giovedì 24 gennaio 2013

FINALMENTE IN LIBRERIA "SAFARI BAR" di FREDDIE DEL CURATOLO

Frank Sinatra che canta ubriaco in riva all’Oceano Indiano per Ava Gardner. L’inseguimento ad una bresaola valtellinese fuggita insieme a una “lucciola” nel quartiere islamico. Maggiordomi che combinano guai, eseguendo alla lettera le istruzioni di stranieri che si credono poliglotti e amatori mandinghi che conoscono l’arte primordiale della seduzione e ignorano le più elementari regole della contraccezione. Ecco alcuni dei racconti che l’anziano Kazungu, dopo quarant’anni di lavoro per i bianchi di Malindi, narra ai nipoti, all’ora del tramonto, nel suo villaggio alle porte della savana. Nonno Kazungu conosce pregi e difetti di un paradiso terrestre che con il tempo si è riempito di mzungu di ogni specie. Chi, meglio di lui può snocciolare fatti, misfatti, avventure e risvolti grotteschi della più strampalata, variopinta e singolare “colonia” di italiani all’estero? Freddie del Curatolo descrive con la verve di uno Stefano Benni in salsa africana il rapporto tra una civiltà stanca e logora e una tribù povera e dignitosa, i giriama, in uno dei luoghi turistici del mondo più frequentati dai nostri connazionali. Il Kenya è sogno di libertà per alcuni, ma anche terreno di conquista per billionaire-dipendenti. Forse là è ancora possibile decidere da che parte stare. FREDDIE DEL CURATOLO SAFARI BAR Guido Veneziani Editore 216 pagg. € 13,90 SCHEDA LIBRO Malindi, perla turistica del Kenya che si affaccia sull’oceano indiano. Dalle prime navi cinesi nell’anno mille, attraverso arabi, indiani e portoghesi, si è arrivati al Novecento degli inglesi. I mzungu, come vengono chiamati i bianchi dalla popolazione locale, oggi sono in gran parte italiani che approdano per vacanze “all inclusive” o per svernare in ville da sogno. Ma ci sono anche avventurieri fulminati dal “mal d’Africa”, ex professionisti che hanno cambiato vita e prospettive, pensionati in cerca di una seconda giovinezza sessuale e splendide persone che hanno scelto una solidarietà partecipe, diretta. Quarant’anni di uno strampalato, improbabile colonialismo sono raccontati ai nipoti da un anziano maggiordomo che torna alla sua capanna di fango sulla strada per il parco nazionale dello Tsavo. Vicende grottesche e tragicomiche che coinvolgono tycoon alla Briatore, artisti come Frank Sinatra e Zucchero, bresaole valtellinesi disperse in quartieri malfamati, giovani “rampolle” in cerca di stalloni africani, “desperate houseboys” alle prese con la tecnologia e tanti altri personaggi ispirati alla realtà in cui l’autore vive da molti anni. FREDDIE DEL CURATOLO Alfredo “Freddie” del Curatolo è nato a Milano nel 1968. Giornalista professionista, collabora con quotidiani e riviste nazionali. Come critico musicale ha pubblicato diversi saggi biografici, tra cui vale la pena menzionare “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano” (Selene Edizioni) e “Il provocautore” (Bevivino Editore). Per le edizioni Liberodiscrivere è uscito il vademecum “Malindi Italia, guida semiseria all’ultima colonia italiana in Africa” che è diventato anche uno spettacolo di teatro canzone, interpretato da lui stesso e portato in giro per l’Italia con il musicista Franco Cufone. Come cantautore, nel 2004 ha pubblicato l’album “Nel regno degli animali” (Alambicco/Venus). Dal 2005 vive a Malindi, in Kenya, dove dirige il portale d’informazione Malindikenya.net, si occupa attivamente di progetti sociali e ogni tanto apre un ristorantino in riva al mare.

domenica 30 dicembre 2012

MALINDI (canzone tratta dallo spettacolo "SAFARI BAR"

