Visualizzazione post con etichetta Beccioni. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Beccioni. Mostra tutti i post

lunedì 21 febbraio 2011

UN'INDIMENTICABILE SETTIMANA ROSSOBLU IN AFRICA (di Edoardo e Beccioni)


Se ti piace depilata, forse l’Africa non fa per te.La sua bellezza è rigogliosa, ma sepolta sotto montagne di schifezza.
La schifezza è dovunque, e quasi tutta d’importazione.
Arrivi in Africa e capisci subito che è un inferno. Ma la scoperta più terribile è la successiva: questo inferno africano è infinitamente più vivibile e seducente dell’inferno asettico di casa tua. Se poi ci aggiungi un Freddie Beccioni quasi astemio in regime pre-derby e i ragazzini della Scuola Calcio di Malindi, lo sconcerto è totale.
Però, nella luce dell’equatore, il rosso e il blu diventano ancora più splendenti, ti affascinano, ti tolgono il fiato.
Ok, forse Malindi non è Africa, o è Africa in un modo un po’ speciale. Come quando scavi un buco nella polenta e ci versi il trifolato di funghi porcini. L’Africa, la polenta, è tutto intorno, ma se caschi dritto in mezzo al trifolato puoi anche avere l’impressione di goderti una vacanza italiana da cinepanettone.
Ma il Grifone non lo trovi certo nelle pieghe preziose della Malindi infiocchettata di tricolore. Il Grifone non sta, ovviamente, con gli elegantoni griffati della costa, immersi nelle loro ville e nei loro porti rotondi, all’ombra di cocktail in bicchieri dagli steli smisurati. No. Tagli per una strada sterrata che si diparte dal centro. Dal centro della Malindi africana, quella vera. Ai bordi della strada, sobbalzando, vedi precarie bancarelle con ogni mercanzia, precarie baracche abitate da vite assetate di grazia, precarie montagne di rifiuti (non è dato sapere per quale misteriosa ragione la povertà generi così tanti rifiuti). In fondo alla strada, poco dopo una discarica, un immenso baobab ti introduce al campo dei ragazzi del Genoa.
Sono lì, ansiosi di indossare la gloriosa casacca. I loro sorrisi e i loro occhi curiosi valgono un gol di Palacio, nel derby, al 94mo. Giocano contro la squadra di un orfanotrofio. Gli avversari indossano belle maglie sponsorizzate, ma rivelano scarsa dimestichezza con la tattica. Gli ci vorrebbe Gasperini. Magari potrebbe bastare anche Pato. I ragazzini del Genoa (molti dei quali a piedi nudi) applicano gli schemi del loro mister a memoria e sembrano il Barcellona. Alla fine non si contano i gol: 8 o 9 a zero. So solo che cominciamo a fare tutti il tifo per gli avversari. Perché un vero genoano, anche quando gli tocca vincere, finisce sempre col condividere la sconfitta coi perdenti.
Seguo soprattutto Mystic e Stanley, due ragazzini molto bravi e molto bisognosi di sponsor. Hanno gravi problemi di famiglia, ma giocano con allegria comunicando allegria. Mystic è un centrocampista dai piedi e dal cervello sopraffini. Non so se sia meglio di Milanetto, ma è molto bello a vedersi. Stanley gioca sulla fascia, con la giusta energia e inserimenti ben calibrati. Mi piace un sacco. Poi c’è Joseph, il dolcissimo Girino. E’ infortunato, ma si presenta con una t-shirt del grifone e fa il tifo da bordo campo. E di certo non gliel’hanno suggerito Scarpi o Marco Rossi.
La settimana dopo rivedo i nostri contro una compagine tignosa: ragazzi vivaci, esperti e un po’ gaglioffi, senza divisa. C’è quello che gioca a torso nudo, quello con la maglietta stracciata, quello in bermuda. Ma sono forti. Vanno in vantaggio su contropiede (in fuorigioco non visto) e poi si difendono come se li allenasse Novellino. I Grifoncini riescono a pareggiare alla fine del primo tempo. Anche se gli avversari intasano gli spazi non rinunciano alle loro eleganti trame triangolari e, nel secondo tempo, segnano il 2-1 e poi il 3-1, con azioni splendide.
Ma il risultato è un fattore relativo. Li vedi scendere in campo, col rosso e il blu che brillano, e capisci che, comunque vada, hanno già vinto. Loro e tutti coloro che gli vogliono bene.
