lunedì 19 ottobre 2009

SAMOSA DI CARNE

(Parodia malindina di "Sapore di Sale" di Gino Paoli)

Samosa di carne, samosa piccante
Che ho nella bocca, che ho sulle labbra
Sono qui al ristorante e mi vien da ruttare
Vicino a te, vicino a te

Samosa di carne, samosa bastarda
Quel gusto un po’ andato di spezie scadute
Ne ho mangiata una sola, l’ho mangiata per gola
Ed è una fortuna che sia ancora qui

Il tempo di berci una tusker ghiacciata
E nel mio intestino una guerra è scattata
Mi lancio nel bagno e cominci a star male
E rimani da sola con il tuo ginger ale…

Poi torno vicino e ti vedo cadere
Per quella samosa, non profumo di rosa
E mentre ti bacio, samosa di carne
Samosa avariata, samosa perché?

Il tempo di berci una tusker ghiacciata
E nel mio intestino una guerra è scattata
Mi lancio nel bagno e cominci a star male
E rimani da sola con il tuo ginger ale…

Poi torno vicino e ti vedo cadere
Per quella samosa, non profumo di rosa
E mentre ti bacio, samosa di carne
Samosa avariata, samosa perché?

venerdì 16 ottobre 2009

IL CIELO PIANGE

Il cielo piange in Africa.
Lacrime antiche sui baobab centenari
Lacrime nuove sui dimenticati
Sui diseredati dai loro stessi fratelli
Sugli sguardi che non hanno brace
Sui sorrisi che non sono fuoco
Eppure qualcuno li ha spenti
Acqua che non riesce a purificare
Che non lava, non monda e
che non riesce ad andare al mare
Il cielo piange in Africa
Tornerà la voglia di ridere

(parole raccattate in strada a Malindi e tradotte a modo mio)

giovedì 15 ottobre 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: MICHAEL FRANTI, "EVERYONE DESERVES MUSIC"


Pregiudizio. Una parola che da sempre accompagna nella carriera artistica e nella vita Michael Franti. Non inganni il cognome di deamicisiana memoria, l’uomo è un mastodonte mulatto a cui da ragazzo era stato vaticinato un futuro da guardia nei Los Angeles Lakers, negli anni in cui Kareem Abdul Jabar estasiava il mondo con il suo “gancio cielo”. Michael invece affronta i primi pregiudizi e si mette a fare hip-hop senza rasarsi i capelli a zero. Anzi, lasciandosi crescere folti dread da rasta. Inevitabilmente il rap degli esordi si tinge di reggae e denuncia. Con gli Spearhead firma il variopinto “Home”, in cui hip-hop, caraibi, soul e basket (“Dream team”) vanno d’accordo. Il seguito (“Chocolate supa highway”) porta Franti e la sua band al successo internazionale, stavolta l’hip-hop è più puro e appena venato da reminiscenze marleyane.
Dopo altri due corposi, impegnati, intelligenti dischi che non gli tolgono l’etichetta di cool rapper, un cameo in un album di Jovanotti e la splendida produzione di “7” della cantante belga-zairese Zap Mama, Michael Franti decide che è ora di levarsi di torno questi noiosi pregiudizi. Per l’America è un giovane cantore della sinistra, si batte per le cause perse e quasi quasi ha simpatie per i musulmani. Per l’Europa è uno dei tanti parlatori del terzo millennio su basi soul. E qui Franti spiazza tutti, perché con il suo ultimo album “Everyone deserve music” l’ex Spearhead fa il salto di qualità. Scrive con maturità ballate nere sospese tra l’illuminazione di Ben Harper (“Love, why did you go away?”) e l’impegno sociale dell’indimenticato Gil Scott-Heron (“Bomb the world”).
In certi frangenti sembra di veder tornare come in una moviola, dagli spari della pistola del padre, Marvin Gaye.
Franti con il suo stile ha scritto un’antologia della miglior musica nera di oggi, evocando anche Lenny Kravitz, Erykah Badu, Stevie Wonder, Curtys Mayfield e altre icone più o meno storiche. Ma ci vuole soprattutto una bella testa da musicista per scrivere canzoni come la title-track o “Never too late”, per arrangiare reggae-non reggae la ritmata “Pray for grace”, per sublimare in rhythm and blues le stesure hip-hop di “What i be” e “We won’t stop”. E siccome negli States non è solo la musica nera ad essere contro, ecco che salta fuori un brano che fonde lo stile Franti con il John Mellencamp degli ultimi anni, ascoltare “Feelin’ free” per credere. Se poi si permette l’ospitata dello spagnolo Sergent Garcia per un divertente salsa-raggamuffin è perché a lui delle etichette non interessa un granchè. Questo geniaccio rubato alla pallacanestro ha dato alle stampe un disco che nel giro di sessanta minuti fa muovere le natiche e ballare, sorridere, riflettere, incazzare, emozionare e ascoltare grande musica. Altro che pregiudizi, ognuno si merita le nuove canzoni di Michael Franti.