C’è chi viene a Malindi perché è in fuga C’è chi viene a Malindi per la figa (la bellezza della fauna locale) C’è chi viene a Malindi per la…strada C’è chi viene a Malindi per la droga (trovare sé stesso e aprire la sua mente) Il motivo non è importante Se c’è il rispetto per questa gente Che fa scordare l’Italia e ci dà libertà Malindi, karibu bwana c’è posto per tutti Malindi, furbi e stupidi, belli e brutti Malindi, la savana le piante il mare Malindi, l’importante è partecipare C’è chi viene a Malindi per speculare (guadagnare) C’è chi viene a Malindi per disboscare (costruire) C’è chi viene a Malindi per sfruttare (dare lavoro) C’è chi viene a Malindi per scopare (innamorarsi) Malindi, karibu bwana c’è posto per tutti Malindi, donne e uomini belli e brutti Malindi, la savana le piante il mare Malindi, l’importante è partecipare

venerdì 28 dicembre 2012

FREDDIE INVENTA LA LOTTERIA BENEFICA DI MALINDI: AI PRIMI CINQUE BIMBI CLASSIFICATI ANNI DI SCUOLA E CIBO GRATIS

Una lotteria di Capodanno per aiutare almeno tre bambini tra le migliaia di quelli del distretto. Bambini poveri, denutriti (come dalle ultime statistiche dell'Health Office) e spesso con condizioni difficili a casa, se non addirittura affidati a orfanotrofi. Noi viviamo a stretto contatto con loro e abbiamo proposto ad altre associazioni locali che si occupano della crescita e dell'educazione dei più piccoli (Myfem e Madca) e a uno degli sponsor di Malindi, più attivi nel sociale tra le realtà imprenditrici, il Malindi Key Group, di darci una mano. Così abbiamo fotografato e chiesto nome (previa autorizzazione per la privacy) a qualche centinaio di bimbi di Malindi e dintorni e li abbiamo "trasformati" in biglietti della più grande lotteria di beneficenza mai allestita da queste parti. I biglietti con foto e nome dei ragazzini vengono venduti a turisti e residenti a Kshs. 1000. Il montepremi verrà diviso tra i primi tre sorteggiati, con un premio per chi vince. Ma in realtà in questa lotteria chi gioca ha già vinto ancor prima dell'estrazione, che avverrà il 2 gennaio in un locale aperto al pubblico e alla presenza di ufficiali, oltre che degli organizzatori. Perché comunque i bimbi sorteggiati avranno una borsa di studio che, nel caso del primo estratto, arriverà fino al diploma. E' un modo per dare la possibilità, attraverso un gioco, di far sognare tante piccole anime e di familiarizzare con chi eventualmente potrebbe ricevere un aiuto anche se non vincesse. Sono tanti, troppi per dare loro una speranza attraverso l'istruzione, ma tutti insieme, con un piccolo gesto, ce la possiamo fare!

mercoledì 5 dicembre 2012

FREDDIE A "LE VIE DEL GUSTO"

Questa volta il grazie è tutto per Alfredo “Freddie” del Curatolo, ci ricorderemo di te quando a febbraio uscirà Safari Bar, vero? Grazie per avere accolto Le Vie del Gusto sotto la tua lanterna africana con le foto di Leni Frau e l’adattamento ad hoc del tuo spettacolo. E ora che sei di nuovo “scappato a Malindi”, fratello Freddie, abbi pietà di noi. Ci aspettano lunghi mesi di campagna elettorale per ritrovarci, se siamo fortunati, Bersani premier e la Bindi ministro. Passasse da quelle parte B, (in)trattienilo, che da quello non ci si libera più. (Maurizio Pratelli)

lunedì 12 novembre 2012

SI PRESENTA "SOTTO UNA LANTERNA AFRICANA"