Del Genoa vero, che dire? Pare assurdo che l’entità africana in grado di disquisirne, all’anagrafe artistica si chiami Beccioni. Dopo la litania di Bari mi tocca condividere il Derby con quel pazzo. Dopo aver cercato la diretta in una tv mozambicana di parenti di Eduardo, predisposto un ardito accrocchio skype, sognato uno streaming saltellante, ci rimane solo la voce di Brenzini. Il Beccio è imbufalito, parte una bottiglia di “Libertas”, un cabernet sauvignon sudafricano che ha scovato nella cantina di fango di uno stregone bantù. La valanga di gol sbagliati ci predispone a subire la nemesi. Partono anche birre Tusker. Ci guardiamo abbacchiati, così sicuri del peggio che, al gol di Rafinha, saltiamo in piedi esultando male, condizionati dalla paura che, alla fin fine, la vittoria ci sfugga solo perché siamo in Africa. Vinciamo, invece, ma è tutto irreale. Vedete un po’ voi: un tale che, ai miei occhi, non brilla per intelligenza, mi racconta, da dentro una scatoletta, mentre me ne sto all’Equatore, che il Genoa sta vincendo il Derby. Chiaro che non mi fidi. Mi sembra tutta una faccenda artefatta: l’Africa, il vino, il caldo, le birre, la ragazza della scorta del Beccio che mi aspetta in albergo. Vado da lei, le infilo la sciarpa rossoblù e corriamo per le strade a sbandierare. Beccioni suona il clacson per una città che non sa perché, per una nazione e un continente che non sanno perché e forse si chiedono quale mai sarà il paese in rivolta con la bandiera rossoblù. Facciamo un po’ di casino, ma le televisioni parlano d’altro. Nei bar, nelle strade, nessun segno. Mi sveglio di notte, con il cielo equatoriale che incombe, la ragazza che mi abbraccia teneramente, la sciarpa rossoblù ancora ai piedi del letto e mi dico: “Non può essere vero. È un trucco di quel diavolo d’un Beccio. Non cascarci, ragazzo”. Appena sveglio, gli telefono e, stupidamente, ansiosamente, imploro: “Lo hanno detto in TV? C’è scritto sui giornali? Dimmi che è vero”. Lui mi conferma che esistono prove certe e così vado in spiaggia, davanti all’oceano, solo. E solo allora, come uno scemo, mi lascio andare alla gioia vera e irrefrenabile, con 14 ore di ritardo.
La domenica successiva è quella di Genoa-Roma, ma anche quella che sta preparando la mia ultima notte africana. Il Beccio mi viene a prendere in albergo per soffrire insieme davanti a qualche altro elettrodomestico cieco. È un po’ in ritardo, dopo i bagordi di un megaconcerto della notte precedente e un pomeriggio al mare. Non faccio in tempo ad aprire la portiera dell’auto che mi dice, con la morte nel cuore: “Abbiamo appena beccato gol. Stiamo risuscitando la Rometta”. Mi invita a casa sua, armeggia un po’ con TV e Internet ed ecco la seconda pera. Cacchio. C’è una tristissima trasmissione RAI. Fanno vedere la partita del Milan e si collegano con gli altri campi ad ogni gol segnato. Si sente lo squillo di una trombetta stonata ed è di nuovo Marassi: 3-0. Fanculo. Tiriamo giù le madonne equatoriali, spegniamo gli ardori e cominciamo a parlare di affari e di passatempi vari. Di quando passerò sei mesi all’anno da queste parti e piazzerò via mail Mystic al Ligorna e Stanley al Sestri Levante. La mia ultima domenica si preannuncia nera. Nera come l’Africa, e forse anche di più. Nello studio della RAI i romanisti gongolano. Comincia il secondo tempo e squilla la trombetta. Il golletto di Palacio ci rianima. Forza, ragazzi! Dopo il secondo gol rossoblù siamo sicuri che non finirà così: o loro fanno il quarto o pareggiamo. Trombetta. Birre. Immagini dei Grifoni che si abbracciano. Saltiamo su come matti, urliamo, svegliamo tutto il quartiere. Guardo l’orologio, guardo il Beccio e proclamo: “Adesso voglio vincere”. Cosa sia successo al gol della vittoria ve lo lascio immaginare. Una rimonta storica, una goduria. Vado in albergo a prendere la mia amica, ci vestiamo di rossoblù e andiamo a festeggiare in uno splendido ristorante consigliato dal Beccio: “The old man and the sea”. Come avrebbe fatto Hemingway, ma anche P.A.P. , ci strabuffiamo di pesce e crostacei, bardati con i colori del Grifone. Intorno a noi c’è una famiglia musulmana, che non capisce ma si adegua.
Poi la serata scivola verso la notte, che è la lunga notte degli addii. La gioia si diluisce in nostalgia, le tusker non bastano più a tenere a freno la tristezza e dagli occhi della mia compagna afro-genoana scivolano giù lacrime incontenibili. Decido che è meglio tagliare la testa al toro, prima che la situazione degeneri. Ci stringiamo con tutta la tenerezza possibile e infilo nell’ultima birra due Roipnol. I sentimenti si attenuano. Anche il 4-3 del pomeriggio ora sembra lontano. E ancor più distante, l’ultimo derby vinto in contumacia. Ma va bene così. Anche a sopportare la felicità bisogna essere allenati.
Dai ragazzini alla prima squadra: un Grifone indimenticabile, un’apoteosi.
Se tanto mi da tanto, faccio l’abbonamento per rimanere qui.
Altro che Pizzighettone!

