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mercoledì 6 aprile 2011

IL DIABOLICO PIANO DI JANE


Io mica sono uno sprovveduto e soprattutto non arrivo dall’Italia per farmi fregare.
Sono sbarcato a Malindi con le idee chiare. Trascorro sei mesi all’anno qui, lascio a quel paese la nebbia, il freddo e il grigio, lascio quella stronza della mia ex-moglie, i soldi per l’università ai figli che manco ci vanno e se li pappano, uno in cocaina e l’altra in concerti di metallo pesante, e lascio le rotture in mano al commercialista.
Qui trovo il clima gentile, a volte un caldo bestia, pesce fresco e tante belle figliole.
E mi guardo in giro, che prima o poi mi trasferisco in pianta stabile.
Ma attenzione! Non sono mica uno che ci casca…questo non è il paradiso, lo so bene.
Un amico, poi, mi ha dato un librettino scritto, dice, da uno che vive in Kenya e che la sa lunga.
O almeno è uno che si è informato e te la racconta bene.
Così grazie a questo libretto, e ai consigli del mio amico, ho trovato un bell’appartamentino in affitto in centro a duecento euro al mese, poi mi è stato presentato un buon avvocato, che mi assiste nelle operazioni finanziarie chiedendomi molto meno di quello che mi scucivano in Italia intermediari e consulenti del cazzo per ogni movimento o transazione. Inoltre ho messo su un piccolo business, giusto per avere qualcosa da fare, anche se con la rendita della casa e del negozio che avevo in Italia, qui vivo alla grande. Mi posso permettere il ristorante due volte alla settimana, ho una donna di servizio otto ore al giorno, bravissima ma intrombabile, e una segretaria incapace ma molto operosa da quell’altro punto di vista.
Più o meno come in Italia, ma spendendo un decimo.
Mi muovo bene, come uno che ha sempre vissuto da queste parti.
Fiuto i connazionali furbi e quelli intrallazzoni, le brave persone e i kenioti che vale la pena di frequentare. Rispetto tutti e sono rispettato.
Alla sera, ogni tanto, mi sento un po’ solo. Dopo il telegiornale, esco a fare un giro, che tanto qui fa sempre caldo e si sta bene anche fuori, anzi quasi meglio che in casa.
Sono seduto in un bar locale, con una cocacola baridi in mano.
Mi si avvicina una bella ragazza statuaria, un panterone di quelli che a Treviglio non si vedono nemmeno di notte, forse perché sono troppo scure, chissà. Altro che la mia segretaria! Quella, per quanto operosa, ha la femminilità di uno scaffale in mogano.
Questa è formosa, procace, con labbra che sanno di peccato. Un peccato sarebbe non farla sedere, non offrirle da bere. Posso farlo tranquillamente, senza rischiare nulla; tanto ho studiato la lezione del libro: le Naomicambell da queste parti sono pericolosissime. Peggio delle sirene di Ulisse, ti fanno innamorare e poi ti ripuliscono per bene. Ma io non farò quella fine.
“How are you? What’s your name? From Malindi?” il mio inglese finisce qui, ma per fortuna (e anche questo è scritto nel libro) lei parla e capisce l’italiano.
“Bene, grazie…mi chiamo Jane…”
Jane, mi suona come “iena”. Chissà da dove arriva, per spolpare me.
Sono tutte di Nairobi, anche quelle dei villaggetti sconosciuti, dice il libro. Sarà perché vogliono dare l’impressione di essere cittadine, e non arrivare dalle capanne nel bush. Nairobi è una città moderna, è la capitale…c’è cultura, lavoro, bei locali, tante opportunità. Altro che questa cittadina di disgraziati e arabetti, altro che il mondo derelitto che trovi girato l’angolo dei resort.
Qui solo fango e palme, vecchi sdentati che chiedono l’elemosina e bambini che chiedono le caramelle.
“Sei di Nairobi?”
“No, vengo da Matumbuku”
“Ah…interessante…come hai detto?”
“Matumbuku, è un villaggio vicino a Machakos”
“Uhm…è dov’è Machakos?”
“Non lontano da Nairobi”
“Ah…ecco…vicino a Nairobi…ora capisco…”
“Sì”
“E cosa facevi a…”
“Matumbuku”
“Matumbuku”
Cosa vuoi che facesse un pezzo di ragazza del genere…queste ti dicono che sono tutte studentesse, oppure hanno finito da poco la scuola e vengono a Malindi a cercare lavoro nel campo del turismo…così dicono tutte quelle che ti vogliono raggirare. Ci ha proprio la faccia da laureata, questa qua. Mi viene da ridere. Voglio proprio ascoltare che balle mi racconta…l’educanda.