La splendida storia di due scuole calcio per ragazzini di strada e orfani a Malindi, in Kenya, rivive attraverso le fotografie di Leni Frau, gli scritti del coordinatore del progetto sociale, lo scrittore Freddie del Curatolo e i contributi di ex calciatori e uomini di sport, scrittori e personaggi di sport, cultura, televisione e mondo del sociale. La bellezza evocativa delle immagini e i racconti di quest’esperienza a sfondo sociale ci insegnano a vivere il gioco del calcio e una storica rivalità con il giusto spirito, per ritrovare i suoi valori educativi e salvifici: integrazione, amicizia, sportività. Tre anni fa a Malindi, in Kenya, lo scrittore Freddie del Curatolo con l’aiuto di una Onlus e del Genoa Cricket and Football Club, creava la prima scuola calcio rossoblù in Africa, per ragazzi dai 10 ai 14 anni. Un progetto che ogni anno toglie dalla strada decine di giovani dei quartieri poveri e disagiati della cittadina africana, li fa studiare e crescere parallelamente al sogno di diventare calciatori. Lo scorso luglio a Watamu, a pochi chilometri da Malindi, il Sampdoria Club Bogliasco crea all’interno dell’orfanotrofio Happy House, una scuola calcio blucerchiata. La U.S.Sampdoria fornisce le divise ai piccoli calciatori. Per i piccoli orfani è un modo per uscire dalla struttura d’accoglienza e confrontarsi con la vita e le aspirazioni dei propri coetanei. Oggi le due squadre si allenano sullo stesso campo, quello del progetto sociale Malindi United. I ragazzi socializzano, si scambiano le esperienze e ogni due settimane giocano il derby della solidarietà e dell’integrazione. Un’esperienza che ha tanto da insegnare al calcio esagitato e senz’anima dei nostri tempi. Sfide in cui la vittoria è già esserci e coltivare la speranza, attraverso i calci ad un pallone, di uscire per sempre dalle condizioni di miseria e ignoranza che affliggono da sempre il continente africano. Sotto una lanterna africana è la testimonianza, tra.sport, educazione e fratellanza, di come il calcio possa tornare ad essere un elemento aggregativo e di crescita in tempi di esasperazioni di rivalità ed eccessi mediatici. Il libro verrà venduto anche all’interno dello stadio Ferraris domenica 18 novembre, in occasione del derby.

mercoledì 17 ottobre 2012

ALLA PROSSIMA, BEPPE!

Da trent'anni mi manca un qualcosa. Una roba bella, come avrebbe detto lui.
Sono cresciuto con le sue "Vite Vere", storie talmente surreali da essere più autentiche di quelle reali, pubblicate su Linus. Beppe Viola è stato uno dei miei primi punti di riferimento.
Sarà stato il suo essere profondamente milanese senza esserlo, il suo approccio mai troppo serio ma molto appassionato al gioco del calcio, l'ironia garbata da "inglese" napoletano. Un giorno, passando con la bici da Porta Lodovica, mi fermai quasi in preda ad una premonizione davanti alla pasticceria Gattullo. Dentro c'erano lui, Jannacci e Sandro Ciotti che discorrevano animatamente. 
Avevo quindici anni e non mi piaceva chiedere gli autografi. Così entrai, chiesi una sfogliatella alla ricotta, pagai e, mentre la mangiavo, li guardai a lungo pensando che magari la volta successiva mi avrebbero riconosciuto. 
Fu uno dei giorni indimenticabili della mia adolescenza.
Ciao Beppe.
Giuro che la prossima volta ti chiedo un qualcosa.

martedì 31 luglio 2012

FREDDIE IN CAMMINO CON I MIJIKENDA (terza puntata)