sabato 6 novembre 2010

FREDDIE BECCIONI: PER NON FARE I PESCI SPADA ALLA VUCCIRIA


Io sono già a Palermo, perché credo nella svolta.
E ve lo dico senza ironia, mordicchiando una stigghiola al mercato della Vucciria.
Ne avevo piene le palle dei caos mediatici, degli amici bulicci di destra che minacciano il suicidio, del figlio di Bondi che non sa più che pesci pigliare, dei figli vostri che hanno imparato a nuotare nella merda in cui da vent’anni indecorosamente anneghiamo.
Qui, nel bordello colorato della piazza del Garraffello, in questo concitato quadrilatero nel bel mezzo del Cassaro, i pesci che attirano la mia attenzione sono parenti del defunto Paul e le sarde che ti aprono e deliscano davanti.
Qui c’è vita, sangue, urla, respiro, sudore, tensione. Roba vera.

Io a Palermo godo. E’ una città coi controcazzi, credetemi. Questa è l’Italia che vorrei, mica la Brianza o Roma, che oltretutto è stata conquistata dai brianzoli.
I siciliani mi piacciono e, anche se preferiscono lo sticchio alla ciolla, non te lo direbbero mai in faccia, perché farsi vanto di un luogo comune non è da loro e sprecare un’offesa gratuita è come sparare a salve su chi ha importunato la tua mugghiera.
Io qui mi ripulisco, non importuno (son mica scemo), bevo poco e, vabbè, mi tiro qualche sega.
Ma questo mica ve lo devo dire per forza, eh?
Parliamo di calcio, piuttosto. Il Palermo è reduce dalla campagna di Russia, questa Europa League che tutti se la tirano quando la conquistano e poi non se la caga nessuno. Avevo una compagna del ginnasio che subiva questa strana sorte. Ma con lei c’era un motivo evidente, aveva dei peli lunghi, neri e resistenti sulle tette, in prossimità dell’areola. Mica uno o due, erano tanti! Ciuffi cattivi e selvaggi che sembrava potessero imbrigliarti ed annodarti a morte! Bisognava vedergli però quella gramigna antierezione, per rimanere inorriditi e fuggire via lontano. Il passaparola non funzionava, se cercavi di avvertire un compagno di scuola, quello pensava che glielo avevi detto perché avevi fatto cilecca. Quindi lei, che incomprensibilmente non interveniva con cesoie speciali, ti sguinzagliava sedici centimetri di lingua salmistrata in bocca e sul più bello, sparapam!
I capel-zzoli!
Qui invece c’è poco da capire e da agitarsi…probabilmente si ritiene troppo difficile e casuale arrivare in fondo, come ha fatto l’anno scorso l’Atletico Madrid, e si punta sul campionato, per sperare di arrivare ai preliminari di Champions League, senza lingua salmistrata, uscire subito e tornare in Europa League.
Ah, dolci problemi che finché c’è Gasperini non avremo. Lui questi problemi li risolve alla radice e non ha peli superflui, né sulle tette, né tantomeno sulla lingua.
Ma non sono qui per fare sterili polemiche. Sto bene, sono tranquillo, a Palermo. Posto ospitale dove non sanno cosa sia il Caroni ma ti offrono Syrah. Quindici gradi e vento primaverile, sento che sarà la svolta. Intanto Kaladze diventa titolare fino alla fine del campionato, poi la condizione fisica di chi è ancora vivo sta crescendo e Toni vuole tornare al gol.
Vedrete che non sarà il solito Genoa timido nella prima frazione di gioco, che poi va sotto e non riesce a recuperare. Sarà una partita d’epoca, della prima era gasperiniana, del pleistocene crotonese. Non faremo la fine dei pesci spada.
Il lavaggio del cervello in fondo è semplice come quello delle sarde insanguinate. Edo vale Rubinho? Direi di sì. Dainelli sarà meglio di De Rosa? Ranocchia non vale cinque Masielli? Rafinha è o non è un capitan Rossi coi piedi buoni? E vuoi mettere questo Mimmo con Danilo o Fabiano? Rudolf o Palacio con Leon? Se Zuculini farà lo sforzo di diventare bello e intelligente come Juric, possiamo senza difficoltà ripetere il divertente campionato del primo anno di serie A.
Questa sarà la partita del pressing, lo voglio e lo sento.
L’odore dei pomodori secchi mi porta via, come la fragranza di spezie in strada cantate dagli Yo Yo Mundi, che sono bravi ma quel cazzo di erre moscia del cantante non riesco a farmela andare giù, mi ricorda Mesto schierato all’ala.
Però il profumo dei limoni, l’emozione delle cucuzzedde, queste interiora d’agnello spalmate su melanzane o cipolle alla carbonella. Il Palermo gioca così, ti appassiona, ti diverte e fa un po’ di casino. E’ un mercato di piazza di folate, passaggi, con Pastore che condisce le cose fresche e preziose e gli sloveni che fanno un po’ di casino ma va bene lo stesso, con un pubblico di “abbanniati” a sgolarsi, pur senza dover vendere nulla.
E noi? Savoiardi al Moscato, rischiamo di fare la parte del dessert, che qua se ti “escono” i cannoli, facciamo ridere anche con il dolce. Bisogna tornare a pensare da camalli, ad agire da emigranti del riso con i chiodi negli occhi. Ma chi glielo dice ai nostri ragazzi?
Deve essere pressing, deve essere squadra corta, contropiede, grinta.
Altrimenti sarà la danza dei pesci spada alla Vucciria.
Ma almeno mi sarò goduto Palermo.

