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giovedì 11 agosto 2011

MUKOMBERO, IL BIO VIAGRA KENIOTA (da "Pillole di Malindi")

Da qualche settimana il Kenya ha aggiunto alle sue grandi attrazioni (savana, oceano, grandi laghi, montagne, maasai, corruzione) anche un motivo in più per essere visitato. Il “boom” mondiale del Mukombero. No, non si tratta di un nuovo ballo come la Macarena ma di un viagra naturale dalle insospettabili proprietà. Il Mukombero è un tipo di ginger molto chiaro ed esile che cresce specialmente a nord del Paese, ma che ultimamente viene commercializzato anche sulla costa.
Il suo effetto, se viene masticato come una radice di liquirizia, è quello del più potente afrodisiaco trovabile in natura. Ecco allora che sui depliant pubblicitari che promuovono il Kenya, accanto all’immancabile leone in primo piano, di tre quarti, con la zazzera bionda al vento, al maasai salterino lenzuolato in rosso e ricoperto di perline, al pescatore di 115 anni con la barba bianca che aggiusta la sua vela ricavata dai sacchi della polenta, possiamo aggiungere il pensionato mzungu che mastica il mukombero mano nella mano con una procace ventenne sulla spiaggia di Malindi e, invece di ammirare la sua preda, felice e sorridente, ha lo sguardo fiero verso il basso a valutare come il suo salice piangente italiano si stia trasformando in una gloriosa palma tropicale.
E le coppie in viaggio di nozze? Luna di miele e ginger, roba da ricordare tutta la vita. Così per le signore in odor di menopausa, gli adolescenti timidi, i latin lover caduti in disgrazia, i precari con impotenza coordinata continuativa…mukombero in compagnia, mukombero per tutti! All inclusive!
Per non parlare degli slogan: “Donne, è arrivato il mukombero!” “Prova anche tu il gingerone africano del piacere”. Grazie a questo miracolo della natura, l'economia del Kenya può davvero avere un'erezione e il settore turistico nel suo ventaglio di proposte per le vacanze a tutto tondo (e a tutto duro) sarà imbattibile! Savana, mare, escursioni montane, laghi, deserti, social, etno, equo, bio, mio, tuo, suo, luo…tutto al sapor pizzicorino della radice di zenzero che a nord del Paese, ma da qualche settimana anche a Nairobi e Mombasa, si vende a pochi scellini la "dose" e che promette performance degne di un Rocco Siffredi equatoriale, con l’unico piccolo effetto collaterale di un po’ di stitichezza, ma niente a che vedere col rischio infarto della pillolina azzurra, che è così squallidamente chimica. Questo è un eccitante bio! Equo solidale…e per questo fa godere ancor di più! Comunque occhio alla stitichezza, non la sottovalutate! Lo hanno provato per primi i kenioti bigami, i capotribù con più mogli. Onesmus Mtondi, 72 anni di Mazeras, ha trentuno mogli. Si è mangiato un chilo di mukombero ed è riuscito a soddisfarne 28, anche perché le tre più vecchie sarebbero state intrombabili anche da un cieco in astinenza da vent’anni ripieno di viagra. Il vecchio Mtondi, visibilmente soddisfatto dopo la performance, non è andato di corpo per un mese e mezzo ed è esploso due notti or sono, concimando gli “shamba” di tutto il villaggio. Al limite, quando lo assumete, inghiottiteci insieme due samosa prese in un chioschetto locale.
Anche a Nairobi, in certi ambienti, va di moda il mukombero. Potrebbe stupire il fatto che i primi ad impazzire per l'eccitante naturale siano stati infatti gli stessi kenioti, di cui noi occidentali ignoravamo tali problemi. Con tutti quelli ancestrali che già hanno, lo stress di una veloce civilizzazione evidentemente ha aggiunto pure questa sciagura. Oltretutto, con i loro "carichi eccezionali", la morbidezza è ancora più imbarazzante. Proboscidi da cimitero degli elefanti su corpi da gazzelle. A Nairobi si sono verificati però problemi collegati al continuo stato d’eccitazione degli uomini: in molti, proprio per le misure considerevoli dei loro organi sessuali, non riescono più a salire in macchina, nei negozi o in casa dove, muovendosi, distruggono tutto ciò che trovano ad altezza del basso ventre. Non possono sedersi al ristorante senza che i tavoli apparecchiati prendano il volo e così via. Si può anche assistere, nelle toilette e nei parchi della capitale, ad epiche sfide di fioretto e sciabola tra bandoleri mukomberi.
A Mombasa, una ditta indiana di demolizioni edilizie, offre il mukombero da masticare ai propri operai, che di conseguenza sono in grado di tirare giù interi agglomerati di case a colpi di mazza. C’è chi si sta allenando anche per la ricostruzione. Dalla cazzuola al… il passo è breve.
Scherzi a parte, gli unici davvero contenti del “boom” del mukombero, sono i rinoceronti, il cui corno per anni è stato definito afrodisiaco e ancora viene cercato da qualche idiota bracconiere assassino al soldo di aziende cinesi. Alcuni esemplari dell’Amboseli, alla vista del malintenzionato, hanno imparato a guidarlo verso le radici miracolose. “Prendi questo, coglione, e lascia stare il mio naso”. Il ginger non ammazza nessuno, nel tè è perfino piacevole, la moglie può grattugiarlo nelle vivande senza che il marito abbia a vergognarsi delle sue tristezze a letto e l'amante focoso può farne incetta e presentarsi al cospetto della partner canticchiando "donna donna lo sai chi c'è, è arrivato il Mukombero!" Attendiamo ora che i ricercatori della Pfizer (casa produttrice del viagra) se ne escano con altri effetti collaterali del gingerone del piacere, oltre alla stitichezza. Altrimenti, con buona pace delle multinazionali, anche sulla costa keniota, ci daremo tutti alla coltivazione...immaginando un nuovo tipo di turismo di cui c'è già pronto lo slogan: "Il Kenya tira...eccome se tira!"