Dall’altopiano di Jaribuni si dominano le due grandi vallate dell’entroterra di Kilifi. Quella verde di foreste e colline che ci siamo lasciati alle spalle parlava di villaggi sommersi tra cespugli e rocce preistoriche, di gente antica che ha conosciuto la civiltà con l’avvento delle motorette cinesi e di scuole piazzate in bilico su cocuzzoli d’argilla. L’altra è la spianata che porta a Bamba e il paesaggio diventa più brullo. Qui la terra rossa sta vincendo la millenaria guerra con la verde boscaglia. Odore di legna bruciata si confonde a campi di mais saccheggiati. Quel poco che cresce si mangia in fretta e l’acqua scarseggia mano a mano che ci si addentra. Jaribuni sta nel mezzo, con le sue baracche di ferramenta che espongono sacchi di cemento come oggetti del desiderio e vendono i chiodi anche singolarmente. Da qui si dominano le due vallate e verso la costa si vede l’insenatura ricoperta di mangrovie. E’ il creek di Kilifi, da cui partono rigagnoli di acqua salmastra che aiutano i contadini del fondo valle. Dalla rena arrivano le angurie e poco distante c’è anche qualche vecchio britannico che si è insediato con una farm e coltiva piante da frutto lungo binari di fango carrabili che costeggiano pascoli di vacche, coltivazioni di anacardi e infine rimessaggi di barche, poco prima di Mnarani. Torniamo a Tzitzoni. I camminatori si sono alzati tardi dalle stuoie stese all’ingresso della scuola elementare. Una veloce colazione prima che arrivino gli alunni e scoprano con sorridente sorpresa lo sparuto esercito di nonni e zii vestiti in costume. Il percorso da Tzitzoni a Jaribuni è breve, così decido di percorrerne un tratto con loro. E’ festa di canti e balli, parole che ancora non conosco ma che hanno il suono di cose vere e giuste, di mantra trasmessi per secoli e ormai compresi anche dalle piante ai lati della strada polverosa. Ci scansiamo quando i camion la tagliano veloci e sconnessi, con carichi stivati in altezza che li fanno pendere pericolosamente verso di noi. Ci fermiamo davanti a un tugurio in cemento e fango. Ospita il consiglio degli anziani della kaya dei Kauma. Il tesoriere sembra avere il volto scolpito in una di quelle rocce nere incontrate a Jibana. Poi c’è una mama avvolta in un vestito molto colorato e un giovane che non si stacca un secondo dal suo cellulare. Vive i Mijikenda come una missione, uno dei pochi giovani incontrati fino ad ora. A Jaribuni, lo scopriremo pochi minuti dopo, c’è una forte componente separatista nei giovani. Sono simpatizzanti del MRC, il movimento che vorrebbe la “devolution” dal Kenya e che ha provato a farsi partito politico prima delle elezioni del 2013, per poi invece chiedere ai propri possibili elettori, di non votare. Come sempre, nella piazza del villaggio, ci mettiamo in cerchio e intoniamo (io scimmiotto, perlopiù) i canti tradizionali. Ballare è già più semplice, basta muovere i piedi seguendo i loro passi, che sono quattro: tre avanti e uno indietro. Quando lo faccio, battendo il “due” e il “quattro” con forza per terra come fanno loro, la gente che si sta assiepando intorno, si mette a ridere. Quando poi l’avvocato Mwarandu mi presenta come “giriama bianco” Mbogo Kimera, per un attimo l’ilarità supera il rispetto per le tradizioni. Bisogna riportare tutto al giusto equilibrio tra cultura e divertimento. Ci pensa Mwarandu, intavolando un discorso sulla difesa dei valori Mijikenda che suona anche un po’ politico, anche se molto rispettoso del governo keniota. L’avvocato non è affatto inconsapevole, sa bene che tra la gente di Jaribuni si annidano quelli del MRC. Infatti non tarda la domanda di un giovane, che è una professione di militanza.Mwarandu non ci casca e, nel ribadire la vocazione apolitica dei Madca, ricorda che quello Mijikenda è un processo di pace, perché questa è da sempre la strada del suo popolo e che con il Governo bisogna cercare il confronto, perché una battaglia contro Nairobi sarebbe impossibile per chiunque. I bambini ascoltano, si annoiano, cercano lo sguardo della fotografa che li blandisce con scatti tutti per loro. Sono pochi gli abitanti di Jaribuni che seguono la comitiva verso la kaya. Ci sarebbe il tempo di presentarsi ai mille e cento alunni