“Non facevo niente, per la verità. Stavo a casa ad aiutare la mamma, ma appena potevo me ne andavo a divertirmi con le mie amiche. Non mi piaceva studiare, e mi annoiavo. Così a quindici anni me ne sono andata a Machakos, poi mi sono trasferita a Nairobi, e ancora a Mombasa e infine sono venuta qui a Malindi”.
Ecco…non studia, non ha un lavoro. Questa è ancora più furba delle altre, fa la finta sincera…ho capito…sicuramente la metterà sul patetico, sul vittimismo. Orfana di padre, una madre malatissima, il fratellino da mandare a scuola, la sorella violentata…e chi più ne ha più ne metta.
“E la tua famiglia a Matambu…là, vicino a Nairobi…come sta?”
“Bene, grazie!”
“Nessun problema? Mamma, papà? Ci sono ancora?”
“Sì, non sono vecchi. Lavorano. Mamma insegna nella scuola elementare di Matumbuku, papà guida i camion, non c’è quasi mai. Ho tre fratelli, uno più grande che lavora a Nairobi in una ditta di abbigliamento, una sorella che fa le scuole superiori a Machakos ed è bravissima, e un fratellino che ha sette anni e studia nella scuola dove insegna mamma”.
Che bel quadretto…tutti bravi e tutti felici…vediamo dove sta la fregatura, sicuramente la sua scelta di vita l’avrà messa in difficoltà qui sulla costa.
“E qui a Malindi, dove vivi?”
“Per ora sono ospite da un’amica”
Bingo! Ecco dove voleva arrivare la pantera. Certo, l’ha presa larga, per sedurmi a dovere. Sicuramente le serviranno i soldi per trovare una casa propria, arredarla…gli affitti a Malindi sono così cari…avrà bisogno di una mano, questo è il motivo per cui è qui al tavolo con me. Io le sembro una persona gentile…e lei è costretta occasionalmente, per bisogno, per disperazione…anzi no, non lo farebbe mai…non è solo per riconoscenza che si concederebbe, ma perché le piaccio veramente.
Se crede di farmi fesso, si sbaglia di grosso, prima o poi la faccio cadere.
“E non hai una casa tua. Jane?”
“Una casa? Per adesso non mi serve proprio…”
“E le tue cose, un tuo armadio per i vestiti, se vuoi ospitare parenti e amici...?”
“Ma quante domande mi fai…fai il poliziotto in Italia”
“No…veramente…vendevo polizze assicurative…”
“Sorry?”
“Niente…insurance…vabbè, lasciamo stare”.
C’è qualcosa che non torna…questa è veramente un osso duro, vuole tenermi sul filo, farmi intendere che ha dei segreti, circondarsi di un alone di mistero…ma prima o poi calerà l’asso nella manica. Lo so, perché sono tutte così. L’uomo bianco per loro è solamente un pesce grosso da far abboccare all’amo. Ognuna ha la sua esca particolare.
“Quindi hai una vita normale, tranquilla…sei felice?”
“Felice?”
Ride, l’attrice. Si bea della sua fisionomia, pensa di poter incantare chiunque.
Non sa che io so, o quantomeno immagino tutto.
“Certo! A Malindi si vive bene, ci vivi anche tu, no? Lo sai…a me piace ballare, stare con gli amici, bere una birra ogni tanto”
Ballare…stare con gli amici…la birra…ma questa c’è o ci fa? E come può pretendere poi di volere dei soldi, se la porto a letto? Quale altra arma pensa di usare, se non la compassione? Con la situazione dell’Africa, le sue miserie a portata di mano che fa, non ne approfitta? Questo è un caso patologico…devo assolutamente capire.
Decido di far precipitare le cose.
“Ti va di venire nel mio appartamento?”
“Perché no?”
Non ha avuto esitazioni. E se fosse una rapinatrice di professione? Una terrorista al soldo di qualche islamico potente? E se fosse pagata dalla cooperazione italiana per prendere i nomi di tutti i depravati italiani che abitano a Malindi?
L’importante è non cedere prima di essere convinti di conoscere tutta la verità. Devo entrare nella sua testa, capire la psicologia, che tattica sta usando e perché. Il libro dice che queste ragazze sono camaleontiche, si adattano al tuo modo di fare e scoprono subito i tuoi punti deboli, per poi farti fare la fine del maschio della mantide religiosa.
Prendiamo un tuk-tuk e in cinque minuti siamo da me.
Cento scellini. Pago io.
Entriamo in casa, siamo in camera.
Sorride, entra in bagno. Ne esce nuda. Un corpo perfetto, un seno sodo, che sta in piedi da solo come se se lo fosse rifatto a Dalmine. Avanza sinuosa con sguardo famelico.
“Ma…cosa ti sei messa in testa?”
“Ho fatto la doccia…non va bene?”
“Mah…Jane…credevo dovessimo parlare…prima”
“Si può parlare anche così, non credi? Vuoi che ti spogli io?”