giovedì 1 ottobre 2009

COMO, CHE DIVENTA IMPORTANTE QUANDO L'ABBANDONI (per "Leitmotiv")

Pur essendo nato a Milano e avendo vissuto parecchi anni a Como, mi sono sempre considerato un uomo di mare. Sarà per l’infanzia ligure, sarà per l’affezione alla scuola cantautorale genovese, il tifo per la squadra di calcio più antica e gloriosa d’Italia. In realtà del mare ho sempre amato gli infiniti spazi, l’apertura totale dell’orizzonte ottico. In Liguria, l’apparente chiusura e ritrosia della gente, nasconde in realtà una naturale visione “oltre”, un abitudine alle distanze anche mentali.
A Como c’è il lago. Scenario d’incanto, non c’è che dire. Ma costretto, recluso tra alte montagne che offrono piccola porzione di cielo e non lasciano mai intravvedere la linea dell’infinito.
La chiusura della gente qui non è una scelta, ma un limite. Non ci vuole coraggio ad andar per lago, come invece per chi s’imbarca in un porto di mare. Qui chi ha coraggio ha preso la via delle montagne e spesso non torna.
Personalmente, a Como ho legato la mia carriera professionale. Sono arrivato che ero soltanto uno scrittorucolo praticante e sono diventato un giornalista fatto e finito. Nella quiete di Palanzo prima, di via Giovio e Maslianico poi, ho scritto una decina di libri e composto l’album musicale d’esordio che tante soddisfazioni mi ha dato. Le migliori opere nascono sempre da grandi depressioni, diceva qualcuno. Non posso negare che il territorio Lariano umanamente mi abbia lasciato poco e abbia rovistato in me utilizzando strumenti da lento scasso come la noia, l’incomunicabilità, la delusione.
Se ti lasci andare, sei perduto. Il lago ti ricopre il cuore di patine algose e arrugginisce i meccanismi del sistema nervoso con la sua umidità. Eppure tutto ciò può trasformarsi in forza centrifuga, può sublimare in arte. Quando la tua condizione fa a botte con il mai domo amore per la vita, ecco che la vera natura esce allo scoperto. Allora posso dire che a Como sono diventato saggio, sono diventato uomo. Ho conosciuto la donna che sarebbe poi divenuta mia moglie, ho lavorato a progetti interessanti. Cose che magari, davanti al “mio” golfo del Tigullio, non avrei fatto, rapito dall’ipotetica via di fuga.
Ecco cosa succede. A Como ti senti braccato, per questo reagisci!
Perché la Città Murata è affascinante, è storia ma non così palese come quella romana o come il rinascimento fiorentino. E’ storia oscura, misteriosa, da provincia dell’impero o da colonia di villeggiatura di nobiltà in odore di caduta. Il centro storico di Como nasconde segreti che potrebbero catturarti, se qui la storia non si fosse suicidata per troppo pudore. A Como è difficile scavare, è quasi impossibile farsi raccontare. Sembra che ognuno nasconda chissà quali collezioni di ossa in cantina, quando invece basterebbe vergognarsi un po’ meno.
Ho conosciuto e intervistato uomini di cultura, scienziati e artisti vari che hanno lasciato il Lario in giovane età e ora ammettono di capirlo e amarlo di più. “Torno ogni due anni per un paio di settimane – mi ha confidato un imprenditore che abita a Miami – e non immagina quanto mi faccia piacere. Ma guai a fermarmi più a lungo”. Ho trovato qualcosa in comune, negli sguardi e nelle parole di queste persone. Non vorrei sbagliarmi, ma tutti loro in un certo qual modo ringraziano Como di avergli fatto conoscere i propri limiti e di aver dato loro la forza di andare via, di guardare oltre il lago e le montagne.
Io che non sono di comasca progenie, i miei limiti già li frequentavo e sono andato e tornato tante volte da molti luoghi, ma mai mi sono fermato sette anni in una stessa città. In quegli anni mi sono accontentato dei pochi amici che ho incontrato e che lo rimarranno e dei pochi segreti che sono riuscito a carpire a questa cittadina. Non c’era altro da fare, dopo aver scavato e scavato, che tornare al mare. Ringraziando eternamente Como, che me ne ha fatto apprezzare sfumature dimenticate. Ora so come riconoscere la noia, la depressione, l’incomunicabilità, anche davanti all’orizzonte infinito. Dall’Africa, mio nuovo approdo da quattro anni a questa parte, un rispettoso saluto e un grazie.

