sabato 30 marzo 2013

ADDIO JANNACCI, CON TE SONO CRESCIUTO, HO RISO E HO VISSUTO BENE

Il primo ricordo è Vengo anch'io no tu no...me lo cantava la mamma e lo associavo all'andare al parco giochi. Si attraversava Piazzale Biancamano, dove abitavamo, e si arrivava all'Arena. Il Parco Sempione allora era tutto aperto e i cani lasciavano enormi merde sull'erba poco curata. Fare il portiere, nelle partitelle, era un bel rischio. Poteva capitare che il pallone, calciato dall'avversario, schizzasse su una merdazza e ti arrivasse addosso...e quasi dovevi essere contento di poterlo deviare con le mani. Quando si arrivava al parco giochi, ero finalmente io a poter rispondere a mia madre "no tu no!". Il cielo degli anni Settanta era nuvole senza Messico, era una Milano che se la cantavi la dovevi cantare con la voce di Enzo Jannacci. Però c'era anche un mondo che mi girava intorno con la sua musica: c'erano Cochi e Renato alla domenica che tiravano un rigore e "la vita l'è bela"...Ho amato da subito quell'ironia immediata, surreale e un po' da bar. Era il mondo in cui entravo dando la mano a mio padre, quando il sabato lo accompagnavo a giocare la schedina del totocalcio. Ricordo quando a otto anni stordivo mia sorella cantando "Musical" e lei non vedeva l'ora che si arrivasse alla strofa "e poi qualcuno applaudirà" per poter esclamare "clip clap!" e poi qualcuno sputerà, "cip ciap!" E a capire perchè "silvano e non valevole ciccioli". Da lì in poi è stato tutto un ridere per ridere e la vita la vita. E la pojana è un falco, un falco delle mie montagne perchè ci vuole orecchio, e ho visto un re te vist cus'è? Perchè lo statu quo, e l'ottica, e quello che canta onliù e io e te che ridevamo io e te che sapevamo e prendimi amami e sgonfiami e vincenzina davanti alla fabbrica. Che bella vita con Enzo. E ricorderò da adulto, quando ho scoperto, scrivendo il saggio biografico su Rino Gaetano, quanto lui ti avesse ascoltato e idolatrato e che eri tu il suo riferimento più importante, più di Petrolini, Buscaglione e i Gufi. Poi quando ti chiamavo per le interviste e ti producevi in quei monologhi surreali che erano il tuo modo di rapportarti con chiunque, da Gaber al più sconosciuto giornalista de La Provincia. Non mi mancherai, Enzo, perchè ti sto ascoltando adesso e ti ascolterò sempre.

giovedì 21 marzo 2013

COME PARLARE DI AFRICA (di Binyavanga Wainaina)

