Dice che in Kenya una Pasqua vale l’altra, che come sempre il sole sorge alle 6.21 e tramonta alle 18.26, i santi del weekend sono Venerdì (un parente bantù) e un certo L.Dell’Angelo.
A Malindi però c’è una differenza spropositata tra la Pasqua Alta e la Pasqua Bassa. Non si tratta di attendere più a lungo la resurrezione di Gesù, anche perché da queste parti siamo abituati alle attese estenuanti. La Pasqua “pole pole” semplicemente va fuori stagione e quasi nessuno ne approfitta per farsi una vacanziella sulla costa keniota. In Egitto, schivando le manifestazioni di piazza e un improbabile attentanto a Sharm dove risiede la famiglia Mubarak, inizia a far calduccio e le offerte per la vacanza di una settimana equivalgono al prezzo di un biglietto di sola andata in treno da Sesto Calende a Bassano del Grappa. In seconda classe, ovviamente. In Kenya invece c’è il rischio di pioggia, un’aria di smobilitazione che mette malinconia e soprattutto ci sono tanti residenti che non ce la fanno più e non vedono l’ora di godersi le meritate vacanze. Un safarino africano, soprattutto. Ma alcuni malati cronici sognano anche lo shopping in via Veneto o la domenica al Centro commerciale o all’Ikea.
Quindi a Malindi e dintorni, la Pasqua Alta è una vera sciagura!
Nel 2007, ad esempio, la Pasqua capitò a metà marzo: i connazionali vacanzieri traboccavano, la spiaggia di Silversand vantava una buona densità di beach-boy per turista, i molteplici ristoranti accettavano clienti solo su prenotazione, i fornitori di pesce si trasformavano in pusher, per una sniffata di aragosta ti chiedevano quel che a novembre basta per comprarne due chili.
I venditori di case si liberavano con facilità di ville vetuste, mettevano all’asta i moderni appartamenti e promettevano, previo succoso acconto, ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Affari d’oro per gli arredatori, le boutique, gli antiquari, i fruttivendoli e le corpivendole. Pulmini da safari sfrecciavano ogni mattina verso i parchi nazionali per poi mettersi in coda nel cuore dell’Africa tanto che i leoni si chiedevano se non fosse stato meglio nascere casellante, auto a nolo e taxi riempivano le strade di sano smog assorbito da baobab in astinenza secolare e di notte le discoteche erano alveari ricchi di miele (più che d’acacia, d’ascella) e marmellate umane.
Ballavano i V.I.P. che dopo ore di sole a schermo totale (se non c’è uno schermo da qualche parte quelli non vivono) si concedevano l’aperitivo alla Biennale d’Arte Contemporanea, tra le dritte di una Melandri e i rutti di un Bisteccone Galeazzi.
L’Africa fungeva da scenografia, romantica fascinosa esotica misteriosa inquietante paradisiaca rilassante invadente a seconda dei casi, degli stati d’animo e degli stati di provenienza.
Per i residenti italiani quel bordello voleva dire “fieno in cascina”, per i kenioti quel bordello voleva dire “arraffa finche puoi”.
2011, la Pasqua più in là possibile: il sole cerca disperatamente un turista a mezzogiorno per poterne proiettare l’ombra perpendicolare, i pochi villeggianti si sentono disorientati, inadeguati, fuori catalogo e contesto. Spaesati come un catamarano in un eliporto, vagano alla ricerca di un animatore rompiballe, di un beach-boy che li raggiri, di uno spacciatore di marijuana informatore della polizia, per sentirsi finalmente in vacanza.
La spiaggia di Silversand sembra un corso di Palermo cinque minuti prima di un omicidio su commissione, i ristoranti accolgono i clienti come cugini d’Europa di cui attendevano la visita da vent’anni, i fornitori di pesce passano in bicicletta lanciando aragoste nel locale come fossero copie del Daily Nation e raccolgono i cent lasciati sulle pietre all’ingresso. I venditori di case si ubriacano e organizzano feste solitarie ogni sera in una villa diversa, scegliendo tra quelle restituite dopo la prima rata, affittano a famiglie indiane i moderni appartamenti lasciati vuoti e impediscono ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Si riposano gli arredatori, chiudono le boutique, svendono gli antiquari, latitano i fruttivendoli e le corpivendole passano dai salti in discoteca ai saldi di fine stagione. I residenti italiani hanno il sorriso stampato di chi sta fumando ogni giorno un po’ del suo fieno in cascina.
D’accordo, ho esagerato, mi sono lasciato trasportare. In fondo è stata una stagione meravigliosa, da record. Vi aspettiamo tutti per la resurrezione! Nooo, per una volta non quella del Nostro Signore…quella della costa keniota, a partire da luglio: Malindi, per capire devi venire! (non male come slogan, vero?).
mercoledì 20 aprile 2011
lunedì 18 aprile 2011
CI RIMANE SOLO IL PALLOSO RAP DEL GENIO CAPAREZZA?
Che il rap ci abbia rotto i coglioni è un dato di fatto, più o meno come
che il tipetto brianzolo sta perdendo la partita.
Però non si può fare a meno
di ascoltare l'ultimo album di Caparezza, "Il sogno eretico". Di
individuare colpi di genio, sbeffeggiamenti al potere, una certa cultura che
non è quella da lounge bar di corso Garibaldi mista rivista semipatinata di
J-Ax o quella finto borgatara e vero invidiosa di Fabri Felpa.
La tristezza del cantautorato anche giovanile è che nessuno più cerca nemmeno di scalfire il palazzo, né ha voglia di evolvere il suo linguaggio per far presa sui giovani.
Il solo Daniele Silvestri, che pur si rifugia spesso nella poesia e nell'introspezione, regala qualche sprazzo di "letteratura" contro. Così ci tocca ascoltare la vocina insinuante della zanzara pugliese, per saltare a ritmo di una musica di (minima) protesta.
Altro che punk o nuove tendenze finto revival anni Ottanta (la giustificazione di chi suona da schifo, basso in primo piano, batteria minimale, chitarra inesistente fino a che non latra il suo assolo). Ci vogliono il ragamuffin di "Legalize the premier", pezzo che vorrei veder suonato (e dico suonato) da Elio e le storie tese, e quella che alla fine è una ballatona, "Goodbye Malinconia" con quell'armadio a quattro ante di Tony Hadley. Capa canta "Chi se ne frega della musica" e probabilmente ha ragione. Certa musica non vale la pena di essere più considerata e non è solo il download selvaggio che evita le code al negozio di un nuovo Pino Daniele, Edoardo Bennato o Lucio Dalla. Come cantava il grande Randy Newman, sono morti, e non lo sanno.
La tristezza del cantautorato anche giovanile è che nessuno più cerca nemmeno di scalfire il palazzo, né ha voglia di evolvere il suo linguaggio per far presa sui giovani.
Il solo Daniele Silvestri, che pur si rifugia spesso nella poesia e nell'introspezione, regala qualche sprazzo di "letteratura" contro. Così ci tocca ascoltare la vocina insinuante della zanzara pugliese, per saltare a ritmo di una musica di (minima) protesta.
Altro che punk o nuove tendenze finto revival anni Ottanta (la giustificazione di chi suona da schifo, basso in primo piano, batteria minimale, chitarra inesistente fino a che non latra il suo assolo). Ci vogliono il ragamuffin di "Legalize the premier", pezzo che vorrei veder suonato (e dico suonato) da Elio e le storie tese, e quella che alla fine è una ballatona, "Goodbye Malinconia" con quell'armadio a quattro ante di Tony Hadley. Capa canta "Chi se ne frega della musica" e probabilmente ha ragione. Certa musica non vale la pena di essere più considerata e non è solo il download selvaggio che evita le code al negozio di un nuovo Pino Daniele, Edoardo Bennato o Lucio Dalla. Come cantava il grande Randy Newman, sono morti, e non lo sanno.
mercoledì 6 aprile 2011
IL DIABOLICO PIANO DI JANE

Io mica sono uno sprovveduto e soprattutto non arrivo dall’Italia per farmi fregare.
