal Sudan del dittatore Bashir, pieno di petrolio, con il mare e che permetterà anche all’Etiopia di non dover pagare fior di tasse all’hub di Port Sudan. Ecco perché Francia e Stati Uniti appoggiano la guerra contro le frange estremiste arabe di Al Shabaab in Somalia, ecco perché per la prima volta tutti i politici somali in esilio si trovano d’accordo con quest’azione contro quel che resta del loro paese. Ecco perché c’è bisogno della pace.
Il petrolio tira ancora parecchio, più della vendita di armi. L’accordo per il porto è già stato firmato, a Juba dai tre ministri dello sviluppo. Sorgerà nella zona est di Lamu, dietro l’attuale porto d’attracco per chi arriva dalla terraferma e viene trasportato sulle isole. I lavori sono già cominciati, le acquisizioni di terreni di chi vive lì da secoli, anche.
Venerdì prossimo, 2 marzo, i Presidenti dei tre stati e i Ministri saranno a Lamu per il via ufficiale ai lavori.
Cosa si può fare allo stato attuale per salvare il salvabile dell’arcipelago, paradiso protetto (per quel che conta) dall’Unesco?
Malindiikenya.net è andata a Lamu per parlare con la gente, le associazioni, i politici, gli imprenditori, gli ambientalisti, per cercare di capire.
(fine prima puntata)

venerdì 3 febbraio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: TERZA PUNTATA


IL TIR DI SAPONARIA E IL CORRIDOIO PER MOMBASA
Lo chiamano il corridoio.
Ma non è quello con le mattonelle a rombi di una vecchia casa, nobile o di ringhiera che sia, con la padrona anziana che lo asfalta avanti e indietro con le pattine ai piedi.
Questo è un corridoio di polvere e petrolio, di carichi pesanti e pericoli da sorpassare.
E’ la Nairobi-Mombasa. Forse solo il Brennero nei giorni feriali vede transitare così tanti camion. Nel corridoio c’è tutto il Kenya da esportazione su gomma, buona parte dell’Uganda, un po’ di Etiopia e c’è anche la Tanzania lacustre.
Tutti verso l’atrio prima dell’uscio.
Il grande porto d’Africa aspetta. I container ammassati sulla riva del creek hanno assorbito la calma ancestrale del continente. Arrivano a frotte i pachidermi di lamiera e scaricano il proprio ingombrante peso davanti alle gru, enormi giraffe sonnecchianti.
Un cimitero degli elefanti, ironia della sorte.
A Kisii il lavoro è stato completato. Il sovrintendente cinese aveva precedentemente acquistato forniture di pietra saponaria da riempire le toilettes di mezza Shangai.
E’ in mezzo a quell’orgia di porta saponette, cofanetti e soprammobili che si nascondono le zanne in tranci. Nessun controllo serio nel corridoio. Bolla d’accompagnamento, assicurazione, gomme semilisce e via, a sollevare polvere sulla polvere, ad imbiancare le acacie e i maasai che attendono un matatu o qualche altra sventura che se li porti via.
Il corridoio è una manna, un’opportunità, una galera invisibile in cui l’ora d’aria prende la giornata, la percorre e la riempie di piccole occasioni per sopravvivere.
Il tir di saponaria si confonde con altri mille e taglia il corridoio tra sorpassi e frenate, posti di blocco e borghi da far west africano.
Un motel-macelleria, un bar di legno e lamiera, una pompa di benzina. Potrebbe essere new Mexico, se non spuntassero fuori i maasai come qualcosa che non c’entra niente, come in un film di David Lynch.
Il tir scavalca Mtito Andei, poi il crocevia di Voi. Per qualche chilometro magari avrà al suo fianco un collega tanzaniano che arriva da Taveta lungo una strada cattiva e accidentata come il governo in Congo e ha nascosto le zanne in mezzo al tek e a pietre strane.
Sollevano polvere a Mariakani, a Mazeras e riposano gli arti nel traffico d’ingresso a Mombasa, dove il corridoio si restringe fino a sembrare un vicolo cieco, un angiporto.
Il grande atrio di Mombasa.
Sembra quasi uno scherzo del destino che il simbolo della città siano le due grandi zanne incrociate di Moi Avenue. Tusk City, la chiamano. La città delle zanne. Dovrebbero cambiare il nome in Elephant Cemetry, forse.
E’ una piazza d’armi, un territorio da saccheggio pure il Kenya attuale. Quanti di questi traffici, quanto di questo traffico, d’inquinamento che fa arrendere la savana alle porte della città, dipende dal Paese.
Quanta di questa polvere è sollevata per l’Asia e l’Occidente e quanto rimarrà nelle mani di pochi kenioti.
Da nord arriva tè, caffè, ananas e orchidee surgelate. Nella confusione generale cosa vuoi che sia un tir di pietra saponaria.
Soltanto quattrocento elefanti in meno nello Tsavo.
Soltanto quattrocento elefanti morti.
Qualche mese fa un carico sospetto è stato controllato come si deve. Hanno trovato 465 zanne.
Qualcuna, con una spavalderia che fa riflettere sul coinvolgimento di tanti, non era stata nemmeno segata.
Bella, fiera e senza tempo era pronta per salpare alla volta di Singapore. (fine terza puntata)

domenica 29 gennaio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: SECONDA PUNTATA