martedì 28 settembre 2010

FREDDIE BECCIONI: COME UNA CHITARRA SENZA CORDE


Sbullonatemi i testicoli con una chiave del quindici e toglietemi il whisky scozzese a vita, ma io questa cosa ve la devo dire: il Genoa di Gasperini, così come è scesa in campo a Milano, è una squadra senza palle.
E mi affatico nell’affermarlo, mi si chiude l’esofago e ho bisogno all’istante di un inibitore della pompa protonica. Si faccia avanti chi ha visto segni di lotta, di cattiveria agonistica, di qualcosa che andasse oltre al giudizioso sussiego del soldatino. Alzi la mano chi si è divertito, secondo me nemmeno i fulminati del giorno dopo lo possono scrivere sul giornale o sul social network di turno.
Corinna annuisce mentre mi cambia le corde della chitarra. Ho trovato una escort musicista e sarà dura liberarmene, anche se ho molte più alternative di Preziosi.
Io lo capisco, non è che Ballardini ti dia tutte ‘ste sicurezze. L’ho visto in tivù senza i rayban e sembrava una via di mezzo tra Daniele Piombi e un meccanico di Faenza. “E questo dovrebbe cambiare le palle ai nostri come Corinna cambia la muta di corde alla mia Ovation?” mi sono detto.
Suonala ancora Prez, suonala tu che quell’altro, per me, è già suonato per conto suo. Non sparate sul pianista, ma Jerry Roll Gasperson per me è già Morton. Non c’è più l’effetto novità, non ha più niente da dire o da dimostrare, come può pizzicare le palle di Veloso, di Rafinha e farne uscire un arpeggio vincente? Meglio un nuovo compositore, quasi quasi un traghettatore (no, non Salvemini…), anche Beretta, forse ma forse.
Tanto non è quel posto in più, quell’arrivare settimo piuttosto che undicesimo che ti fa la differenza, però una volta ci si divertiva, invece ora…altro che corde della chitarra, quello non rinuncia ai suoi schemi nemmeno se gli cambiano i connotati. E senza Juric, senza Rossi, non c’è cristiano che si prenda la briga di mostrare il fuoco sacro. E sapete perché? Perché questi giocatori non AMANO Gasperini! E se va avanti così, finisce che non rispetteranno nemmeno più questa maglia. Perché se si scazza Marchino, se Criscito si deprime perché non lo chiamano più in nazionale e non c’è più Bocchetti a raccontargli le barze, se Sculli sognava l’Inter e meriterebbe il Portogruaro, se Scarpi si rompe i coglioni di menarla con la storia della serie C e della genoanità che non ci crede nemmeno più lui, qui siamo finiti. Ci vuole un nuovo conducator, che diamine! Oppure un’iniezione di sana bava alla bocca che arrivi dall’alto, dal vertice della piramide.
Vada per le tattiche estreme, vada per la vecchia guardia, vada anche per il catenaccio mascherato da possesso palla alla catalana, ma io voglio le palleeee!
Corinna mi osserva in tralice mentre accorda la chitarra. Questo Genoa oggi ha suonato in minore, un blues palloso dei negri. E dopo il primo tempo si era spento anche quel po’ di sezione fiati.
E il blues, si sa, non apre le porte. Ci si chiude dentro, inseguito dai cani.
Nel secondo tempo si è annoiata, Corinna.
Ora forse anche lei vuole le palle.
Dal Grifone ho sempre accettato tutto, in cambio della grinta e della dedizione, del sudore denso sulla maglia a fine partita. Ho apprezzato Ambrogioni come fosse John Terry, Marulla come Romario e Pasquale Jachini per me era più forte di Platini. Dai, siamo fatti uguale io e molti di voi, ammettetelo! Sì, magari voi non avete tutto questo andirivieni di fica dell’est, e non siete così amici di Scantamburlo e di Luca Bizzarri, però sul Genoa ci capiamo. Undici Grifoni adunghianti, tutti con la faccia di Torrente e le vene di Ruotolo, con la dedizione di Signorini e la cattiveria di Gorin, con la lucida follia del professor Scoglio e la passione intellettuale di Onofri. Noi li vorremmo talmente attaccati alla maglia che gliela stireresti addosso a crudo, roba che Marchino Rossi è un grande, per carità, ma solo una discreta imitazione del grifone ideale.
Allora non so voi giovani genoani rampanti, cresciuti senza ricordi e con la noia delle generazioni XYZ, non so voi quarantenni con le membrane rifatte e la verginità postuma, non vi conosco e non vi capisco, ma sono solo santuari di cazzi vostri.
Io preferisco salvarmi all’ultima giornata con un manipolo di lottatori che per tutta la vita ricorderanno la maglia rossoblu come il primo pompino alle superiori, piuttosto che campare di rendita nella mezza classifica. Sarò masochista? Meglio che lobotomizzato.
Non saprei che farmene di una chitarra senza corde, di una squadra senza i controcoglioni.
Ero in tribuna al Meazza, lo volete sapere? Con Corinna, che conosceva anche due o tre mogli di giocatori rossoneri, e le palle dei loro mariti. Ma anche questi sono stracazzi suoi.
Li ho sentiti i commenti dei vip rossoblu a fine partita. Non sapevano che minchia dire, erano tutti basiti dalla sconfortante reazione dei nostri dopo il gol preso.
Non avevo bevuto abbastanza per provocarli, ma ci ho provato.
“Ma che cacchio vi aspettavate? Ve le ricordate le trasferte dell’anno scorso?”
Uno piccolo e brizzolato mi si avvicina con l’alito intonso. Mi fa quasi schifo.
“No, non me le ricordo”
“Mi spiace proprio, credo che lei sia vittima di un processo degenerativo che distrugge progressivamente le cellule cerebrali, e che la renderà presto incapace di una vita normale”
“Veramente…io sono milanista”
“Ah, ecco…”
Gli altri attendono il verbo del Grande Capo.
Che è talmente incazzato da non riuscire nemmeno ad articolare in irpino.
Lo abbiamo visto tutti Kharja indirizzare decine di palloni molli e poco convinti, Mesto e Rafinha comparse in un film di Tornatore, Palacio operoso ma solingo e incompreso come un rivoluzionario ad Andorra.
Ci siamo spompati in un primo tempo laborioso ma poco produttivo, che alla fine ci ha portato una sola vera azione gol, il colpo di testa di Chico, più un palo casuale di Palacio. Tutto questo per annullare il temibilissimo diavolo, lo stesso che ne aveva lasciate almeno cinque nel primo tempo in casa col Catania.
Ne avvicino un altro, lo prendo anche per la giacca. Questo è calvo come Galliani ma avvenente come suo figlio.
“Ma ci sarà un perché non abbiamo mai vinto fuori casa con una grande? Qualche pareggio striminzito e un sacco di batoste”
“Ci sarà, ma intanto siamo in progressivo miglioramento caro, vedrai che anche quest’anno ci toglieremo delle belle soddisfazioni…”
Ripenso alle soddisfazioni che mi sono levato l’anno scorso, dopo il 3-0 nel derby d’andata.
Non ne trovo, forse sono io che sbaglio. Forse è quello che ho mangiato ieri sera e che poi ci ho dovuto bere sopra di conseguenza.
Dice Corinna che la squadra è ben costruita, è forte. Le piace Veloso e anche a me, ma di fianco gli devi mettere uno che lotta. Magari Zuculini non è la soluzione, ma di certo aiuta.
Sfila davanti a noi l’Altissimo, colui che potrebbe dare una svolta, un senso a questo mezzo copione già scritto a cui molti di noi vorremmo sfuggire.
Avrebbe dovuto giocare lui, perché ha gli occhi iniettati di rabbia, il furore che lo costringerà all’ennesimo controllo medico. Se non fosse stramiliardario, direi addirittura che è genoano.
Si ferma, forma un crocicchio per partenogenesi, osserva affilato chi conosce e chi non ha mai cagato ed esprime il suo parere sul match appena concluso.
“Sono furibondo, e non per il risultato. La mia squadra non ha le palle”
Corde della sua chitarra.
E così sia.

