lunedì 23 gennaio 2012

SULLE STRADE DEI BRACCONIERI: PRIMA PUNTATA


VOI, L'INSOSPETTABILE CROCEVIA DELL'AVORIO
Non diresti che è un crocevia del contrabbando. Voi è adagiata tra colline solitarie ed improvvise rocche, con i piedi in savana e le ginocchia sulla Mombasa-Nairobi, la statale dei camion. Se fosse una donna, potrebbe avere i tratti somatici di quelle sudamericane d’altura, un po’ contadina india un po’ stregona maya, ma non abbastanza guerriera da creare scompiglio e libertà.
Sempre battuta dai venti e dal passaggio degli eventi, tiene i colori dell’Africa all’interno di un composto mercatino scosceso, dove tutto è accomodato e accomodante.
Persino il capolinea dei matatu non è chiassoso come in ogni altro borgo di queste parti.
Basta passare da Mariakani o da Mtito Andei, per accorgersi della differenza.
Per non distrurbarti, qui la gente quasi non ti sorride nemmeno.
Il mzungu è cosa rara, è un alieno che non scende mai sulla terra.
Lo si vede sfrecciare sulle astronavi da safari, intabarrato in completi color cachi e seminascosto da cappelli a larghe tese e occhiali da sole.
A lui non interessa la vita di Voi, la gente che vive in salita e discesa, che beve kenya coffee al Gloria Cafè. Al mzungu da sempre importa degli animali, vuole vedere il leone, l’elefante.
Un tempo li cacciava e ne esibiva fiero i corpi morti. Oggi li protegge e, anzi, sembra dare la caccia a chi vorrebbe portarsi via la pelle del re della savana o le preziose zanne del pachiderma.
Strani questi bianchi.
Allora ti guardi intorno e cerchi l’occhiata complice di chi non ha mai cambiato idea.
L’animale può essere pericolo o fonte di sopravvivenza. A volte anche entrambe le cose.
Cerchi nelle pieghe della cittadina il senso di questo pericolo, la stretta esigenza di sopravvivere.
E’ nascosta, coperta come in questi giorni il grande cielo africano di queste parti. Velato di una tristezza in più, che offusca la luminosa ineluttabilità della storia del Continente Nero. I bracconieri hanno ucciso un aiutante del parco dello Tsavo Est e ferito gravemente una delle guardie scelte del Kenya Wildlife Service. “Sono qui, sono nascosti tra noi – assicura Dominic Wambua, Senior Warden di Tsavo Est – si spostano, vanno e vengono. Impossibile dargli la caccia in maniera costante. Il nostro nucleo investigativo lavora in collaborazione con la polizia di Voi, ma quando ne avvertiamo la presenza all’interno del parco, tocca a noi rischiare la pelle, lo scontro a fuoco”.
Gli uomini di Wambua sono stati addestrati per riconoscere il mal di denti della giraffa, per prevedere il crollo di un ponticello e preparare il guado alternativo.
Vivono nella natura e della natura selvaggia prendono le difese. Ma all’occorrenza imbracciano il fucile per difendere loro stessi e il parco dalla bestia più pericolosa di tutte. L’uomo.
“Si spostano nella notte, lasciano grosse automobili ad attenderli fuori dallo Tsavo e partono con la caccia all’elefante – spiega il boss Wambua - Sono in tanti, devono agire in fretta, prima dell’alba.
Devono trasportare zanne pesanti di là dalla riserva e caricarle sugli automezzi. Sono quasi tutti somali, o Pokoth.
Facile pensare dove si procurino le armi.
Sono quasi tutti al soldo degli asiatici che sbarcano a Nairobi in cerca d’avorio”. Se poi pensi a quel che ne faranno, oggettistica preziosa kitsch per le loro ville, ti viene ancor più il voltastomaco. Nell’ufficio di Wambua, un palazzotto rivestito di Galana in mezzo al niente dell’Africa, si respira preoccupazione ma anche abitudine a battaglie quotidiane per conservare uno dei grandi patrimoni di questo Paese. Anche per il bene del turismo. “Ci tengo a precisare – dice ancora Wambua – che per i turisti che arrivano allo Tsavo Est, non c’è alcun pericolo.
I bracconieri non hanno alcun interesse a farsi vedere o ad attaccare le persone.
Si muovono a piedi e mai di giorno, evitano le vicinanze dei campi tendati o dei lodge perché sanno che sono sorvegliati. I vostri connazionali ogni anno premiano in massa il nostro lavoro e sono sempre i benvenuti”.
Magari, se lanciassero qualche bottiglietta di plastica o fazzoletto usato in meno sotto le acacie o sulle sponde del Galana river, sarebbe meglio…

(fine prima puntata -foto di Leni Frau)

mercoledì 28 dicembre 2011

DOVE C'E' MALINDI C'E' CASA?