Per il periodico LEITMOTIV

sabato 12 settembre 2009

POESIA: PARABOLA

E' difficile
tornare da un luogo
dove non si è mai stati
richiede troppa fantasia.
Forse per questo
sono tornato
da te.

domenica 6 settembre 2009

MALINDI, THE LAND OF OCCASIONS

Sarà che noi italiani siamo un’altra razza.
Campanilisti, figli di comunesimo e Granducati, fieri dei dialetti e dell’identità che fa sentire un varesotto più vicino alla Cornovaglia che alle Marche, senso della Patria assente ma liti da cortile per la supremazia sui cassonetti della raccolta differenziata e ronde di quartiere ogniddove.
Saremo noi ad essere strani, e a trasformare anche altri popoli, modificando i loro usi e costumi, le abitudini sociali e quelle lavorative, ma non come gli americani, con consapevole e bonaria invadenza. Noi lo facciamo per riflesso condizionato, in maniera assolutamente involontaria.
Io non ho mai visto un poliziotto di Brescia fare carte false per essere trasferito a Porto Cervo, un finanziere umbro pagare di tasca sua tre mesi di stipendio per poter esercitare a Cortina d’Ampezzo e un giudice andare a tentare la carriera a Portofino.
Anzi, da noi succede quasi l’esatto contrario. Un posto grigio e asettico come Cologno Monzese può diventare il trampolino di lancio per un avvocato, che spiccherà il volo addirittura verso la carriera politica e, chissà, magari un giorno diventerà ministro! E così invece gli agenti prediligono paesini tranquilli del Centro Italia o della bassa padana, dove i delitti avvengono solo all’interno del focolare domestico e gli extracomunitari cattivi te li portano le ronde volontarie prima ancora che commettano il reato.
In Kenya no. Niente di tutto questo, grazie a noi figli della Lupa e anche un po’ di Annibale.
Il desiderio confessabile, il punto d’arrivo, l’anelito di ogni carica statale, toga o azzeccagarbugli keniota è trovare lavoro a Malindi. Ah, che bel posto Malindi. La sognano i cadetti di Kapsabet, i laureandi di Kisumu, i fanfaroni di Machakos. La studiano i magistrati che a Nairobi sono stati esclusi dal grande giro, i politici che escono dal giro, i manager che si guardano in giro, i vagabondi stufi di andare in giro, i boda-boda che vorrebbero partecipare al giro. Ci fanno un pensierino gli indiani a cui hanno chiuso i ponti e i pontili a Mombasa, i venditori di monili di Kinshasa, gli ex monaci di Lhasa e i casalinghi mandinghi senza casa perché al suolo gliel’hanno rasa.
Malindi, poi, con tutti quei vacanzieri italiani con i neuroni arrostiti al sole, è la bengodi per qualsiasi categoria, la rivalsa che ci si attendeva ancestralmente.
Certi agenti della polizia turistica, con le mani come mulinelli e le divise come esche in un lago artificiale pieno di trote (e relativi figli), non sanno più da che parte guardare e dove andare a pescare: fumatori tabagisti per cui l’Africa non ha locali pubblici, fumatori vegetariani per cui in Africa l’erba è pubblica, automobilisti a noleggio senza cintura di sicurezza che non spiccicano una parola d’inglese (e per fortuna che i locali non sanno valutare il buon uso della grammatica italiana…), lucrezie ingioiellate che portano a spasso il barboncino sulla spiaggia di Silversand, ometti falsomagri, falsogiovani, falsorolex e veroviagra che oltre alle bellezze locali amano farsi notare in pubblico in atteggiamenti affettuosi con la loro dama, impiegati con camicia hawayana e berrettino da baseball che pagano un cocco fresco 10 euro e poi bisticciano con un beach boy che gli chiede 200 scellini per un portachiavi col suo nome scolpito nell’ebano…Il paradiso del quiproquo, l’estasi del coltinflagrante, l’abbecedario della veniale infrazione. Che bel luogo di vacanza, anche per un poliziotto!