giovedì 5 agosto 2010

FREDDIE BECCIONI: LA BALLATA DEL SOGNATORE GENOANO


E’ il gioco più entusiasmante del mondo.
Perché io mi sono fatto il culo vero per arrivare dove sono arrivato, per diamine!
Anche se talvolta ho giocato, quello era lavoro, duro lavoro da piazzista prima, da scaltro uomo d’affari poi. Tutto per poter ambire a permettermi certi lussi.
Si può dire “lussi” al plurale? No? E ambire al singolare? Altrettanto?
E chissenefrega. Io lo posso dire.
Che poi io sono uno sano. A me le schifezze della coca, dei pasticchini portentosi non mi dicono niente. Il casino non mi da alcun brivido e a giocare in borsa ci pensano i miei broker. Pure le belle fighe mi stufano presto. Due botte, meglio se non capiscono l’italiano e non fanno tante domande, e ciao.
Ma quel gioco, quello mi appassiona e mi fa tornare bambino.
Lo so, mi costa tre o quattro miliardi all’anno. Ma cosa sono per me? Poca roba, per il mio hobby principale. E poi, lo vedi che pubblicità positiva mi porta? Tutti a parlare degli affari che faccio, tutti a ringraziarmi per tenere vivo il mercato, tutti a propormi di entrare in società negli acquisti. Gente che qualche anno fa solo a sentire nominare il mio nome gli si rizzavano i peli delle braccia…uno ad uno si sono dovuti ricredere. E’ bastato che quel burattinaio di Luciano venisse messo da parte, e ci ho pensato io.
Da quando siamo in serie A, ho assunto un’importanza sempre maggiore. Il primo anno sono entrato non dico in punta d’uccello, ma quasi. Bordeggiando, colpetti d’anca, strizzatine d’occhio. Qualche operazioncina coi giovani, la valorizzazione di Borriello…e vai con la prima estate divertente: le alleanze, le scommesse, le comproprietà…Milan, Inter, Juve già a trattare con me. Quel rincoglionito di Aurelio…cazzi suoi. Anche con Rossella non c’è feeling, è una donna… che vuoi pretendere. Ma gli altri, sono tutti pesci piccoli e grossi che verranno alla mia rete come un innocuo pallonetto a Scarpi.
E se l’anno scorso mi sono divertito, quest’estate ho fatto dei giochetti ancora più arditi!
Un mazzetto di svincolati, che uno mo’ non so neanche dove piazzarlo, un paio di prestiti come avevo fatto l’anno prima con Massimo, e qualche acquisto secco che se va male, come con Floccari, c’è sempre Claudione il laziale che me lo paga in tre anni, oppure la Turchia o la Spagna.
Anche quest’anno ne ho presi una decina e ne venderò altrettanti, non sapete che libidine. E intanto ci provo. Sì, perché ogni tanto bisogna anche pensare ai tifosi, eh? Non si dica che non ci penso… senza i tifosi una squadra di calcio non ha senso. E’ quasi come non avere il campo d’allenamento, il preparatore atletico, il magazziniere, l’addetto ai rapporti con l’arbitro. I tifosi sono una componente essenziale. Poi quando mi idolatrano, eh…non so se l’avete mai provato, anzi lo so, non l’avete provato mai…è una bella sensazione, sapete? Se ti idolatra il magazziniere è uno solo, e poi lo paghi tu. I tifosi, invece… a parte qualcuno… Comunque io ci provo, quest’anno do la chance a Gianpiero. Vediamo se è capace di andare in Champions League. Una bella scommessa, che pagherà con la sua conferma e la sua carriera. Male che vada, se lo prende Lotito.
Ah, quant’è bello il calciomercato…più bello del calcio!