Sono sbarcato a Malindi con le idee chiare. Trascorro sei mesi all’anno qui, lascio a quel paese la nebbia, il freddo e il grigio, lascio quella stronza della mia ex-moglie, i soldi per l’università ai figli che manco ci vanno e se li pappano, uno in cocaina e l’altra in concerti di metallo pesante, e lascio le rotture in mano al commercialista.
Qui trovo il clima gentile, a volte un caldo bestia, pesce fresco e tante belle figliole.
E mi guardo in giro, che prima o poi mi trasferisco in pianta stabile.
Ma attenzione! Non sono mica uno che ci casca…questo non è il paradiso, lo so bene.
Un amico, poi, mi ha dato un librettino scritto, dice, da uno che vive in Kenya e che la sa lunga.
O almeno è uno che si è informato e te la racconta bene.
Così grazie a questo libretto, e ai consigli del mio amico, ho trovato un bell’appartamentino in affitto in centro a duecento euro al mese, poi mi è stato presentato un buon avvocato, che mi assiste nelle operazioni finanziarie chiedendomi molto meno di quello che mi scucivano in Italia intermediari e consulenti del cazzo per ogni movimento o transazione. Inoltre ho messo su un piccolo business, giusto per avere qualcosa da fare, anche se con la rendita della casa e del negozio che avevo in Italia, qui vivo alla grande. Mi posso permettere il ristorante due volte alla settimana, ho una donna di servizio otto ore al giorno, bravissima ma intrombabile, e una segretaria incapace ma molto operosa da quell’altro punto di vista.
Più o meno come in Italia, ma spendendo un decimo.
Mi muovo bene, come uno che ha sempre vissuto da queste parti.
Fiuto i connazionali furbi e quelli intrallazzoni, le brave persone e i kenioti che vale la pena di frequentare. Rispetto tutti e sono rispettato.
Alla sera, ogni tanto, mi sento un po’ solo. Dopo il telegiornale, esco a fare un giro, che tanto qui fa sempre caldo e si sta bene anche fuori, anzi quasi meglio che in casa.
Sono seduto in un bar locale, con una cocacola baridi in mano.
Mi si avvicina una bella ragazza statuaria, un panterone di quelli che a Treviglio non si vedono nemmeno di notte, forse perché sono troppo scure, chissà. Altro che la mia segretaria! Quella, per quanto operosa, ha la femminilità di uno scaffale in mogano.
Questa è formosa, procace, con labbra che sanno di peccato. Un peccato sarebbe non farla sedere, non offrirle da bere. Posso farlo tranquillamente, senza rischiare nulla; tanto ho studiato la lezione del libro: le Naomicambell da queste parti sono pericolosissime. Peggio delle sirene di Ulisse, ti fanno innamorare e poi ti ripuliscono per bene. Ma io non farò quella fine.
“How are you? What’s your name? From Malindi?” il mio inglese finisce qui, ma per fortuna (e anche questo è scritto nel libro) lei parla e capisce l’italiano.
“Bene, grazie…mi chiamo Jane…”
Jane, mi suona come “iena”. Chissà da dove arriva, per spolpare me.
Sono tutte di Nairobi, anche quelle dei villaggetti sconosciuti, dice il libro. Sarà perché vogliono dare l’impressione di essere cittadine, e non arrivare dalle capanne nel bush. Nairobi è una città moderna, è la capitale…c’è cultura, lavoro, bei locali, tante opportunità. Altro che questa cittadina di disgraziati e arabetti, altro che il mondo derelitto che trovi girato l’angolo dei resort.
Qui solo fango e palme, vecchi sdentati che chiedono l’elemosina e bambini che chiedono le caramelle.
“Sei di Nairobi?”
“No, vengo da Matumbuku”
“Ah…interessante…come hai detto?”
“Matumbuku, è un villaggio vicino a Machakos”
“Uhm…è dov’è Machakos?”
“Non lontano da Nairobi”
“Ah…ecco…vicino a Nairobi…ora capisco…”
“Sì”
“E cosa facevi a…”
“Matumbuku”
“Matumbuku”
Cosa vuoi che facesse un pezzo di ragazza del genere…queste ti dicono che sono tutte studentesse, oppure hanno finito da poco la scuola e vengono a Malindi a cercare lavoro nel campo del turismo…così dicono tutte quelle che ti vogliono raggirare. Ci ha proprio la faccia da laureata, questa qua. Mi viene da ridere. Voglio proprio ascoltare che balle mi racconta…l’educanda.
“Non facevo niente, per la verità. Stavo a casa ad aiutare la mamma, ma appena potevo me ne andavo a divertirmi con le mie amiche. Non mi piaceva studiare, e mi annoiavo. Così a quindici anni me ne sono andata a Machakos, poi mi sono trasferita a Nairobi, e ancora a Mombasa e infine sono venuta qui a Malindi”.
Ecco…non studia, non ha un lavoro. Questa è ancora più furba delle altre, fa la finta sincera…ho capito…sicuramente la metterà sul patetico, sul vittimismo. Orfana di padre, una madre malatissima, il fratellino da mandare a scuola, la sorella violentata…e chi più ne ha più ne metta.
“E la tua famiglia a Matambu…là, vicino a Nairobi…come sta?”
“Bene, grazie!”
“Nessun problema? Mamma, papà? Ci sono ancora?”
“Sì, non sono vecchi. Lavorano. Mamma insegna nella scuola elementare di Matumbuku, papà guida i camion, non c’è quasi mai. Ho tre fratelli, uno più grande che lavora a Nairobi in una ditta di abbigliamento, una sorella che fa le scuole superiori a Machakos ed è bravissima, e un fratellino che ha sette anni e studia nella scuola dove insegna mamma”.
Che bel quadretto…tutti bravi e tutti felici…vediamo dove sta la fregatura, sicuramente la sua scelta di vita l’avrà messa in difficoltà qui sulla costa.
“E qui a Malindi, dove vivi?”
“Per ora sono ospite da un’amica”
Bingo! Ecco dove voleva arrivare la pantera. Certo, l’ha presa larga, per sedurmi a dovere. Sicuramente le serviranno i soldi per trovare una casa propria, arredarla…gli affitti a Malindi sono così cari…avrà bisogno di una mano, questo è il motivo per cui è qui al tavolo con me. Io le sembro una persona gentile…e lei è costretta occasionalmente, per bisogno, per disperazione…anzi no, non lo farebbe mai…non è solo per riconoscenza che si concederebbe, ma perché le piaccio veramente.
Se crede di farmi fesso, si sbaglia di grosso, prima o poi la faccio cadere.
“E non hai una casa tua. Jane?”
“Una casa? Per adesso non mi serve proprio…”
“E le tue cose, un tuo armadio per i vestiti, se vuoi ospitare parenti e amici...?”
“Ma quante domande mi fai…fai il poliziotto in Italia”
“No…veramente…vendevo polizze assicurative…”
“Sorry?”
“Niente…insurance…vabbè, lasciamo stare”.
C’è qualcosa che non torna…questa è veramente un osso duro, vuole tenermi sul filo, farmi intendere che ha dei segreti, circondarsi di un alone di mistero…ma prima o poi calerà l’asso nella manica. Lo so, perché sono tutte così. L’uomo bianco per loro è solamente un pesce grosso da far abboccare all’amo. Ognuna ha la sua esca particolare.
“Quindi hai una vita normale, tranquilla…sei felice?”
“Felice?”
Ride, l’attrice. Si bea della sua fisionomia, pensa di poter incantare chiunque.
Non sa che io so, o quantomeno immagino tutto.
