martedì 31 dicembre 2013

LE CANZONI DEL CUORE DEL 2013

Anche quando esercitavo quotidianamente la professione di giornalista e soprattutto di critico musicale, ho sempre detestato compilare classifiche, graduatorie di merito o comunque segnalare il "miglior disco dell'anno" o "la più bella canzone d'amore" e altre puttanate simili. 
Resto convinto che nello stesso istante in cui vi dovessi sgranare un rosario di titoli, con la spocchia del grande intenditore, potrei essere colpito da una nuova melodia, un brano sconosciuto che di colpo mi entra nel cuore e non mi molla per i prossimi dieci anni. Alla stessa stregua, non sono mai stato un fanatico delle etichette: "questo è un gruppo pop-rock progressive", Bob Dylan è "folk-rock"...e quando fa blues? E nel "Live at Budokan" quasi tutto reggae? Per non parlare dei coglionazzi di adesso che tirano fuori delle robe che le nostre pippe di un tempo al confronto erano rispettosissime indicazioni. 
Ma io "tweet pop" "electrowave" e soprattutto "shoegaze" se ne possono andare affanculo insieme ai loro creatori. Possiamo discutere di tecnica, di suoni, di melodie, dei "treni" ritmici, di una gran voce o di armonie, di soluzioni e altri voli musicali. 
Quando però si tratta di giudicare cosa ti ha più colpito, quel che ti sei portato in macchina, in casa, sul giradischi (vero Puccia?) o nella chiavetta (sigh!), allora entra in ballo l'unico grande recipiente che possa contenere la musica che conta, e che sputazzi via in maniera indolore e gentile quella che non merita più di un giro di giostra.
Niente classifiche, quelle le lasciamo per le tabelle salvezza del Genoa in quei fogli a quadretti scarabocchiati a penna rossa e blu come faceva Fabrizio De Andrè. Tuttavia mi è sempre piaciuto il giochino delle nomination e dei premi differenziati. Per il 2013 il cuore ha accettato ad esempio album ben costruiti e dignitosissimi quali "Push the sky away" di Nick Cave (e a Jubilee Street darei una nomination per il miglior brano) e "Lightning Bolt" dei Pearl Jam (anche la ballatona "Sirens" ha attraversato un ventricolo), mentre ha ignorato serenamente roba pluridecorata tipo Daft Punk, Vampire Weekend (che meriterà un riascolto) e tutte le popperie dell'anno.
Il cuore da sempre fa il tifo per il blues, per il soul e per il rock non esageratamente invadente. Ha apprezzato molto "Old Sock" di Eric Clapton, che i soloncelli della critica italiana hanno ignorato e invece è ricoperto di classe come fosse una fonduta tartufata sulle patate lesse (nomination per il duetto con l’indimenticabile J.J.Cale che quest’anno ci ha lasciato, “Angel”). Ha goduto anche con Robben Ford (nomination per “Slick Capers blues” e per “Mostly likely…” come miglior cover) e tanto tanto con Eric Burdon, che merita sicuramente un premio. Pollice verso per Sting e la sua operetta noiosa, con una menzione per “The night the pugilist learn how to dance” che merita una nomination.
Buono anche il secondo Robert Randolph, ma era meglio il primo. Tra i songwriter, in mancanza del solito diamante biennale di Van Morrison, da segnalare “Dream River” di Bill Callahan. Per la black music, nomination brano a “It’s code” di Janelle Monae, che dimostra di poter essere la  nuova Chakha Khan, ma di non volerlo essere.
Nella categoria “piaceri passeggeri” infiliamo l’ennesima collaborazione di Ben Harper col vecchio armonicista Charlie Musselwhite, la coppia di countrymen Dayley & Vincent prodotti da Randolph, un simpatico Ron Sexsmith, una Madeleine Peyroux da salotto (con qualche cover azzeccata), Edie Brickell con il chitarrista non comico Steve Martin (pallosità in agguato), lo swing paraculo di Robbie Williams, la voce sinuosa di Laura Mvula (due canzoni e poi l’oblio) e la piacevole confezione di cover della volpe Boz Scaggs (uno dei pochi che si possa produrre in una rilettura degli Steely Dan).
Nei dischi da rigetto, categoria delusioni surrenali: Michael Franti (è morto nel 2009) e Black Joe Lewis, che sembrava il nuovo James Brown e rischia di diventare un vecchio casinista.
In Italia, difficile rubare il trono a Elio e Le Storie Tese, ci prova Bobo Rondelli, che però è meglio dal vivo, e Battiato con Anthony, che però sarebbero stati meglio in studio. Infine, non pensiate che non abbia trovato il tempo di ascoltare dischi d’esordio e roba nuova: mi sono sciroppato roba tipo Arbouretum, The Knife, Lorde, Anna Calvi…tutti nel fegato senza passare dal cuore, mi spiace.
E veniamo al Re incontrastato di quest’anno, colui che ha pompato sangue, che ha suscitato emozioni, energia, saliva e chiamato birra, vino rosso e gioia. Si chiama Warren Haynes, suona la chitarra e canta e ha confezionato il miglior album del cuore e il miglior live del cuore. Con i Gov’t Mule ha fatto uscire “Shout”, compendio del rock in cui nel disc 1 se la canta e se la suona, e nel disc 2 lascia il microfono a gente come Dave Matthews, Stevie Winwood, Elvis Costello, Ben Harper, Toots dei Maytals e altri pezzi da 91. Con la “Warren Haynes Band” rilegge un po’ di southern rock e blues con la classe dei grandi (cover di “Pretzel Logic” degli Steely…). Tutto in un solo anno, vi pare poco?