Un brano tratto da un divertente, ironico libretto di uno scrittore keniota, che prende in giro i luoghi comuni degli scrittori occidentali che si cimentano con l'argomento africa. Sottoscrivo pienamente, infatti nel mio romanzo "Safari Bar" trovate scene di vita quotidiana, amore tra africani, cenni a bambini scolarizzati e cosi via... Nel titolo, usate sempre le parole “Africa”, “nero”, “safari”. Nel sottotitolo, inserite termini come “Zanzibar”, “masai”, “zulu”, “zambesi”, “Congo”, “Nilo”, “grande”, “cielo”, “ombra”, “tamburi”, “sole” o “antico passato”. Altre parole utili sono “guerriglia”, “senza tempo”, “primordiale” e “tribale”. Mai mettere in copertina (ma neanche all’interno) la foto di un africano ben vestito e in salute, a meno che quell’africano non abbia vinto un Nobel. Usate, piuttosto, immagini di persone a torso nudo con costole in evidenza. Se proprio dovete ritrarre un africano, assicuratevi che indossi un abito tipico masai, zulu o dogon. Nel testo, descrivete l’Africa come se fosse un paese caldo, polveroso con praterie ondulate, animali e piccoli, minuscoli esseri umani denutriti. Oppure caldo e umido, con popolazione di bassa statura che mangia scimmie. Non perdetevi in descrizioni accurate, l’Africa è grande: cinquantaquattro nazioni e novecento milioni di persone troppo impegnate a soffrire la fame, morire, combattere o emigrare per aver tempo di leggere il vostro libro. Il continente è pieno di deserti, giungle, altipiani, savane e molti altri paesaggi, ma questo non interessa ai vostri lettori. Fate delle descrizioni romantiche, evocative, senza esagerare con i dettagli. Ricordatevi di dire che gli africani hanno la musica e il ritmo nel sangue, e che mangiano cose che nessun altro uomo è in grado di mangiare. Non citate mai riso, carne e grano: preferite, tra i piatti tipici del continente nero, cervello di scimmia, capra, serpente, vermi, larve e ogni sorta di selvaggina. E ricordatevi anche di aggiungere che voi siete riusciti a mangiare questi cibi e anzi che avete imparato a farveli piacere. SOGGETTI VIETATI: SCENE DI VITA QUOTIDIANA, AMORE TRA AFRICANI, RIFERIMENTI A SCRITTORI O INTELLETTUALI, CENNI A BAMBINI SCOLARIZZATI CHE NON SOFFRANO DI FRAMBOESIA, EBOLA O ABBIANO SUBÌTO MUTILAZIONI GENITALI. Nel libro adottate un tono di voce sommesso e ammiccante con il lettore e un tono triste, alla “era esattamente quello che mi aspettavo”. Chiarite subito che il vostro progressismo è senza macchia e dite quanto amate l’Africa e come vi sentite in armonia con quella terra e anzi, non potete viverne lontani. L’Africa è l’unico continente che si può amare: approfittatene! Se siete uomini, descrivete le torride foreste vergini. Se siete donne, parlate dell’Africa come di un uomo in giubbotto multitasche che sparisce nel tramonto. L’Africa è da compatire, adorare o dominare. Ma qualsiasi punto di vista scegliate, assicuratevi di dare l’impressione che senza il vostro intervento l’Africa sarebbe spacciata. I vostri personaggi possono essere guerrieri nudi, servitori fedeli, indovini, sciamani e vecchi saggi che vivono in splendidi eremi. O ancora politici corrotti, guide turistiche incapaci e poligame o prostitute che avete frequentato. Il servitore fedele deve avere l’atteggiamento di un bambino di sette anni, bisognoso di una guida, che teme i serpenti e vi trascina di continuo in oscuri complotti. Il vecchio saggio discenderà sempre da una nobile tribù, i suoi occhi saranno cisposi e lui sarà vicino al cuore della madre terra. L’africano d’oggi è un grassone che lavora (e ruba) all’ufficio visti e nega permessi di lavoro agli esperti occidentali, che hanno davvero a cuore il bene del continente. È un nemico dello sviluppo, che ostacola gli africani buoni e competenti che vorrebbero creare organizzazioni non governative e riserve protette. Oppure è un intellettuale che ha studiato a Oxford ed è diventato un serial killer di politici in doppiopetto: è un cannibale a cui piace lo champagne di marca e sua madre è una ricca maga e guaritrice. Non dimenticatevi di inserire nel libro la donna africana denutrita che vaga seminuda nel campo dei rifugiati aspettando la carità dell’occidente: i suoi figli hanno le mosche sugli occhi e gli ombelichi tondi e lei ha le mammelle vuote e cadenti. Deve sembrare bisognosa e non deve avere né un passato né una storia (qualsiasi digressione smorzerebbe la tensione drammatica). Si deve lamentare ma non deve spendere una parola per sé, tranne i riferimenti alla sua sofferenza. Inserite