martedì 24 settembre 2013

I TITOLI DEI MIX SULLE MUSICASSETTE

Quando non c'erano le playlist, ma i "mix", il cui titolo era scritto con gli Uniposca e contornato con le uniball. Duravano 90 minuti, una ventina di canzoni che ci facevi Milano-Rapallo quando non c'era traffico nell'autoradio Majestic che sulle prime del lato B rallentava un po'. E i titoli dei mix erano tutti un programma...un'avventura, un ricordo, un pensiero, un'idea. Com'era quel tempo, com'era quell'età. Come (per fortuna) sempre sarà la musica. E forse anche il mio cuore.

domenica 15 settembre 2013

GENOA-SAMP IN KENYA SULLA GAZZETTA

(di Marco Pastonesi) C’era una volta soltanto il Genoa. Poi sono arrivate, a Genova, Andrea Doria, Sampierdarenese, Liguria, La Dominante, Giovani Calciatori Grifone, Spes Genova e Giovani Calciatori Genova. Dal 1946, anche la Sampdoria. E da allora, il derby di Genova – il derby della Lanterna – è fra Genoa e Sampdoria. Due volte l’anno, quando va bene. Domani sera: Samp-Genoa. Ma c’è un derby fra Genoa e Samp che si gioca una volta al mese. Non a Genova, ma a Malindi, in Kenya. Karibuni Genoa (“karibuni” in swahili significa “benvenuti” ed è il nome di una onlus che propone un progetto sociale legato al calcio, ed è sostenuto dai tifosi genoani) contro gli orfani della Happy Samp Watamu (l’orfanotrofio inglese Happy House è sostenuto dai tifosi blucerchiati). A organizzare tutto il presidente Freddie del Curatolo, scrittore e giornalista, genoano, che dal 2005 vive a Malindi e si occupa di solidarietà, a sua volta sostenuto da alcune associazioni locali. In campo vanno ragazzini dai 12 ai 15 anni, dei quartieri poveri, delle favelas, degli slum. Unica condizione: i ragazzini devono impegnarsi a scuola. Maglie rossoblù e blucerchiate. Terra più che erba, e pozzanghere d’acqua durante la stagione delle piogge. Dribbling, cross, gol, invece che droga, furti, violenze. Per un po’, per un tanto, magari per sempre.

martedì 10 settembre 2013

KWAHERI ABOO, IL VERO CLOCHARD DI MALINDI

Era morto già parecchie volte, Aboo. Questa purtroppo è proprio l'ultima. Quando lo hanno portato via da un angolo buio di Lamu Road che aveva scelto come giaciglio, non c'era più possibilità di rianimarlo. Non come la penultima volta, quando tutti avevano giurato di averlo visto spirare e invece si era piano piano ripreso dal coma, tornando a passeggiare davanti al Karen Blixen. Aboo era uno dei più longevi questuanti di Malindi, ma l'unico che avremmo potuto definire clochard. Nei primi anni Novanta era il capo dei tassisti, ma lo stipendio se ne andava tutto in Tusker Lager. Poi l'avvento dei tuk-tuk lo aveva lasciato senza lavoro. La sua voce roca da cantante soul americano non designava più le vetture per i turisti, ma lanciava invettive politiche o raccontava storie surreali, e chiedeva qualche spicciolo ai turisti, quasi sempre in maniera meno invadente dei suoi "colleghi". Io con Malindikenya.net per anni lo ho mantenuto, pagando l'affitto della sua baracca, perché era una specie di monumento di una Malindi a cui siamo affezionati, guarnita anche di personaggi come lui. Sono stato a casa sua, nel ghetto di Kisumundogo, si parlava di conflitti etnici, di corruzione, snodava le formazioni delle squadre di calcio italiane, elargiva commenti sarcastici su qualche italiano che proprio non gli andava a genio. Per molti, uno dei tanti "fastidi" giornalieri di Malindi. Per me un simpatico accattone, forse troppo intelligente per vivere la strada di questi tempi non più poetici come una volta e come è stato spesso il suo modo di vivere. Addio vecchio Aboo, mi mancherai.