“Certo! A Malindi si vive bene, ci vivi anche tu, no? Lo sai…a me piace ballare, stare con gli amici, bere una birra ogni tanto”
Ballare…stare con gli amici…la birra…ma questa c’è o ci fa? E come può pretendere poi di volere dei soldi, se la porto a letto? Quale altra arma pensa di usare, se non la compassione? Con la situazione dell’Africa, le sue miserie a portata di mano che fa, non ne approfitta? Questo è un caso patologico…devo assolutamente capire.
Decido di far precipitare le cose.
“Ti va di venire nel mio appartamento?”
“Perché no?”
Non ha avuto esitazioni. E se fosse una rapinatrice di professione? Una terrorista al soldo di qualche islamico potente? E se fosse pagata dalla cooperazione italiana per prendere i nomi di tutti i depravati italiani che abitano a Malindi?
L’importante è non cedere prima di essere convinti di conoscere tutta la verità. Devo entrare nella sua testa, capire la psicologia, che tattica sta usando e perché. Il libro dice che queste ragazze sono camaleontiche, si adattano al tuo modo di fare e scoprono subito i tuoi punti deboli, per poi farti fare la fine del maschio della mantide religiosa.
Prendiamo un tuk-tuk e in cinque minuti siamo da me.
Cento scellini. Pago io.
Entriamo in casa, siamo in camera.
Sorride, entra in bagno. Ne esce nuda. Un corpo perfetto, un seno sodo, che sta in piedi da solo come se se lo fosse rifatto a Dalmine. Avanza sinuosa con sguardo famelico.
“Ma…cosa ti sei messa in testa?”
“Ho fatto la doccia…non va bene?”
“Mah…Jane…credevo dovessimo parlare…prima”
“Si può parlare anche così, non credi? Vuoi che ti spogli io?”
“Io…io…”
“Ho capito, hai paura di spendere troppo. Allora, se vuoi fare tutto, sono 3000 scellini. Altrimenti ti faccio uno sconto”.
“Ma tu…tu…tu sei…”
“Sono una prostituta, italiano. Una prostituta a pagamento. Non hai mai visto una puttana? Non ce ne sono dalle tue parti? Se volevi una suora, la diocesi è a poche centinaia di metri da qui, se vuoi fare la storia romantica e poi chiedermi di diventare tua moglie, hai sbagliato persona, bello. Io lo faccio solo per soldi. Che faccio, mi rivesto?”
“No….no…per carità…mi si è alzato anche senza viagra…”
Sono al cospetto di una creatura intelligentissima, e indubbiamente molto bella. Non sono ancora riuscito a capire quale sia il suo diabolico disegno nei miei confronti. Probabilmente anche lei ha capito che non mi si può fregare facilmente. E’ arrivata addirittura a recitare la parte della mignotta…questa punta in alto…Ma la smaschererò, giuro che la smaschererò!
lunedì 21 marzo 2011
IL RAGAZZO DEL SALE

Oggi abbiamo trovato un'adozione a distanza per Baraka, uno splendido ragazzo della nostra accademia di calcio. E' ora di pubblicare il racconto che ho scritto quando l'ho conosciuto.
(grazie Fabio e Simona!)
Sole e sabbia salata, bianco accecante che va a sfumare nelle veloci nuvole passeggere, come se la terra d’Africa volesse scrollarsi di dosso una patina fastidiosa.
Il verde della boscaglia è puntellato dai contorni alti delle palme e degrada fino a quando, vinto dall’arsura, non si trasforma in blu.
Lontano, si scorge la piattaforma per le ricerche spaziali della base italiana San Marco.
In questo surreale scenario, inedito scorcio keniota, quattordici anni fa è nato Baraka Badi.
Siamo a Ngomeni, trenta chilometri da Malindi, sulla strada che porta a nord, verso la Somalia.
Qui nel 1965 uno scienziato italiano, il professor Luigi Broglio, scendendo da Mogadiscio, dov’era sbarcato, individuò il punto giusto per installare un centro di ricerche aerospaziali.
Meridiano Uno, poche centinaia di chilometri sotto l’equatore.
I tecnici che arrivarono furono i primi connazionali a mettere radici sulla costa del Kenya.
Alcuni di loro vivono ancora qui e hanno visto crescere i genitori di Baraka. Li hanno guardati macerarsi sotto il sole, tenere la loro resistente pelle sotto sale per anni.
Infatti a Ngomeni oltre alla base San Marco, ci sono le saline. Abbaglianti distese bianche da percorrere a piedi nudi, cumuli di sassi roventi da spalare.
Le saline sono una delle poche possibilità di lavoro sicuro per gli abitanti della zona.
I più fortunati sono stati assunti dai tecnici mzungu, agli altri non resta che il sale.
Dura la vita alle saline: pelle che brucia e si spacca, condizioni di lavoro inaccettabili. Tra i bianchi cristalli si è consumato uno dei primi scioperi kenioti.
Le aziende del sale sono governative o in mano a ricchi indiani, i lavoratori si sentono sfruttati non meno che ai tempi del colonialismo britannico. Certo, si possono pescare i gamberi, in mezzo alle saline, e arrotondare con quelli. Ma poi chi ha tempo di venderli? Alla fine li metti sulla bicicletta di un cugino, li carichi su un matatu con un amico che prova l’avventura di andare a piazzarli a Malindi e torna quasi sempre a mani vuote, oppure con due spiccioli per te e il resto in pancia o nella gola.
Allora si ritorna sul tappeto di chiodi bianchi, ci si fasciano i piedi e la testa con gli stracci, si fissano le vecchie lenti da sole comperate al mercato di Garsen con il nastro adesivo e si imbraccia la vanga. Per un euro al giorno.
Al padre di Baraka non è mai piaciuto il sale.
Ha iniziato a battere il ferro e la latta fin da ragazzo. Ogni tanto ha prestato le sue braccia alla San Marco e, dopo anni di pratica, qualche mzungu della zona gli da lavoro. Quando arriva il lavoro per il bianco, c’è qualche soldo per mandare a scuola i ragazzi, ma non sempre accade.
A volte per mesi e mesi devi vivere di espedienti, inventarti lavori o sapere che terminerai la giornata con cinquanta scellini in saccoccia e avrai i soldi per dividere con tua moglie e i ragazzi mezzo chilo di polenta e un piatto di fagioli. A volte non ci sono nemmeno i fagioli, e allora si inzuppa la polenta in acqua e sale. Il maledetto sale.
Baraka è il quarto di cinque fratelli. La sorella maggiore Amina era portata per gli studi, ma ha dovuto lasciare la scuola superiore al terzo anno. Mancavano i soldi per le rette e i libri. Mariam, la secondogenita, ha preferito sposarsi a sedici anni e dopo poco ha dato alla luce il primo figlio pensando che, chissà, forse quando avrà la sua età le cose saranno diverse, forse potrà garantirgli un futuro migliore. Amani invece ha deciso che non vuole studiare. Vive di espedienti, coltiva spinaci e fatalismo, aiuta il padre e ammazza i giorni come fossero serpenti.
Baraka a sei anni si ritrova tra i piedi un pallone mezzo sgonfio e rattoppato e capisce qual è la sua passione. Ogni giorno, dopo la scuola, corre al campo di calcio, due porte di ferro tra le saline e la strada polverosa che porta alla base. Dribbla i sassi, i ciuffi d’erba, le naturali gibbosità del terreno. I suoi primi avversari, tutti insieme contro le disgrazie della vita. Baraka scatta, passa, tira e molto presto entra nella squadra junior di Ngomeni. Osserva i ragazzi più grandi quelli a cui, finite le scuole dell’obbligo, rimane solo il pallone.