MIGLIOR DISCO DEL 2013: SHOUT – GOV’T MULE
MIGLIOR CANZONE DEL 2013: BRING ON THE MUSIC – GOV’T MULE
MIGLIOR DISCO LIVE: WARREN HAYNES BAND – LIVE AT MOODY’S
MIGLIOR COVER: MEDICINE MAN – ERIC BURDON
MIGLIOR DISCO ITALIANO: ALBUM BIANGO – ELIO E LE STORIE TESE


mercoledì 11 dicembre 2013

MI FACCIO LUCE CON LA PARAFFINA!

IL NUOVO LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO STA PER ARRIVARE!!!
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...

PAPAIE E CACHI

Questa raccolta è frutto di uno studio.
Lo studio è frutto di una ricerca e la ricerca è frutto di un frutto.
Il frutto in questione potrebbe essere una papaia.
Compiendo un volo metaforico, infatti, possiamo comparare la poesia sulla costa keniota a questo frutto tropicale apparentemente insapore, ma ricco di storia e di proprietà benefiche.
Frutto poco invadente e invasivo che pulisce dentro come mondasse dallo sporco del nostro tempo, sana e provvidenziale lavanda interna di cui però è meglio non abusare.
I versi che ho raccolto, come fossero maturati per conto loro e poi caduti dal fronzuto albero dell’inconsapevole conoscenza, compongono liriche semplici e genuine che scaturiscono da situazioni di vita quotidiana e raccontano di comunità, incontri, abitudini,  rapporti con la natura (qualcuno anche contronatura) e con gli animali.
Portano in sé la dolcezza  del ripetersi infinito e lento di giornate vissute alla stregua di regali del Destino, mai eccessivamente graditi ma comunque degni di ringraziamento.
Proprio come quando si porta a qualcuno della frutta in dono: nella migliore delle ipotesi ci si aspettano fragole, ciliegie, percoche, frutti di bosco. All’equatore si gradisce il mango, il frutto della passione, magari anche un bell’ananas.
Se poi arriva una papaia… per carità, rifiutarla mai, specie se si ha fame, ma certo un filo di delusione traspare.
Per un keniota, in ogni caso, la sensazione di sbandamento dura un attimo, poi si cerca un coltello per aprirla, del lime da spremergli sopra, e si fa festa.
Questa può essere la forza della poesia a Malindi e dintorni: inattesa, carica di pathos e speranze, apparentemente anodina, scialba ma alla fine gradita.
Ovviamente qui non si parla della poesia tradizionale Mijikenda, che ha nei canti tribali e nei racconti circolari le sue origini e che s’ammanta di animismo e di magia quando viene mescolata a leggende epiche e storie dei secoli scorsi; quando il popolo Mijikenda si mosse dalle colline di Shingwaya, dove oggi si snoda il tribolato confine con la Somalia, per cercare la terra promessa nel profondo entroterra tra Mombasa e Malindi.
Di quei poemi “alti” il portavoce è il grande Kazungu Wa Hawerisa, autore di cui verrà presto pubblicato un volume (serio) a parte.
Qui di seguito, invece, diamo voce alla poesia attuale, nascosta, sconosciuta, inesistente, affiancando al percorso quotidiano della popolazione locale, la visione di chi sulla costa è venuto a vivere, mescolandosi con i kenioti. 
Nella vita di tutti i giorni, alla semplicità della gente locale, si contrappongono abitudini, storture, comportamenti tipici e strani dei nostri connazionali.
L’Italia patria di Leopardi, Foscolo, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Quasimodo, approccia una civiltà assolutamente digiuna poeticamente, pronta per questo a divorare con curiosità e infantile entusiasmo anche frutti a loro ignoti.
Ecco che la papaia potrebbe incontrare fragole succose, deliziose ciliegie, morbide albicocche, pesche profumate…ma a Malindi gli tocca imbattersi in un caco.
Sulla costa keniota la poesia non può essere invettiva, non è strumento di lotta o rivendicazione, al massimo, quando non è paziente e contemplativa, può diventare, con la presenza dei “mzungu”, un veicolo ronzante, indisponente, dissonante.
Una “poesia tuk-tuk” che con pochi scellini ti porta da una parte all’altra di Malindi, dai chioschi di lamiera di Maweni alle lusinghe di cemento di Lamu Road.
Un tuk-tuk apolide, su cui salgono contemporaneamente beach boy rasta per signora, pensionati in punta, pescatori e peccatrici, venditori di avocado e finanziatori di avvocati,   piccoli imprenditori veneti e avvenenti studentesse di Nairobi.
Cosa ne può  scaturire?
Quale linguaggio porteranno in dote?
Questo è un po’ il senso dell’antologia che vi apprestate a sfogliare: contrapporre le vicende di noi italiani, declamate con ironia e sguardo disincantato dall’estensore di questa prefazione, ai “quadretti” di sconosciuti, effimeri e singolari cantori di quest’angolo d’Africa.