domenica 28 luglio 2013

CIAO JJ, HOPE THERE'S LIFE AFTER MIDNIGHT

Un pezzo del mio essere blues se n'è andato. Il "mio" blues, che non è solo malinconia o accompagnamento all'alcool, ma anche tranquillità, senso di appartenenza a un mondo semplice, un andar per strade conosciute, ha perso un compagno di giochi, di pensieri e di bevute. Un pezzo di me, quello più tranquillo e raffinato, più solitario e notturno, concreto e coerente, eppure sognante e romantico, ma un filo ironico e cinico, umile e geniale. Che bel piacere la sua gentilissima chitarra, il suo sussurro che non sapeva essere invadente. Ciao grande JJ. Tell us if there's life, after midnight.

lunedì 1 luglio 2013

SAFARI BAR - SERATA PER IL KENYA A MILANO, CHE SUCCESSO!!!

"Cronaca di un successo annunciato. Da giorni se ne parlava qui e su Facebook, molte le prenotazioni e l'interesse suscitato anche dalla diretta streaming. La serata evento di Malindikenya.net con lo spettacolo "Safari Bar" di Freddie del Curatolo e Marco "Sbringo" Bigi è stata straordinaria. Vuoi per il cast composto da ottimi musicisti accomunati dallo stesso spirito, vuoi per gli amici cabarettisti Alessandra Sarno, Giorgio Centamore e Giorgio Ganzerli che si sono prestati a gag che hanno inframmezzato il concerto, vuoi per la stessa musica, espressa da una superband composta da Savino Cesario e Franco Cufone alle chitarre, Furio Bigi al basso, Fabio Amodio alla batteria, Roberto Coppolecchia al sax. Tutti insieme a supportare la presentazione del libro "Safari Bar" da ormai qualche mese in libreria in Italia, con un buon riscontro di vendite all'attivo. Anche ieri sera, copie andate esaurite. Al Centro Culturale Francescano Rosetum di Milano non c'era solamente lo spettacolo di Freddie ad allietare la serata, ma anche la cena preparata dall'Associazione Kenioti in Italia e la presenza dell'Associazione Imprenditori Kilifi County (IAKC) che ha presentato il logo "Amani Riviera" alla presenza, tra gli altri, del Console Italiano a Malindi, Marco Vancini. Suggestive anche le immagini fotografiche del Kenya proiettate di fianco al palco dai reporter Filippo Romano, Carlo Ramerino e della nostra Leni Frau. Il resto è stato buonissima musica, con i brevi interventi e monologhi di Freddie tratti dai suoi libri "malindini". Un ringraziamento alle trecento persone convenute, che hanno permesso al Rosetum di donare 1200 euro per le borse di studio di Malindikenya.net che manderanno alle scuole superiori almeno tre ragazzini. Asante sana yote!

giovedì 6 giugno 2013

LO SPETTACOLO "SAFARI BAR" IN ITALIA!