anche una figura femminile materna e sollecita, dalla risata forte, che si occupa di voi e del vostro bene e chiamatela semplicemente Mama. I suoi figli saranno tutti delinquenti. Tutti questi personaggi dovrebbero far da contorno al vostro eroe, aiutandolo a sembrare migliore. È lui che li può istruire, lavare, sfamare. Si occupa di moltissimi bambini e ha visto la morte. Il vostro eroe siete voi (se si tratta di un reportage), oppure un generoso aristocratico (o vip) straniero pieno di fascino tragico, che ormai si è dedicato ai diritti degli animali (se il vostro libro è di narrativa). Tra i personaggi occidentali cattivi ci devono essere i figli dei ministri conservatori al governo, gli afrikaners, gli impiegati della Banca mondiale. Quando parlate dello sfruttamento esercitato dagli stranieri, citate i commercianti cinesi e indiani e, in generale, accusate l’occidente per la situazione del continente africano. Cercate però di non entrare troppo nello specifico. I ritratti rapidi e approssimativi vanno benissimo. Evitate che gli africani ridano, o educhino i loro bambini, e non ritraeteli in circostanze frivole. Fategli dire qualcosa d’interessante sull’impegno europeo o statunitense nel continente. I personaggi africani dovrebbero essere pittoreschi, esotici, più grandi della vita, ma vuoti dentro, senza contrasti, conflitti e scelte nelle loro esistenze, nessuna profondità o desideri che confondano le idee. Descrivete nel dettaglio i seni nudi, i genitali sottoposti a mutilazione e quelli di grosse dimensioni. E i cadaveri. O, meglio ancora, i cadaveri nudi. E soprattutto i cadaveri nudi in putrefazione. Ricordatevi: qualsiasi opera in cui la gente africana sembri miserevole e ripugnante sarà vista come l’Africa “vera”, ed è proprio questo che volete sulla copertina del vostro libro. Non fatevi troppi scrupoli in proposito: state cercando di aiutare il continente chiedendo aiuto agli occidentali. Il massimo tabù quando si scrive di Africa è descrivere la sofferenza e la morte di un bianco. Anche gli animali devono essere ritratti in modo complesso e articolato. Parlano e hanno nomi, ambizioni e desideri. Sono anche bravi genitori: “Vedete come i leoni istruiscono i figli?”, gli elefanti sono altruisti, le femmine sono vere matriarche e i maschi dei dignitosi capibranco. E lo stesso per i gorilla: non dite mai niente di negativo sugli elefanti o sui gorilla. Difendeteli sempre, anche quando invadono terre coltivate, distruggono raccolti e uccidono gli uomini. Descrivete i grandi felini con enfasi. Le iene invece sono un bersaglio consentito e devono avere un vago accento mediorientale. Qualunque piccolo africano che viva nella giungla o nel deserto va descritto sempre di buon umore. Dopo gli attivisti vip e i volontari, in Africa le persone più importanti sono quelle che si battono per la tutela dell’ambiente. Non offendetele. Avete bisogno che v’invitino nelle loro riserve da diecimila metri quadrati, perché è l’unico modo a vostra disposizione per incontrare e intervistare gli attivisti vip. Mettere in copertina l’immagine di uno (o una) che si batte per l’ambiente, con l’aria intrepida e lo sguardo ispirato, funziona benissimo in libreria e vi farà vendere un sacco. Chi può essere considerato così? Be’, qualsiasi bianco, abbronzato, con vestiti tinta kaki, che almeno una volta abbia accudito un antilope o possegga un ranch è uno (o una) che sta cercando di tutelare il ricco patrimonio naturale dell’Africa. Quando l’intervistate, non fate domande sul denaro; non chiedete quanti soldi ne ricava. Soprattutto, evitate qualsiasi riferimento alla paga che dà ai suoi lavoranti. Se vi dimenticate di citare la luce africana, i vostri lettori rimarranno stupiti. E i tramonti. Il tramonto africano è d’obbligo. È sempre grande e rosso e il cielo è vastissimo. Gli enormi spazi aperti e gli animali da cacciare sono i punti focali. L’Africa è la terra degli enormi spazi aperti. Quando descrivete la flora e la fauna, ricordatevi di dire che l’Africa è sovrappopolata. Invece, quando il vostro protagonista si trova nel deserto o nella giungla in mezzo agli indigeni è bene avvisare il lettore che l’Africa è stata spopolata dall’aids e dalla guerra. Vi servirà anche un nightclub chiamato Tropicana dove s’incontrano i mercenari, i malvagi parvenu indigeni, le prostitute, i guerriglieri e gli esuli. In ogni caso, chiudete il vostro libro con Nelson Mandela che dice qualcosa sugli arcobaleni e sulle speranze di rinascita. Perché voi ci tenete.