Sarà un lascito degli antichi romani con le loro “domus”, sarà che abbiamo avuto i primi grandi architetti dell’umanità o semplicemente che siamo sempre stati un popolo di ciabattari. Ma noi italiani abbiamo il culto della casa e lo esportiamo ovunque, anche dove non sarebbe necessario.
Prendiamo il Kenya: per vivere qui, ce lo insegnano gli indigeni, bastano quattro mura anche sottili e un tetto di foglie di palma secca. Se ci rechiamo nell’immediato entroterra, in ogni villaggio di capanne di fango, troviamo sempre almeno una casetta in cemento che ha queste caratteristiche: semplicità di forme, economia di materiali e un’ampia veranda. D’altronde cosa ti vuoi inventare, con il clima che c’è? Per avere sempre un po’ d’aria basta mettere le finestre in asse, fare il tetto piuttosto alto e non controsoffittare, tirando al limite sottili fili da pesca molto fitti sotto il tetto di makuti, per evitare che vi possano cascare in testa pipistrelli o serpenti.
I britannici, guarda un po’, costruivano proprio così le case. Tutte le villette si assomigliavano. Le ampie verande fungevano anche da salotto, chiuse con cancellate di ferro da lucchettare per evitare intrusioni. La cucina aveva sempre un disimpegno nel retro e le camere sparivano in una sezione “notte”, rimanendo chiuse fino a sera e al riparo dalle zanzare. In più le loro case erano immerse nella natura del terreno che le ospitava. Guai a togliere un baobab, a segare una palma, a stendere un’acacia o trapiantare un flamboyant. Così è rimasta Watamu, nel lato mare, così è per buona parte Diani, in costa sud.
Noi italiani, invece, non ci accontentiamo di una semplice dimora. Macché! Noi siamo quelli che nel medioevo s’inventavano lo splendore di San Gimignano, che al sud hanno ricavato capolavori dal tufo, che sanno costruire chalet di legno che resistono persino al ghiaccio e alla neve. Siamo quelli delle case colorate liguri, dei trulli di Alberobello, delle antiche cascine. Edilizia basilare, di sopravvivenza e di vita sana a contatto con la natura e con la zona di appartenenza.
Ecco cosa avremmo potuto esportare nel meraviglioso Kenya! Non solo perché saremmo stati in sintonia con questi luoghi, ma perché la qualità della nostra vita sarebbe migliorata, che è l’aspetto che buona parte di chi si è trasferito in Kenya ha considerato.
E invece no. A parte qualche raro caso, ci siamo affidati al nostro lato moderno, all’inventiva di fior di palazzinari che hanno cementificato l’Italia del boom e che proseguono ancora adesso, dove c’è un filo d’erba libero. Ora Malindi può somigliare anche a Viserbella di Rimini, a Marina di Cecina o a Lido di Jesolo. In compenso abbiamo ville hollywoodiane (che se non le riempi di arie condizionate hanno la temperatura del New Mexico), parodie della Costa Smeralda, tenute in stile Franciacorta e palazzoni in stile Ostiense Lunga.
Questo perché per noi italiani la casa è tutto, il guscio indispensabile. Non è solo rifugio, alcova, reggia. E’ anche un biglietto da visita, uno specchio riflettente, dice chi siamo e come siamo fatti. Dormire, quella è l’ultima cosa! La casa è fatta per ricevere, per ospitare, per vantarsi. Guai a passare più tempo all’aria aperta che in casa, a socializzare col primo arrivato. In casa nostra siamo noi a decidere chi varcherà la soglia. Siamo i padroni, gli imperatori del nostro nido.
A Malindi i piccoli imperi non si contano. I signorotti italiani hanno sotto di sé un piccolo esercito che magari non marcia sempre dritto, ma difficilmente si ribella: houseboy, cuoco, giardiniere, addetto alla piscina, askari. Con magari una bella manager casalinga che coordina il tutto e all’occorrenza fornisce altri servizi. Per fortuna il nostro bel Kenya è talmente immenso che piastrellarlo tutto è un’impresa titanica, ma alcuni piccoli Ligresti locali lo farebbero volentieri. Già mi vedo gli slogan: “Acquistate un monolocale a Malindi 2, a soli dieci minuti dall’ingresso dello Tsavo!” oppure “Affittasi elegante open-space a Mambrui, dodicesimo piano vista mare”. E una fila di stabilimenti balneari tutti belli e colorati, con le sdraio e gli ombrelloni, non ce li vedete? E perché insistere con i villaggi turistici, che sono dispendiosi e dispersivi: costruiamo delle belle, tetragone pensioncine tre stelle! La verità è che a Malindi e dintorni c’è ancora troppa poca Italia, per colpa di chi non la considera ancora un vero investimento e continua ostinatamente a riempire di cemento il Meridione o le periferie delle grandi città del nord del Belpaese.
Basterebbe una vacanza ai grandi speculatori edilizi nostrani, per rendersi conto che qui c’è campo aperto per la grande edilizia popolare, per quartieri dormitorio, centri direzionali, perfino per tangenziali con pedaggio…ci vuole solo un po’ di coraggio!
Ma noi amiamo Malindi, facciamo resistenza (passiva) e restiamo fiduciosi: chissà che questa crisi non faccia l’unico miracolo positivo, rimettere a posto la testa di tanti connazionali, far apprezzare loro le cose semplici, fargli preferire una passeggiata al mare a un pomeriggio davanti alle slot machine, un villaggio giriama in più e un residence in meno, un’opera di solidarietà al posto di una causa in tribunale.
D’altronde se il transatlantico Italia affonda nel Mediterraneo, perché trasportarne i relitti arrugginiti sulle rive dell’Oceano Indiano?