venerdì 20 maggio 2011

VIVERE IN KENYA


Vivere in Kenya, per un occidentale, è innanzitutto una scelta.
Significa abbandonare la propria patria, allontanarsi dalle proprie radici, lasciare parenti, amici e abitudini che ci hanno affiancato sin dalla nascita.
Ma vivere in Kenya significa (e deve significare) anche avvicinarsi ad un’altra civiltà, un’altra cultura, un altro modo di vivere. La storia del Vecchio Continente ci ha insegnato che quando ci troviamo in presenza di popolazioni che riteniamo più “indietro” di noi, magari perché mangiano con le mani o non hanno ancora dimestichezza con le ultime invenzioni della scienza e della tecnica, tendiamo a trasmettere le nostre cognizioni e fantastichiamo che quella sia superiorità.
Da pochi particolari, poi, iniziamo ad applicare questo metro in tutte le cose della vita, cercando di imporre anche abitudini idiote e disdicevoli. Chi ha detto che bisogna mangiare con la forchetta? E’ più igienico? Pensateci bene, non credo. Basta lavarsi le mani prima e dopo. Difficilmente, quando andiamo in un ristorante europeo, chiediamo al cameriere di lavarci le posate. Le troviamo sul tavolo e per quanto ci riguarda, la donna delle pulizie, in aperto contrasto con la gestione del locale, potrebbe anche essersele strofinate sul pube.
E chi vi dice che la carta igienica sia meglio della foglia di banano, per pulirsi il sedere? Potremmo andare avanti con mille altri esempi. Ma torniamo in Africa: vivere in Kenya vuol dire innanzitutto capirne i problemi, quelli ancestrali e quelli legati all’epoca che stiamo vivendo, quelli indotti e quelli che fanno parte dell’ambiente. Il rispetto per le persone è strettamente legato al rispetto per la Natura e, se amiamo questo posto, con il rispetto in noi stessi.
Credo che mia figlia crescerà con l’abitudine di utilizzare l’acqua solo per lo stretto necessario, che inumidirà le mani e poi chiuderà il rubinetto per insaponarle e lo riaprirà per sciacquarle. Così farà con la doccia. A me capita di farlo anche quando torno in Italia, mi è successo di scoprirmi a compiere quei gesti in un grande albergo. E ne sono felice! Rispetto è anche abituarsi a non sperperare, perché la miseria di molti dipende non tanto dalla nostra ricchezza, ma dalla nostra noncuranza. Posso mangiare con le mani, seduto al tavolo con sodali kenioti il cui modo di pensare, di pervenire a un’opinione è lontano anni luce dal mio, salvo incazzarmi come una bestia se sono loro per primi a insozzare il loro territorio o a non rispettare i propri simili. Ma qui l’Africa c’entra poco, lontani anni luce sì, ma siamo sempre esseri umani. I più stupidi, domestici e pericolosi animali in circolazione.
Vivere in Kenya per me è una scelta di libertà, ma non c’è libertà senza rispetto, senza passione e senza verità. Rispetto per chi ci ospita e non ha le risorse per mostrarsi generoso o avido come lo siamo noi in Italia alla presenza di uno straniero, passione nel coltivare i perché del nostro insediamento in questo Paese: che sia lavoro e investimento, amore per la natura o per la vita, solidarietà pubblica o privata, egoistico relax. Cercare di farlo al meglio, consci della fortuna di avere molte meno sovrastrutture e limitazioni di quanto non avvenga oggi nel mondo occidentale.
Vivere in Kenya è forse un ripiego per anime candide o una via di fuga per cuori prosciugati, una fune di speranza per tirare a campare o uno splendido e unico esemplare di mattone levigato su cui costruire la propria nuova vita.
Vivere in Kenya per molti è semplicemente una maniera per affrontare l’esistenza senza farsi troppe domande. Può anche andare bene, in quest’epoca di smarrimenti. L’importante è non farsi trovare impreparati quando l’Africa chiederà qualcosa. Come dire, si può anche rinunciare alle domande, basta conoscere qualche risposta.

sabato 22 maggio 2010

MALINDI, ITALIA: "PIACERE, MESTOLO!"