giovedì 14 marzo 2013

L'AFRICA E LA PAZIENZA

In Italia la pazienza da tempo non è più una virtù, ma un lubrificante anale. In Africa si torna a un rapporto viscerale, meno neurologico e più materiale con le piccole disavventure del quotidiano. Sarà perché qui si sente la sfida con la Natura, con l’ancestrale rotolare delle cose che siamo noi ad aver voluto cambiare per primi. Normale che poco a poco, con l’influsso di piante secolari e polvere d’argilla, di formule magiche di stregoni che si perdono nell’aere mescolandosi all’odore di mais bollito e all’afrore di ascelle arrosto, siano loro a cambiare noi. La pazienza è il primo sintomo di africanizzazione. Comprendere le esigenze primarie della popolazione locale e confrontarle con la nostra passione per il superfluo, accettare l’animismo e scaricare l’anima de li mortacci vostri, saper attendere l’attesa, che qui Godot non ci viene di sicuro, non c’è nemmeno bisogno di aspettarlo. Prendersela. “Io me la prendo”, usiamo dire. E’ un concetto astratto, per carità, ma dovrebbe comunque sottintendere un fine, un oggetto, una modalità. Prendersela (con qualcuno) nel mondo occidentale ha perso l’originale significato di rivendicazione, di sfogo o reprimenda per affermare le proprie ragioni o la propria volontà. Qui ha invece lo stesso senso da sempre, un senso di passività. Me la prendo in quel posto. Che comunque è sempre ricevere qualcosa, quindi arricchirsi. In un Paese dannatamente povero, è già un buon inizio. Forse per questo chi “la prende” sente il bisogno di far partecipare anche gli altri di questo grande dono, di questa pesca miracolosa. Ed ecco che è tutto un prendere e poco dopo regalare. Non sentirete mai, da queste parti, l’invocazione “non prendertela, dài”, ma piuttosto “prenditela, e poi dalla al prossimo tuo”. Non crediate che sia un pessimo insegnamento, perché se si rovescia il presupposto iniziale, è normale che il percorso sia all’incontrario. Ovvero: la lezione antica era “non fate agli altri ciò che non vorreste fosse fatto a voi”, ove però si cercava di consigliare qualcuno prima che l’azione fosse stata compiuta. In Africa l’azione invece è già avvenuta, da secoli. Quindi è plausibile che da queste parti l’assunto diventi “Fate agli altri ciò che è stato fatto a voi”. Ma con calma...

sabato 16 febbraio 2013

SAFARI BAR: COMMENTI CHE FANNO PIACERE

Termino in questo momento il tuo libro che ho scoperto per caso girovagando alla ricerca di persone che hanno avuto il coraggio di iniziare una nuova vita in Africa, quel coraggio che mi manca ma che spero un giorno di trovare. Sono stata in Kenya una sola volta purtroppo ma spero di tornarci il prima possibile magari come volontaria magari come insegnante dal momento che sono una laureata in lingue che non vede alcun tipo di futuro in questo bel paese che è l'Italia e che si sente vincolata da una società sempre meno attenta ai valori e sempre più in balia delle cose futili. I miei complimenti varranno poco ma ci tenevo a dirti che il tuo libro mi ha entusiasmata; Mi sono fatta un sacco di risate leggendo tutti gli aneddoti che racconti e in alcuni momenti ho pensato di essere nei luoghi che ho visitato e di cui tu parli direttamente o indirettamente.. Marafa, Che Shale, Watamu Malindi.. Ti ringrazio per avermi fatto tornare alla mente il profumo d'Africa con queste 200 pagine, profumo del resto indelebile e costante, un po' come quello della bresaola per i mzungu Asante sana e complimenti sinceri per questo splendido libro. Giulia