domenica 18 dicembre 2011

MALINDI DALL'ASKARI ALLA ZANZARA


Viene presentato martedì 20 dicembre alle 19, ai bordi della piscina del Mwembe Resort di Malindi e al ristorante Lorenzo Il Magnifico, il nuovo libro di Freddie del Curatolo con i disegni di Max Banfi, "Malindi dall'Askari alla Zanzara - piccola enciclopedia per gli italiani in Kenya". Un volumetto ironico di grande utilità per chi si trova a scoprire, riscoprire o scoperchiare la costa keniota da turista, naturista, culturista futurista e ora non lo è più.

Ecco la prefazione:

E’ praticamente impossibile completare una sorta di piccolo dizionario enciclopedico della Malindi italiana.
Proprio per questo motivo ci siamo divertiti a provarci, utilizzando la ricetta a noi cara dell’ironia.
Le “voci” possono cambiare, aumentare o diminuire nel giro di pochi minuti. Siamo certi che, mentre andavamo in stampa dopo aver corretto le bozze, sono sortite altre venti o trenta definizioni e ce ne siamo ricordate altrettante che non appaiono qui sopra.
Vorrà dire che ci toccherà, tra un paio d’anni, ristampare una versione aggiornata e corretta, con notizie più fresche e nuovi disegni.
E a voi toccherà ricomprarla.
In fondo, come è giusto che sia per chi vive l’Africa nel rispetto del suo popolo e delle abitudini ancestrali proprie di questo Paese, il libro che vi apprestate a sfogliare è un prodotto artigianale e genuino e come tale può contenere qualche imprecisione e talune mancanze.
Ci scusiamo fin d’ora con i gestori o proprietari degli esercizi commerciali che non sono stati citati. Non pensiate di starci sulle balle, semplicemente ci siamo dimenticati di voi.
Non fatecelo pesare, vi preghiamo, la prossima volta che verremo ad acquistare qualcosa da voi o vorremo usufruire dei vostri servizi. Ce la caveremo regalandovi una copia del libro e promettendovi l’inserimento nella prossima edizione?
Eppoi, mica siamo le pagine gialle! E nemmeno l’elenco del telefono, infatti abbiamo inserito solo i nomi dei personaggi famosi che sono passati da Malindi, più qualche soprannome divertente dato ai residenti.
Avremmo potuto anche fare un po’ più di satira, ma sono tempi strani, in cui anche in Kenya non tutti riescono più a ridere e a scherzare come ci hanno insegnato le popolazioni locali. Ci sono troppi permalosi in giro, e altrettanti maliziosi. Perché rischiare di essere fraintesi? Il nostro intento è solo quello di presentare il luogo in cui viviamo e le sue peculiarità, in forma simpatica e canzonatoria. Ma senza offendere nessuno. E con grande rispetto per tutti.
Per quanto riguarda invece le voci più “serie”, non siete (come potete immaginare) di fronte a un testo scientifico o sociologico. Troverete sicuramente inesattezze, superficialità, esagerazioni, mancanze.
A volte in buona fede, a volte no.
Ricordatevi che avete tra le mani semplicemente un divertissement; non c’è tutto, ma di tutto un po’.
E soprattutto, saranno anche stracavoli nostri?
Cordialmente

Freddie del Curatolo e Max Banfi

venerdì 16 dicembre 2011

RETTIFICARE, NON RITRATTARE...E COMUNQUE: SI RIPARTE!!!