di una scuola elementare, ma uno dei maestri tratta John a pesci in faccia. “Siete stregoni” è il refrain purtroppo già sentito. Ma il fatto che a pronunciarlo sia un insegnante e non l’uomo della strada, è ancora più grave. John chiede di parlare con il preside, che dopo mezz’ora è pronto a dare ragione ai camminatori Mijikenda, ma lo fa quando ormai i ragazzi sono rientrati in classe, per il ghigno soddisfatto del maestro ignorante. Anche senza i ragazzi, fuori dalla scuola partono canti e balli, tutti sotto un grande albero a ballare scambiandosi segni di pace e divorando una cassa di arance succose che ho trovato in un baracchino poco distante. La comitiva ora scende per un viottolo tortuoso che costeggia il creek e dovrebbe sbucare a Majajani. Noi ci avviamo in macchina e li attendiamo. Sbucheranno tre ore dopo, provati per il percorso scosceso e accidentato. Il mzee più rappresentativo di Majajani è un personaggio da film. Ha gli occhi di Fernandel e la mimica da guitto. Serafico come un mbambakofi secolare, parla con John che traduce tutto. Si rivolge a me, parlando per metafore. Mi vede vestito come un Mijikenda e mi chiede se ho le scarpe giuste per camminare con loro. “L’importante è avere lo stesso passo – rispondo – le scarpe contano poco”. Sembra soddisfatto della risposta. I camminatori arrivano alla spicciolata, sono stanchi e qualcuno ha preso storte o è scivolato sul fango dei sentieri. Balliamo in fretta, poi ci avviamo verso Kilifi con a bordo la giovane Furaha. La ragazza mi ha colpito perché, oltre ad essere formosa e piena di verve, si disimpegna come una ballerina da discoteca malindina, più che come una traditional dancer. “Mi ha mandato qui mia sorella Jumwa – spiega con candore Furaha – lei non può essere con voi perché da poche settimane ha dato alla luce una bambina. Così mi ha chiesto di sostituirla”. Jumwa è una delle migliori danzatrici tradizionali, ci mette l’anima e, pur non essendo una bellezza, sprigiona una grande carica sensuale. Furaha è molto meno passionale. Sarà anche l’età. “Mi ha insegnato tutto mia sorella – ammette – è la prima volta che ho a che fare con i Madca”. Poi aggiunge che l’anno scorso è stata eletta principessa Giriama, “Miss Hando”. Ne parla orgogliosa quasi come fosse una starletta da televisione italica. Le adolescenti carine hanno sogni identici in tutto il mondo, semmai è strano vedere Furaha scarpinare (controvoglia). Aspettiamo un passaggio per lei a Kilifi, al vecchio attracco dei ferry, sotto il grande ponte, che necessiterebbe di manutenzione. Gli altri, esausti, stanno affrontando la strada per Kilifi a due all’ora. C’è chi si ferma per riposare ogni venti minuti, il gruppo si sfilaccia per poi ricompattarsi quando il buio s’inghiotte l’entroterra. Ci trasferiamo a Mtondia, pochi chilometri oltre Kilifi, in direzione Malindi. Qui, in mezzo a due imponenti baobab, come streghe buone medievali, tra sbuffi di polenta e profumi di stufato, Mama Dahabu e Mama Kapucheche stanno preparando sima con carne e mchicha per la truppa. Ma sono le nove e non si vede ancora nessuno. Mi chiama John Mitsanze. Sei dei nostri eroi sono stati ricoverati in ospedale a Kilifi. Temiamo il peggio, lasciamo le cuoche nell’antro magico tra i due enormi baobab e ci precipitiamo alla clinica. Qui, manco a dirlo, li troviamo sorridenti, seppur mogi mogi. Dissenteria, è la diagnosi comune a tutti. C’è Mzee Charo, che con il suo cappello da farmer ben calcato e la sciarpina rossa, non ha smesso di ballare da Mazeras a Majajani, ci sono due mama che chiedono acqua e riposo, gli elementi essenziali per rinascere. In questa parte di mondo si può rinascere ogni giorno, certi di non perdere il patrimonio accumulato nella vita precedente. Perché molto spesso non si ha nulla da perdere. Basta chiedere di ritrovarsi nello stesso punto ed ecco che un giaciglio, un vestito, una razione di sima…non mancheranno. Paghiamo il conto della clinica, John mi mostra i referti medici. C’è anche un sospetto caso di salmonella. “Lavatevi sempre bene le mani” si raccomanda, una volta tornati sotto i baobab. Acqua, riposo. Domani è un’altra vita, un’altra festa. Sono altri trenta chilometri di storia. (fine terza puntata)