Alberto Sordi, lo sappiamo bene, non ha inventato niente.
Malgrado i tentativi sgraziati o meno di ripulire il retroterra, di fabbricarci un nuovo pedigree di viaggiatori a-là-page, noi italiani rimaniamo sempre i simpatici buffoni che il mondo vede in giro per i paradisi del pianeta.
Cialtroni, volgari, caciaroni, piuttosto ignoranti ma in compenso abbastanza presuntuosi, convinti di avere il Made In Italy da esportare anche mentre siamo in pieno relax e dovremmo solamente assorbire e apprendere.
Hai voglia a inventarti l’eco-turismo, le vacanze solidali…la maggior parte degli italiani continuano a scegliere i villaggi con l’animazione, a mettere il dito sul mappamondo dove c’è mare e spiaggia e scegliere Malindi come fosse Santo Domingo o Phuket.
E se poi non ci vengono non è per il terrore di trovarsi un rinoceronte in camera da letto o di contrarre la febbre gialla, ma perché costa più di Sharm e di Capoverde.
Sulla costa keniota, dove arriva di tutto e di Totti, da Flavietto a Gedeone, da Grillo alle cicalone, la colonizzazione da spiaggia è ormai un fatto assodato. La varia umanità locale che attende i turisti italiani al mare per assalirli festosamente, sa di dover imparare prima i diversi dialetti della Penisola, piuttosto che la lingua dell’Alighieri. Nei mesi caldi, il litorale di Malindi e Watamu è un florilegio di luoghi comuni da far impallidire i Vanzina. E fino a che ci saranno allegre compagnie di vacanzieri che non solo si sganasciano dalle risate al solo sentire un nero keniota pronunciare “mizzega, baciamo le mani a vossia” o “anvedi, me pari ‘na mozzarella de bbufala da quanto sei bianco”, i beach-boys non smetteranno di pensare che ci vuole davvero poco per divertire quegli allegri portatori sani di soldi. D’altronde di cosa si può parlare con questi poveri africani, se non di calcio, donne e barzellette? Vorremmo mica intristirli intavolando discorsi sul debito del terzo mondo o sul fallimento del capitalismo selvaggio che ora tentiamo di esportare proprio qui? O peggio farli sentire ignoranti, oltre che poveri, facendo un excursus sulla storia d’Italia, dal Sacro Romano Impero al Risorgimento…suvvia!
Di conseguenza, in pochi decenni, abbiamo trasferito il cabaret a noi caro all’equatore, con quella voglia di protagonismo che in Italia ci fa partecipare alle trasmissioni in cui si raccontano anche le corna ricevute o sgomitare per essere intervistati da Italia Uno, spostando il palcoscenico del grottesco da Zelig al Parco Marino, da Montecitorio a Silversand.
Uno degli aspetti che colpiscono, quando ci si reca in riva all’oceano, specie fuori stagione, non è soltanto la maniera in cui i ragazzi si presentano all’italiano in vacanza, ma anche i nomi che hanno.
Non quelli veri, ovviamente, ma i nomignoli che qualche turista più simpatico e creativo di altri gli ha affibbiato e che sono diventati i loro “marchi di fabbrica”.
Fino a poco tempo fa, era normale che Charo diventasse Carlo, Youssuf si traducesse con Giuseppe e Ibrahim con Abramo. C’era chi azzardava anche un Massimiliano per Mohammed. Roba del passato, oggi abbiamo dei veri e propri personaggi: “piacere, sono Mestolo, l’ottavo nano” ti fa un piccoletto che staziona davanti al White Elephant. Sorridendo alla battuta, giusto per non deluderlo, immaginando però il suo disappunto non vedendovi rotolare sulla sabbia dal ridere, potete anche chiedere come mai si chiami Mestolo. La spiegazione (a quanto assicurato dal mzungu che gli ha consigliato di chiamarsi così) dovrebbe incuriosire le ragazze e fare tanta invidia ai maschietti. Mestolo, comunque, alla fine calza a pennello anche per chi si è intristito nell’ascoltare le motivazioni.
I nani vanno per la maggiore: oltre al buon Mestolo, che offre indifferentemente safari e conchiglie, ci sono anche Vongolo, che ha iniziato la carriera come venditore di molluschi e crostacei e Bombolo, che è grassottello e potrebbe doppiare Thomas Milian meglio dell’originale.
Poi ci sono i musicisti: a Watamu abbiamo Zucchero, Vascorossi e Ramazotti (rigorosamente con una sola Z), se chiedete di loro con i veri nomi, Kalume, Said e Festus, non li conoscono nemmeno più i loro compaesani. I più fortunati sono quelli che sono stati ribattezzati così da veri geni del calembour, da artisti della battuta, in vacanza in Kenya per puro caso, tra una partecipazione a “La sai l’ultima” e un corso di accensione scorregge col fiammifero a Fregene.
Grazie a loro il buon Kitsao è diventato Schizzao, Kalama si è trasformato in Calamaro, Katana è Catanzaro. Infine, siccome siamo un popolo di eroi, navigatori, cabarettisti e commissari tecnici, non potevano mancare i calciatori: a Malindi potete chiedere di Totti e Il Pupone, e vi stupirete che non si tratti della stessa persona, poi abbiamo Drogba (ex spacciatore?), Etò (ma non voleva essere il campione dell’Inter, semplicemente un bergamasco lo aveva chiamato da lontano) e Gattuso, che è un barcaiolo che evidentemente non conosce l’originale a cui è ispirato il suo soprannome, altrimenti si sarebbe risentito parecchio con chi lo ha chiamato così la prima volta.
Per terminare la carrellata, non potevano mancare i politici. E anche qui, quando si presentano, tutti a sbellicarsi dalle risate! Fa davvero sganasciare, vedere un africano accoglierti su un isolotto assolato (che tutti chiamano come? “Sardegna 2” ovviamente…), tra l’azzurro cristallino del mare e un cielo blu intenso, nel silenzio impreziosito dalle onde che si infrangono sulla barriera corallina, “piacere, mi chiamo Silvio Berlusconi”. Potete immaginare il livello delle battute che si susseguono, da parte dei nostri connazionali in libera uscita sulla barchetta. “Ah, ecco…se eri D’Alema non ti davo neanche cento scellini” oppure “Stai attento, che un giorno o l’altro finisci in galera”. Se lo sapesse il nostro premier, che la cosa fa così ridere gli italiani, potrebbe pensare che funzioni anche all’incontrario, presentandosi in televisione con un “buongiorno italiani, mi chiamo Kazungu”.
Ma in un Paese che per corruzione è ai livelli dell’Uganda e il cui Pil cresce meno di quello keniota, potrebbe anche essere frainteso. No, non c’è bisogno di fare i brillanti a tutti i costi, di scervellarsi per trovare la battuta o il doppio senso. Da un po’ di tempo a questa parte noi italiani siamo talmente bravi a far ridere tutti quando ci prendiamo sul serio, che non ne vale proprio la pena.

venerdì 30 aprile 2010

PER FORTUNA O PURTROPPO


Devo ammettere che mi riconosco sempre più nella canzone di Giorgio Gaber "Io non mi sento italiano", soprattutto quando dice "...ma per fortuna o purtroppo lo sono". All'estero e in un Paese "al di sopra di ogni sospetto" come il Kenya, intendo dove per un motivo o per l'altro non è che ci sia una conoscenza particolare o un pregiudizio atavico nei confronti degli "spaghettipizzamafiamandolino" come, che so, in Germania, mi rendo conto che ci sono parecchi "per fortuna" e anche molti "purtroppo".
Per fortuna sono italiano, perché se fossi inglese mi toccherebbe recitare la parte dell'ex colonialista, mantenere sempre quella supponenza e quel distacco altezzoso che non mi appartiene.
Purtroppo sono italiano, perché se non lo fossi, non verrei avvicinato dai beach-boys in spiaggia a cui i miei connazionali hanno insegnato a chiedere "una hohaholahollahannucciahorta" con l'intonazione finto toscana e non mi apostroferebbero "uagliò, pari 'na mozzarella de bufala".
Per fortuna sono italiano, perché se fossi giapponese, troverei il sushi e il sashimi di Malindi una sbiadita imitazione e non riuscirei a mangiare quasi nulla che mi piaccia, mentre i ristoranti fanno certe pizze e spaghetti alla matriciana o alla carbonara da leccarsi i baffi.
Purtroppo sono italiano, perché ogni tanto vorrei immergermi completamente nella dimensione africana pur senza dover andare per forza in un Parco Nazionale e invece anche se mi reco in un villaggio a cinquanta chilometri nell'entroterra, dove regnano solo argilla, baobab e vegetazione, dove ti sembra di essere nell'ombelico del mondo e di non avere parentele se non quella ancestrale con Madre Natura, ti senti ad un tratto apostrofare da un gruppo di bambini: "ciao! caramella!"
Gli esempi potrebbero andare avanti all'infinito e in questo periodo devo confessare che ho grande invidia dei turisti stranieri non italiani che spuntano come funghi delle piogge (in realtà ci sono sempre, ma con il turismo di massa si vedono molto meno) in questo periodo. Zaino in spalla, pantaloni lunghi anche di giorno, felpe e zaini pesantissimi sulle spalle, pelle bianchissima e sorrisi estasiati. Girano quasi sempre a piedi o al massimo si concedono un Tuk Tuk. Per vedere cosa? Anfratti o scorci che spesso molti italiani che sono qui da vent'anni non conoscono. Quanti si sono fatti una passeggiata nello sporco e disordinato quartiere di Shela, scoprendo cortiletti arabi tenuti come gioielli in mezzo alla spazzatura e allo scolo delle fogne a cielo aperto? Quanti hanno visitato il retro delle moschee, togliendosi le scarpe senza paura di non ritrovarle (provate a lasciarle fuori da una chiesa di Milano o Roma, ma anche di Rimini), quanti si sono fermati a bere un succo di Tamarindo da Mansour o hanno pranzato da Jabreen?
Per fortuna sono italiano, ma ho imparato che a volte in Kenya bisogna eliminare qualche "purtroppo".
(Fedele Turci L'Odoardo)