Per non parlare degli avvocati! Mai visto all’Equatore un terreno così fertile per cause e conflitti civili. Italians versus Italians, Italian versus Africans, Italians versus Indians or Arabs, Italian che si ubriacano di Versus, versus tutti gli altri. Ci sono anche casi di avvocati che arrivano a Malindi e costituiscono strane partnership. Lo studio legale Omanji-Obevi (noti legulei della tribù Luo arrivati dal Lago Vittoria) si è sciolto per dare vita a due uffici distinti: Lo studio Omanji e l’avvocato Obevi. Così quando uno dei due prende sotto la sua ala protettrice un italiano in causa con un connazionale, come per incanto l’altro italiano finisce tra le grinfie del socio. Stranamente in questo caso i procedimenti durano anni e anni, con esborsi notevoli ma senza mai una fine. A volte, stremati, i due contendenti si ritrovano dopo un decennio e decidono di rinunciare alle antiche liti e di mettersi d’accordo, scoprendo anche moltissimi interessi comuni e in rari casi anche un’omosessualità latente che li porta a fidanzarsi. Sul terreno conteso e gestito da Omanji Obevi, sorgerà la capanna dei due cuori spennati. A Homa Bay, sul Lago Vittoria, sorgerà una palazzina a sei piani con supermercato, bar e ristorante a pian terreno, di proprietà del duo legale malindino…
Vogliamo dire dei dirigenti della società elettrica e dell’acqua? Chi viene a Malindi è tutta gente colta, dei veri intellettuali, studiosi indefessi: sì, perché sono talmente appassionati di letture che pur di leggere e leggere qualsiasi cosa, arrivano a leggerti il contatore anche tutti i giorni, modificandone il senso e aumentando il prezzo. Alla fine questi raffinati lettori si trasformeranno in protagonisti di un romanzo! Anche loro finiranno infatti su un libro: il tuo libro paga!
E che pensare dei giudici che hanno sotto le mani veri rompicapo intricatissimi, più di un teleromanzo della KBC. Come il famoso caso del mzungu che ha riconosciuto come suoi i due figli dalla donna, ex commessa di Meru (ma quanti negozi ci sono a Meru…quasi come le università di Nairobi…) che sta con lui da cinque anni, che poi trova a letto con uno di Pinerolo e allora le fa il DNA e scopre che i bambini sono uno mezzo tedesco e l’altro tutto di Watamu. Però adesso vuole tenersi i bimbi perché si è affezionato e quindi sottrarli alla madre che da parte sua chiede una buonuscita milionaria e nel frattempo ha venduto la casa che il mzungu le ha intestato a quello di Pinerolo, che comunque ha ritenuto giusto rintestarla a lei…
Che teste…e che gran mal di testa per il giudice…a Malindi buoni affari anche per la ditta produttrice del Panadol. Alcuni magistrati dopo un po’ si mettono in malattia: è tragico quando non riesci più a capire a chi conviene chiedere soldi. C’è da impazzire!
E i commercialisti che aprono società che poi per chiudere non basta nemmeno la morte di entrambi i director? E gli intermediari…questa sì che è una splendida realtà malindina. Recentemente e segretamente c’è stato il primo congresso a Majengo degli intermediari degli italiani. Una varia umanità che nemmeno a Eurodisney o nel Parlamento italiano. Dallo yemenita unto di samosa al pescatore di Mambrui, ex galeotti neo testimoni di Geova e malaya convertite dal parrucchiere, tassisti senz’arte né parte, questuanti senz’arti, dee-jay senza party. Vieni a Malindi e sai a chi affidarti. Trionfo dell’anarchia, esaltazione della libertà, nuovo “kenian dream”.
Ecco cos’è Malindi, un luogo splendido in cui si vive di occasioni.
E le occasioni, si sa, per metà fanno gli uomini quel che sono, e per l’altra metà quello che non sapevano di essere.

giovedì 3 settembre 2009

PARODIA: BEACH BOY

(parodia malindina di 4 marzo 1943 di Lucio Dalla)

Dice ch’era un bel moro e veniva, veniva da Lamu
Si chiamava Mohamed ma per tutti era Massimiliano
Incontrò una turista italiana sulla spiaggia a Watamu
Dopo un quarto d’ora eran già mano nella mano