Eccomi qui, il giorno dopo, a dirvi che la scuola calcio Karibuni Genoa di Malindi non chiude. Questo ovviamente non significa che non ci siano stati e non ci siano problemi, intendiamoci. Come ha detto l'AD Zarbano al Corriere Mercantile "...considerato che ci era stato chiesto un aiuto e un aiuto lo abbiamo dato. Purtroppo quando si pensa di fare qualcosa di buono, si deve fare i conti con gente che chiede e pretende".
PRECISIAMO e spero per l'ultima volta: Al Genoa non è stato chiesto un AIUTO. Con il Genoa CFC e la Onlus Karibuni, una delle realtà più trasparenti e inserite nella solidarietà in Kenya, è stato approntato un progetto che prevedeva una crescita di anno in anno, con la certezza di svolgere un lavoro sociale senza precedenti. Per questo progetto, di cui esiste ovviamente un cartaceo e anche un allegato mail con accettazione da parte del Genoa, si parla di 25.000 euro annui. Sono arrivati dalla società, per adesso, solo 10000 euro e sono passati quasi due anni. CHI E' CHE CHIEDE E PRETENDE? Ora, ne sono stati promessi altri 10000 e vengono considerati manna che cade dal cielo. Certo, per i miei ragazzi lo sono e lo saranno, e la mia gioia nel rettificare (E NON RITRATTARE, caro Angeli autore del titolo di quell'articolo...le parole sono importanti)era dovuta solo a quel pensiero. Oggi come oggi, per una questione di principio, non possiamo permetterci di rinunciare nemmeno a 100 euro. Tutto serve a questi ragazzi e a un progetto che vorremmo ne potesse far crescere decentemente molti di più. Quando i soldi saranno accreditati sul conto, forse, potrò raccontarvi una nuova storia.
FORZA GENOA e FORZA GRIFONCINI ROSSOBLU KENIOTI!

giovedì 15 dicembre 2011

CHIUDE LA SCUOLA CALCIO GENOA


“Questa è una notizia che da appassionato d’Africa, da tifoso e soprattutto da persona che lavora nel sociale, non avrei mai voluto dare: dopo soli due anni dalla sua creazione, la scuola calcio Genoa di Malindi è costretta a chiudere i battenti. Costretta dalle promesse mai mantenute dalla società e dalla mancanza completa di interesse e dialogo tra Genova e Malindi. Domani si scioglierà un gruppo di ex ragazzi di strada che, con gli splendidi colori rossoblu addosso, hanno imparato a superare mille problemi, a migliorare i loro voti a scuola, a diventare un gruppo indistruttibile di veri amici. Verrà troncato un progetto sociale che è stato lodato e portato ad esempio in tutto il Kenya come il modo più efficace per diminuire la microcriminalità adolescenziale, che ha tolto dalla strada migliaia di ragazzi che ogni settimana venivano a seguire le partite dei loro coetanei. Un progetto che ha permesso, grazie all’aiuto dei tifosi e delle sporadiche donazioni di aziende e privati, di creare eventi unici nel mondo come il Torneo degli Orfanotrofi.
L’idea della scuola calcio era nata per gioco, dal mio libro “Genoa Club Malindi”. Alla fine di questo diario semi-reale, auspicavo la creazione di un piccolo Grifone in Kenya. L’associazione Onlus Karibuni ha cercato di trasformare il sogno in realtà, contattando la società Genoa, attraverso la Giochi Preziosi. L’iniziativa, nel novembre 2009, è stata presentata in pompa magna con una conferenza stampa a Villa Rostan, con Beppe Sculli come testimonial. Per una settimana sono stato intervistato da stampa e media e ho illustrato il progetto sociale. Da allora più volte il sito del Genoa e altri lidi internet a tinte rossoblu si sono occupati della creazione e della crescita della Karibuni Genoa di Malindi. Così ha fatto anche la stampa. Il nome del Genoa keniota è approdato sui media nazionali. Ma in poco tempo siamo stati lasciati soli e siamo andati avanti grazie al grande cuore dei tifosi e a molti turisti italiani, anche non genoani, che si sono affezionati al progetto, vedendolo sul campo. Infatti l’accordo con l’Amministratore Delegato del Genoa Alessandro Zarbano, prevedeva uno stanziamento di 25 mila euro all’anno. Nel 2010 sono arrivati solo 10 mila euro, unitamente a una muta incompleta di maglie dalla Scuola Calcio Barabino & Partners, priva di pantaloncini, calzettoni e scarpe. Nel 2011, dopo assicurazioni verbali e promesse, non sono arrivati neanche quelli. I due giovani calciatori kenioti portati a Genova nel novembre 2010 a vivere una settimana con gli Allievi, sono stati pagati da Karibuni Onlus e non hanno nemmeno ricevuto vitto e alloggio. L’unica cosa che il Genoa ha fatto è stata pagare a me l’albergo (grazie).
Mentre il sito internet rossoblu continuava ciclicamente a pubblicizzare la bella iniziativa sociale, la Karibuni Onlus doveva fare i salti mortali, tra le sue tante iniziative in Kenya, per racimolare qualche soldo per farci andare avanti e io ho fatto lo stesso. Nella speranza che prima o poi Preziosi e i suoi, ci facessero un regalo. Avevamo grandi progetti per rendere la scuola calcio Genoa un “unicum” in tutto il Continente Africano. E con soli 25 mila euro all’anno avremmo fatto cose inimmaginabili, che oltre a coinvolgere centinaia di ragazzi, avrebbero dato lustro al nostro Grifone.
Invece niente. Niente di niente, inspiegabilmente.
Così con un dolore grande nel cuore, dopo le ennesime mail spedite in società che non hanno avuto risposta, se non un’altra decina di magliette da Barabino, abbiamo deciso di dire ai ragazzi la verità. Sarà durissima, domani. Questi ragazzini hanno già i nostri colori nel sangue. Durante l’ultimo torneo hanno raccolto chissà come, gli spiccioli per preparare dei braccialetti rossoblu con scritto Genoa Cfc, da regalare a tutto lo staff. In finale sono arrivati anche i loro tifosi, coetanei con un bandierone che a fine partita tutta la squadra ha autografato e con cui hanno fatto il giro del campo. In questi due anni ho spiegato loro la filosofia della squadra più antica d’Italia, la sua dignità, l’orgoglio che non è legato unicamente ai risultati…altrimenti…
Dovrò dire a questi piccoli grandi giocatori, a questi miei figli, che il Genoa ci ha tradito. Che tutti insieme valgono meno di un mese di stipendio di Ribas, che le plusvalenze non contemplano un piccolo aiuto a chi non ha nulla, se non una speranza legata a un pallone, a due colori.
Ahmed, Joseph, Baraka, Stanley, Gift, Kalu, Eugene, Waweru, Juma, Jamal, George, Rashid e gli altri a gennaio torneranno a trovarmi ed allenarsi. Speriamo per quel periodo di aver trovato un’altra squadra che si prenderà a cuore la loro crescita. Altrimenti non potremo più garantire loro borse di studio, incentivi per migliorare le condizioni della scuola che frequentano e aiuti ai genitori. Stiamo parlando di ragazzi che a volte non trovano a casa nemmeno una pallina di polenta, per cena. Qualcuno di loro è stato adottato a distanza, come Joseph che studierà grazie ai Grifoni in Rete ed altri due di loro grazie a donazioni di tifosi. Probabilmente il presidente Preziosi, indaffarato com’è, non saprà nulla di questa situazione. Ma la dirigenza non può cadere dalle nuvole, tutte le mail inviate da un anno a questa parte parlano chiaro. Ci siamo stufati di non ricevere risposte, di chiedere e di prostrarci per un aiuto che ci era stato promesso. Per un progetto che ha portato più benefici d’immagine al Genoa che benessere ai nostri ragazzi per cui c’è ancora tanto, forse troppo, da fare. Che tristezza, vecchio Balordo.
Dall’Africa, col Genoa nel cuore ma il cuore a pezzi, Freddie del Curatolo”.