Papaie e cachi.

venerdì 29 novembre 2013

STORIE DEL JAHAZI: LA FUGA DELL'ARBITRO


Sarà perché i calci dati a piedi nudi, senza parastinchi e calzettoni ti rimangono come segni di vera battaglia, sarà perché un derby, per quanto non sia quello di Manchester o Boca-River, è sempre un derby e qui coinvolge dirimpettai dello stesso scassatissimo quartiere. E poi qui il derby si gioca almeno venti volte all’anno, è un campionato a due: Young Stars e Majengo United. C’è chi tiene lo “storico” dal 1963, c’è chi preferisce cominciare ogni volta da capo, com’è tradizione della vita africana.
Ieri pomeriggio è andata in scena l’ennesima rappresentazione sacra del nostro tempo, come diceva Pasolini. Il campo di sabbia teatro della partita ha il cielo come gradinate e il mare dietro al posto delle tribune. Non è lo squallore del Tirreno in fondo alla Circonvallazione Ostiense, dove l’ultimo grande intellettuale dei nostri tempi fu tradito come Cristo, ma un infinito Oceano pieno di vita e di storie minori che Pasolini intuì quando esplorò questa fetta d’Africa e che avrebbe raccontato meglio di me.
Più di quattrocento anime di Shela assiepano lo stadio di sabbia, cielo e oceano. Sventolano bandiere di stracci, suonano rudimentali trombe di latta, percuotono bidoni e agitano maracas costruite con bombolette spray riempite con gusci di vongole. A pochi minuti dalla fine il misfatto: l’arbitro Samir fischia un rigore che per quelli delle Young Stars appare inesistente. Lo stupore dei giocatori avversari fa il resto. Portiere e difensori vittime della decisione si scagliano contro Samir, entrano in scena i tifosi. Il campo diventa un polverone, volano piedi, mani e teste che pare una Guernica senza sangue e con i suoni delle risse popolari.
Grida, invocazioni, mischie da rugby e poi la fuga. Samir non è mai stato così veloce, la sua giacchetta nera dribbla le apecar in strada e cerca rifugio. La guardia fuori dal Jahazi Bar & Restaurant, il mio locale di fronte al campo di gioco, cerca a sua volta di placcarlo, ma Samir lotta per la sua incolumità e sguscia dentro. Mi guarda con gli occhi dell’antilope inseguita da una federazione di felini affamati.
“Proteggetemi”.
L’allenatore delle Young Stars mi conosce bene. Sharifu è anche il vicecapo dei vigili del fuoco. Mi ha venduto lui l’estintore per il ristorante. Dietro di lui si assiepano fuori dal locale trecento tifosi inferociti.
La federazione felina.
Dall’altro lato della barricata, due turisti napoletani bevono birra e sgranano gli occhi. Non hanno ancora capito cosa stia accadendo. Il marito cerca di far funzionare l’Ipad come fotocamera, ma gli prende una naturale ansia da prestazione. Non si accorge nemmeno che la moglie è fuggita all’interno del bar e si è riparata nella toilette temendo il peggio, neanche fosse la guardalinee.
Basta invece un po’ di diplomazia occidentale, accomodante e paracula, ma anche un po’ spietata. Quella che ha fatto la fortuna di gente come Henry Kissinger e Condoleeza Rice. Si inizia con parole di conforto, sguardi rassicuranti, e poi si consegna la vittima ai carnefici, con l’assicurazione che non gli verrà fatto nulla di male né ora né qui davanti.
Buona fortuna Samir!
(per la cronaca, la partita è ripresa qualche decina di minuti più tardi, il rigore è stato annullato e il derby è terminato senza vinti né vincitori).