“Io…io…”
“Ho capito, hai paura di spendere troppo. Allora, se vuoi fare tutto, sono 3000 scellini. Altrimenti ti faccio uno sconto”.
“Ma tu…tu…tu sei…”
“Sono una prostituta, italiano. Una prostituta a pagamento. Non hai mai visto una puttana? Non ce ne sono dalle tue parti? Se volevi una suora, la diocesi è a poche centinaia di metri da qui, se vuoi fare la storia romantica e poi chiedermi di diventare tua moglie, hai sbagliato persona, bello. Io lo faccio solo per soldi. Che faccio, mi rivesto?”
“No….no…per carità…mi si è alzato anche senza viagra…”
Sono al cospetto di una creatura intelligentissima, e indubbiamente molto bella. Non sono ancora riuscito a capire quale sia il suo diabolico disegno nei miei confronti. Probabilmente anche lei ha capito che non mi si può fregare facilmente. E’ arrivata addirittura a recitare la parte della mignotta…questa punta in alto…Ma la smaschererò, giuro che la smaschererò!

mercoledì 17 dicembre 2008

NONNO KAZUNGU E IL TURISMO SESSUALE

Quel pomeriggio al Safari Bar tirava aria di dibattito.
Nel preciso instante in cui nonno Kazungu faceva il suo ingresso, valutando il cigolio del cancelletto di ferro e aspettando la consueta risposta dell’upupa in amore sul baobab, il sole colorava la facciata dipinta di fresco color carta da zucchero.
All’interno del locale, in ordine sparso, la Kakoneni che conta: il prete, il rappresentante di telefonini Lawrence Kamongo, l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge, il beach-boy imprenditore Kadenge Davide e il suo amico mzungu Svaporato, il vicino di casa Mwachiro e Kibebe, lo scemo.
Sui tavolini di formica ballavano bicchieri spessi dal fondo irregolari e troneggiavano parecchie Tusker Lager. In pratica tutti, tranne Kibebe, stavano bevendo birra, il prete addirittura una guinness, rigorosamente temperatura ambiente.
“Qui si parla di donne” pensò nonno Kazungu.
Uno dei quotidiani locali riportava i risultati di un’indagine dell’Unicef, presentata alcuni mesi prima a Nairobi ma ripresa dalla stampa mondiale ora che il Kenya faceva notizia.
In tempi di pace, di altre guerre bisogna parlare.
“Gli italiani sono al secondo posto” sentenziava Kadenge Davide, quasi a vantarsi della posizione sul gradino di mezzo del podio e battendo con la mano sulla spalla dello Svaporato.
Ormai a Kakoneni rappresentava gli italiani e non solo se ne era fatto una ragione, ma ci sguazzava come un coccodrillo nel Galana.
“Sì, ma noi siamo sempre i primi!” ribattè Kibonge.
Maratona?
Cinquemila metri piani?
Tremila siepi?
Quale altro sport avrebbe visto il Kenya al primo posto e l’Italia al secondo?
“Ciao nonno! Sapevi che il Kenya è una delle principali mete del turismo sessuale nel mondo?”
“Anche della residenza sessuale, a giudicare dalle statistiche” aggiunse lo Svaporato.
“Residenza sessuale?”
“Già, il 38% dei clienti delle ragazze locali siamo noi, i kenioti” disse Makotsi.
“Seguono gli italiani con il 18% e i tedeschi con il 12%...”
“E gli americani che hanno il 2% ma rappresentano il 70% degli incassi totali…” sputò Kadenge
“Ma questo non c’è scritto…?” disse il prete
“Te lo dico io…li ho visti in azione…”
“Basta…per favore! – gridò nonno Kazungu – Datemi un Ginger Ale e fatemi capire”.
Cosa vuol dire turismo sessuale? Da quel che si leggeva nel giornale, c’è gente che viene in Kenya soltanto o soprattutto per andare con le ragazze locali, alcuni di loro (ma non ci sono numeri né percentuali) purtroppo cercano le minorenni.
“Secondo me invece è il nostro 38% che si riferisce alle minorenni - disse Kibonge – quanti di voi hanno sposato una ragazza maggiorenne?”
Mwachiro, Makotsi e Kazungu si guardarono allungando il labbro inferiore. Anche il prete annuì silenziosamente, pensando alle decine di matrimoni celebrati a Kakoneni.
“La mia seconda moglie aveva 14 anni”
“Conjestina ne aveva 15 – ricordò il nonno – ma io ne avevo 19…”
La terza moglie di Kokoto ne aveva 13, e lui più di quaranta…”
“Tutto legale?” chiese lo Svaporato.
“Se non le togli dalla scuola dell’obbligo e paghi la famiglia, è tutto a posto” ammise il prete.
“Secondo lei è giusto, padre?” chiese il mzungu.