Aveva un bel sorriso, Mohamed Massimiliano
E parlava indifferentemente calabrese o friulano
Con un’arma impropria tra le gambe e un vestito firmato
Dopo solo due ore avevan già consumato

Compiva cinquant’anni la signora italiana
E volle festeggiare con un matrimonio giriama
Lui che ne aveva venti andò con lei in Italia
Dopo un anno a un bel bambino faceva da balia

Com’era fredda e senza sole quella terra straniera
E di non lavorare troppo lui cercava la maniera
La moglie era ancora più brutta per due lifting sbagliati
Dopo solo un’anno e mezzo si eran già separati

E ancora adesso che beve mnazi al porto di Lamu
Si ricorda come stava male con quella vecchia a Milano
Ma ancora adesso quando, quando torna a Watamu
Cerca un’altra turista a cui dare la mano
Ma ancora adesso quando, quando torna a Watamu
Cerca un’altra turista a cui metterlo in mano

venerdì 21 agosto 2009

AFRICA (come la vedono i cantautori italiani)

Io sono l'africa
perché anche l'Africa me l'hai insegnata tu
Alle falde del Kilimanjaro
tra i gelsomini dell’Africa buia
Viaggerai verso l'Africa
Africa stanca di mille promesse
Chiudi gli occhi e vai in Africa

Io sarò l'africa
e' forte l'Africa non fosse per il caldo
Spunta un vento d'Africa
Mustafà viene di Africa e qui soffia il vento d’Africa
L'ho raccontato al vento che ti porto in Africa
Africa terra di troppe risorse
Chiudi la porta e vai in Africa

Ti chiami Africa
fino alle sponde dell'Africa
nel continente nero
non siamo mica in Africa
Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca
Forse in Africa che importa
Africa gli altri ti sparano addosso
Gira i tacchi e vai in Africa

Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare
Sempre nel cuore dell'Africa
ed era come un mal d'Africa
Così mi uccidi l’Africa
Africa la grande gabbia di libertà
Butta la chiave e vai in Africa

Per te ci vuole l’Africa di tam tam e zulù
dal nord al sud, dal Kenya al Kentucky
Vip in un limbo a Malindi
Rotary Club of Malindi
non era Africa, chissa’ la vecchia via del varieta’...
Africa si muore uniti in un fosso
Ma com'è bello il mare d'Africa stasera…Celestino


Scoprite voi gli autori di questi versi!!!

giovedì 20 agosto 2009

A MALINDI MANCA

Un motel a cinque stelle
Un maneggio con le stalle
Un negozio di abbigliamento in pelle (contrabbando, per le signore leopardate…s’intende)
Una fabbrica di caramelle (da vendere ai turisti che poi le regalano ai bambini così gli cariano tutti i pochi denti sani che hanno, tanto poi arrivano i dentisti volontari italiani che li curano)
Una fabbrica di dentiere
Un ristorante malese
Un ristorante tailandese
Un ristorante maltese (corto)
Un ristorante esquimese (no so… i prodotti surgelati non vanno tanto a malindi…)
Un ristorante aperto una volta al mese
Un ristorante che stia nelle spese
Una pescheria di lusso
Una rosticceria anche del casso
Un negozio di specialità gastronomiche friulane
Un negozio di computer
Un computer per ogni negozio
Una gioielleria come a Via Condotti
Un condotto che porti alla gioielleria (per svaligiarla)
Un mercatino equo-solidale
Ma anche un mercatino iniquo-bastardo
Un sarto antico
Un autolavaggio elettronico
Un autolavaggio di coscienza
Un carrozziere di Cosenza
Una gelateria yogurteria biologica
Un esperto di analisi logica
Una torrefazione
Un produttore di torrone
Una lavanderia a gettoni
Una lavasoldi automatica
Un ippodromo
Un elefodromo
Un giraffodromo
Un bocciodromo
Un salsodromo
Un rincoglionitodromo
Un minigolf
Un maxipareo
Un maxischermo
Un drive-in con le cameriere sui pattini
Un buon reparto di rianimazione per cameriere volate dai pattini
Un’enoteca
Un’emeroteca
Una cineteca
Un’unità cinofila
Un bioparco
Un biopresto (però abbiamo l’Omo…)
Una stazione della metropolitana
La metropolitana anche senza stazioni
Un chiosco dei giornali
Il blockbuster
Benetton
Stefanel
Conbipel
Sua sorel
Una sveglia in orario
Un orario