domenica 27 ottobre 2013

LA FINE DI UNA GRANDE AVVENTURA

Potrebbe essere divertente avere un bambino da portare a zonzo Che riempia poco a poco i miei pensieri E io a riempire lui o lei con i miei sogni Un modo per dire la vita non è stata tutta persa Terrei quel bastardino lontano dalla scuola e gli farei io da insegnante / lo proteggerei dal veleno della gente Ma la non contaminazione dell’isolamento potrebbe non essere la migliore idea / non è una gran cosa cercare di divinizzare se stessi Inizio di una grande avventura Perché fermarsi a uno, potrei averne dieci, la classica covata da tivù Coltivare come una razza un piccolo esercito “liberal” nel bosco Proprio come quei pazzi redneck che vedo al bar Con la loro tribù di mutanti suinetti consanguinei con gli zoccoli Insegnare loro come disinnescare una bomba, accendere un fuoco, suonare la chitarra / "E se trovi un cacciatore, sparagli nelle palle" Mi piacerebbe tentare di essere più progressista di quanto avrei potuto / se ci avessi provato davvero Inizio di una grande avventura Agata Zena, Anita...un giorno vi racconterò chi era Lou Reed, perché a 12 anni ne andavo pazzo e balleremo insieme "Sweet Jane" e "Vicious".