“Non vogliono lavorare alle saline ma non vedono un futuro diverso da quello. La loro giornata è una partita di calcio e dopo si riposano all’ombra di una palma. Vivono alla giornata, sperano di poter mangiare almeno una volta prima di andare a dormire. Poco a poco perdono ogni minima ambizione”.
A Baraka piace studiare e non ha intenzione di fare la fine della sorella Amina. Capisce che il suo futuro è lontano da Ngomeni. Così si allena più duramente degli altri e a dodici anni si ritrova nella squadra con i diciottenni. Si mette in difesa, sulla fascia, e aspetta la palla come una possibilità per emergere, per dimostrare di essere già grande e di voler crescere ancora.
E’ così che viene notato dalla Kenya Football Academy.
E’ raro trovare un ragazzo così giovane con una tale strenua volontà.
“Mi piace studiare e giocare a calcio e quando ho capito che a Malindi avrei potuto fare quello che ho sempre sognato, non ho avuto esitazioni. Ci ho provato. Durante le selezioni ho dato tutto me stesso per raggiungere questo obbiettivo”.
Baraka fissa la sua meta, vuole arrivare un giorno a giocare nella Premier League keniota, ma se dovesse scegliere, preferirebbe iscriversi all’università.
“Magari, tramite il mio stipendio da calciatore, potrei laurearmi e diventare professore. Mi piacerebbe, un giorno, insegnare ai più piccoli ad amare lo studio, perché è un modo appassionante per sconfiggere, nel nostro piccolo, la povertà”.
Per Baraka la cultura è una salvezza, ma il calcio è una palestra di vita.
“Per diventare un buon giocatore devi imparare innanzitutto le regole e rispettarle. Se non conosci i principi fondamentali di questo gioco di squadra e fai di testa tua, non arriverai da nessuna parte.
Anche nella vita è così, credo. Io gioco terzino, ma potrei anche avanzare a centrocampo, mi piacciono i calciatori che usano l’intelligenza in campo, prima ancora che il piede. Il mio campione preferito è Xavi, il regista del Barcellona. In pochi secondi, prima ancora di ricevere il pallone, sa già cosa ne dovrà fare”.
Questo è Baraka, quattordici anni e una maturità che fa venire brividi di speranza.
Baraka, che ha dato un calcio al sale sotto i piedi e all’ancestrale rassegnazione dei suoi amici di Ngomeni, e ora quel sale ce l’ha solo nella testa.
martedì 8 marzo 2011
NONNO KAZUNGU E LA FESTA DELLA DONNA

Vedere un bianco a Kakoneni, alle otto del mattino, non è un fatto raro ma regala sempre un senso di inaspettato, di nuovo; l’effetto sorpresa delle cose immaginate che si materializzano in un istante imprevisto. Questo accade soprattutto ai bambini che gioiosamente si dispongono sul bordo della pista come per il passaggio dei ciclisti sul Tourmalet e sono un tutt’uno con la polvere arancione, l’ombra delle acacie e il sorriso del sole.
Nonno Kazungu invece sa che un mzungu a quell’ora, su una strada sterrata, cinquanta chilometri all’interno di Malindi sulla via per il Parco Nazionale dello Tsavo, se non c’è nelle vicinanze un pulmino da safari, può appartenere a due categorie:
1. Turista attardatosi a orinare e dimenticato dal conducente del pulmino da safari e non segnalato dai passeggeri (in questo caso dopo al massimo un’ora e mezza torneranno a recuperarlo) o
2. Turista che si è avventurato verso la savana con la propria auto e l’ha lasciata qualche chilometro indietro, con la moglie grassa e sudata a frenare i rivoli con la sua camicia e la coppia di amici giunti per la prima volta in Africa a sognare, sui sedili posteriori, il giardinetto della loro villetta a Pietra Ligure.
Se non fa parte di una delle due tipologie, allora può essere soltanto lo Svaporato, che ha approfittato di un passaggio da avventurieri in Land Cruiser o è appena sceso dal matatu rapido Malindi-Kakoneni.
“Jambo, mzee!”
“Buongiorno, nipote pallido”
Dal candore della camicia e del volto, si direbbe Land Cruise, che passerà a riprenderlo domani.
E’ il momento di un tè alla cannella, di una partita a dama africana e di una sportsman da fumare con lentezza da olimpiade dei rilassati.
“A cosa dobbiamo questa visita, amico?”
“Oggi è l’otto marzo, sono venuto perché è la festa della donna e vorrei che anche a Kakoneni venisse festeggiata questa ricorrenza”
“La festa…?”
“…della donna…mwanamke! Delle tue mogli, figlie, delle nipoti, delle malaya”
“Ci mancava anche questa…ragazzo mio, il Kenya è il Paese con più feste comandate del continente africano e, credo anche del mondo. Non avendo adottato una religione ufficiale, celebriamo tutte le ricorrenze cristiane, quelle di Roma e quelle celebrate nei paesi anglosassoni, come la Pentecoste, per non fare torto al Papa ma nemmeno ai protestanti britannici che per primi ci hanno parlato di fede. Poi rispettiamo le feste islamiche, ci mancherebbe altro…la nascita del profeta Mohamed, la rivelazione e i giorni di preghiera in cui in molti si dirigono alla Mecca. Ovviamente facciamo festa anche nel giorno di inizio e in quello della fine del Ramadan. Abbiamo poi le ricorrenze storiche della nostra Nazione: il giorno dell’indipendenza, “Uhuru day”, quello della costituzione, “Jamhuri day”, il compleanno di Jomo Kenyatta, il padre della patria e anche quello del suo successore, un po’ meno padre ma sempre un po’ monarca, Arap Moi. Chiaramente ci allineiamo al mondo anche per quanto riguarda il 1 maggio, pur non avendo una grande tradizione operaia…il primo dell’anno non si lavora e dall’anno scorso è stato dichiarato festa nazionale anche il giorno di San Silvestro. Ultimamente c’è chi sussurra che ci stiamo aprendo al buddismo e ai giorni solenni del calendario celtico…e come ignorare a Malindi le festività italiane? Se non ci fosse stato il 25 aprile i tuoi connazionali erano ancora in Somalia, altro che spiagge, safari e cocktail tropicali!”
La saggezza e l’ironia di Nonno Kazungu lasciavano sempre allibito lo Svaporato, d’altronde sapeva bene che solo per uno come lui avrebbe affrontato l’entroterra malindino e dormito una notte in una capanna di fango tra serpenti e scorpioni. Era un esemplare unico: più di quaranta stagioni a fianco di bianchi di ogni razza e cultura, imparando ad osservarne altre migliaia di passaggio, gli avevano trasmesso come un calcolatore elettronico miliardi di informazioni e stimoli, il tempo a disposizione, il fluire lento delle cose e la limpidezza del pensiero avevano elaborato il tutto, sublimandoli con la filosofia della vita africana.
“Ma questa non è una festa del calendario, nemmeno in Italia…è un modo per celebrare la fortuna di avere il genere femminile al nostro fianco”
Nonno Kazungu guardò lo Svaporato in tralice e strinse con vigore ritrovato il suo pareo ai fianchi.
“Una festa per ringraziare il Cielo per la riproduzione della specie, dici?”
Lo Svaporato scosse alla maniera di un banano la folta chioma che aveva in testa.
“Andiamo a discuterne al Safari Bar”
Lawrence Kamongo stava caricando il suo pick-up celeste.
Sul cassone c’erano già sette persone, un piccolo generatore da portare a riparare, una cassetta degli attrezzi, due casse di vuoti della Tusker, la ruota di scorta di un camion, una bicicletta e una bombola del gas. Nel posto di fianco al guidatore, incassato e sorridente, l’elettricista Makotsi.
“Si va in trasferta!” disse, ordinando un kenya coffee.
“Quando torni? C’è da organizzare la festa della donna al tramonto”
“Sarò indietro intorn…LA FESTA DI CHE’?”