(La lista potrebbe continuare all’infinito, ma la verità è che malindi mancano ancora tante, troppe cose indispensabili a rendere tutto questo superfluo...)

mercoledì 19 agosto 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: STEELY DAN "EVERYTHING MUST GO"


Non c’è regola che assicuri che facendo le cose con ponderatezza, lentamente, pensandoci e ripensandoci, limando e correggendo in corsa, controllando i minimi particolari, il prodotto finale sia migliore. E facile accorgersene quando si cucina uno spaghetto aglio, olio e peperoncino in venti secondi e ce lo si ricorda per tutta una vita, ma anche una torta estemporanea fatta, libro alla mano, per dimenticare un grande amore e venuta meglio di quelle della nonna.
Devono avere pensato a questo e mangiato la torta anche Donald Fagen e Walter Becker, al secolo Steely Dan. Il più raffinato, jazzato, complicato, innovativo gruppo pop-rock americano di sempre, si ripresenta a tre soli anni di distanza dal precedente album “Two against nature” e a trentuno dalla loro nascita artistica, con il pregevole “Everything must go”. Il fatto sorprendente è che prima di “Two against nature” erano passati vent’anni di silenzio, intervallati da due spettacolari dischi di Fagen (il culto “The Nightfly” e il più recente “Kamakiriad”) e uno tosto di Becker (“11 tracks of whack”, con interventi dello stesso amico tastierista). Il parto difficile del precedente album aveva fatto pensare a un sublime canto del cigno, a una reunion tra vecchi compagni o al massimo un episodio che si sarebbe potuto ripetere non prima di altri dieci anni. Invece subito dopo la tournée 2001 la coppia si è messa al lavoro e ha scritto altre canzoni, recuperando questa volta lo spirito di album scorrevoli come “Can’t buy a thrill”, i suoni che negli anni Settanta facevano gridare al miracolo (ascoltate oggi Aja e chiedevi se può essere un disco di venticinque anni fa) e che oggi vanno ancora per la maggiore, a giudicare dal successo dei vari Ben Harper e Lenny Kravitz. Senza stare a pensarci troppo sopra, hanno confezionato nove brani che sono soprattutto melodie, strofe e ritornelli, blues e funky, prima ancora che prodotti dai suoni ineccepibili e partiture esemplari. Nove pezzi facili alla loro maniera, perché la divertente “Blues beach”, che per loro è una canzonetta scritta alle Hawai, sarebbe già un punto d’arrivo per decine di buone band americane che scimmiottano i Toto o gli Eagles. Le atmosfere patinate di Aja tornano in maniera più leggera in “Slang of ages”, in cui c’è un’agilità di fondo che permette ai cori stile “Gaucho” e al sax che ricorda i tempi di “Doctor Wu” di appoggiarsi senza appesantire. C’è profumo di jazz e di continuità in Pixeleen che conferma l’esistenza di un marchio di fabbrica Steely Dan, dato non solo dai saliscendi della voce di Donald Fagen, assimilabile per equilibrismo soltanto a quella di Joe Jackson. E Pixeleen in qualcosa ricorda un brano del lungagnone inglese, altro geniaccio in grado di passare dal jazz al punk, al rocksteady alla musica classica contemporanea. Fagen e Becker invece rimangono nel loro seminato, un campo delle meraviglie in cui niente viene lasciato al caso ma dove ogni cosa ha imparato a farsi da sé, a partire dal team di musicisti scelti, sempre gli stessi conm ottime individualità, ma nessun fenomeno come in passato (da Lenny Carlton a Peter Erskine). Lunch with Gina è anche volutamente sporchina e Hugh McCracken si ricorda che sta suonando con quelli di “The Royal scam”. Si chiude con il brano che titola il tutto e che ne è un po’ la legenda, spruzzata jazz. Insomma, gli ex ragazzi che amavano Borroughs e John Coltrane sono vivi più che mai e sanno fare anche le cose “di fretta”, perché la classe non è acqua, ma nemmeno per forza brandy invecchiato nelle botti di rovere. Se, dicono loro, “tutto quanto deve passare”, questo disco resta e si aggiunge ai capolavori di una carriera che non accenna a fermarsi ne ad avere cadute di stile. Ecco un altro album da assaporare, assimilare e non dimenticare.