sabato 5 ottobre 2013

IL SOGNO DI ASAD

Non riesce a pensare ad altro, non ha salutato Malik. Dopo l’incendio la loro vita era cambiata, non abitavano più vicini, la famiglia di Malik si era trasferita in un’altra zona dello slum. Si erano salvati tutti, il padre di Malik era riuscito anche a caricarsi sulle spalle un sacco di vestiti e stoviglie prima che la casa crollasse. Il padre di Asad invece non ce l’aveva fatta, schiacciato dal tetto di lamiera e da un palo che lo puntellava, si proponeva sempre di fissarlo meglio ma la sera arrivava stanco dopo aver camminato tutto il giorno con il peso sulla testa delle merci che trasportava da un punto all’altro della città, legna, pacchi, sacchi di patate. Prima o poi si sarebbe comprato un furgoncino, diceva sempre, e sarebbero diventati ricchi. Asad si era voltato e aveva visto suo padre tra le fiamme con le braccia alzate nell’illusione di proteggersi dal tetto che gli crollava addosso. Si era sentito strattonare, sua madre lo trascinava via. Correvano, sentivano il caldo dietro di loro come il respiro di un animale feroce che li inseguisse, il fuoco non sarà più veloce del giaguaro, aveva pensato Asad. Correvano e nel fumo distingueva altre persone correre, ombre che apparivano e sparivano, a un certo punto aveva visto Malik con una delle sue sorelline in braccio. La bambina piangeva forte, a tratti Asad non li vedeva ma sentiva la bambina e capiva che Malik stava correndo poco distante da lui, poi il pianto si era affievolito, era diventato un verso come il belato di una pecora lontana, Malik aveva cambiato direzione. Lo aveva incontrato dopo qualche mese, si erano abbracciati. “ Gioco a calcio”, gli aveva detto Malik, una morsa d’invidia aveva serrato stomaco e gola di Asad. Avevano giocato insieme appena erano stati in grado di camminare, prima nello spiazzo polveroso davanti alle loro case, con una palla di stracci cucita dalla mamma di Asad, poi con un pallone vero avuto in regalo da un turista, si era sgonfiato presto, non sapevano come gonfiarlo ma lo usavano lo stesso, lo calciavano con forza sollevando solo polvere. Il pallone era finito in un angolo dietro la casa. Malik ne aveva rubato uno in città, in un negozio di italiani, un uomo lo aveva inseguito poi aveva lasciato perdere, Malik era veloce, non gli stava dietro nessuno. Asad non correva come lui ma aveva un tiro preciso e se decideva che il pallone sarebbe passato sopra la testa di Malik per infilarsi nell’angolo della porta che avevano costruito con qualche bastone e un telo di plastica, ci riusciva, ci si poteva scommettere. Anche il pallone rubato si era afflosciato presto, il padre di Malik lo aveva portato da un suo amico che gonfiava le gomme delle automobili, quando lo aveva riportato i due bambini avevano urlato di gioia ed erano andati a ripescare il vecchio pallone dietro la casa perché facesse gonfiare anche quello. Avrebbero avuto un pallone ciascuno. Asad era tornato a cercare il suo, dopo l’incendio. Aveva visto il palo bruciato e la lamiera del tetto, li avevano spostati per togliere i resti di suo padre, glielo aveva raccontato sua madre, lei non lo aveva condotto con sé e lui si era arrabbiato. “ Voglio che ti ricordi di lui com’era” gli aveva spiegato lei. Era andato a cercare il pallone senza dirglielo, si era mosso cauto, trattenendo il respiro, nello spazio che fino a pochi giorni prima era la sua casa, i sensi in allerta pronti a riconoscere una percezione famigliare. C’era ancora odore di bruciato. La vista di Asad era impegnata a esaminare ogni dettaglio: un brandello di stoffa agganciato a un pezzo squarciato di lamiera, un cucchiaio annerito e deformato, la plastica bruciata delle buste in cui sua madre teneva le loro cose, troppe per riuscire a scegliere quale salvare, sua madre aveva trascinato lui e non si era preoccupata d’altro, se suo padre non fosse rimasto sotto il tetto avrebbe portato via la loro roba come aveva fatto il padre di Malik. Il pallone era ridotto a un grumo, lo aveva riconosciuto per quel centimetro quadrato di plastica gialla che era stato risparmiato. Quando avevano deciso di tenerne uno ciascuno, ad Asad era toccato il pallone giallo, Malik aveva tenuto il pallone rubato nel negozio dell’italiano, era il suo trofeo ed era un pallone bianco e nero, come dev’essere un pallone da calcio. “ Gioco in una squadra, perché non vieni anche tu?” gli aveva detto Malik. Asad non aveva avuto il coraggio di raccontarlo a sua madre, era già deciso, sarebbero partiti, lei aveva lavorato mesi per pagare il camionista che li avrebbe portati in Etiopia da dove, con un altro camion, sarebbero andati in Libia. Avrebbero lavorato tutti e due, lei avrebbe pulito le case o avrebbe lavorato in un ristorante o in un mercato, diceva, Asad avrebbe potuto fare il lustrascarpe, tre, quattro mesi, poi sarebbero ripartiti con una nave, sarebbero andati in Italia. Lei spiegava e con la punta di un bastoncino disegnava un percorso sulla sabbia, dopo l’incendio avevano preso l’abitudine di andare sulla spiaggia ogni sera. Lei parlava sempre del viaggio, lui ascoltava in silenzio. La sera prima della partenza avevano mangiato la pizza, lei l’aveva comprata dagli italiani, non l’avevano mai