mercoledì 28 aprile 2010

LA MALINDI DI CIANNI PINO: 2 - UN ANNO CON SUSAN


Ieri sera ho andato al ristorante con Susan, la mia fidanzata alta, per festeggiare il mio primo anno versato di Malindi. Hanno passato dodici mesi da quando ho sceso per la prima volta dall’aereo e ho visto tutti quei negri che sorridevano e anch’io ho iniziato a sorridere, anche se non capivo che cazzo c’era da sorridere sempre. Comunque ieri siamo andati a manciare in uno dei più lussureggianti ristoranti italiani di Malindi. Sapevo di fare una soppressa speciale a Susan, quando le ho pro imposto di manciare l’aragosta alla accattala, che non è che la devi prendere al volo…si chiama così o qualche quale di simile. Comunque Susan s’a fatto una faccia davvero soppressa…ha sorriso ma poco, era sballordita perché stava la prima volta che aveva per manciare un’aragosta. Con un vilo di foce ha sussurrato “cicchen”
“…si amore, butta la cicca e sciacquati la bocca con questo vino bianco sudafricano, che tra poco arriva l’aragostella”.
Io invece ho molto nostalgico della cucina di mia madre e sono ordinato gli spaghetti alla puttanesca. E non fate battute sceme su mia madre che vi spezzo i denti. E chi vuol capire, può essere capito.
Mentre mi manciavo gli spaghetti, mi fissavo a guardare la bella Susan, con le sue labbra sessuali, la sua pelle debbano morbido, che assaggiava l’aragosta, e aveva lo stesso sguardo stasiato di quando me lo ha…vabbè, questo non si può scrivere ma si può dire a voce.
Prendeva pezzettini piccoli di aragosta perché voleva farsela durare più a lungo, e masticava piano per sentire tutto il sapore di questo pesce un po’ crostaccio che a me non piace ma so che ha fantastico.
“Com’è, buona, amore?”
“Yes”
“Ma come, solo yes?”
“No, it’s very nice”
“Ecco, così va meglio, con quello che mi costa. La prossima volta assaggerai i gamberoni”
Porca miseria! Susan mi sviene lì davanti a tutti al ristorante! I camerieri l’aiutano a rialzarsi, sono stato pulsivo a fargli un’altra soppressa, ma io sono fatto così, quando vedo una mia donna felice, devo subito esagerare. Quella dei gamberoni me la potevo tenermela per un’altra occasione.
Un peccato, perché Susan dice al cameriere che non se la sente più di manciare l’aragosta…la sa appena toccata…mamma mia che spreco, se mi vedesse mio padre mi sputerebbe nel piatto in cui ho manciato io, e non è bello sputare sulla puttanesca.
La vita però è così, dico alla mia Susan: sempre la prima volta che si gusta qualche qualcosa, si rimane un po’ a metà. Anche io la prima volta che sono fatto l’amore, non è proprio che mi sembrava bello bello bello. Anche la signora Pina, che stava al piano di sopra e agitava quel ventaglio enorme, che era meglio perché così non le vedevo i nei in bassorilievo della faccia, non mi sembrava che si divertiva, anche se per lei non era la prima volta…ahaha proprio no!
Comunque, con Susan la prima volta invece è stata bellissima e mi ho innamorato, ma non troppo però mi sono fatto piacere che lei hai innamorato di me. Si vede che lei ci tiene a me, perché la mattina mi porta la colazione a letto e poi si lava i denti con il mio spazzolino, che è un fatto molto infimo e a me fa piacere perché si crea quella complicità che ci rende complici.
Prima di Susan ho conosciuto qualche tante altre ragazze, ma nessuna è come lei. Mi sa portato al suo villaggio che non è turistico, a conoscere la sorella che sta tanto male anche se non sembra e mancia due pacchi di medicine che compro io al giorno, poi i nipoti e poi uno africano grande e grosso che lei ha abbracciato tanto perché dice che è suo fratello che non vedeva da un anno.
Qualche quasi ho deciso: io me la sposo a Susan. Sempre che supera la prova gamberoni senza svenire ancora.

venerdì 16 aprile 2010

LA MALINDI DI CIANNI PINO: 1 - L'INNAMORAMENTO

Ho arrivato a Malindi qualche quattro anni fa e mi avevo subito innamorato. No che non avessi innamorato anche prima, qualche volta. In Italia. Quando stavo ragazzo mi avevo innamorato della mia compagna di classe Amelia, ma lei ci piaceva Rabito, l’unico col motorino. Quando io e Bruno Savaste gli siamo bruciati il motorino, un po’ ha cambiato idea. Poi ho innamorato (poco poco) anche di mia moglie, quella che siamo sposati e c’abbiamo due figli non tanto belli.
Allora un giorno che avevo voglia di andarmene dal mondo e da Benevento, Bruno mi dice perché non te ne vai a Malindi a vedere anche per me perché c’è delle persone, amici di amici di gente che si conosce, che dice di stare bene. Allora prendo l’aereo che è proprio come un aereo anche se è un ciart, e vado a Malindi. L’albergo è grande e c’è anche la piscina con gli ombrelloni che non li puoi spostare e anche il posacenere non lo puoi spostare che arriva uno negro e te lo sposta lui. Così con tutto, arriva un altro negro e ti aiuta lui. Vai in spiaggia ti avvicinano tanti negri e ti parlano una specie di italiano e ti dicono se vuoi questo e vuoi quello, però ridono e vogliono sapere come ti chiami, e io gli dico a tutti Cianni, e loro dicono “ciao Cianni”. Allora io gli offro una malboro e loro guardano il pacchetto e dicono “queste non ci sono in Kenya”. Ma che cazzo di posto è che non ci sono le malboro. Però dopo ho scoperto che ci sono le sporsman morbide che ce ne compri quattro con una malboro. Allora qui sono avuto la prima impressione di innamoramento. Poi uno dei negri che mi chiamano Cianni mi sa portato a mangiare in un ristorante africano che chiamarlo ristorante è dire baracca. Però siamo mangiati il pollo buonissimo con il risotto pieno di odore, sti panzerotti fritti con la carne e il piccante, le patatine fritte e anche due ciampati che sono due frittelle che usa come pane. Bevendo cocacola perché uno è mussulmano e non si può bere il barbera.Tutto per due e non ci credevo ancora adesso che siamo pagato due euro a testa! Ma ci crede Bruno a questa cosa o lo sapeva già? Il terzo innamoramento è stato la sera quando abbiamo andato alla discoteca. Hanno tutte le ragazze belle, alte, zizzuse e vestite come le attrici di televisione. Hanno tutte negre ma belle, con le bocche rosse grandi. Hanno un culo che non ti dico. Tutte! E poi fanno come i negri sulla spiaggia, vengono lì e ti salutano, ti danno la mano e dicono come ti chiami io mi chiamo Susan, come ti chiami io mi chiamo Jasmine, come ti chiami io mi chiamo Lynne, come ti chiami io mi chiamo Rita. Io dico sempre “io mi chiamo Cianni” tranne all’ultima che prima dico “minchia Rita come a mia nonna!”. Fossi avuto una nonna così mi facevo anche a mia nonna. Allora offro da bere alle ragazze anche se questa discoteca non è una baracca e una birra costa come tutto il pranzo del pranzo. Però le ragazze ballano e anche io ballo con loro e una anche le tocco il culo quando balliamo e lei non dice niente, penso che vuole andare a letto poi c’è un’altra che si strofina che sembra che vuole andare a letto anche lei. Devo decidere perché non sta bello andare a letto con due la prima sera. Allora decido Susan che è la più alta e dico a Rita domani sera se non mi fidanzo vengo con te. Dove esiste un posto come questo nel mondo?
A Benevento no di certo.