mercoledì 7 dicembre 2011

CIAO PICCOLA ANDREA


Addio piccolo cuore innocente. Ci hai insegnato che si può voler bene a qualcuno senza pretendere nient'altro che il suo bene. Ci hai fatto sperare nell'impossibile, ci hai confermato che abbiamo amici dal cuore più grande della sofferenza e della vita stessa. E' andata come si sapeva. Mi piace pensare che ogni tanto, e per un periodo più lungo di quel che avrebbe dovuto essere, un raggio di sole ha scaldato anche te, un po' d'amore è entrato anche nel tuo cuore. Ciao Andrea.

domenica 18 settembre 2011

KARIBU ANITA TAMU!


Non credevo che in vita mia avrei avuto un figlio, figuriamoci due. Benvenuta Anita Tamu, “karibu” come si dice nel luogo in cui sei nata. Non ti abbiamo cercato ma io e la mamma siamo molto felici che tu sia arrivata. Un po’ perché entrambi abbiamo una sorella minore, un po’ perché i figli unici ci sono sempre stati sulle balle. Credono di essere gli unici al mondo come lo sono stati per mammà e il luogo comune secondo cui sono un po’ viziatelli e permalosi, è un luogo comune…ma è vero. Piccola Anita, la grande Agata ti ha accarezzato ieri dall’alto dei suoi due anni e mezzo e diceva “sono grande, io…guarda che piedi piccoli Anita”.
Diventerete grandi amiche. Di più, inseparabili.
In un mondo sempre più individualista, sempre più egoista, questa è già una gran bella cosa.
L’altra, a mio modestissimo parere, e che vi amo.

giovedì 8 settembre 2011

UNA FAVOLA ROSSOBLU PER ANITA (che non volle nascere il 7 settembre)


Nascerai in settembre, come un mio grande amore
Piccola Anita mia, che ti muovi con ardore
Nel ventre di tua madre fai le tue evoluzioni
Son giorni d’ansia e attesa, di sogni e sensazioni
Amore del mio amore che hai dato il tuo segnale
Io ti aspettavo oggi in un giorno un po’ speciale
Il 7 di settembre è un grande anniversario
Di quelli che da sempre segno nel mio diario
Ma non ti fare un cruccio, arriva quando vuoi
Prendi tutto il tempo, lo recuperiamo poi
Per vivere e conoscerci, proteggerti e cantare
Avremo giorni interi, di sole, pane e mare
Se fossi nata oggi, il tuo secondo nome
Come per tua sorella, lo avrei chiesto al Grifone
Ma tu sei nella pancia e non sei ancora pronta
Ascolta questa favola, che il babbo ti racconta
E’ la storia di una fede che ho dentro, dolce Anita
Che festeggiamo oggi e da un senso in più alla vita
Hai un mondo da scoprire, nuova figliola mia
Io guardo spesso indietro, con molta nostalgia
Sarai tu il mio futuro, la mia grande speranza
Che con entusiasmo e gioia prosegua questa danza
Quel che festeggio oggi iniziò quand’ero bimbo
Non proprio come te che sei ancora dentro un limbo
Un giorno capirai, quando per mano al tuo papà
Entrerai nel Tempio ed insieme si urlerà
“Coi pantaloni rossi e la maglietta blu”
Agata ed Anita, sarete la mia gioventù
Ascolta Anita questa storia
Che ti narra la mia memoria:

Quando il pallone era un pallone
Non un puntino in televisione
Non c’erano tessere per i bravi tifosi
Solo bandiere, fumo e cori festosi
Quando la gradinata non era coperta
E per me fu la più grande scoperta
Più del primo hashish, della prima media rossa
Il treno da Savona, la sciarpa della Fossa
Il cuore già batteva in Borgo Incrociati
Vedendo le finestre e i balconi imbandierati
Il sogno di un bambino che ha scelto una fede
Frugava dentro il petto, cercava la sua sede
Battemmo l’Atalanta, segnò di testa o’Rey
La passione confondeva tutti i sogni miei
Gli anni erano piombo sparato dritto al cuore
Le lotte nelle piazze, nel Tempio solo amore
Come un operaio, la domenica in corteo
Lo sguardo di Guevara, la grinta di Arcoleo
Le marce studentesche con la sciarpa rossoblu
La musica di Strummer, di Marley e degli Who
Col Rimini la festa, salimmo con Simoni
Onofri capitano di undici grifoni
Uomini comuni, non eroi da venerare
Che incontravi al bar o sul lungomare
San Siro quell’estate era Bob in centomila
D’inverno per il Grifo due pareggi di fila
Ma quante sofferenze in un età stupenda
Il primo grande amore, la salvezza con Faccenda
Fratelli del Vesuvio, si resta in serie A
E cambia la mia vita ‘nte ‘na Creuza de mà
Amar sempre più Zena, tra musica e poesia
Far parte di una storia che diventa anche un po’ mia
Piangendo Berlinguer e una prematura morte
Il pari di Firenze, imprecando per la sorte
Si torna tra i cadetti, a contestar Fossati
Il sesso dietro ai banchi nei licei occupati
Vent’anni sono pochi, ma tante le trasferte
Trieste e Campobasso, in auto le coperte
Si rischia lo sprofondo, la Nord non molla mai
Fino all’esodo di Modena che ci toglierà dai guai
L’Italia sembra nuova, il mondo un po’ migliore
Trema il muro di Berlino, arriva il Professore
Vincenzo, poi Gianluca, e Stefano e Gennaro
Lo spogliatoio unito, un popolo corsaro
In migliaia a Monza e Brescia, e a San Benedetto
A Udine ed Ancona, due volte sullo Stretto
Con Scoglio è promozione e arriverà anche Pato
Il Genoa uruguagio ci farà perdere il fiato
Intanto cade il comunismo, se ne vanno gli ideali
Solo stare nella Nord ci fa sentire tutti uguali
Divorzia il mago eoliano, e siamo un po’ più soli
Ma arriva il grande Thomas e l’umile Bagnoli
Nell’anno dei ciclisti mandiamo cartoline
Le francobolla Branco, nel derby a lieto fine
Il quarto posto rende meno amaro lo scudetto
dei biondi ossigenati in gaio siparietto
L’Europa siamo noi, lo scopre anche la Kop
Ma l’avaro di Spinelli, al sogno dice stop
Rivede tutti i premi, si venderà i migliori
L’Osvaldo ci credeva, e invece son dolori
Esplode tangentopoli e Craxi scappa via
Manderemmo o Sciò Aldo con lui in Tunisia
Stagioni sottotono, di Giorgi e di Marchioro
Di Johnny e Tommasone, ci salveranno loro
Venduto anche Panucci, si piange Fortunato
E arriva l’anno amaro, con tutto di sbagliato
Saremo noi a pagare, per mano di un infame
L’assurdità di un tempo di bastardi con le lame
E’ morto Claudio Spagna, fottuti milanisti
Il circo tira avanti, con i suoi moralisti
Gianluca il capitano, ritorna in campo e grida
La rabbia di quegli anni, verso una nuova sfida
Sotto la gradinata nord con quel pugno alzato
Il nostro condottiero non verrà dimenticato
Firenze ci condanna, col Padova ai rigori
La pioggia lava il pianto di ventimila cuori
E intanto scende in campo, l’unto dal Signore
Col Milan vince tutto e inganna l’elettore
Lui svenderà l’Italia, noi regaliam Montella
Lo prendono i ciclisti, e brilla la sua stella
Sono anni grigi e austeri, di palazzinari
Di accordi con la mafia, di politici magliari
Il destino prende Faber, poeta e cantautore
Anarchico di testa e rossoblu nel cuore
Vattene Spinelli, uniti noi gridiam
E quello vende tutto, si pensa ai maniman
Finisce il Novecento, al peggio non c’è fine
Col burattino Scerni, Mauro e le ballerine