“Della donna…è l’otto marzo! In tutto il mondo si festeggia la donna”
“Noi festeggiamo tutti i giorni la donna, non c’è bisogno di un giorno speciale”
“Anche Gesù viene festeggiato tutte le domeniche, eppure ci sono ricorrenze particolari, settimane più importanti” disse nonno Kazungu, che aveva deciso di prendere le parti dell’amico italiano, immaginando che si sarebbe trovato presto in minoranza.
Sentendosi chiamato in causa, il prete si sgranchì la voce.
“Vogliamo mettere sullo stesso piano Gesù e…”
“La Madonna da cui è nato? Perché no!” lo anticipò lo Svaporato.
“La Madonna era una donna speciale, non commise alcun peccato…per questo la adoriamo” sbottò il prete “non dimenticate che è Eva ad aver commesso il peccato originale”.
“Il peccato che hanno commesso le nostre donne è stato quello di sposarci…” sghignazzò Kazungu.
“Avessero potuto decidere loro…” saltò su il gestore del bar, Kibonge.
“Che peccato ha commesso la mia prima moglie, venduta dal padre per sette capre e una piantagione di pomodori?” fece rimbombare Makotsi dall’interno del pick-up.
“Quello di non scappare a Matsangoni!” berciò una voce di giovanotto dietro il generatore.
“E io, che mi spacco la schiena da dieci anni per trasportare l’acqua dal pozzo e curare i miei quattro pargoli? – chiese con tono stridulo una delle ospiti del cassone, spostando la bicicletta affinché la si potesse vedere in faccia - Sono una peccatrice, forse?”
Il prete fu ricacciato nel più religioso silenzio, Kamongo proseguì.
“E in cosa consiste questa festa della donna?”
“Dovrebbe accadere che per un giorno la donna può fare quello che durante il resto dell’anno le è vietato…l’otto marzo decide lei, è la protagonista!” s’infervorò lo Svaporato.
“Cioè oggi le nostre donne dovrebbero ubriacarsi, farsi cucinare il capretto, costringere l’uomo a un rapporto sessuale…”
“Per esempio, stasera il Safari Bar è a loro disposizione e non si vede la partita, ma il programma che decidono loro…”
“Ma c’è West Ham-Portsmouth…” provò Kibonge.
“Vi rendete conto di quel che fanno da sempre le donne per noi? - disse allora Kazungu – i lavori di fatica, i figli, tengono puliti i villaggi, lavano i vestiti, si procurano la legna e pestano il mais, raccolgono gli spinaci, vanno a prendere l’acqua…”
“Ma è normale, noi siamo a lavorare in giro o in città e guadagnamo i soldi per mantenerle…” disse Kamongo.
“E tu capovolgeresti la situazione? Manderesti a servizio tua moglie restando al villaggio a fare quello che fa lei?”
“Non è possibile – rimbombò Makotsi, apprendo la portiera – l’uomo non può allattare, i figli vanno cresciuti dalla madre, di conseguenza lei deve stare al villaggio”
“Ecco trovato l’alibi…” mormorò lo Svaporato.
“Su questo non posso dar loro torto…” confermò nonno Kazungu.
“Ho capito! – disse Kibebe, lo scemo del villaggio destandosi da un sonno sbroffante sotto il flipper – oggi si festeggiano le tette della donna!”
Quella sera, per l’otto marzo, gli uomini del villaggio cucinarono capretto e patate alla carbonella per le loro mogli, intonarono canti popolari ai quali le voci femminili si unirono, trascinandoli in danze tribali. Qualcuna di loro provò anche un goccio di mnazi, ubriacandosi all’istante. Quasi tutte fecero l’amore con i loro mariti e per chi aveva due o tre mogli fu una serata impegnativa.
Nonno Kazungu prevedeva che i primi di dicembre la popolazione di Kakoneni sarebbe aumentata del 90 per cento.
Lo Svaporato non sapeva se essere felice per le donne di Kakoneni o essere convinto di avere avuto un’idea del cavolo.
Ma soprattutto, alle nove la festa era già terminata e, con grande gioia di Kibonge, gli uomini stappavano Tusker Malt al Safari Bar, guardando West Ham-Portsmouth e facendo ogni volta un brindisi speciale.
“Viva l’otto marzo! Viva le nostre donne!”
giovedì 24 febbraio 2011
A MALINDI NON SOLO VIP: CONCERTO DI SOLIDARIETA' CON PAOLA TURCI

Il duetto tra Paola Turci ed Eric Wainaina, che hanno cantato assieme il classico di Bob Marley “Redemption Song”, è stato spettacoloso e ha mandato in visibilio la folla che assisteva al festival di Malindi.
Sul palco allestito al vecchio albergo in disuso, Sinbad Hotel, nei pressi del casinò, che brulica di turisti spensierati e felici, sabato sera si sono alternati i migliori artisti kenioti, Eric Wainaina è uno di loro ma anche Nyota Ndogo, AMREF JuaKali drummers, Mr. Bado e MADCA, e l’italiana Paola Turci. La performance dei musicisti, realizzata dall’organizzazione non governativa CISP, Comitato Internazionale per lo Sviluppo dei Popoli, e soprattutto dalla sua animatrice qui a Malindi, Tania Miorin, non aveva come scopo principale quello di intrattenere il pubblico, ma piuttosto di portare all’attenzione il diritto all’istruzione dei ragazzini africani in genere e di quelli di Malindi, dove il CISP lavora da anni, in particolare.
Le prove della mattina hanno duramente colpito i due musicisti venuti dall’Italia con Paola Turci, uno dei quali, il bassista romano Pierpaolo Ranieri, è stato rosolato per bene dal sole tropicale che picchiava duro. Non sì è perso d’animo e sebbene dolorante, in serata è stato fantastico. Il secondo, Massimo Cusato, calabrese, un batterista di grande talento, si è “salvato” grazie alla folta capigliatura.
“La musica – ha spiegato Paola Turci in un’intervista al Corriere – può essere il collante che fa decollare le idee. I bambini africani devono essere aiutati; portare la gente in piazza ad ascoltare e a ballare con noi, serve a sensibilizzare il pubblico a renderlo partecipe dei bisogni. I ragazzini, ma anche i loro genitori, devono capire che la scuola e l’istruzione sono importantissimi per assicurare un futuro migliore. Spesso però sono indigenti e non possono sostenere le spese scolastiche o hanno bisogno di mandare i figli a lavorare. Dunque occorre trovare dei finanziatori. Anche attraverso la musica e concerti come questo ”.
Paola la scorsa settimana era in piazza assieme alle donne di tutta Italia. “Non si può solo criticare occorre anche agire. Così ho dato il mio contributo alla causa. Non mi piace lo stereotipo di donna che si vuol far passare”.
Dal palco uno scatenato presentatore, Freddie del Curatolo, ex giornalista della Provincia di Como ora trapiantato a Malindi, urlava con grande sicurezza ed enfasi: “Education is your right. Education is your future”, cioè l’istruzione è un vostro diritto; l’istruzione è il vostro futuro. Sperava in cuor suo che la moltitudine dei ragazzini e dei genitori presenti al concerto capisse l’importanza del messaggio. “Devo convincerli”, mormorava alla mattina durante le prove.
La manifestazione ha avuto parecchi sponsor, tra gli altri la linea aerea regionale Air Kenya, il cui manager e comproprietario è il pilota italiano Dino Bisleti, gli alberghi del gruppo Key, dove hanno alloggiato gli ospiti, il ristorante Papa Remo sulla spiaggia di Watamu, un piccolo centro balneare a sud di Malindi, (bellissima la location in uno dei pochi punti deliziosi della costa keniota) e la Cooperazione Italiana: “Già da tempo – ha spiegato Marina Rini che l’ha rappresentata a Malindi per quest’evento – siamo impegnati a migliorare le condizioni dei servizi sanitari della popolazione di Malindi e del distretto del Delta del Tana di cui la cittadina fa parte”.