In un periodo storico in cui la fuga dall'Italia è un desiderio di molti connazionali e per alcuni è diventato realtà, si parla molto di Malindi, la località africana in cui migliaia di italiani si stanno trasferendo a vivere o si recano in vacanza per svariati motivi. Infatti la cittadina keniota non è soltanto un paradiso turistico, ma anche un luogo in cui trovare una vita più sana, libera e a contatto con veri valori della vita. Tra questi anche la solidarietà. Però sulla costa del Kenya approdano anche altri tipi di italiani: costruttori, imprenditori, uomini e donne in cerca d'amore o di avventure ed altri personaggi che compongono un inedito, originale, spesso grottesco "spaccato" d'Italia. Freddie del Curatolo, scrittore cantautore e giornalista, vive da anni a Malindi e ha pubblicato già diversi libri sull'argomento. Guide e romanzi che raccontano in maniera divertente questa strana "colonia" italica in Africa. L'ultimo si intitola "Safari Bar" (Edizioni GVE) e come Freddie è solito fare, ne è tratto uno spettacolo di monologhi, cabaret e musica per il quale l'autore viene accompagnato dal musicista Marco Bigi (autore Rai, già per dodici anni con la band di Paolo Rossi e compositore delle musiche della trasmissione per bambini "L'albero azzurro"). Tra storie, leggende, aneddoti, poesie e canzoni, Freddie del Curatolo ripercorre la storia e la geografia di un luogo a molti noto soprattutto per ospitare Flavio Briatore e Silvio Berlusconi. Ma c'è molto di più, da scoprire divertendosi e appassionandosi alla magia del "mal d'Africa".
Alfredo "Freddie" del Curatolo Nato a Milano nel 1968, è giornalista e collabora con quotidiani, riviste e siti internet. Come critico musicale ha pubblicato diversi saggi biografici, tra cui "Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano" (Selene Edizioni) e "Il provocautore" (Bevivino Editore). Per le edizioni Liberodiscrivere è uscito il vademecum "Malindi Italia, guida semiseria all'ultima colonia italiana in Africa" che è diventato anche uno spettacolo di teatro canzone, interpretato da lui stesso e portato in giro per l'Italia con il musicista Franco Cufone. Come cantautore, nel 2004 ha pubblicato l'album "Nel regno degli animali" (Alambicco/Venus). Dal 2005 vive a Malindi, in Kenya, dove dirige il portale d'informazione Malindikenya.net e segue progetti sociali.
Marco Bigi Musicista e compositore, fin dagli anni '80 si è specializzato in colonne sonore dal vivo per il teatro e il cabaret. Collabora da sempre con l'Improvvisazione Teatrale, ha fondato il gruppo "Cè quel che c'è" che ha accompagnato per molti anni gli spettacoli e le trasmissioni TV di Paolo Rossi e di altri famosi comici di Zelig, ha scritto colonne sonore per il cinema e per il teatro e dal 2001 lavora per la RAI per la quale ha suonato in orchestra, è stato consulente musicale e attualmente scrive le musiche della fortunata trasmissione per bambini "L'Albero Azzurro". Negli ultimi anni ha frequentato Malindi e dall'amicizia con Freddie sono nate le musiche per lo spettacolo "Safari Bar".
9 giugno: MARINA DI CARRARA Sgabeus, v.le Colombo 121bis prenotazioni 339 2966817
10 giugno: SARZANA Piazza Luni, Rassegna "Libri per strada"
15 giugno: CARPI Club Giardino, Strada Statale 468 Motta, 39 prenotazioni: 059 680283
21 giugno: MILANO Centro Culturale Rosetum, via Pisanello 1 serata speciale di solidarietà all'aperto con numerosi ospiti

mercoledì 3 aprile 2013

ENZO JANNACCI E RINO GAETANO (da "Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano" di Freddie del Curatolo, Edizioni Selene)