Arrivano da Fermo, fan saltare Delio Rossi
Poi salta pure il banco e son problemi grossi
Tra ras di Montecarlo, i cani e gli sceicchi
Sogliano che ci prova ed altri finti ricchi
Al governo torna il nano e il mondo vira a destra
Il sangue scorre a Genova, non basta la protesta
Dimenticare è un virus che han preso gli italiani
Per noi vivrà per sempre il ragazzo Carlo Giuliani
Ci aggrapperemo a Scoglio, che porta i tunisini
L’estate è molto calda, ma in autunno siamo primi
L’attacco delle torri,tra i dubbi e la paura
Ci porta in un sistema in cui manca la misura
Il pellerossa Nube è tutto fumo e niente arrosto
Non paga gli stipendi, poi se ne sta nascosto
Poi il prof ci lascia soli con la sua favola africana
A urlare che la mamma di Canal è una puttana
E noi piangiamo Edo, solo il cielo sa perché
C’è il fantasma di Edy Reja, Onofri siam con te
Tifoso e allenatore, con Picchia suo fratello
Niente soldi, solo cuore ma la sorte è un coltello
Colpisce come il male che porta via Fabrizio
Si sfalda un altro sogno, davanti a un precipizio
Col prode Scantamburlo, senza una società
Con arbitraggi contro e una squadra da pietà
Vicini al fallimento, con le lacrime sul viso
In migliaia col Cosenza e i pensieri su a Treviso
Il businessman Preziosi ci acquista a costo zero
Ci chiede di sognare e sembra anche sincero
La realtà è che andiamo in C e veniamo ripescati
Donadoni poi De Canio non ci hanno sollevati
Novembre è un mese triste, Gianluca vola via
Lo porta al terzo piano un’assurda malattia
Dall’Argentina un Principe illumina l’inverno
Si accende nuova luce nel nostro amore eterno
A giugno grandi acquisti del giocattolaio
Dal Como martoriato arrivan Tizio e Caio
Ecco Serse Cosmi che aizzerà la folla
La squadra è pure buona e scatterà la molla
Voliamo soli in vetta, con Milito e con Stellone
Ma in primavera scricchiola qualcosa nel Grifone
Sembrava tutto fatto…ma la nostra storia è questa
Tra mercenari infami si prepara la tempesta
Iachini fa il bastardo ma col Venezia son tre punti
Dopo dodici lunghi anni, in A saremmo giunti
Il bagno in De Ferrari ci illude in centomila
Una vicenda oscura all’inferno ci rifila
Sarà una valigetta e un’indagine doriana
A mandarci in serie C dopo qualche settimana
Il Genoa c’era un tempo, e sempre ci sarà
Ci rapiranno i sogni, ma torneranno qua
L’inferno conosciamo, e anche il purgatorio
Ormai sappiam distinguere la merda dall’avorio
Per questo continuiamo a tifare in ogni stadio
Quell’anno io ho sofferto da lontano, alla radio
Pensavo ai miei fratelli a Busto Arsizio e Giulianova
Con l’orgoglio e l’amicizia si supera ogni prova
Due feste promozione in altrettanti anni
Ci han dato grandi gioie e tolto dagli affanni
Sarà che son più vecchio, saran questi anni amari
Ma non ho più fatto il bagno in De Ferrari
Siamo tornati in A e di questi anni non ti canto
Li scoprirai da te, che non cambiano più tanto
Mi sono divertito col Gasp più spumeggiante
E il Paese mio affondava con Silvio l’arrogante
Ho sognato anche la stella col ritorno di Milito
Ma quando lo ha venduto con Thiago, ho capito
La fede non è un gioco, è una cosa superiore
Non c’entra col pallone o con un bravo giocatore
E’ avere dei fratelli e una filosofia comune
Dividere passioni, pensieri e anche sfortune
Ti ho scritto questa storia per farti appassionare
A una cosa antica e pura che ancora fa sognare
Genoa si chiama, ma puoi chiamarla Vita
Un briciolo di eternità in un’epoca finita
C’era prima di noi e ci sarà anche dopo
Non avrà padroni, è una fede senza scopo
Vuol dire appartenenza, rispetto e fratellanza
Anita mia ricorda, è questa la speranza
Sapere che c’è gente, che ha il tuo stesso cuore
Che vive e che combatte in nome di un valore
Sei benvenuta piccola in questo mondo storto
Se vivi genoana, non potrai mai avere torto.