lunedì 29 marzo 2010

ELEZIONI 2

Si stanno svolgendo gli scrutini per l'elezione del capovillaggio di Kijwetanga. Le operazioni prenderanno più tempo del previsto perchè alcune delle schede sono state ricavate da foglietti ritagliati dal quotidiano "Taifa Leo", negli spazi bianchi. Ma è risultato che gli spazi bianchi erano stati utilizzati precedentemente per avvolgervi le samosa appena fritte da mama Mrefu. Il presidente di seggio, Katana Ndege, ritiene che le schede unte, parzialmente illeggibili, indichino la stessa mama Mramba come capovillaggio, il che costituirebbe un fatto storico (prima donna capovillaggio in Kenya), mentre il vicepresidente di seggio Charo Ngombe, fratello del capovillaggio uscente, Mzee Ngombe, ritiene che le schede che odorano di carne debbano essere annullate. La disquisizione procede, ma tre dei membri del comitato elettorale stanno partecipando alle ricerche della capretta Jessica, che sembra essere stata avvistata a Matsangoni, pronta per essere cucinata per un funerale.

domenica 28 marzo 2010

ELEZIONI 1

Elezioni del nuovo capovillaggio di Kijwetanga: astensione 1% circa su 103 votanti. Il guardiano delle capre che si è perso da tre giorni nella Sokoke Forest per recuperare la capretta Jessica, scappata per paura degli imminenti festeggiamenti pasquali.

giovedì 25 marzo 2010

Dalla Prefazione de "I RACCONTI DI NONNO KAZUNGU" Parte Seconda

Prendere o lasciare, questa è l’Africa, signori!
Il regno degli animali, d’ogni tipo.
Qui accadono cose che hanno parallelismi solo nel mondo delle barzellette (ci sono un inglese, un indiano, un keniota e un italiano…) o nei racconti per fare addormentare i bimbi (quelli che anche i più piccini prendono sonno non tanto convinti delle balle che spara papà): ogni cacciatore italiano presente in loco ha ucciso almeno venti leoni e cinque rinoceronti, sessanta bufali e un paio di ranger, rischiando la vita più di chi viaggia in matatu.
Gli istruttori di diving vantano decine di record mondiali di apnea mai omologati (per paura dell’antidoping?), alcuni di loro hanno tentato la traversata dell’Oceano Atlantico in groppa a una manta di sette metri, altri hanno fatto l’amore tra le perle della Micronesia con una gnoccolona a scelta tra Elisabetta Canalis, Monica Bellucci e Sofonisba Pelagalli detta “Biba” (un’amica loro a cui piace “farlo strano”).
La “Biba” ovviamente salta fuori solo quando con le prime due non attacca: “Ma come, non conosci la Biba…hai presente la Bellucci? Spiccicata!”
Poi arriva quello bravo davvero che ti offre da bere, ti propone lo snorkling a Watamu e in confidenza ti rivela: “Ho preso il patentino da turista a Hurgada, d’inverno mi sono perfezionato in piscina a Settimo Torinese, ho fatto un corso di salvataggio nel lago d’Orta con la Croce Verde e da tre anni sono qui”.
Il turista (dopo aver finito la birretta), nove volte su dieci risponde: “Grazie, ma ho già prenotato le immersioni con l’ex fidanzato della Canalis…”

Sfilano, su un grande palco di corallo e galana, chef executive che hanno messo radici a Malindi perché ancora non hanno capito il segreto della bontà delle samosa di Jabreen, tour-leader che hanno portato a spasso i più importanti politici e uomini d’affari del mondo e oggi hanno a che fare con gli incentive dei gommisti di Bitonto e dei ferramenta di Belluno, ex fotomodelle col cervello iperattivo che si trastullano per sei mesi all’anno a Watamu perché dicono sia l’unico rimedio contro lo stress, ma in realtà hanno scoperto come ricavare il botulino liftante dal red snapper.
Avete mai sentito parlare un qualsiasi pseudo-artista italiano a Malindi?
Autocelebrativo, autostimato, autosbrodolante, automunito (questo è un pregio, almeno non dovete riaccompagnarlo a casa dopo avergli offerto la cena).
Trattasi sempre di uno dei pochi geni (incompresi) del pianeta, capitato a Malindi soltanto perché l’Africa lo ha stregato.
L’Africa lo ha stregato e lui vive a Malindi?
Come mai non nel Serengeti tanzaniano o nella meravigliosa Namibia, in mezzo ai colori irripetibili del lago Turkana, tra l’ammaliante musica del Mali o nella magia dello Zambesi?
Voleva una città crogiuolo di razze, migrazioni, melting pot, stimoli, tracce umane?
Voleva fermento culturale?
Perché allora non a Youndè, a Lusaka, Cape Town, Luanda, Maputo, Dar Es Salaam, al limite Nairobi?
Forse voleva solo Fermento?
Sarebbe come incontrare oggi in Italia uno dei più grandi poeti viventi americani e scoprire che risiede a Cinisello Balsamo perché si è innamorato della nostra bella Penisola.
Può capitare, per carità, ma lo vedremmo meglio a Lerici, Stintino, Sorrento, Vieste, Capalbio, o in città come Venezia, Firenze, Bologna…a meno che quel che ama dell’Italia non sia l’ottimismo dei discount e quello delle nigeriane in tangenziale…
Insomma, gli artisti che abbiamo in casa sotto il tetto di makuti ce li invidia mezzo mondo e bontà loro restano qui a farci compagnia e a trasmetterci un po’ della loro cultura.
Pensate che fortuna, guarda caso la loro arte è anche in vendita!