Il prete prese un bel respiro.
“La nostra società si basa sulla famiglia – cominciò, con tono ieratico, quasi avesse ricevuto un transfer da Cardinal Tarcisio Bertone – che è la struttura portante di ogni villaggio. Prima si costituisce una famiglia e prima se ne hanno i frutti. Qui si è soliti dire che la donna è tale dal giorno in cui ha le mestruazioni…tuttavia i tempi sono cambiati”.
“Certo! Oggi le ragazzine sono molto più sveglie…” saltò su Kibebe.
“Zitto, imbecille…” fece Mwachiro, colpendolo con il piede destro sullo stinco, come un panga in un banano.
“Questo è il punto – fece Kadenge – gli europei invece non sono abituati, a quell’età le loro figlie sono ancora bambine, non le darebbero mai in spose per venti capre…”
“Almeno cinquanta…” rise Kibebe e si prese una di quelle pangate che avrebbe saltellato su un piede solo per un paio di giorni.
Il vecchio Kazungu prese in mano la situazione e mollò il ginger ale.
“Non stiamo parlando di abitudini – disse – ma di costrizioni. Gli wazungu che vengono qui trovano due tipi di ragazze: quelle che non vedono l’ora di stare con loro per migliorare le loro condizioni di vita e quelle che invece non vorrebbero, ma vengono costrette dalla povertà, dall’insistenza del mzungu e a volte anche dai propri parenti”.
“Sì, ma dov’è lo sfruttamento di cui si parla del giornale? Alla fine è sempre una scelta delle ragazze, non c’è costrizione” interruppe Makotsi.
“Infatti non si parla di violenza sessuale – disse a questo punto lo Svaporato – è il potere dei soldi a farle decidere”
“Ma è così anche in Italia!” ribattè Kadenge Davide, che si ricordò l’offerta di un’amica della suocera della prima moglie vicentina.
“Lo scambio corpo-soldi o sesso-benessere esiste da sempre in tutto il mondo - disse nonno Kazungu – la pedofilia anche, ma è un sopruso e dobbiamo combatterla. Cosa succede se becchiamo un membro del nostro villaggio con una delle nostre figlie non ancora sviluppate?”
“Lo ammazziamo a pangate!” strepitò il grosso Mwachiro, lanciando un’occhiata a Kibebe che ancora girava su sé stesso come una trottola.
“La violenza è sempre da punire” disse il prete “ma ammazzare non è cristiano…”
“Seppellire vivo?” chiese Mwachiro.
“Una bella scossa nei coglioni a 200 volt?” Makotsi.
“E lo sfruttamento?”
“Quello c’è in Italia, dove la prostituzione è in mano alla mafia, al racket della droga e alla malavita - spiegò lo Svaporato – qui finchè resta in mano alle ragazze è semplicemente uno scambio di piaceri. Come fai a considerare prostituzione la ragazza maggiorenne che cammina mano nella mano con il mzungu in spiaggia? Bisogna vigilare piuttosto sui locali notturni che offrono da bere alle ballerine per ubriacarle e renderle consenzienti e consigliare loro i clienti…quella è una brutta abitudine che abbiamo importato noi europei e che porta verso lo sfruttamento”.
“Quindi il nostro 38% è diverso dal 18% degli italiani?” chiese Kibonge, guardando Kadenge come a farlo scendere dal podio virtuale.
“Se considerano prostituzione anche pagare una moglie dieci vacche, sì – disse nonno Kazungu – ma quando pubblicheranno i dati dei matrimoni misti in Kenya? Delle coppie che convivono e che continuano a considerare la loro unione uno scambio di carezze e soldi? Ci sono statistiche del genere? Chi le pubblica?”.
Quest’ultima domanda era diretta allo Svaporato, che diede l’ultimo sorso alla Tusker e sentì gli occhi di tutto il Safari Bar addosso.
Il sole aveva lasciato una pennellata di tramonto sull’intonaco esterno e si occupava di regalare scie lilla e rosa al cielo della savana.
“Non si possono chiudere in una statistica le ragioni del cuore e quelle del piacere sessuale – disse lo Svaporato, impegnandosi alquanto – l’uomo è un animale da conquista a cui piace tenere la preda in cattività, piuttosto che sbranarla. Tuttavia c’è chi lo fa con amore e rispetto e ci sono anche donne che non conoscono altro modo di vivere di una dorata prigionia”.
Nessuno capì nulla, ad eccezione del vecchio Kazungu che, alzandosi, salutò la compagnia.
“Stiamo più vicini alle nostre bambine – fu il suo monito serale – e diamo una controllata ai bianchi che trattano male le nostre donne. Gli europei hanno brutte abitudini, ma per fortuna quasi tutti lasciano a casa il loro lato peggiore, quando vengono qui. Speriamo sia sempre così”.