LA GRANDE MADRE SAVANA E LE ZANNE DI KISII
La savana è la materia.
E’ ciò di cui siamo fatti tutti e da cui tutti proveniamo.
Non sono solo i mesozoici elefanti e le grottesche giraffe a ricordarcelo.
Ce lo dicono le improvvise colline che sono frammenti della Rift Valley, le acacie ad ombrello disseminate come funghi antidiluviani, gli enormi massi scolpiti da centomila anni di vento.
Ce lo insegnano la disperata corsa della gazzella per sfuggire ai felini, la grottesca lotta di corna tra l’orice e l’antilope d’acqua per spartirsi una buona zona d’erba, l’incazzatura collettiva dei bufali, la marmorea attesa dello sciacallo, la vita a strisce delle zebre e quella a stelle del marabù.
La savana ora è ai nostri piedi e assorbe un cielo insolito, appannato.
Un cielo molto poco africano.
Pascal, il ranger, ci spiega che la guardia scelta a cui i bracconieri hanno sparato la sera prima, sta lottando a Nairobi tra la vita e la morte.
Saliamo sul Poachers Lookout, il colle d’avvistamento dello Tsavo Ovest.
Abbiamo dribblato le pietre laviche delle Chyulu Hills, le piste sabbiose che portano alle sorgenti di Mzima Springs, dove l’ippopotamo regna assonnato e la fitta foresta è nascondiglio naturale.
I bastardi conoscono la materia e la loro provenienza.
Hanno tagliato più volte la testa alla grande madre Savana.
L’hanno stuprata e la stanno rendendo sterile.
E’ una storia antica come quella della terra, l’estenuante ripetersi dei soprusi e della vigliaccheria.
Lo Tsavo West in pochi anni è stato svuotato di elefanti e in genere di tutti gli animali.
Paesaggi mutevoli e misteriosi, desertici e lunari, duri, montani o boschivi. Pochissimi esemplari, però.
Da qui i contrabbandieri d’avorio risalgono le verdi colline d’Africa, s’inoltrano nel maasai mara e proseguono per Kisii.
Sono le lande della pietra saponaria, quella sorta di alabastro duro con cui si fanno animaletti, portaoggetti ed altre diavolerie inutili che i cinesi preferiscono in avorio.
Così i bracconieri hanno ceduto il passo ai trafficanti.
Finanziati da uomini d’affari asiatici, arrivano con pesanti automezzi a Kisii e preparano i carichi che finiranno al porto di Mombasa.
Con grosse seghe circolari fanno a pezzi le lunghe zanne, poi mescolano elefanti di saponaria con i preziosi resti di quelli che hanno ucciso.
Un’orrenda mescolanza di reale e irreale, un teatro dell’assurdo e dell’inutile da esportazione.
Tutto nei container che, caricati su grossi tir, riprendono a macinare chilometri nella direzione opposta.

(fine seconda puntata)

lunedì 23 gennaio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: PRIMA PUNTATA