“Ora stiamo realizzando un’importante iniziativa per un valore di 240 milioni di scellini (2 milioni e centosessantamila euro) che riguarda non solo il settore della sanità ma anche quello dell’educazione con la costruzione o il restauro di 11 scuole elementari, e quattordici strutture ambulatoriali in un aerea che serve 317 mila persone”.
Marina Rini ha portato un messaggio di Martino Melli, il capo della Cooperazione Italiana in Kenya: “Il nostro coinvolgimento di oggi – ha scritto Melli – può fare la differenza per il futuro di questo Paese che dipende dai cittadini e dai lavoratori di domani”.
Il festival organizzato dal Cisp era cominciato la mattina con attività ludiche ed educative per bambini e ragazzi: esibizione di saltimbanchi e danzatori tradizionali, lettura di poesie, spettacoli di burattini e brevi pièce teatrali.
“Nel distretto di Malindi il tasso di iscrizione alla scuola primaria, obbligatoria per legge – spiegano Sandro De Luca, area manager per l'Africa del CISP, e Marcella Ferracciolo, rappresentante per il Kenya della stessa organizzazione – è dell’84 per cento per i maschi e del 67 per le femmine. Contro una media nazionale rispettivamente del 95 e del 90. Per la scuola secondaria queste percentuali calano terribilmente: 14, 7 per i maschi e 1,7 per cento per le femmine. Nonostante lo sviluppo dell’industria turistica, questi dati contribuiscono a rendere il distretto di Malindi uno dei più poveri di tutto il Kenya. Secondo i dati del governo il 66 per cento del Paese vive sotto la soglia di povertà”.“Il festival dunque serve anche a questo – conclude Tania Miorin, 'cuore' e 'anima' della manifestazione -. Se l’industria turistica devolvesse un euro per ogni italiano che viene qui in vacanza potremmo raccogliere un po’ di fondi da devolvere agli aiuti all’educazione, cosa che potrebbe assicurare ai bambini e ai ragazzi di Malindi un futuro migliore”
Massimo Alberizzi "Il corriere della Sera"
martedì 22 febbraio 2011
UNA SERATA CHE E' VITA (NON SOLO TUA)

“La vita è l’arte dell’incontro”, diceva quel poeta brasiliano, che passeggiava su una spiaggia più affollata di quelle africane. Guardo indietro la scia lasciata dal mio pessimismo occidentale, parallela a quella dell’ultimo jumbo che mi ha portato nella terra del jambo, e respiro serenamente il paradosso che mi vorrebbe uomo di spettacolo (tanto) e di cultura (troppo poca) ma che mi fa vivere dove è più difficile esserlo. Così campo di mill’altre cose splendide, di begli incontri e di quel po’ di Europa e d’Africa buona che passa di qua.
Il Malindi Music Festival for Children, creatura di un’altra bella persona che abita da queste parti, Tania Miorin, “pasionaria razionale” che lavora per una “en-gi-ò”, quest’anno per la sua seconda edizione, mi ha fatto godere. Intanto l’anello di congiunzione tra musica e solidarietà è più che mai quello dei bambini, che ormai sono anche i “miei” piccoli. I loro volti dipinti durante i giochi della mattina erano uguali a quelli dei piccoli calciatori che allevo, i loro occhi grandi e sgranati li frequento tutti i giorni e mia figlia Agata Zena ci si imbatte con il loro stesso sorriso ed entusiasmo. Poi c’è il legame forte con la Malindi District Cultural Association, il presidente Joseph Mwarandu e il vice Baya, che mi hanno dato qualche settimana fa l’onorificenza di giriama, battezzandomi Mbogo Kimera. Loro sono i primi a salire sul palco del Festival, che ho la fortuna di poter presentare. Sotto quel coloratissimo palco, migliaia di persone e anche molti residenti europei. Canzoni tradizionali giriama e un pizzico di modernità con basso, chitarra e batteria che difficilmente potreste vedere a Kakoneni, Marikebuni o Kayafungo, dove l’elettricità serale la fanno le lucciole e la luce artificiale è qualcosa che fa respirare male, perché arriva dalle lampade a cherosene. La voce ieratica di Mzee Mboko, che ricorda i bluesman di una Louisiana primi novecento, quella roca di Mzee Tendere e le prediche squillanti di Baya, nei loro kanga e kikoi colorati, si appoggiano al vento come fossero della stessa materia. Che importa se i giovani capiscono e apprezzano di più il rapper Mr.Bado, che aizza la folla, o la sgallettata Nyota Ndogo (Stellina) che appare addirittura sconcia, in una kermesse dedicata ai bambini. Bando al finto moralismo, i ragazzini di queste parti vivono sulla loro pelle ogni giorno cose ben peggiori, al limite insegnare che il sesso è un momento di gioia e di piacere, e non violenza o scambio di favori, è già realisticamente qualcosa. Arriva il momento clou dello spettacolo che sto presentando in un inglese stentato. I percussionisti di strada degli slum di Nairobi hanno portato con loro la nuova leva, piccoli musicisti saltellanti che avranno al massimo quattordici anni. Il capobanda parla il linguaggio delle bacchette che vibrano sopra ogni oggetto di riciclo: bidoni, tubi dell’acqua, valvole, taniche. E non potrebbe parlare altrimenti, avendo uno scherzo di denti in bocca. Il mio linguaggio stentato contro il suo linguaggio sdentato. Suoni, colori e allegria da chi si deve scrollare con quanti più forza e rumore possibili la miseria di dosso. Arriva Eric Wainaina, cantautore keniota da sempre apprezzato per il suo impegno sociale, i suoi testi intelligenti che tentano di smuovere le coscienze di chi ancora ha in testa assurde questioni tribali. “Le cazzate etniche non devono entrare nella nostra vita sociale – dice dal palco – se l’uomo politico viene eletto per servire il cittadino, bisogna giudicare il suo operato, non votarlo perché appartiene alla nostra stessa etnia. Se avete bisogno di un idraulico perché il rubinetto di casa perde, vi affidate all’idraulico più bravo e a miglior prezzo o vi interessa solo che sia della vostra stessa tribù?”. Parole sagge e sacrosante. Un discorso perfino realistico, se fosse vero che i politici fanno i gli interessi della gente. Ma Eric scrive “Love and protest”, ha due bambine meravigliose cui non stacca gli occhi di dosso nemmeno mentre fa il “sound check” e una moglie, Sheba, che segue con devozione la sua performance. E’ un artista, un uomo del nuovo Kenya. Ci dice che c’è speranza, per questo paese. E ce lo canta. “Sawa Sawa”.
Di Paola, Turci, vorrei riuscire a parlare da critico musicale, ma non ci riesco. E’ già un’amica, e ha capito subito l’Africa, il Kenya, Malindi. Aiutata dal marito Andrea, che ha un bel mal d’Africa sotto l’allegra corteccia da meneghino d.o.c. “stanco dei milanesi”, si è immersa nella cultura locale, emozionandosi visibilmente quando i Madca le hanno intonato la sua “Bambini” in swahili misto al dialetto locale. Insieme, sul palco, hanno cantato “Watoto”, ed è stato uno dei momenti più profondi e significativi del festival. Emozionalmente si tocca l’apice con “Redemption song”, in duetto con Wainaina, ma Paola è trascinante anche con le sue canzoni. I kenioti battono le mani, sembrano capire. Che importa se i microfoni saltano uno ad uno come fulminati dall’insolito temporale di note mai ascoltate in riva all’oceano indiano, se si finisce in venti sul palco a suonare le percussioni colorate dei Juakali passandoci l’unico gelatone rimasto come fosse una bacchetta magica per inventarsi strofe di canzoni, slogan per i bimbi e per l’istruzione, armonie e scioglilingua rap, in un’interminabile jam session. Education is your right, education is your future.