venerdì 27 luglio 2012

FREDDIE, IL "MIJIKENDA BIANCO" IN CAMMINO (seconda puntata)

Gli anziani mijikenda sono alberi. Da settanta, ottant’anni vivono in simbiosi con la Natura. Lo stesso identico ambiente che li ha visti nascere, familiarizzare con erbe, piante e sterpaglie. Li ha riempiti di terra e polvere e poi lavati con acqua argillosa. Li ha nutriti con acqua di cocco e frutta caduta dagli alberi, con il mais pestato del campo di casa e gli spinaci dell’orto. Li ha accuditi nelle case tirate su dal fango della radura e coperti dalle foglie secche del palmeto. Ad ogni stagione sono stati arsi più volte dal sole ed inumiditi dalla rugiada, seccati dal vento e infradiciati dagli acquazzoni. Per questo ancora adesso dormono all’aria aperta, con una stuoia come materasso e un turbante di stracci come cuscino. Non è stato un sonno regolare, il loro. Avevano scelto uno dei luoghi sacri per eccellenza della loro cultura, e si sono ritrovati in un campo di mais. Noi preferiamo una minitenda da trekking da una ventina di euro. Ci svegliamo con le ossa rotte ma siamo stati protetti dal freddo e dall’umidità di una notte d’inverno equatoriale a Kaloleni. L’albero sacro di Mepoho, con la luce del mattino, trasforma i raggi del primo timido sole in fasci di luce irregolari che rendono ancor più palese la situazione che ieri sera ha fatto sobbalzare gli “elders”. Siamo nel bel mezzo di un terreno coltivato a grano. In ogni altra parte del mondo si griderebbe allo scandalo. Questo è allo stesso tempo un sito storico, culturale e religioso. Un po’ come il Taj Mahal in India o il Pantheon a Roma…certo, stiamo parlando di una piccola cultura, di un’etnia africana di due milioni di persone, ma anche nella stessa costa keniota, hanno reso museo le rovine di Gede, cittadina araba senza una storia particolare, se non quella commerciale. Mentre il luogo sacro della cultura Mijikenda, dove la regina Mepoho, la profetessa, nacque e predicò, ai piedi delle lande da cui partì la suddivisione dell’etnia in nove tribù, è lasciato in mano agli eredi del proprietario del terreno che non hanno intenzione di cederlo. “E’ il governo a dover fare la proposta per l’acquisto o l’affitto – spiega John Mitsanze – noi possiamo garantirne la gestione. Dovrebbe essere stipulato un accordo in base al quale i proprietari siano costretti a cedere almeno la parte di terreno in cui è compreso Mbambakofi, l’albero sacro sotto il quale Mepoho predicava”. Ci sediamo tra le radici dell’immenso Mbambakofi e osserviamo il paesaggio intorno: da una parte il manipolo mijikenda che ricompone i propri bagagli e si prepara al secondo giorno di marcia. Le mama preparano il tè con il latte, c’è chi si pulisce i denti con rametti di rovo e chi confabula ridendo. Li avevamo sentiti ridere e scherzare anche nel buio della sera e con le loro voci allegre ci eravamo addormentati. Dall’altra parte del campo, dall’alto si scorge il disordinato crocevia di Kaloleni. E’ un altro vociare, più frenetico e moderno, rumoroso e mescolato a marmitte e bassi di autoradio, ma altrettanto vivo e sereno. L’albero sembra lo spartiacque tra un passato selvatico, primordiale, pacifico e un presente in cui, almeno qui a Kaloleni, si fa fatica a vedere molti segni positivi della civiltà. Una preghiera Taireni za mulungu… e siamo pronti a partire. Il cielo dell’entroterra minaccia pioggia ma la comitiva non si scompone. Canti e balli, scanditi dal corno giriama, da campanelli