"...In realtà Rino Gaetano ha un maestro dichiarato che è difficile considerare un cantautore puro, Enzo Jannacci. Il medico meneghino di origine pugliese è quanto di più simile a ciò che Gaetano vorrebbe essere: l’espressività e le gestualità teatrali con cui si muove sul palco, i testi taglienti e crudi, minimalisti e cinematografici che passano dal drammatico al surreale, dal comico all’impegnato, i monologhi e le battute che condiscono i suoi pezzi, sono il suo obbiettivo. Partire dal concetto di “Petrolini rock”, da lui enunciato nella conferenza stampa di presentazione al Festival di Sanremo, per arrivare, un giorno, a comporre testi come il seguente, che in tempi recenti ha ispirato due musicisti romani che sono fan dichiarati di Rino Gaetano, Daniele Silvestri (“Il mio nemico” e Frankie Hi-Nrg (“Quelli che benpensano”). Il nemico non è , no non è oltre la tua frontiera, il nemico non è, no non è oltre la tua trincea, il nemico è qui tra noi, mangia come noi, parla come noi, dorme come noi, pensa come noi ma è diverso da noi. Il nemico è chi sfrutta il lavoro e la vita del suo fratello, il nemico è chi ruba il pane, il pane e la fatica del suo compagno, il nemico è colui che vuole il monumento per le vittime da lui volute e ruba il pane per fare altri cannoni e non fa le scuole e non fa gli ospedali per pagare i generali, quei generali, quei generali per un'altra guerra... (Il monumento, 1966). L’attività artistica di Enzo Jannacci, secondo Rino Gaetano, è il giusto dosaggio di cantautorato, cabaret, canzone colta e canzone popolare, denuncia e ironia spesso amara. “Di Enzo Jannacci posso dire che è un gran poeta – si legge in un’intervista rilasciata nel 1976 a Ciao 2001 – non so se mi abbia influenzato direttamente, personalmente mi sento molto vicino al suo feeling. Però c’è una differenza notevole di esperienze, di città, di età. Lui è uno che sa divertire e divertirsi… prendere le cose per il verso giusto e dire delle cose importantissime. Prendi “Giovanni il telegrafista”, dove risulta patetico con molta eleganza. Mi sento abbastanza vicino alle sue vedute”. Se fosse stato più giovane di qualche anno avrebbe scritto tormentoni come “Vengo anch’io, no tu no” o “Ho visto un Re”, ma v’è da dire che al suo fianco non c’è mai stato un Dario Fo o un Giorgio Gaber. A quest’ultimo invidia l’idea del teatro canzone, rimasta inespressa nelle prove registrate su nastro, nei fogli scarabocchiati in cui insieme con l’amico Bruno Franceschelli scriveva monologhi per introdurre le sue prime ballate. Come Gaber, Gaetano avrebbe voluto utilizzare dialoghi, battute e recitativi tra un brano e l’altro per stupire, provocare e spiegare il mondo delle sue liriche. Gaetano però non vuole fare prosa militante né sociologia, piuttosto una sorta di cabaret off, come quello dei Gufi, uno Ionesco in musical. Per questo ammira Jannacci, avrebbe voluto essere lo Jannacci romano, e Franceschelli è stato agli esordi per lui ciò che Luporini era per Gaber, un “consigliori”, un correttore di bozze, un amico colto con cui confrontarsi e scrivere. Jannacci frequenta Dario Fo, il giornalista Sandro Ciotti, Cochi e Renato, negli anni Settanta quella magnifica penna che era Beppe Viola, con cui compone canzoni e scrive racconti, poi Gino e Michele. Gaetano da questo punto di vista si sente un po’ solo, solo con la dannata periferia cantata in “Cerco”, che insieme con “Io scriverò” appare come uno dei brani più autobiografici, solo con gli amici al bar che gli offrono spunti di vita vera ma non lo portano facilmente al paradosso, allo sviluppo di modalità inedite nell’affrontare i concetti che ha in mente. Così Rino si ritira nella sua stanza di via Monte Cimone e legge, legge molto..."

sabato 30 marzo 2013

ADDIO JANNACCI, CON TE SONO CRESCIUTO, HO RISO E HO VISSUTO BENE

Il primo ricordo è Vengo anch'io no tu no...me lo cantava la mamma e lo associavo all'andare al parco giochi. Si attraversava Piazzale Biancamano, dove abitavamo, e si arrivava all'Arena. Il Parco Sempione allora era tutto aperto e i cani lasciavano enormi merde sull'erba poco curata. Fare il portiere, nelle partitelle, era un bel rischio. Poteva capitare che il pallone, calciato dall'avversario, schizzasse su una merdazza e ti arrivasse addosso...e quasi dovevi essere contento di poterlo deviare con le mani. Quando si arrivava al parco giochi, ero finalmente io a poter rispondere a mia madre "no tu no!". Il cielo degli anni Settanta era nuvole senza Messico, era una Milano che se la cantavi la dovevi cantare con la voce di Enzo Jannacci. Però c'era anche un mondo che mi girava intorno con la sua musica: c'erano Cochi e Renato alla domenica che tiravano un rigore e "la vita l'è bela"...Ho amato da subito quell'ironia immediata, surreale e un po' da bar. Era il mondo in cui entravo dando la mano a mio padre, quando il sabato lo accompagnavo a giocare la schedina del totocalcio. Ricordo quando a otto anni stordivo mia sorella cantando "Musical" e lei non vedeva l'ora che si arrivasse alla strofa "e poi qualcuno applaudirà" per poter esclamare "clip clap!" e poi qualcuno sputerà, "cip ciap!" E a capire perchè "silvano e non valevole ciccioli". Da lì in poi è stato tutto un ridere per ridere e la vita la vita. E la pojana è un falco, un falco delle mie montagne perchè ci vuole orecchio, e ho visto un re te vist cus'è? Perchè lo statu quo, e l'ottica, e quello che canta onliù e io e te che ridevamo io e te che sapevamo e prendimi amami e sgonfiami e vincenzina davanti alla fabbrica. Che bella vita con Enzo. E ricorderò da adulto, quando ho scoperto, scrivendo il saggio biografico su Rino Gaetano, quanto lui ti avesse ascoltato e idolatrato e che eri tu il suo riferimento più importante, più di Petrolini, Buscaglione e i Gufi. Poi quando ti chiamavo per le interviste e ti producevi in quei monologhi surreali che erano il tuo modo di rapportarti con chiunque, da Gaber al più sconosciuto giornalista de La Provincia. Non mi mancherai, Enzo, perchè ti sto ascoltando adesso e ti ascolterò sempre.