mercoledì 13 febbraio 2013

DUE CHIACCHIERE CON FREDDIE DEL CURATOLO, AUTORE DI "SAFARI BAR" RITRATTO DI MALINDI E DELLA COMUNITÀ ITALIANA

(DA VOGLIOVIVERECOSI' WORLD) Eccoci a Malindi, città del Kenya ricca di storia e di suggestioni. Rifugio per un'umanità varia, spinta qui da mille e uno motivi, Africa vera per qualcuno, enclave di costumi e nefandezze occidentali per altri. Comunque una località che non ha certo avuto bisogno degli occidentali per conoscere, già tra il 1300 e il 1500 uno dei periodi più floridi della sua storia e che ne fecero, insieme a Mombasa la città più ricca della costa orientale africana. Anzi l'arrivo degli europei coincise con la nascita dello schiavismo e con uno dei periodi più bui della sua esistenza. E in fondo anche ora, alcuni occidentali hanno portato un'altra forma di saccheggio, quello culturale, facendone un luogo in cui perpetrare le loro "cattive abitudini". Però c'è posto, per chi la vuole scorgere e vivere, anche per autenticità, e per un'Africa più vera. Ne parliamo con Freddie Del Curatolo, milanese, classe 1968, giornalista, scrittore e musicista che qui ci vive. Autore di alcuni libri tra cui, nel 2008, di "Malindi Italia, guida semiseria all'ultima colonia italiana in Africa" vero caso editoriale tra turisti e residenti nella città keniota. Oggi Freddie, oltre a molti progetti sociali, dirige anche il portale Malindikenya.net ma ha anche pubblicato il divertente libro "Safari bar" Guido Veneziani Editore. Un divertente ma anche amaro spaccato di una città che, per molti aspetti, sembra specchio di una certa Italia; caciarona, apparentemente innocua ma non del tutto priva di una pericolosa volgarità. Tanti gli episodi divertenti, tragicomici che Freddie però racconta con ironia, senza ergersi a giudice superiore. La voce narrante è quella di Nonno Kazungo perché il racconto di un vecchio saggio serve per dare un'altra prospettiva alle parole e alle descrizioni di cose e persone. E, in alcuni punti, il libro sembra parlare di un'Italia fin troppo simile a quella di oggi oltre che del Kenya. Un bello spaccato comunque di una comunità italiana all'estero. Da leggere per ridere riflettendo. E con Freddie facciamo anche due chiacchiere. Tu come e perché hai "scoperto" il Kenya? E’ stato tutto merito di mio padre. Si è trasferito qui quando avevo 18 anni per aprire la prima pizzeria in Est Africa. Finito il liceo mi sono preso un anno sabbatico per stare un po’ con lui e ho scoperto il paradiso. Tanto che per sette anni l’ho frequentato per almeno sei mesi all’anno. Come è arrivata la decisione di viverci? Qui continui a svolgere il tuo lavoro di giornalista? Ho amato da subito il Kenya. A vent’anni l’avevo già eletto luogo ideale dove passare la vita. Però perseguivo alcuni obbiettivi che sapevo mi avrebbero dato grandi soddisfazioni personali. Dopo essere diventato giornalista, aver pubblicato il primo libro, aver inciso un disco come cantautore, ho pensato che ero pronto per lasciare l’Italia e tornare definitivamente “a casa”. Dopo aver gestito un ristorante sulla spiaggia, ho trovato il sistema di svolgere il mio mestiere, unendo molte attività imprenditoriali della costa keniota in un portale: malindikenya.net. Parliamo un po' del tuo libro. Da dove ti è venuta l'idea di scriverlo? Bando alla modestia: credo di essere il massimo esperto di italiani a Malindi. In venticinque anni ho raccolto tante di quelle storie, aneddoti e memorie altrui da poter scrivere almeno altri venti libri. Ho iniziato con una sorta di vademecum: “Malindi Italia, guida semiseria all’ultima colonia italiana in Africa” (Liberodiscrivere) che ha avuto un ottimo riscontro e qui a Malindi è diventata una piccola “bibbia” per turisti. Ora mi sono cimentato con una forma più vicina al romanzo, per raccontare le stesse cose: trent’anni di allegra, grottesca, a volte disdicevole ma spesso compenetrata ed ecosolidale invasione italiana in Kenya. Perché non lo hai scritto in prima persona ma usi il personaggio del nonno per raccontare le storie? Perché è più divertente che sia un africano che ha imparato a conoscere gli italiani, a parlare di loro. Io comunque ho fatto come alcuni registi cinematografici e mi sono ritagliato una piccola parte: quella dello Svaporato. Gli italiani non ci fanno certo una bella figura. Ma anche alcuni kenioti non ne escono un po' come delle caricature? I kenioti di Malindi, in trent’anni, hanno imparato molto da noi; sono come spugne di mare che assorbono, nel bene o nel male, la civiltà ma anche le abitudini non proprio civili che portiamo. Alcuni grazie a noi hanno potuto studiare migliorando la loro vita e quella dei familiari. Altri, scimmiottandoci, hanno accentuato alcune nostre peculiarità, come quella di imparare i dialetti o di diventare tifosi sfegatati delle nostre squadre di calcio. A volte sembra che più che del Kenya, tu abbia voluto parlare dell'Italia. Un po' è così? Malindi è Italia. Nel bene e nel male. E’ un posto unico nel mondo, un enclave in cui convivono svariate anime del nostro Paese. Provenienze diverse, differenti estrazioni sociali, ideali e ideologie agli antipodi. Tutti (o quasi) accomunati da quel sentimento che siamo soliti chiamare “mal d’Africa”. Ma per fortuna (o purtroppo come diceva Gaber) Malindi è anche molto altro, che con l’Italia ha ben poco da spartire. C'è qualcuno dei personaggi che descrivi a cui sei particolarmente affezionato? Tanti! Voglio bene a tutti, anche perché sono quasi tutti veri e reali. Ieri l’elettricista Makotsi è venuto a ripararmi una presa, Buddy Bufalo Pazzo mi ha chiamato per dirmi che un amico gli porterà giù il libro, Ruggero Borsello…è mio padre! La comunità italiana in Kenya è come la descrivi nel tuo libro? “Safari Bar” va un po’ a ritroso nel tempo, una ventina d’anni. Ma lo fa anche per poter parlare dei tempi attuali senza che nessuno si offenda. Oggi la comunità è un po’ più frammentata, sono sbarcati più Vip, c’è Briatore, arrivano Berlusconi e Grillo…loro fanno notizia, ma c’è anche tantissima gente che aiuta la popolazione locale, che si è rifatta una vita nel rispetto della natura e che vive a contatto con la miseria e i problemi di questo Paese che è pur sempre Terzo Mondo. Non mancano però gli intrighi, le storie comiche e le disavventure che continuano a farci apparire agli occhi di tanti stranieri come un popolo di “albertisordi”. A cura di Geraldine Meyer