Tanto per fugare ogni dubbio e fare un esempio, sappiate che l’autore di questo libro è un giornalista fallito; non è mai riuscito ad approdare in pianta stabile a un quotidiano nazionale, a un settimanale europeo o a un mensile mondiale. Ha provato a fare il cantante ma non era abbastanza intonato, l’attore ma non era carismatico, il cuoco ma si mangiava tutto.
La sola alternativa rimasta era trasferirsi a Malindi, dove ancora oggi può campare spacciandosi per intellettuale e spacciando libretti demenziali.
E’ l’unico posto in cui fa la sua porca figura e si mantiene.
In realtà lui detesta l’Africa, sognava di vivere in periferia di Verona: è classista, sessista, ballista, barista, narcisista, boccadorista, piazzista, forzista, avventista, fu-turista ma non lo è più.
Non apprezza la natura, odia il mare e la frutta tropicale. La sola cosa che adora dell’equatore è la zanzara anofele.
Bando alle ciance!
Per fortuna la clownerie da queste parti ultimamente è in forte calo, bisogna comunque ringraziare le mascherine di cui sopra: proprio perché a Malindi esistono personaggi così, e rimangiarsi le parole qui non provoca indigestioni, al loro fianco si muovono con lo stesso passo cadenzato fior di artisti originali e meritevoli di considerazione (i migliori sono quelli che non sanno di esserlo) e menti libere, splendide, geniali.
Qui si ha il tempo per scavare un po’ più in profondità, cercare l’anima delle persone, stanare i narcisi e scoprire i puri, valutare e trarre le proprie conclusioni.
Insomma, se a Malindi non ci fossero gli uni, non ci sarebbero nemmeno gli altri e tutte le teste pensanti, le bocche parlanti e le vite presenti concorrono, nel bene e nel male, a creare immagini, istantanee, frammenti di storie che diventano film.

domenica 21 marzo 2010

Dalla prefazione de "I RACCONTI DI NONNO KAZUNGU" Parte Prima

Molte delle storie che, da trent’anni a questa parte, si sentono raccontare a Malindi, sono lontane dal vero almeno quanto Malindi è vicina all’Europa.
Certi luoghi sono come le persone: nascono con un determinato DNA e mantengono nel tempo inalterate le proprie caratteristiche primarie, calamitando anime e situazioni che fanno parte del loro stesso mondo.
La Malindi bianca, nella fattispecie quella italiana, dopo pochi decenni dal suo sviluppo, è già ammantata di leggende minori (ma non per questo poco interessanti), di piccole mitologie, di un’aneddotica tutta particolare.
Lo scrittore e umorista Stefano Benni afferma che siamo soliti passare metà della vita a deridere quello in cui gli altri credono e l’altra metà a credere in ciò che gli altri deridono.
A Malindi non c’è questa dicotomia, perchè il tempo è suddiviso in migliaia di minuscoli frammenti: inutili, meravigliosi, insignificanti, speciali fotogrammi di pellicole che si srotolano e spesso si intrecciano, per mescolarsi infine alla storia e alla crescita stessa di questo luogo d’incanto.
Istantanee che, ritagliate e messe in sequenza, possono dare vita al lungometraggio più strano e affascinante mai visto, ma potrebbero anche creare un “mostro” dalle molteplici teste (e che teste!), tante quante sono le storie dei muzungu che ci vivono e ci hanno vissuto.
Ogni testa una vita, ogni vita una storia.
Storie di immagini diventate favole, semplici azioni trasformate in gesta eroiche, comunissimi episodi in leggende grazie a straordinari lavori di taglio e cucito, gonfiaggio e ingrassaggio, trucchi e lifting.
Grazie soprattutto alla scenografia in cui sono ambientate.
Siamo consapevoli protagonisti di un irreality show, ci muoviamo in una Bollywood senza cineprese, in un set senza games, attendiamo un match-ball da sogno nel torneo “open” in cui un maestro di tennis in pochi anni può diventare un imprenditore miliardario, un imprenditore miliardario può diventare estetista e un pensionato ultraottantenne può farsi la fidanzatina del suo compagno di tressette.

Sarà l’Africa.
L’Africa, terra d’intrighi e di vicende inverosimili, di esploratori persi nella jungla e ritrovati in un Lodge (“pensavamo fosse morto e invece è Resort”), di guerrieri pacifici e minoranze efferate, a forgiar gli avventurieri, incoraggiare i volonterosi e ispirare i contaballe.
Sarà il Continente Nero di Karen Blixen, Wilbur Smith, Diego Abatantuono e Anna Falchi (..!) e del Doctor-Livingstone-I-Presume, a coltivare nuovi romanzieri da bar e vecchi viaggiatori alla Fogar (altro che Chatwin…).
Sarà la costa keniota dei Vecchioni e delle Melandri, di Flavio e di Naomi, di Boldi e di Arnoldi, a confondere la poesia con la mondanità, il relax con il business.
E a creare il business del relax.
Qui può capitare che le ONG (Organizzazioni Non Governative) diventino OGM (Organizzazioni Genetica-mente Modificate), che il No Profit si trasformi in Up Profit, i viaggi Low Cost in disagi “Quantomicost?” e la Via Delle Spezie nel Viagra Degli Ospizi.
A Malindi la medaglia non ha rovescio, o meglio ce l’aveva l’ultima volta che l’abbiamo vista, prima che qualcuno se la portasse via.
Vero e falso si sovrappongono e quasi coincidono: se A è uguale a B e B è diverso da C, prima che A si accorga di essere diverso da C, arriva D che gli spiega l’ABC e propone la sua verità.
Non solo Aristotele, ma nemmeno Pirandello ci avrebbe capito una mazza; figuriamoci gli Osvaldi e i Lamberti capitati quaggiù…
Ed è questo il bello di un luogo in cui ognuno può inventarsi la panzana che preferisce essendo sicuro che verrà smentito a priori.
Che senso avrebbe raccontare il vero?
Chissà mai, anzi, che la menzogna creata ad arte sia l’unico antidoto per salvaguardare i propri interessi e la propria dignità.
Non a caso a Malindi potete incontrare i migliori architetti d’Italia, tutti allievi di Renzo Piano e nipotini di Alvar Aalto, fior di ingegneri aerospaziali che per voi si accontentano di costruire ville da sogno (che infatti, da lontano, somigliano a mini hangar di aeroporti…) investitori e broker mega-laureati alla Bocconi e masterizzati negli Stati Uniti (che quella keniota sia la loro copia pirata?).
Ma allo stesso tempo, spuntano dal silenzio del sottobush professionisti che viaggiano a fari spenti, specialisti che non amano farsi troppa pubblicità, gente che fa del bene e crede sia un male farlo sapere in giro.
Umili, modesti, forse saggi.
Non gli si darebbe uno scellino, a guardarli.
Anche perché loro, in controtendenza, non ne chiedono.
Non fanno rumore, non danno fastidio, non sporcano e si integrano così bene nella natura africana che potrebbero mimetizzarsi con un baobab o un varano.