mangiata prima, la mangeremo sempre, diceva lei, senti com’è buona. Allora Asad le aveva detto di Malik, le aveva detto che giocava a calcio in una squadra, che mangiava tutti i giorni insieme ai suoi compagni, che aveva un allenatore e una maglia a due colori, rossa e blu. Gli avrebbero pagato gli studi, forse anche lui sarebbe andato in Italia per fare il calciatore o per frequentare l’università, così diceva Malik. Asad, mentre mangiava la pizza, avrebbe voluto dire a sua madre “ restiamo qui” , avrebbe voluto chiederle di andare a parlare con la madre di Malik, erano amiche fino a pochi mesi prima, l’incendio aveva cambiato tutto, non si cercavano più. Avrebbe voluto andare anche lui nella squadra con la maglia rossa e blu, se avevano aiutato Malik avrebbero aiutato anche lui, era un giocatore meno veloce ma con un tiro più preciso. Sua madre aveva ascoltato, poi gli aveva fatto una carezza. “ Giocherai a calcio anche tu quando saremo in Italia. Te lo prometto” aveva detto. Non riesce a pensare ad altro, non ha salutato Malik. Non c’è stato tempo, avrebbe voluto abbracciarlo e chiedergli di parlargli ancora della squadra, degli allenamenti e delle partite. Avrebbe avuto più elementi per fantasticare. Per resistere al caldo, al freddo, alla puzza di sudore, di urina, di escrementi, per resistere ai crampi alle gambe e allo stomaco, durante il viaggio ha disegnato un immaginario campo da calcio, c’erano sempre lui e Malik con le maglie colorate, si allenavano, correvano, avevano perfino le scarpe come i professionisti. C’erano altri ragazzi e l’allenatore, alla fine dell’allenamento si giocava la partita, l’allenatore correva in mezzo a loro e aveva un fischietto, i vincitori ballavano e cantavano abbracciati, c’era acqua per tutti per dissetarsi e poi mangiavano tutti insieme e chi aveva perso si consolava. Lui e Malik giocavano sempre insieme, quando era sul camion che li portava in Libia aveva provato a immaginare una partita in cui giocavano contro, era sicuro che il suo tiro preciso sarebbe stato decisivo e avrebbe fatto vincere la sua squadra contro quella di Malik, lo avrebbe preso un po’ in giro ridendo ma, poi, aveva cambiato idea, era schiacciato contro il corpo di sua madre, dall’altro lato c’era un uomo corpulento, non riusciva quasi a muoversi e respirare, aveva caldo e sete, gli faceva male la gamba destra, lui di sinistro non valeva niente, stava talmente male che aveva cambiato tutto: Malik era nella sua stessa squadra e lo incitava, Asad, al momento giusto e con una palla buona, sarebbe riuscito a tirare anche se aveva male alla gamba. A Bengasi lustrava le scarpe e gettava uno sguardo ai bambini che giocavano a pallone per strada. Nessuno era veloce come Malik, nessuno può eguagliare il passo di un ragazzo kenyota. “Vorresti giocare a calcio? Ti sbagli, devi correre, tu sei un kenyota, appena arrivi in Europa devi andare da qualcuno che ti faccia correre, finisce che ti vediamo alle Olimpiadi “ gli diceva il datore di lavoro di sua madre, lei lavava i pavimenti del magazzino e Asad metteva a posto le scatole con ogni genere di merce, c’erano anche i palloni. Guai a te se ne rubi uno, gli aveva detto sua madre. Si erano imbarcati di notte, del mare sentiva solo l’odore e il rumore, vedeva corpi, braccia, gambe, teste, schiene di uomini e donne, voci e lamenti, il pianto di un bambino piccolo. Quando l’acqua ha cominciato a scarseggiare e le labbra si sono screpolate, quando al mattino non riusciva quasi più ad aprire gli occhi perché anche gli occhi erano secchi come le labbra, all’ombra di una sciarpa larga e leggera che sua madre teneva sopra le loro teste Asad faceva incominciare la partita. Calcio d’inizio, lui si risparmiava perché non aveva le forze, era Malik a correre dietro al pallone, glielo avrebbe servito e lui avrebbe segnato. Non doveva stancarsi a inizio partita, glielo diceva anche l’allenatore, doveva lasciar fare ai compagni, a ciascuno il suo ruolo, lui era nato per segnare, l’importante era non perdere la posizione, tra lui e Malik sarebbe bastato uno sguardo. “ Non ho salutato Malik”, finalmente lo dice a qualcuno. Lo racconta a una signora che lo ascolta, che è lì per ascoltarlo, gli ha detto. Asad si decide e racconta del viaggio sul camion, dei mesi in Libia, lui ci sarebbe anche rimasto ma sua madre contava i soldi tutte le sere, lei voleva andare in Italia. Racconta della nave e di quando chiamava sua madre e lei non rispondeva più e dell’uomo che lo teneva stretto mentre la buttavano in mare con la testa fasciata nella sciarpa bianca. Racconta dello sbarco e del medico che lo aveva curato. “Perché sei venuto fin qui ragazzino?” aveva chiesto tanto per attaccare discorso. “ Per giocare a calcio” aveva risposto. Asad racconta di Malik, il suo amico, della squadra di calcio, del pallone giallo bruciato. “ Giocherai a calcio, te lo prometto” gli dice la signora e sembra una capace di mantenere una promessa. Finisce che se Malik diventa un calciatore e viene in Italia e anch’io sarò un calciatore, potremo giocare finalmente l’uno contro l’altro, pensa Asad stringendo la mano all’assistente sociale. EMILIA MARASCO per "SOTTO UNA LANTERNA AFRICANA" di FREDDIE DEL CURATOLO E LENI FRAU