giovedì 24 gennaio 2013

FINALMENTE IN LIBRERIA "SAFARI BAR" di FREDDIE DEL CURATOLO

Frank Sinatra che canta ubriaco in riva all’Oceano Indiano per Ava Gardner. L’inseguimento ad una bresaola valtellinese fuggita insieme a una “lucciola” nel quartiere islamico. Maggiordomi che combinano guai, eseguendo alla lettera le istruzioni di stranieri che si credono poliglotti e amatori mandinghi che conoscono l’arte primordiale della seduzione e ignorano le più elementari regole della contraccezione. Ecco alcuni dei racconti che l’anziano Kazungu, dopo quarant’anni di lavoro per i bianchi di Malindi, narra ai nipoti, all’ora del tramonto, nel suo villaggio alle porte della savana. Nonno Kazungu conosce pregi e difetti di un paradiso terrestre che con il tempo si è riempito di mzungu di ogni specie. Chi, meglio di lui può snocciolare fatti, misfatti, avventure e risvolti grotteschi della più strampalata, variopinta e singolare “colonia” di italiani all’estero? Freddie del Curatolo descrive con la verve di uno Stefano Benni in salsa africana il rapporto tra una civiltà stanca e logora e una tribù povera e dignitosa, i giriama, in uno dei luoghi turistici del mondo più frequentati dai nostri connazionali. Il Kenya è sogno di libertà per alcuni, ma anche terreno di conquista per billionaire-dipendenti. Forse là è ancora possibile decidere da che parte stare. FREDDIE DEL CURATOLO SAFARI BAR Guido Veneziani Editore 216 pagg. € 13,90 SCHEDA LIBRO Malindi, perla turistica del Kenya che si affaccia sull’oceano indiano. Dalle prime navi cinesi nell’anno mille, attraverso arabi, indiani e portoghesi, si è arrivati al Novecento degli inglesi. I mzungu, come vengono chiamati i bianchi dalla popolazione locale, oggi sono in gran parte italiani che approdano per vacanze “all inclusive” o per svernare in ville da sogno. Ma ci sono anche avventurieri fulminati dal “mal d’Africa”, ex professionisti che hanno cambiato vita e prospettive, pensionati in cerca di una seconda giovinezza sessuale e splendide persone che hanno scelto una solidarietà partecipe, diretta. Quarant’anni di uno strampalato, improbabile colonialismo sono raccontati ai nipoti da un anziano maggiordomo che torna alla sua capanna di fango sulla strada per il parco nazionale dello Tsavo. Vicende grottesche e tragicomiche che coinvolgono tycoon alla Briatore, artisti come Frank Sinatra e Zucchero, bresaole valtellinesi disperse in quartieri malfamati, giovani “rampolle” in cerca di stalloni africani, “desperate houseboys” alle prese con la tecnologia e tanti altri personaggi ispirati alla realtà in cui l’autore vive da molti anni. FREDDIE DEL CURATOLO Alfredo “Freddie” del Curatolo è nato a Milano nel 1968. Giornalista professionista, collabora con quotidiani e riviste nazionali. Come critico musicale ha pubblicato diversi saggi biografici, tra cui vale la pena menzionare “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano” (Selene Edizioni) e “Il provocautore” (Bevivino Editore). Per le edizioni Liberodiscrivere è uscito il vademecum “Malindi Italia, guida semiseria all’ultima colonia italiana in Africa” che è diventato anche uno spettacolo di teatro canzone, interpretato da lui stesso e portato in giro per l’Italia con il musicista Franco Cufone. Come cantautore, nel 2004 ha pubblicato l’album “Nel regno degli animali” (Alambicco/Venus). Dal 2005 vive a Malindi, in Kenya, dove dirige il portale d’informazione Malindikenya.net, si occupa attivamente di progetti sociali e ogni tanto apre un ristorantino in riva al mare.