VOI, L'INSOSPETTABILE CROCEVIA DELL'AVORIO
Non diresti che è un crocevia del contrabbando. Voi è adagiata tra colline solitarie ed improvvise rocche, con i piedi in savana e le ginocchia sulla Mombasa-Nairobi, la statale dei camion. Se fosse una donna, potrebbe avere i tratti somatici di quelle sudamericane d’altura, un po’ contadina india un po’ stregona maya, ma non abbastanza guerriera da creare scompiglio e libertà.
Sempre battuta dai venti e dal passaggio degli eventi, tiene i colori dell’Africa all’interno di un composto mercatino scosceso, dove tutto è accomodato e accomodante.
Persino il capolinea dei matatu non è chiassoso come in ogni altro borgo di queste parti.
Basta passare da Mariakani o da Mtito Andei, per accorgersi della differenza.
Per non distrurbarti, qui la gente quasi non ti sorride nemmeno.
Il mzungu è cosa rara, è un alieno che non scende mai sulla terra.
Lo si vede sfrecciare sulle astronavi da safari, intabarrato in completi color cachi e seminascosto da cappelli a larghe tese e occhiali da sole.
A lui non interessa la vita di Voi, la gente che vive in salita e discesa, che beve kenya coffee al Gloria Cafè. Al mzungu da sempre importa degli animali, vuole vedere il leone, l’elefante.
Un tempo li cacciava e ne esibiva fiero i corpi morti. Oggi li protegge e, anzi, sembra dare la caccia a chi vorrebbe portarsi via la pelle del re della savana o le preziose zanne del pachiderma.
Strani questi bianchi.
Allora ti guardi intorno e cerchi l’occhiata complice di chi non ha mai cambiato idea.
L’animale può essere pericolo o fonte di sopravvivenza. A volte anche entrambe le cose.
Cerchi nelle pieghe della cittadina il senso di questo pericolo, la stretta esigenza di sopravvivere.
E’ nascosta, coperta come in questi giorni il grande cielo africano di queste parti. Velato di una tristezza in più, che offusca la luminosa ineluttabilità della storia del Continente Nero. I bracconieri hanno ucciso un aiutante del parco dello Tsavo Est e ferito gravemente una delle guardie scelte del Kenya Wildlife Service. “Sono qui, sono nascosti tra noi – assicura Dominic Wambua, Senior Warden di Tsavo Est – si spostano, vanno e vengono. Impossibile dargli la caccia in maniera costante. Il nostro nucleo investigativo lavora in collaborazione con la polizia di Voi, ma quando ne avvertiamo la presenza all’interno del parco, tocca a noi rischiare la pelle, lo scontro a fuoco”.
Gli uomini di Wambua sono stati addestrati per riconoscere il mal di denti della giraffa, per prevedere il crollo di un ponticello e preparare il guado alternativo.
Vivono nella natura e della natura selvaggia prendono le difese. Ma all’occorrenza imbracciano il fucile per difendere loro stessi e il parco dalla bestia più pericolosa di tutte. L’uomo.
“Si spostano nella notte, lasciano grosse automobili ad attenderli fuori dallo Tsavo e partono con la caccia all’elefante – spiega il boss Wambua - Sono in tanti, devono agire in fretta, prima dell’alba.
Devono trasportare zanne pesanti di là dalla riserva e caricarle sugli automezzi. Sono quasi tutti somali, o Pokoth.
Facile pensare dove si procurino le armi.
Sono quasi tutti al soldo degli asiatici che sbarcano a Nairobi in cerca d’avorio”. Se poi pensi a quel che ne faranno, oggettistica preziosa kitsch per le loro ville, ti viene ancor più il voltastomaco. Nell’ufficio di Wambua, un palazzotto rivestito di Galana in mezzo al niente dell’Africa, si respira preoccupazione ma anche abitudine a battaglie quotidiane per conservare uno dei grandi patrimoni di questo Paese. Anche per il bene del turismo. “Ci tengo a precisare – dice ancora Wambua – che per i turisti che arrivano allo Tsavo Est, non c’è alcun pericolo.
I bracconieri non hanno alcun interesse a farsi vedere o ad attaccare le persone.
Si muovono a piedi e mai di giorno, evitano le vicinanze dei campi tendati o dei lodge perché sanno che sono sorvegliati. I vostri connazionali ogni anno premiano in massa il nostro lavoro e sono sempre i benvenuti”.
Magari, se lanciassero qualche bottiglietta di plastica o fazzoletto usato in meno sotto le acacie o sulle sponde del Galana river, sarebbe meglio…

(fine prima puntata -foto di Leni Frau)

mercoledì 28 dicembre 2011

DOVE C'E' MALINDI C'E' CASA?


Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari. Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca. Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda. D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è? Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti.
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case. Tutte le villette si assomigliavano. Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni. La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare. In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava. Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant. Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora. Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine. Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya! Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato.
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero. Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostiense Lunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile. Non è solo rifugio, alcova, reggia. E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti. Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi. Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia. Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari. Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi. Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri. Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”. E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete? E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle! La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese.
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?

domenica 18 dicembre 2011

MALINDI DALL'ASKARI ALLA ZANZARA


Viene presentato martedì 20 dicembre alle 19, ai bordi della piscina del Mwembe Resort di Malindi e al ristorante Lorenzo Il Magnifico, il nuovo libro di Freddie del Curatolo con i disegni di Max Banfi, "Malindi dall'Askari alla Zanzara - piccola enciclopedia per gli italiani in Kenya". Un volumetto ironico di grande utilità per chi si trova a scoprire, riscoprire o scoperchiare la costa keniota da turista, naturista, culturista futurista e ora non lo è più.