YEOWN!!!
Ma guarda che cazzo di sogni deve fare uno che si è sbronzato per aver festeggiato l’acquisto di Rafinha. L’ennesima perla di un calciomercato che ci vede protagonisti assoluti. Mi sveglio con due panici contraddistinti: il vuoto nel letto (devo avere scoreggiato troppo, e anche una escort alla fine ne risente) e tutte le componenti inserite per lanciare l’ictus.
Il colpo Rafinha, però, meritava questo e di più. Mi sembra di sognare, e infatti ho sognato l’Altissimo, alle prese con un surreale soliloquio.
L’alcool me lo ha un po’ distorto, era un sogno vagamente livoroso, forse. O solo liquoroso.
Ma cercate di capirmi…questo Genoa è come la mia vita: godere al massimo del presente e rischiare di risvegliarsi con presentimenti di un futuro calante.
Cena: linguine al nero di seppia con pecorino siciliano, e giù due bottiglie di Angimbè Cusumano. Poi spigola all’acquapazza e un sorbetto di fragola e lime.
Se di fianco hai una spagnola di ventuno anni che si chiama Alahambra, viene anche più facile scolarsi a riporto una boccia di Zacapa col fondente al settantacinque per cento.
Io la vita me la so leccare come una patatina sorridente, questo l'avete già capito. Ma cosa penserebbero i miei sodali milanesi di un quarantacinquenne alle prese con i primi evidenti segni di pinguedine da cibo e alcool, che mentre ha di fronte una bella gnocca che ti parla con la esse di Belen e sniffa come Fernandinha, scrive sul tovagliolo la formazione dei suoi sogni: Eduardo, Chico Ranocchia Moretti, Rafinha, Veloso, Zuculini, Criscito, Palacio, Toni, Kharja. E allooooraaa! Mica male, no? Cazzi e contro cazzi, quando mai abbiamo avuto un Grifone del genere? Guarda che davvero se prendi un difensore destro coi contro cazzi e vendi Bocchetti (ma chi lo vuole, però…) e dai via Sculli (che mi spiace un po’ perché è uno che da l’anima, come se il Genoa fosse la sua ‘ndrangheta) prendendo un tornante bellobbello…qui ce la giochiamo anche per il secondo e terzo posto, sai?
Accontentiamoci, dai!
Certo, gli scudetti non si vincono d’estate…ma quest’anno si parte davvero alla grande.
Tutti, dico tutti, sono autorizzati a sognare. E i sogni mica li decidi tu, basta che sei autorizzato, che hai la tessera del sognatore, e vedi un po’ che ti arriva il palinsesto!
Fanculo. Ho mal di testa, prendo la chitarra e compongo la ballata del sogno grifone.