venerdì 4 ottobre 2013

LAMPEDUSA: CONTINUATE PURE A SFAMARE L'IGNORANZA (anche la vostra)

Vedendo via satellite le immagini della tragedia di Lampedusa, quella fila di pesci umani e di pesciolini inermi sulla banchisa di uno scoglio ormai straniero per chiunque, il pensiero è andato ai giovanotti, alle madri, ai bambini, agli anziani, ai padri di famiglia, alle adolescenti che ogni giorno mi sfilano accanto nel quartiere popolare in cui vivo a Malindi. I miei vicini di casa: la mamma di Raphael, che non lavora e con due figli a carico (il piccolo Raphael, quindici mesi e asma da paraffina per fare luce in casa, e lo splendido Julius, sette anni e il muso accigliato di chi è pronto a ricevere una missione importante dall’uomo bianco), l’oste della tavernaccia degli operai con la moglie e gli innumerevoli figli, a cui almeno la zuppa e un po’ di polenta non manca mai. Loro accanto al sorridente, chiassoso popolo che affolla la piazza di Mijikenda, appena dietro l’angolo di casa nostra. Mi sono venuti in mente i loro volti e le voci di tutti quegli italiani, anche amici e conoscenti, che in questi anni in cui mi sono dedicato ai ragazzini del quartiere, dei villaggi di Mnazi Mmoja e di Kaoyeni, della Central Primary School e dello slum di Kisumundogo, mi hanno detto: “ma cosa ti dedichi a fare questa gente che non ha riconoscenza, che sembra non voglia nemmeno essere aiutata, che vive alla giornata, che non ha un governo alle spalle che li supporta e protegge”. A una parente un tempo prossima che mi accusava di dedicarmi a loro per evitare i miei doveri famigliari. Da un po’ di tempo mi sono stancato di ripetere la stessa solfa “dobbiamo aiutarli qui, far crescere in loro la consapevolezza che vivono in un Paese splendido, in un Continente ricco e vario, pieno di contraddizioni e di ancestrali storture ma in cui, a differenza dell’occidente, è ancora possibile prendere in mano la propria vita e migliorarla radicalmente. L’educazione e la cultura sono strumenti essenziali per intraprendere questo cammino possibile. In molti ancora oggi pensano che il mio stile di vita sia puro egoismo, che io lo faccia per me, per sentirmi a posto con la coscienza o cose del genere. Bene, è arrivata l’ora di mandarvi tutti affanculo, ma di cuore. Voi forse non siete egoisti, ma con buona probabilità rincoglioniti, idioti e conniventi Quando decisi nel 2007 di affiancarmi alla Onlus Karibuni, lo feci perché trovai molto sincero,seppure poco condivisibile, secondo le mie idee e la mia formazione, il discorso del suo presidente Gianfranco Ranieri. Mi disse di condividere la Bossi-Fini, di non essere pro-immigrati e che invece era ben contento di aiutare i kenioti in patria, affinché venissero create le premesse per farli stare bene a casa loro. “Se tutti lo facessero nei paesi del terzo mondo – disse – non avremmo le situazioni disperate che abbiamo nel nostro Paese, da noi verrebbe solamente gente che vuole lavorare, che ha la cultura necessaria per capire e rispettare il nostro Paese e la nostra mentalità”. Piano piano ho capito che con questo tipo di persone avrei potuto lavorare bene, condividere situazioni di solidarietà attiva con programmi mirati e intelligenti. L’aiuto una tantum e campato in aria dei “buonisti per caso” non serve quasi a nulla, e questi anni d’Africa me lo hanno confermato. Meglio un razionale, quasi cinico percorso sociale come quello di Karibuni. Oggi il mio approccio è una via di mezzo, nel senso che la mia sensibilità non riesce a farmi astrarre da certe situazioni, ma la decisione di occuparmi particolarmente di educazione e di portare quanti più ragazzi possibile al diploma di scuola superiore è proprio mirato a questo: aiutarli qui, renderli consapevoli e indipendenti, sicuramente non li farà salire su quei barconi, dove si stipavano centinaia di eritrei e somali, gente ingenua, innocente senza la cultura necessaria per capire che qualcuno stava vendendo loro il paradiso e in realtà li consegnava all’inferno. Vorrei vedere in futuro sempre meno corse al piatto di riso, alla solidarietà con gli sms ai porci dei programmi internazionali, le donazioni di chi ancora sta costruendo i pozzi per l’acqua dove tutto sarebbe già pronto per le irrigazioni, in un Paese che nel sottosuolo ha interi laghi. Gente che costruisce case nei campi profughi ben sapendo che lì dentro si alimenta il mercato delle armi necessario a mantenere intere comunità nella povertà che serve, nell’ignoranza necessaria. Io continuo nel mio piccolissimo a crescere ragazzini che sicuramente non saliranno su quei barconi, e continuate pure a pensare che lo faccia per stare a posto con la coscienza. Voi invece, divoratori di merda mediatica, indignati del prime time e dell’ultima ora, condivisori di “sciagure evitabili”, sputasentenze nei piatti dove non avete né mangiato voi né tanto meno offerto da mangiare, voi che alzate il cellulare prima ancora della voce, che fate gli Erode del sociale mettendo due spiccioli in mano al primo che capita purché sia più sporco e malmesso di voi...fate almeno il piacere di rispettare non un minuto, ma una vita di silenzio e raccoglimento.