che sono cerchi di ferro battuti con un batacchio e da percussioni da viaggio a tracolla dei musicanti, avvolgono la cittadina commerciale che s’inerpica sulle colline di Kambe. La sua via principale ha baracche abbarbicate tra sassi e poco cemento. Vendono corde, semi, vestiti usati, legumi, pentolame, sacchi di farina, taniche vuote, polpettine di patate e samosa, paraffina, pescetti essicati, piatti e tazze di plastica. E’ un mondo di necessità povere e semplici, quello che sfila al nostro fianco. Fino alla piazza alta, nello slargo tra un pub, un ferramenta, il barbiere e due chioschi di pizzicagnoli. Qui viene allestito lo spettacolo di strada più entusiasmante a cui questa gente possa assistere. Un teatro canzone d’altri tempi che racconta storie nella loro parlata, che è la lingua di pochissimi. Termini, forme gergali, locuzioni che affratellano in modo diretto e vero. Filastrocche danzate, balli popolari come rituali di riappacificazione, un senso di già vissuto e di dispiacere che molto di questo sia già finito. Si potrebbe andare avanti così fino a notte fonda, ma sono solo le dieci del mattino. La truppa inforca la grande “carretera” che si mangia la collina dalla parte opposta, per inoltrarsi nella foresta di Jibana. Qui c’è chi non ha mai visto un mzungu in vita sua, bimbi che scappano terrorizzati alla vista dell’obbiettivo della macchina fotografica, donne che si avvolgono per intero in parei colorati, ragazzini che guardano in tralice. Solamente gli anziani non si scompongono. Ci osservano con la dignità che portano appesa alla poca carne e ai peli bianchi della barba che sono un tutt’uno con i capelli. Una dignità che è buona parte del tesoro dell’Africa. Ci si potrebbe nascondere con loro, in questo saliscendi, nelle pieghe verdi di questo lenzuolo ondulato di mondo. Ci fermiamo, li salutiamo. Due parole in dialetto bastano a far crocicchio, a diradare la leggera inquietudine provocata dall’incedere del fuoristrada. Spuntano sorrisi grandi come l’arcobaleno che disegna il contorno delle acacie. Poco distante abbiamo notato una scuola abbandonata che qui chiamano “politecnico”. Insegnavano ai contadini a fabbricarsi sedie e tavoli, alle loro sorelle taglio e cucito. Qui non ce n’era proprio bisogno. Le panchine ricavate da tronchi di palma all’ingresso delle capanne vanno benissimo e nessuno si aspetta tende ricamate alle finestre. Basterebbe saper scrivere e leggere bene e conoscere la propria storia. Siamo a kaya Jibana, nel cuore dell’entroterra della costa keniota. Mille anni fa, qui, non era molto diverso da oggi. Ed era sicuramente meraviglioso. Su un poggio attendiamo i camminatori, proprio quando le nuvole innaffiano la boscaglia con la violenza di un enorme giardiniere che inciampa. Spunta la bandiera keniota dalla collina di fronte. Il popolo impassibile balla sotto la pioggia incessante. C’è una mama che è scivolata e si è fatta male a una caviglia. La carichiamo in macchina e attraverso kaya Chonyi la portiamo a Tzitzoni. Alla scuola elementare, Mama Dahabu, Mama Kapucheche e le altre stanno già predisponendo polenta e verdure per la cena. Avranno da attendere, perché il percorso del secondo giorno di cammino è davvero lungo e la pioggia l’ha reso particolarmente ostico. Arriveranno, esausti, alle nove di sera, dopo aver ballato, erudito e cantato anche a kaya chonyi e in altri tre villaggi sulla strada. E’ più forte di loro. Anzi, è la loro forza. (fine seconda puntata)