Sogneranno gli abbonati, gli schedati, gli associati, i tifosi addomesticati.
Gli adoratori, gli adulatori, gli speculatori e i vicecaporedattori.
Sogneranno i presenti, i dissidenti, i decodificati e i teledipendenti.
I prestanomi, i pretendenti, i preziosiani e presidenti.
Quelli finti e quelli ardenti e i George Clooney dei Ponenti.
I pierflavi livorosi, i lariani malmostosi, gli africani cespugliosi e i pessimisti misternosi.
Sogneranno i tortonesi, i dublinesi, gli avellinesi, i pier sospinti e i piè sospesi.
Gli zerbini, gli zarbani, i pro-Fini e i profani, gli sculati e gli sculliani,
I santeodori e santolcesi, i boccadassi e san fruttuosi.
I commossi, i timossi, gli ortodossi e i paradossi.
Gli ammalati, gli anestetizzati, gli anabolizzanti e gli adamolizzati.
Le marmotte e i marmorati.
Sogneranno a Castelletto, a Molinetto, sul muretto e con le birre del Pontetto.
Sogneranno tutti quelli meno bravi di Milanetto.
A Borgoratti e Borgo Pila, quelli in coda e quelli in fila.
In trasferta e sui pulmini, tra focacce e formaggini.
A Ponente e a Levante, da La Spezia fino al Po.
A Sampedenna meno, a Trasta proprio no.
Sogneranno torrentando, ruotolando, skuravando e militando.
Sognerà il pato sudamericano e il capellone nostrano, il parente laziale e l’assessore comunale.
Gli agnostici e i layotici, gli aruspici e i patetici.
I tattici e gli onofrici i tuttologi e i multisitici.
I vampiri, i crumiri, i fachiri e i mitici mashiri.
I sirianni e le sirene, le milizie e le milene.
Le giovani giovanne, le nonne e le angioline.
I pargoli e le bimbe, quelle ancora più piccine.
I gred i degio, le lauree e i laureandi.
I ruggeri, le paolette i comatosi e gli alessandri.
Sogneranno gli ingrifati, sogneranno i maniman, gli emigranti di caserta e i cauzisti de milàn.
Sogneremo a più non posso, sogneremo a testa in su, intellettuali innemesiti e ostricari rossi e blu.
I saltuari, i salterini, le bagasce e i bagarini.
I diffidenti, i diffidati, i ricchioni e i recchelini.
I guru, i megu, gli oldblocks, i new trolls e gli espanaporfavor.
Nelle zone di confine e sui siti di regime.
Baciapile, complottisti, mugugnoni e ballerine.
Sogneranno gli obesi, gli incompresi, i barbudos e i savonesi.
I pulcini, i cretini, i brenzini e gli zenicosini.
I tribuni della sera e gli ultras da tastiera.
La pasionaria, la cameriera, il drogato e la droghiera.
Gli scantamburli, i pizzighettoni, gli impellicciati e i carforosi,
I lumezzani, gli sciarpagialli, gli sciamani e gli sciacalli.
Sogneranno i leoni, i coglioni, i beccioni, i Tonii e i Toni.
Gli Stellini e gli stelloni.
Sognerà chi ha fatto sega, sognerà chi ha fatto fiasco e qualcuno griderà: “Chi non sogna è di Grugliasco!”.
Sogneranno (e come sempre sarà un sogno molto umano)
Tutti i cuori rossoblu volati nel Terzo Piano.
Faber, Edo, il Professore, Claudio, Picchia e il Capitano.
Un fratello e una sorella, la mamma e il papà che allo stadio ci portavano per mano.
Il migliore amico, il collega di lavoro, il nonno lo zio, un conoscente o il fidanzato.

Più di un secolo di storia, più di un secolo di cuori, più di un secolo di fede ce l’hanno insegnato.
Il Genoa è un sogno e, male che vada, ci risveglieremo lassù, di fianco a loro, ad urlare a perdifiato, a cantare a squarciagola. E quella stella, che ci è sempre apparsa solo in sogno, sarà lì, dentro di noi.
E come noi, non sarà mai sola.