Il segreto della vita, per me, è racchiuso in serate come questa. E’ condividere un’esperienza bella, è riconoscersi, è fare del bene, è sentire questo bene nelle ossa e nel sangue. Con quante più persone con la stessa tua sensibilità, riuscirai ad avere vicino.
lunedì 21 febbraio 2011
UN'INDIMENTICABILE SETTIMANA ROSSOBLU IN AFRICA (di Edoardo e Beccioni)
Se ti piace depilata, forse l’Africa non fa per te.La sua bellezza è rigogliosa, ma sepolta sotto montagne di schifezza.
La schifezza è dovunque, e quasi tutta d’importazione.
Arrivi in Africa e capisci subito che è un inferno. Ma la scoperta più terribile è la successiva: questo inferno africano è infinitamente più vivibile e seducente dell’inferno asettico di casa tua. Se poi ci aggiungi un Freddie Beccioni quasi astemio in regime pre-derby e i ragazzini della Scuola Calcio di Malindi, lo sconcerto è totale.
Però, nella luce dell’equatore, il rosso e il blu diventano ancora più splendenti, ti affascinano, ti tolgono il fiato.
Ok, forse Malindi non è Africa, o è Africa in un modo un po’ speciale. Come quando scavi un buco nella polenta e ci versi il trifolato di funghi porcini. L’Africa, la polenta, è tutto intorno, ma se caschi dritto in mezzo al trifolato puoi anche avere l’impressione di goderti una vacanza italiana da cinepanettone.
Ma il Grifone non lo trovi certo nelle pieghe preziose della Malindi infiocchettata di tricolore. Il Grifone non sta, ovviamente, con gli elegantoni griffati della costa, immersi nelle loro ville e nei loro porti rotondi, all’ombra di cocktail in bicchieri dagli steli smisurati. No. Tagli per una strada sterrata che si diparte dal centro. Dal centro della Malindi africana, quella vera. Ai bordi della strada, sobbalzando, vedi precarie bancarelle con ogni mercanzia, precarie baracche abitate da vite assetate di grazia, precarie montagne di rifiuti (non è dato sapere per quale misteriosa ragione la povertà generi così tanti rifiuti). In fondo alla strada, poco dopo una discarica, un immenso baobab ti introduce al campo dei ragazzi del Genoa.
Sono lì, ansiosi di indossare la gloriosa casacca. I loro sorrisi e i loro occhi curiosi valgono un gol di Palacio, nel derby, al 94mo. Giocano contro la squadra di un orfanotrofio. Gli avversari indossano belle maglie sponsorizzate, ma rivelano scarsa dimestichezza con la tattica. Gli ci vorrebbe Gasperini. Magari potrebbe bastare anche Pato. I ragazzini del Genoa (molti dei quali a piedi nudi) applicano gli schemi del loro mister a memoria e sembrano il Barcellona. Alla fine non si contano i gol: 8 o 9 a zero. So solo che cominciamo a fare tutti il tifo per gli avversari. Perché un vero genoano, anche quando gli tocca vincere, finisce sempre col condividere la sconfitta coi perdenti.
Seguo soprattutto Mystic e Stanley, due ragazzini molto bravi e molto bisognosi di sponsor. Hanno gravi problemi di famiglia, ma giocano con allegria comunicando allegria. Mystic è un centrocampista dai piedi e dal cervello sopraffini. Non so se sia meglio di Milanetto, ma è molto bello a vedersi. Stanley gioca sulla fascia, con la giusta energia e inserimenti ben calibrati. Mi piace un sacco. Poi c’è Joseph, il dolcissimo Girino. E’ infortunato, ma si presenta con una t-shirt del grifone e fa il tifo da bordo campo. E di certo non gliel’hanno suggerito Scarpi o Marco Rossi.
La settimana dopo rivedo i nostri contro una compagine tignosa: ragazzi vivaci, esperti e un po’ gaglioffi, senza divisa. C’è quello che gioca a torso nudo, quello con la maglietta stracciata, quello in bermuda. Ma sono forti. Vanno in vantaggio su contropiede (in fuorigioco non visto) e poi si difendono come se li allenasse Novellino. I Grifoncini riescono a pareggiare alla fine del primo tempo. Anche se gli avversari intasano gli spazi non rinunciano alle loro eleganti trame triangolari e, nel secondo tempo, segnano il 2-1 e poi il 3-1, con azioni splendide.
Ma il risultato è un fattore relativo. Li vedi scendere in campo, col rosso e il blu che brillano, e capisci che, comunque vada, hanno già vinto. Loro e tutti coloro che gli vogliono bene.
Del Genoa vero, che dire? Pare assurdo che l’entità africana in grado di disquisirne, all’anagrafe artistica si chiami Beccioni. Dopo la litania di Bari mi tocca condividere il Derby con quel pazzo. Dopo aver cercato la diretta in una tv mozambicana di parenti di Eduardo, predisposto un ardito accrocchio skype, sognato uno streaming saltellante, ci rimane solo la voce di Brenzini. Il Beccio è imbufalito, parte una bottiglia di “Libertas”, un cabernet sauvignon sudafricano che ha scovato nella cantina di fango di uno stregone bantù. La valanga di gol sbagliati ci predispone a subire la nemesi. Partono anche birre Tusker. Ci guardiamo abbacchiati, così sicuri del peggio che, al gol di Rafinha, saltiamo in piedi esultando male, condizionati dalla paura che, alla fin fine, la vittoria ci sfugga solo perché siamo in Africa. Vinciamo, invece, ma è tutto irreale. Vedete un po’ voi: un tale che, ai miei occhi, non brilla per intelligenza, mi racconta, da dentro una scatoletta, mentre me ne sto all’Equatore, che il Genoa sta vincendo il Derby. Chiaro che non mi fidi. Mi sembra tutta una faccenda artefatta: l’Africa, il vino, il caldo, le birre, la ragazza della scorta del Beccio che mi aspetta in albergo. Vado da lei, le infilo la sciarpa rossoblù e corriamo per le strade a sbandierare. Beccioni suona il clacson per una città che non sa perché, per una nazione e un continente che non sanno perché e forse si chiedono quale mai sarà il paese in rivolta con la bandiera rossoblù. Facciamo un po’ di casino, ma le televisioni parlano d’altro. Nei bar, nelle strade, nessun segno. Mi sveglio di notte, con il cielo equatoriale che incombe, la ragazza che mi abbraccia teneramente, la sciarpa rossoblù ancora ai piedi del letto e mi dico: “Non può essere vero. È un trucco di quel diavolo d’un Beccio. Non cascarci, ragazzo”. Appena sveglio, gli telefono e, stupidamente, ansiosamente, imploro: “Lo hanno detto in TV? C’è scritto sui giornali? Dimmi che è vero”. Lui mi conferma che esistono prove certe e così vado in spiaggia, davanti all’oceano, solo. E solo allora, come uno scemo, mi lascio andare alla gioia vera e irrefrenabile, con 14 ore di ritardo.