Che strano vederli sfilare accanto a chi invece riesce a vendersi alla grande, a chi diventa tuo amico in una settimana e tuo nemico solo in sede legale, a chi ha capito Malindi e te la spiega, a chi se l’è fatta spiegare e non ha capito, a chi ti propone l’affare del secolo, a chi ti rifila la fregatura dell’anno, a chi ha investito e non si è fermato, a chi è stato investito e non si sono fermati, a chi vorrebbe costruire una discoteca al Parco Marino, a chi è convinto che a Malindi manca un locale alternativo, a chi a Malindi non dà alternative ai locali, a chi fa solo progetti che scadono ogni novantanove anni, a chi fa novantanove progetti in un anno, a chi è il migliore nel suo campo, a chi non è male nemmeno nel campo degli altri…a chi… aaaa…aaa chi sorriderò se non a te.
(fine prima parte)

lunedì 15 marzo 2010

LA BATTUTA DEL GIORNO

"...ognuno di noi ha un pezzo d'Africa nel cuore..."
"Sì, vabbè...ma proprio a me doveva toccare la Somalia?"

domenica 21 febbraio 2010

"LEI E' DIVERSA DA TUTTE LE ALTRE" di Fedele Turci L'Odoardo


Una delle espressioni più ricorrenti che si sentono a Malindi, quando ci si imbatte in un uomo (magari di una certa età) che si è fidanzato con una ragazza locale, è “…lei è diversa da tutte le altre”. Non è necessario essere pratici della costa keniota, basta essere “uomini di mondo”, per dirla alla Totò, avere fatto il militare a Cuneo come Flavio, per immaginarsi la scena e fare finta di niente.
Un baby-pensionato dai capelli brizzolati, l’aria beata e i neuroni un po’ abbrustoliti dal sole, mano nella mano con un’avvenente e sinuosa ventenne di Nairobi.
“Lei è diversa da tutte le altre”.
Intanto quest’espressione evidenzia già un atteggiamento “difensivo”, una mezza ammissione che si conosce e si diffida dell’universo femminile keniota. Ma solo keniota o delle donne in generale?
Allora, invece di deridere il baby-pensionato, proviamo a capire.
“Tutte le altre chi, mi scusi…”
“Beh, dài…ci siamo capiti. Voglio dire, lei non è l’avventura di una sera, la ragazza conosciuta al beach-party…”
“Ah no?”
“No, assolutamente! Intanto Jasmine l’ho incontrata in banca”
“Ma davvero?”
“Già. Stava inviando soldi a sua sorella perché mantiene agli studi la nipote”
“Se posso essere indiscreto, come si guadagna da vivere la ragazza, permettendosi di mantenere la nipote agli studi?”
“E’ questo il problema! Quando è arrivata a Malindi ha trovato lavoro presso l’azienda di uno svizzero come contabile, ma poi lo svizzero (quel maiale) ci provava e lei è stata costretta a licenziarsi”.
“Che disdetta!”
“Ma per fortuna, sulla sua strada ha incontrato me! E io ho incontrato lei…adesso viviamo insieme e magari tra un po’ ci sposeremo…”
Ragioniamoci. A parte la storiella dello svizzero, siamo in presenza di un incontro singolare, che non è da denigrare così, per partito preso.
Il baby-pensionato e Jasmine sono due anime in cerca di qualcosa, due persone che possono darsi e ricevere ciò di cui hanno bisogno, che poi è anche quello che le fa stare bene con se stesse, in mancanza di altri sogni e di altre possibilità. Per intenderci: Jasmine è nata povera, in Africa, con un padre che (se non l’ha fatto) avrebbe voluto abusare di lei fin dall’età di nove anni. Ha atteso la maggiore età per scappare più lontano possibile dalla sua realtà. Seicento chilometri, sul mare. Unica arma a sua disposizione: la bellezza. Abbiamo visto donne in Italia fare carriera e poi ripulirsi anche l’immagine, partendo da situazioni molto meno drammatiche. Le starlette della televisione sono solo la punta dell’iceberg, per ogni velina da calciatore c’è una ragazza che si fidanza con un dirigente Rai o Mediaset di quarant’anni più vecchio? Perché lo fa? Per amore? O perché “lei è diversa da tutte le altre?”. Assolutamente normale, quindi, che la nostra Jasmine, nel Terzo Mondo, per guadagnare soldi, si conceda ogni tanto a qualche ricco mzungu. Ed è quasi da lodare il fatto che non si sia abbandonata alla lascivia delle notti brave malindine, dell’alcool e del guadagno facile. Lei cerca una relazione stabile, che le permetta una vita tranquilla e agiata. Almeno fino a quando il baby-pensionato avrà fondi a sufficienza per accontentarla…
E lui? Anche lui evidentemente ha bisogno di una donna come Jasmine. Forse perché arriva da un matrimonio fallimentare in Italia? O perché, nonostante abbia il chiodo fisso, in fondo al suo cuore è un sentimentale? O anche perché per la prima volta nella sua vita si trova davanti all’incomparabile bellezza di una venere nera e per giunta parlante che gli sussurra dolci parole d’amore?
“Se non ci arrivi, non puoi sapere cosa si prova. Io finalmente, a cinquantotto anni, sono innamorato. Mi sento di nuovo un ragazzino!”
Il viagra fa il resto.
Lei non è diversa da tutte le altre, è semplicemente più saggia e più realista. Avrà pure i suoi momenti di tristezza, forse il suo amante compaesano, ma sa anche che è l’unico modo per avere una casa con i sanitari e la televisione, un’automobile e un po’ di speranza in più per il futuro.
Perché alla fine è questo mondo a non essere mai diverso da tutti gli altri.