martedì 24 settembre 2013

I TITOLI DEI MIX SULLE MUSICASSETTE

Quando non c'erano le playlist, ma i "mix", il cui titolo era scritto con gli Uniposca e contornato con le uniball. Duravano 90 minuti, una ventina di canzoni che ci facevi Milano-Rapallo quando non c'era traffico nell'autoradio Majestic che sulle prime del lato B rallentava un po'. E i titoli dei mix erano tutti un programma...un'avventura, un ricordo, un pensiero, un'idea. Com'era quel tempo, com'era quell'età. Come (per fortuna) sempre sarà la musica. E forse anche il mio cuore.

domenica 15 settembre 2013

GENOA-SAMP IN KENYA SULLA GAZZETTA

(di Marco Pastonesi) C’era una volta soltanto il Genoa. Poi sono arrivate, a Genova, Andrea Doria, Sampierdarenese, Liguria, La Dominante, Giovani Calciatori Grifone, Spes Genova e Giovani Calciatori Genova. Dal 1946, anche la Sampdoria. E da allora, il derby di Genova – il derby della Lanterna – è fra Genoa e Sampdoria. Due volte l’anno, quando va bene. Domani sera: Samp-Genoa. Ma c’è un derby fra Genoa e Samp che si gioca una volta al mese. Non a Genova, ma a Malindi, in Kenya. Karibuni Genoa (“karibuni” in swahili significa “benvenuti” ed è il nome di una onlus che propone un progetto sociale legato al calcio, ed è sostenuto dai tifosi genoani) contro gli orfani della Happy Samp Watamu (l’orfanotrofio inglese Happy House è sostenuto dai tifosi blucerchiati). A organizzare tutto il presidente Freddie del Curatolo, scrittore e giornalista, genoano, che dal 2005 vive a Malindi e si occupa di solidarietà, a sua volta sostenuto da alcune associazioni locali. In campo vanno ragazzini dai 12 ai 15 anni, dei quartieri poveri, delle favelas, degli slum. Unica condizione: i ragazzini devono impegnarsi a scuola. Maglie rossoblù e blucerchiate. Terra più che erba, e pozzanghere d’acqua durante la stagione delle piogge. Dribbling, cross, gol, invece che droga, furti, violenze. Per un po’, per un tanto, magari per sempre.

martedì 10 settembre 2013

KWAHERI ABOO, IL VERO CLOCHARD DI MALINDI

Era morto già parecchie volte, Aboo. Questa purtroppo è proprio l'ultima. Quando lo hanno portato via da un angolo buio di Lamu Road che aveva scelto come giaciglio, non c'era più possibilità di rianimarlo. Non come la penultima volta, quando tutti avevano giurato di averlo visto spirare e invece si era piano piano ripreso dal coma, tornando a passeggiare davanti al Karen Blixen. Aboo era uno dei più longevi questuanti di Malindi, ma l'unico che avremmo potuto definire clochard. Nei primi anni Novanta era il capo dei tassisti, ma lo stipendio se ne andava tutto in Tusker Lager. Poi l'avvento dei tuk-tuk lo aveva lasciato senza lavoro. La sua voce roca da cantante soul americano non designava più le vetture per i turisti, ma lanciava invettive politiche o raccontava storie surreali, e chiedeva qualche spicciolo ai turisti, quasi sempre in maniera meno invadente dei suoi "colleghi". Io con Malindikenya.net per anni lo ho mantenuto, pagando l'affitto della sua baracca, perché era una specie di monumento di una Malindi a cui siamo affezionati, guarnita anche di personaggi come lui. Sono stato a casa sua, nel ghetto di Kisumundogo, si parlava di conflitti etnici, di corruzione, snodava le formazioni delle squadre di calcio italiane, elargiva commenti sarcastici su qualche italiano che proprio non gli andava a genio. Per molti, uno dei tanti "fastidi" giornalieri di Malindi. Per me un simpatico accattone, forse troppo intelligente per vivere la strada di questi tempi non più poetici come una volta e come è stato spesso il suo modo di vivere. Addio vecchio Aboo, mi mancherai.

domenica 28 luglio 2013

CIAO JJ, HOPE THERE'S LIFE AFTER MIDNIGHT

Un pezzo del mio essere blues se n'è andato. Il "mio" blues, che non è solo malinconia o accompagnamento all'alcool, ma anche tranquillità, senso di appartenenza a un mondo semplice, un andar per strade conosciute, ha perso un compagno di giochi, di pensieri e di bevute. Un pezzo di me, quello più tranquillo e raffinato, più solitario e notturno, concreto e coerente, eppure sognante e romantico, ma un filo ironico e cinico, umile e geniale. Che bel piacere la sua gentilissima chitarra, il suo sussurro che non sapeva essere invadente. Ciao grande JJ. Tell us if there's life, after midnight.