giovedì 21 marzo 2013

COME PARLARE DI AFRICA (di Binyavanga Wainaina)

Un brano tratto da un divertente, ironico libretto di uno scrittore keniota, che prende in giro i luoghi comuni degli scrittori occidentali che si cimentano con l'argomento africa. Sottoscrivo pienamente, infatti nel mio romanzo "Safari Bar" trovate scene di vita quotidiana, amore tra africani, cenni a bambini scolarizzati e cosi via... Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”. Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon. Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro. Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli. Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere. SOGGETTI VIETATI: SCENE DI VITA QUOTIDIANA, AMORE TRA AFRICANI, RIFERIMENTI A SCRITTORI O INTELLETTUALI, CENNI A BAMBINI SCOLARIZZATI CHE NON SOFFRANO DI FRAMBOESIA, EBOLA O ABBIANO SUBÌTO MUTILAZIONI GENITALI. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”. Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata. I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori fedeli, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore fedele deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra. L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice. Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica). Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti. Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa). Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano. Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee. Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali. Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco. E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale. Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip. Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti. Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata. Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete.

giovedì 14 marzo 2013

L'AFRICA E LA PAZIENZA

In Italia la pazienza da tempo non è più una virtù, ma un lubrificante anale. In Africa si torna a un rapporto viscerale, meno neurologico e più materiale con le piccole disavventure del quotidiano. Sarà perché qui si sente la sfida con la Natura, con l’ancestrale rotolare delle cose che siamo noi ad aver voluto cambiare per primi. Normale che poco a poco, con l’influsso di piante secolari e polvere d’argilla, di formule magiche di stregoni che si perdono nell’aere mescolandosi all’odore di mais bollito e all’afrore di ascelle arrosto, siano loro a cambiare noi. La pazienza è il primo sintomo di africanizzazione. Comprendere le esigenze primarie della popolazione locale e confrontarle con la nostra passione per il superfluo, accettare l’animismo e scaricare l’anima de li mortacci vostri, saper attendere l’attesa, che qui Godot non ci viene di sicuro, non c’è nemmeno bisogno di aspettarlo. Prendersela. “Io me la prendo”, usiamo dire. E’ un concetto astratto, per carità, ma dovrebbe comunque sottintendere un fine, un oggetto, una modalità. Prendersela (con qualcuno) nel mondo occidentale ha perso l’originale significato di rivendicazione, di sfogo o reprimenda per affermare le proprie ragioni o la propria volontà. Qui ha invece lo stesso senso da sempre, un senso di passività. Me la prendo in quel posto. Che comunque è sempre ricevere qualcosa, quindi arricchirsi. In un Paese dannatamente povero, è già un buon inizio. Forse per questo chi “la prende” sente il bisogno di far partecipare anche gli altri di questo grande dono, di questa pesca miracolosa. Ed ecco che è tutto un prendere e poco dopo regalare. Non sentirete mai, da queste parti, l’invocazione “non prendertela, dài”, ma piuttosto “prenditela, e poi dalla al prossimo tuo”. Non crediate che sia un pessimo insegnamento, perché se si rovescia il presupposto iniziale, è normale che il percorso sia all’incontrario. Ovvero: la lezione antica era “non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi”, ove però si cercava di consigliare qualcuno prima che l’azione fosse stata compiuta. In Africa l’azione invece è già avvenuta, da secoli. Quindi è plausibile che da queste parti l’assunto diventi “Fate agli altri ciò che è stato fatto a voi”. Ma con calma...