La domenica successiva è quella di Genoa-Roma, ma anche quella che sta preparando la mia ultima notte africana. Il Beccio mi viene a prendere in albergo per soffrire insieme davanti a qualche altro elettrodomestico cieco. È un po’ in ritardo, dopo i bagordi di un megaconcerto della notte precedente e un pomeriggio al mare. Non faccio in tempo ad aprire la portiera dell’auto che mi dice, con la morte nel cuore: “Abbiamo appena beccato gol. Stiamo risuscitando la Rometta”. Mi invita a casa sua, armeggia un po’ con TV e Internet ed ecco la seconda pera. Cacchio. C’è una tristissima trasmissione RAI. Fanno vedere la partita del Milan e si collegano con gli altri campi ad ogni gol segnato. Si sente lo squillo di una trombetta stonata ed è di nuovo Marassi: 3-0. Fanculo. Tiriamo giù le madonne equatoriali, spegniamo gli ardori e cominciamo a parlare di affari e di passatempi vari. Di quando passerò sei mesi all’anno da queste parti e piazzerò via mail Mystic al Ligorna e Stanley al Sestri Levante. La mia ultima domenica si preannuncia nera. Nera come l’Africa, e forse anche di più. Nello studio della RAI i romanisti gongolano. Comincia il secondo tempo e squilla la trombetta. Il golletto di Palacio ci rianima. Forza, ragazzi! Dopo il secondo gol rossoblù siamo sicuri che non finirà così: o loro fanno il quarto o pareggiamo. Trombetta. Birre. Immagini dei Grifoni che si abbracciano. Saltiamo su come matti, urliamo, svegliamo tutto il quartiere. Guardo l’orologio, guardo il Beccio e proclamo: “Adesso voglio vincere”. Cosa sia successo al gol della vittoria ve lo lascio immaginare. Una rimonta storica, una goduria. Vado in albergo a prendere la mia amica, ci vestiamo di rossoblù e andiamo a festeggiare in uno splendido ristorante consigliato dal Beccio: “The old man and the sea”. Come avrebbe fatto Hemingway, ma anche P.A.P. , ci strabuffiamo di pesce e crostacei, bardati con i colori del Grifone. Intorno a noi c’è una famiglia musulmana, che non capisce ma si adegua.
Poi la serata scivola verso la notte, che è la lunga notte degli addii. La gioia si diluisce in nostalgia, le tusker non bastano più a tenere a freno la tristezza e dagli occhi della mia compagna afro-genoana scivolano giù lacrime incontenibili. Decido che è meglio tagliare la testa al toro, prima che la situazione degeneri. Ci stringiamo con tutta la tenerezza possibile e infilo nell’ultima birra due Roipnol. I sentimenti si attenuano. Anche il 4-3 del pomeriggio ora sembra lontano. E ancor più distante, l’ultimo derby vinto in contumacia. Ma va bene così. Anche a sopportare la felicità bisogna essere allenati.
Dai ragazzini alla prima squadra: un Grifone indimenticabile, un’apoteosi.
Se tanto mi da tanto, faccio l’abbonamento per rimanere qui.
Altro che Pizzighettone!
venerdì 4 febbraio 2011
NONNO KAZUNGU E I CANI
"Nonno, perchè il cane abbaia all'acacia?"
"Spesso, nipote, quando non hai niente da dire, riesci a dirlo soltanto urlando"
"Spesso, nipote, quando non hai niente da dire, riesci a dirlo soltanto urlando"
lunedì 24 gennaio 2011
VIENI IN AFRICA
Se in Italia non vivi più bene, vieni in Africa.
Se in Italia vivi bene ma è diventato un Paese di merda, vieni in Africa.
Se hai una rendita di 700 euro e non riesci nemmeno a mangiare, vieni in Africa.
Se ami gli animali più dell’uomo, vieni in Africa.
Se tuo marito è un animale ma non lo ami comunque, vieni in Africa.
Se tua moglie ama un altro animale, vieni in Africa.
Vieni in Africa invece di suicidarti per futili motivi.
Vieni in Africa invece di suicidarti per motivi seri.
Vieni in Africa se non hai nemmeno un motivo per suicidarti.
Se ne hai piene le palle del tuo paese, vieni in Africa.
Se il tuo paese ne ha piene le palle di te, vieni in Africa.
C’è sempre una soluzione, e non è ammazzare moglie, figli e anche la cognata. Parti per l’Africa.
Se lo smog ti asfissia, vieni a respirare in Africa.
Se il lavoro ti stressa, vieni a lavoricchiare in Africa.
Se hai lavorato per una vita, vieni ad oziare in Africa.
In Africa riscopri te stesso.
Se non hai un “te stesso”, in Africa riscopri qualcun altro.
Se hai il coraggio di cambiare vita, vieni in Africa.
Se hai vita per cambiare il coraggio, vieni in Africa.
Se vuoi gratificarti aiutando gli altri, c’è l’Africa.
Se vuoi graffitarti l’anima, c’è l’Africa.
Se vuoi africarti l’anima…lo sai.
Se non fai parte di una maggioranza, vieni in Africa.
L’Africa non è per tutti, per fortuna, non vuol dire che non sia per te.
E’ un consiglio da chi vuole esserti amico, vieni in Africa.
Certo, me ne potrei anche fregare, ma vieni in Africa.
In realtà, in meno siamo e meglio stiamo.
Anzi, mi sale quasi il timore che poi diventiamo troppi.
Chissà, magari vi vorrei tutti in Africa per poi tornarmene solo soletto in Italia.
Ma no. E’ solo che ho questo assurdo difetto.
Alla fin fine credo all’uomo.
Vorrei dargli un’ultima possibilità.
Ripartire da zero, tutti insieme. In Africa.
Lo so, è soltanto un'utopia.
Avete ragione voi.
Sono un inguaribile sognatore.
Continuate pure a pensarla così.
Restate pure dove siete, sognate i vostri sogni occidentali.
La differenza è una sola: io questo sogno me lo sto vivendo.
Ogni istante, ogni giorno.
In Africa.
Se in Italia vivi bene ma è diventato un Paese di merda, vieni in Africa.
Se hai una rendita di 700 euro e non riesci nemmeno a mangiare, vieni in Africa.
Se ami gli animali più dell’uomo, vieni in Africa.
Se tuo marito è un animale ma non lo ami comunque, vieni in Africa.
Se tua moglie ama un altro animale, vieni in Africa.
Vieni in Africa invece di suicidarti per futili motivi.
Vieni in Africa invece di suicidarti per motivi seri.
Vieni in Africa se non hai nemmeno un motivo per suicidarti.
Se ne hai piene le palle del tuo paese, vieni in Africa.
Se il tuo paese ne ha piene le palle di te, vieni in Africa.
C’è sempre una soluzione, e non è ammazzare moglie, figli e anche la cognata. Parti per l’Africa.
Se lo smog ti asfissia, vieni a respirare in Africa.
Se il lavoro ti stressa, vieni a lavoricchiare in Africa.
Se hai lavorato per una vita, vieni ad oziare in Africa.
In Africa riscopri te stesso.
Se non hai un “te stesso”, in Africa riscopri qualcun altro.
Se hai il coraggio di cambiare vita, vieni in Africa.
Se hai vita per cambiare il coraggio, vieni in Africa.
Se vuoi gratificarti aiutando gli altri, c’è l’Africa.
Se vuoi graffitarti l’anima, c’è l’Africa.
Se vuoi africarti l’anima…lo sai.
Se non fai parte di una maggioranza, vieni in Africa.
L’Africa non è per tutti, per fortuna, non vuol dire che non sia per te.
E’ un consiglio da chi vuole esserti amico, vieni in Africa.
Certo, me ne potrei anche fregare, ma vieni in Africa.
In realtà, in meno siamo e meglio stiamo.
Anzi, mi sale quasi il timore che poi diventiamo troppi.
Chissà, magari vi vorrei tutti in Africa per poi tornarmene solo soletto in Italia.
Ma no. E’ solo che ho questo assurdo difetto.
Alla fin fine credo all’uomo.
Vorrei dargli un’ultima possibilità.
Ripartire da zero, tutti insieme. In Africa.
Lo so, è soltanto un'utopia.
Avete ragione voi.
Sono un inguaribile sognatore.
Continuate pure a pensarla così.
Restate pure dove siete, sognate i vostri sogni occidentali.
La differenza è una sola: io questo sogno me lo sto vivendo.
Ogni istante, ogni giorno.
In Africa.
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