lunedì 5 settembre 2011

IL GROSSO GEKO IN MUTANDE (una storia vera)


Bahari Beach Hotel, Mombasa. Otto di sera. Un uomo grasso è solo nella suite dell'albergo. Moglie e figlia sono nella terrazza del ristorante e lo attendono. La camera ha una piccola veranda che offre un fazzoletto di vista mare e si affaccia su un giardino comune ad altre stanze. L'uomo grasso si è appena fatto la doccia e si sta preparando per uscire. Fuori è buio. Mentre indossa le mutande e identifica con gli occhi la camicia, cerca in giro le scarpe. Non le trova. Alla veranda si accede tramite una porta-finestra a vetri, nascosta da grandi tende bianche. L'uomo grasso pensa che potrebbe avere lasciato le scarpe fuori, ma non vuole aprire la porta-finestra perché sa che entrerebbero parecchie zanzare. Così scansa una tenda e si affaccia alla porta-finestra, in mutande, per cercare con lo sguardo le scarpe. Fuori è buio e l'uomo si accorge di riuscire a vedere oltre la porta-finestra solo se fa ombra con il suo enorme corpo. Quindi si mette in posizione, appiccica la pancia contro il vetro e alza una gamba per sistemare l'ombra in direzione del pavimento. Sembra Renato Pozzetto in una scena di una commediola italiana fine anni Settanta. L'uomo ripete l'operazione a sinistra, schiacciato come un geko. Non sembrano esserci scarpe in veranda. Fa ancora due o tre mosse del genere, utilizzando gambe e braccia, spostando il grosso ventre e roteando la testa verso il basso. Ad un certo punto, istintivamente, alza la testa e si accorge che c'è un askari, la guardia notturna africana, di fronte a lui che lo sta osservando, probabilmente da parecchio tempo. In quella situazione, all'uomo non resta che salutare e sorridere, con il braccio appiccicato al vetro. Anche la guardia saluta. L'uomo ha grande esperienza d'Africa e del suo popolo, ma questa volta non riesce proprio a immaginare cosa possa avere pensato l'askari, tra simbiosi con rettili o accenni d'autoerotismo. Di sicuro qualcosa di simile a: "questi bianchi sono strani...strani forte".

domenica 4 settembre 2011

LENNY IN BIANCO E NERO MI HA GABBATO UN’ALTRA VOLTA

Scaricare non costa nulla, ma il tempo è denaro. Dopo questa equazione decido di scaricare nel sonno l'ultimo album di Lenny Kravitz, "Black and white america".  Che quando sono buoni li vado a comperare lo sapete, ma lui mi ha già fregato un paio di volte, in passato. Eccoci: se il titolo è promettente e la copertina (scaricata anch'essa)  mostra Lennino da bimbo a una manifestazione per i diritti dei negri ricchi ed ebrei con tanto di simbolo della pace disegnato in faccia, dopo l'ascolto della title-track esclamo: "Epperò" e ci aggiungo montagne di cazzi esclamativi. Allora l'America in bianco e nero è proprio quella che speravo di riascoltare...quella del grande Gil Scott Heron, della black music anni Settanta, tardo motown per intenderci. Chiaro, Lenny ripropone, rubacchia, clona. Ma nei primi due album, ispirati al rock settanta un po' psichedelico analogico lo aveva fatto bene, insomma ci eravamo cascati in tanti...poi via via si era infighettato e aveva seguito la corrente del golfo, quella piena di petrolio merdoso. Niente da fare, pure se sei ricco di famiglia, il successo ti fotte. Poi quando ti trombi Nicole Kidman (dopo Vanessa Paradis...) si sarebbe liquefatto pure Peter Gabriel. Ma stavolta, a vent'anni di distanza...dai che Lenny è tornato quel buongustaio che ti ripropone la ricetta vincente, senza usare la panna né il burro (sodomizzante, s'intende).
Allora il primo pezzo dicevamo, viaggia...tappetone black con fiati e il synth che non stona, anzi ricorda proprio gli sperimentatori alla Gil. Passo al secondo, e l'atmosfera si fa rock ma ancora piacevole. Ed ecco che già con "In the black" s'intrasente la presa per il culo...via via che trascorrono le tracce ecco che torna il Kravitz di sempre, quel simpatico quarantasettenne rincoglionito che però mortacci sua sa suonare. E ti frega, perchè Liquid Jesus si fa ascoltare, "Looking back in love" la metti nel piatto (come si diceva una volta, ma anche come si rifanno le ricette burrose oggi) e viaggia notturna come un solstizio. Però ti sei dovuto sciroppare una melensa e inutile "Superlove" e la marchettona con Jay Z e un altro rapper della minchia. Per non parlare di "Faith of a child" in cui il grande imita se stesso che imitava marving gaye quando era triste triste e non ci aveva grandi idee.
Eccolo lì, insomma, il solito marpione di "It ain't over". Dice che la musica deve essere emozione, trasporto, che non ci devi pensare troppo sopra. O ti piace o ti fa cagare. Son passati vent'anni e non ho ancora capito se Lenny Kravitz mi piace o mi fa cagare, e se l'emozione mi trasporta al cesso o altrove. Intanto mi ha gabbato alla buona. Per fortuna lo scarico è scarico. Il computer lo sa, e il wc pure.