Ecco la prefazione:

E’ praticamente impossibile completare una sorta di piccolo dizionario enciclopedico della Malindi italiana.
Proprio per questo motivo ci siamo divertiti a provarci, utilizzando la ricetta a noi cara dell’ironia.
Le “voci” possono cambiare, aumentare o diminuire nel giro di pochi minuti. Siamo certi che, mentre andavamo in stampa dopo aver corretto le bozze, sono sortite altre venti o trenta definizioni e ce ne siamo ricordate altrettante che non appaiono qui sopra.
Vorrà dire che ci toccherà, tra un paio d’anni, ristampare una versione aggiornata e corretta, con notizie più fresche e nuovi disegni.
E a voi toccherà ricomprarla.
In fondo, come è giusto che sia per chi vive l’Africa nel rispetto del suo popolo e delle abitudini ancestrali proprie di questo Paese, il libro che vi apprestate a sfogliare è un prodotto artigianale e genuino e come tale può contenere qualche imprecisione e talune mancanze.
Ci scusiamo fin d’ora con i gestori o proprietari degli esercizi commerciali che non sono stati citati. Non pensiate di starci sulle balle, semplicemente ci siamo dimenticati di voi.
Non fatecelo pesare, vi preghiamo, la prossima volta che verremo ad acquistare qualcosa da voi o vorremo usufruire dei vostri servizi. Ce la caveremo regalandovi una copia del libro e promettendovi l’inserimento nella prossima edizione?
Eppoi, mica siamo le pagine gialle! E nemmeno l’elenco del telefono, infatti abbiamo inserito solo i nomi dei personaggi famosi che sono passati da Malindi, più qualche soprannome divertente dato ai residenti.
Avremmo potuto anche fare un po’ più di satira, ma sono tempi strani, in cui anche in Kenya non tutti riescono più a ridere e a scherzare come ci hanno insegnato le popolazioni locali. Ci sono troppi permalosi in giro, e altrettanti maliziosi. Perché rischiare di essere fraintesi? Il nostro intento è solo quello di presentare il luogo in cui viviamo e le sue peculiarità, in forma simpatica e canzonatoria. Ma senza offendere nessuno. E con grande rispetto per tutti.
Per quanto riguarda invece le voci più “serie”, non siete (come potete immaginare) di fronte a un testo scientifico o sociologico. Troverete sicuramente inesattezze, superficialità, esagerazioni, mancanze.
A volte in buona fede, a volte no.
Ricordatevi che avete tra le mani semplicemente un divertissement; non c’è tutto, ma di tutto un po’.
E soprattutto, saranno anche stracavoli nostri?
Cordialmente

Freddie del Curatolo e Max Banfi

venerdì 16 dicembre 2011

RETTIFICARE, NON RITRATTARE...E COMUNQUE: SI RIPARTE!!!


Eccomi qui, il giorno dopo, a dirvi che la scuola calcio Karibuni Genoa di Malindi non chiude. Questo ovviamente non significa che non ci siano stati e non ci siano problemi, intendiamoci. Come ha detto l'AD Zarbano al Corriere Mercantile "...considerato che ci era stato chiesto un aiuto e un aiuto lo abbiamo dato. Purtroppo quando si pensa di fare qualcosa di buono, si deve fare i conti con gente che chiede e pretende".
PRECISIAMO e spero per l'ultima volta: Al Genoa non è stato chiesto un AIUTO. Con il Genoa CFC e la Onlus Karibuni, una delle realtà più trasparenti e inserite nella solidarietà in Kenya, è stato approntato un progetto che prevedeva una crescita di anno in anno, con la certezza di svolgere un lavoro sociale senza precedenti. Per questo progetto, di cui esiste ovviamente un cartaceo e anche un allegato mail con accettazione da parte del Genoa, si parla di 25.000 euro annui. Sono arrivati dalla società, per adesso, solo 10000 euro e sono passati quasi due anni. CHI E' CHE CHIEDE E PRETENDE? Ora, ne sono stati promessi altri 10000 e vengono considerati manna che cade dal cielo. Certo, per i miei ragazzi lo sono e lo saranno, e la mia gioia nel rettificare (E NON RITRATTARE, caro Angeli autore del titolo di quell'articolo...le parole sono importanti)era dovuta solo a quel pensiero. Oggi come oggi, per una questione di principio, non possiamo permetterci di rinunciare nemmeno a 100 euro. Tutto serve a questi ragazzi e a un progetto che vorremmo ne potesse far crescere decentemente molti di più. Quando i soldi saranno accreditati sul conto, forse, potrò raccontarvi una nuova storia.
FORZA GENOA e FORZA GRIFONCINI ROSSOBLU KENIOTI!