lunedì 5 luglio 2010

NEVIO FAVARO, I MUMFORD E LA COMMEDIA DI EDUARDO


E’ come chi cerca un album dei Mumford & Sons. A parte che sono pochi, perché è un mondo di merda che piange Taricone e non sa chi sia Saramago. Col carisma di Bondi, la favella di Marco Civoli e il savoir faire di Felipe Melo, convinci uno a comperare “Sigh no more” dei Mumford e quello dopo tre ore ti chiama: “eh, ma non l’ho trovato alla Mediaworld…”.Perché, ci trovi una Ovation dodici corde? Il Benriach? Il Demerara 1970 alla Mediaworld? Ci trovi tua sorella che batte? Magari questa settimana e solo questa settimana prima del decoroso oblio, ci puoi raccattare “I grandi successi di Gepy & Gepy” o gusterai le specialità culinarie del Montefeltro, sfuggite ancora per poco alla Denominazione d’Origine Europea.
Così qui in Sudafrica, enorme centro commerciale ormai svuotato delle meraviglie sudamericane e delle finte offerte speciali messicane, giapponesi e slovacche, rimangono sugli scaffali di Soccer City e di Cape Town solo i nuovi “Top 11” e i semifinalisti. Giochi assurdi della grande distribuzione per i quali Podolski vale cinque volte Beausejour solo perché è andato più avanti ed è in bella mostra nel reparto Carri armati.
Io, un grande genoano che vive a Durban di nome Ennio e il giornalista tanzaniano Bumba, non abbiamo bisogno della settimana del ciauscolo, dei coglioni di mulo, o dei ciarimboli. Che Perez è l’uomo giusto per sostituire Juric lo abbiamo capito da mo’, quando ancora non sapevamo se l’Uruguay avrebbe passato il turno. Così come che Dos Santos è una giovanissima salamella.
Ora siamo tutti col fiato sospeso, in attesa che la commedia di Eduardo si risolva con un lieto fine.
Il riassunto delle puntate precedenti della telenovela “Condominio Genoa” racconta che nelle prime puntate il portiere Amelia litiga con il Gaspadrone e dopo qualche mese gli amministratori riescono a fargli fare le valige per un hotel cinque stelle di Milano, stabile di pregio in odor di decadenza. Ora tutti sanno che c’è bisogno di un nuovo receptionist. Il Gaspadrone, che ha gestito in passato un piccolo residence al sud, vorrebbe un Sorrentino o un garzone che aveva anni fa e che nel frattempo, sopravvalutato, fa il consierge in Costa Smeralda. In cambio manderebbe loro volentieri il fattorino Robert, che è caruccio e deve fare ancora gavetta. C’era anche un portiere brasiliano, Felipe, che però caratterialmente non dava affidamento. Poi magari ti fanno entrare nel condominio giri strani di transattaccanti, oscuri personaggi mezzi uomini e mezze ali, terzini che escono a fare commissioni dalle porte laterali e non tornano mai. Nel centro commerciale Sudafrica c’era anche un greco che fa il portiere come Olivera puliva le mattonelle, un serbo che non voleva fare il figlio della serba e finalmente uno interessante pronto a calare la Braga in quanto a provvigioni.
Ora, dice la telenovela, si prova con lui. Intanto la suite condominiale è stata occupata da uno stambeccone che in Sudafrica non c’era, e questo depone a suo favore. “Era fuori stock…ma rimediamo subito”, è stata la scusa più gettonata dagli inservienti.
Da qui a qualche giorno, si attende il maitre del ristorante, quello capace di far girare le cose come si deve, perché per tutto l’anno scorso quel ruolo ha dovuto interpretarlo il sommelier, che oltretutto ha una certa età e non avrà più al suo fianco il contrabbandiere croato che gli procurava porcini dei carpazi e slivoviça. Ce la ridiamo, io e Ennio, che ha scovato chissà dove un Masseto, che se lo trovate e avete voglia di fare una colletta come si deve, è il miglior vino del mondo.
Chiamo l'infido cugino-non-cugino Pierflavio e gli racconto della telenovela.
“Carina – mi dice – peccato che il condominio non è più “Genoa”, ora fa parte della catena “Internazionale”. Dicono che tra qualche anno diventerà definitivamente un supermercato…ahaha rido saltellando come una Ranocchia!”.
Sento dei disturbi, sulla linea, non ancora di fegato.
Ogni qual volta mio cugino si lancia in illazioni che non hanno fondamento, mi sale tutta la Grey Goose che ho bevuto in zona Brera a Milano, prima di evolvermi verso il rum.
Io ero un ragazzino sano, che cantava “serie A o serie B u Grifun l’è sempre chi”, mica cantavo “Parte destra, parte sinistra, il Grifone è presenzialista”…io nel primo portafogli che mi regalarono, tenevo come un santino la figurina di Nevio Favaro, perché quella avevo trovato per prima. Veneravo Odorizzi e Basilico e ne coltivavo il mito come fossero piantine di spezie sul davanzale, fino a tre o quattro anni fa non mi sono mai chiesto se Matteo Ferrari fosse un difensore o una plusvalenza, se col contro riscatto fossimo o meno del gatto. Per me eravamo il Genoa, il Vecchio Balordo. Il presidente, chiunque fosse, era qualcuno da temere o da combattere, a prescindere. Se poi faceva il grande acquisto, lo faceva soltanto per placare il popolo rossoblu.
Lo so, lo so, non è colpa di Prezzemolo Preziosi, che anche se parla troppo e dappertutto, è colpa del mondo che cambia. Ma io che mi sono esaltato e ho amato l’era moderna della cocaina, degli afterhours (non intesi come gruppo, bada bene) e dell’aperitivo in città vecchia. Quasi quasi in città vecchia preferivo vedere il bagascione che pisciava accovacciato nel vicolo facendo attenzione a non centrare i mutandoni e il marocchino come una perla rara che ti vendeva il fumo. Quando il condominio era una mansarda in via della Maddalena. E Nevio Favaro era il suo custode.
Ma lo scherzo della vita è che bisogna andare al passo con i tempi, oppure te ne vai in Africa e non rompi i coglioni. Allora rispondo al reazionario.
“Voglio proprio vedere se, dopo Eduardo, arriva anche Boateng…con Toni, tutto Criscito e senza vendere né Bocchetti né il Papa, cosa mi dici…un Grifone così forte dove l’hai visto?”
Pierflavio riemerge: “Ci vuole un play basso…con Kharja e Boateng la difesa prende masconi anche se di fianco a Ranocchia ci sono Juan e Lucio…”
Niente da fare, non vuol capire che quest’anno, con le altre squadre in crisi e senza soldi, e noi con una marea di giovani in giro per l’Italia a distribuire volantini della Giochi Preziosi, saremo in prima linea. Io sta telenovela me la godo con piacere, e quando inizieranno a ritrasmetterla una volta alla settimana…sarò lì con la mia bella tessera.
Quella della pay-tv, ovviamente...