domenica 30 dicembre 2012

MALINDI (canzone tratta dallo spettacolo "SAFARI BAR"

C’è chi viene a Malindi perché è in fuga C’è chi viene a Malindi per la figa (la bellezza della fauna locale) C’è chi viene a Malindi per la…strada C’è chi viene a Malindi per la droga (trovare sé stesso e aprire la sua mente) Il motivo non è importante Se c’è il rispetto per questa gente Che fa scordare l’Italia e ci dà libertà Malindi, karibu bwana c’è posto per tutti Malindi, furbi e stupidi, belli e brutti Malindi, la savana le piante il mare Malindi, l’importante è partecipare C’è chi viene a Malindi per speculare (guadagnare) C’è chi viene a Malindi per disboscare (costruire) C’è chi viene a Malindi per sfruttare (dare lavoro) C’è chi viene a Malindi per scopare (innamorarsi) Malindi, karibu bwana c’è posto per tutti Malindi, donne e uomini belli e brutti Malindi, la savana le piante il mare Malindi, l’importante è partecipare

venerdì 28 dicembre 2012

FREDDIE INVENTA LA LOTTERIA BENEFICA DI MALINDI: AI PRIMI CINQUE BIMBI CLASSIFICATI ANNI DI SCUOLA E CIBO GRATIS

Una lotteria di Capodanno per aiutare almeno tre bambini tra le migliaia di quelli del distretto. Bambini poveri, denutriti (come dalle ultime statistiche dell'Health Office) e spesso con condizioni difficili a casa, se non addirittura affidati a orfanotrofi. Noi viviamo a stretto contatto con loro e abbiamo proposto ad altre associazioni locali che si occupano della crescita e dell'educazione dei più piccoli (Myfem e Madca) e a uno degli sponsor di Malindi, più attivi nel sociale tra le realtà imprenditrici, il Malindi Key Group, di darci una mano. Così abbiamo fotografato e chiesto nome (previa autorizzazione per la privacy) a qualche centinaio di bimbi di Malindi e dintorni e li abbiamo "trasformati" in biglietti della più grande lotteria di beneficenza mai allestita da queste parti. I biglietti con foto e nome dei ragazzini vengono venduti a turisti e residenti a Kshs. 1000. Il montepremi verrà diviso tra i primi tre sorteggiati, con un premio per chi vince. Ma in realtà in questa lotteria chi gioca ha già vinto ancor prima dell'estrazione, che avverrà il 2 gennaio in un locale aperto al pubblico e alla presenza di ufficiali, oltre che degli organizzatori. Perché comunque i bimbi sorteggiati avranno una borsa di studio che, nel caso del primo estratto, arriverà fino al diploma. E' un modo per dare la possibilità, attraverso un gioco, di far sognare tante piccole anime e di familiarizzare con chi eventualmente potrebbe ricevere un aiuto anche se non vincesse. Sono tanti, troppi per dare loro una speranza attraverso l'istruzione, ma tutti insieme, con un piccolo gesto, ce la possiamo fare!

mercoledì 5 dicembre 2012

FREDDIE A "LE VIE DEL GUSTO"

Questa volta il grazie è tutto per Alfredo “Freddie” del Curatolo, ci ricorderemo di te quando a febbraio uscirà Safari Bar, vero? Grazie per avere accolto Le Vie del Gusto sotto la tua lanterna africana con le foto di Leni Frau e l’adattamento ad hoc del tuo spettacolo. E ora che sei di nuovo “scappato a Malindi”, fratello Freddie, abbi pietà di noi. Ci aspettano lunghi mesi di campagna elettorale per ritrovarci, se siamo fortunati, Bersani premier e la Bindi ministro. Passasse da quelle parte B, (in)trattienilo, che da quello non ci si libera più. (Maurizio Pratelli)