mercoledì 17 febbraio 2010

NONNO KAZUNGU E FACEBOOK


La giornata è a dir poco epocale, qui a Kakoneni. Precisiamo: non che la Natura stia soffrendo più di tanto il cambiamento climatico, l’effetto serra, le marmitte catalitiche e le altre simpatiche novità introdotte dall’ingordigia umana. Il grande baobab ha smesso le foglie come tutti gli anni di questi tempi, il cielo si è liberato delle sue lenzuola di nuvole per il troppo caldo, la polvere rossa delle strade sterrate ora si appiccica con più voluttà al corpo, fissandosi con una leggera, invisibile patina di umidità.
La novità è che il satellite della Orange Kenya, una delle linee di telefonia mobile controllata dallo Stato, “prende” anche qui. Così lo Svaporato ha caricato in macchina il suo portatile, protetto da strati di panno, plastica e da un borsone, e come cuore di cipolla l’ha sfogliato davanti agli occhietti vispi di Nonno Kazungu.
“Oggi ti spiego Facebook”.
Il vecchio ascolta, come è sua consuetudine e come sempre ha fatto per quarant’anni dai mzungu, come pretende i nipoti facciano sempre con lui, prima di lanciarsi in domande, supposizioni e voli di fantasia leggeri e imprevedibili come quelli dell’aquila pescatrice, prima di lanciarsi sulla preda.
“E’ come partecipare alla vita del villaggio, Kazungu. Un villaggio in cui decidi quali rafiki invitare e in cui ognuno può chiederti di entrare. Ma non che a tutti interessi cosa succede nella tua piccola tribù. Più che altro è un modo per sentirsi meno soli, per affiliarsi e far parte di un’altra tribù, quella che partecipa a una vita sociale che in realtà non esiste”.
Kazungu squadra lo Svaporato come un matto, ma sa che qualcosa di vero e importante ci deve essere, altrimenti questo libro in faccia non può essere sfogliato da milioni e milioni di persone in tutto il mondo. Nel frattempo, si avvicinano curiosi anche l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge e il piccolo genietto Kitsao, di ritorno da scuola.
“Qua noi ci sentiamo soli quando non ci arriva l’acqua - precisa il nonno – per il resto sappiamo di dover contare sulle nostre risorse. Sapere che tanta gente si interessa a noi, ma non ci conosce e non fa nulla per migliorare la nostra vita, quali benefici ci reca?”.
“Forse un sollievo momentaneo. Il problema è quando tutto ciò diventa un abitudine” risponde lo Svaporato, d’istinto.
“Quel che non capisco – blatera Kibonge, stappando la prima tusker della giornata – è perché la gente cerchi di risolvere i propri problemi parlando e commentando quelli degli altri”.
“Forse parlare delle beghe altrui fa sentire meno pesanti le proprie… - azzarda Makotsi – anche in città, a Malindi, c’è chi fa così. Davanti all’ospedale ci si ferma per bere un succo di tamarindo da “Mama dieci scellini” e si parla di tutti quelli che sono entrati lì dentro e non sono ancora usciti. Poi si passa al Governo, ai parenti che hanno perso il lavoro, e così via”.
“Ci si conosce sempre meno e ci si invade sempre di più” sentenzia da lontano Kalama.
Nonno Kazungu osserva i commenti ai post di Facebook, guarda le foto, legge le frasi. Storce il naso quando vede che qualcuno ha inviato un bacio virtuale allo Svaporato.
“Ma lo sanno quanto sei sudato e appiccicoso, qui a Kakoneni, prima di mandarti un bacio?”
La compagnia se la ride.
Al Safari bar hanno capito, e ci prendono in giro per l’ennesima volta.
Lo Svaporato annuisce. Quanto più gli esseri umani decidano di dividersi, di spersonalizzarsi, tanto più hanno bisogno di sentirsi uniti. Criticando un politico, sdegnandosi per un video sulla malasanità, iscrivendosi ad un gruppo per la salvaguardia di un animale che non hanno mai visto dal vero e di cui avrebbero soltanto paura, se se lo trovassero davanti come capita alla gente, qui alle porte della Savana. Tutti nel calderone, con una sola immane paura: quella di scoprire se stessi, quella di affrontare la vita vera.
“Non so se sia proprio così, rafiki – conclude Kazungu – forse per te è un modo per sentirti ancora vicino alle persone con cui sei nato, ai tifosi della tua squadra con cui condividi valori importanti. Secondo me voi mzungu dovete sempre esagerare: spesso non vi conosce completamente nemmeno vostro fratello, il vicino di casa vi ignora e voi ignorate lui, ma in Facebook avete 1.344 amici…”
“Lo voglio, lo voglio, lo voglio! - urla indemoniato Kitsao – a me non frega niente che la gente mi conosca, sono io che voglio conoscere, voglio sapere, voglio essere sempre informato di tutto!”.
Nonno Kazungu allargò le braccia come reggesse un mantello invisibile, e accolse il nipote.
“Quel che vuoi sapere, piccolo, lo puoi apprendere dalla Natura, viaggiando, potendo guardare le persone negli occhi. Il nostro fratello bianco ci ha mostrato un gioco divertente, un passatempo come il bao o la caccia alla faraona. C’è tanto ancora da imparare, da vedere, da vivere. Non avere mai paura di conoscerti, di dover fare i conti con la tua condizione. Non sarai mai uguale a un’altra persona soltanto perché ne condividi il video o perché ti piace il suo elemento. Lo vedi il grande baobab? A lui non frega niente se una sequoia in Madagascar viene a sapere che sta perdendo le foglie. Vorrebbe solo che Kibebe lo scemo, quando la sera si accuccia in mezzo alle sue radici, si addormentasse felice, perché ha vissuto un’altra giornata inutile in cui un bambino gli ha sorriso, una vecchia gli ha offerto un piatto di polenta e un cane pulcioso gli si è avvicinato per farsi accarezzare”.

domenica 14 febbraio 2010

MALAIKA (CON O SENZA LA K)


MALAIKA (con o senza K?)

Malaika, era la canzone che suonava l’orchestra
quando c’incontrammo in un bar di Watamo
Malaika cantavi e sembrava una festa
E quel giorno mi hai detto “ti amo”.
Nakupenda malaika, passavano i giorni
E l’amore scandito dal rumore del mare
Dai miei viaggi in Italia e dai miei ritorni
E tu con parenti e bambini da aiutare
Vestiti, la casa ed i soldi andavano via
Ed anche il tuo amore era sempre più raro
Malaika, giuravi di essere solo mia
Ma intanto chiedevi gioielli e denaro
L’ultima volta sei stata persino sfuggente
Suonava “Malaika” quel giorno la radio
Mi hai detto “mi vesto immediatamente”
Ma ho visto un figuro dentro l’armadio
Poi ho sentito qualcuno saltar dal balcone
Come in savana la gazzella che scappa
Mi hai detto “scusa tesoro, ho perduto un bottone”
Malaika, tu invece hai perduto la Kappa.

sabato 6 febbraio 2010

NONNO KAZUNGU E LE RIFORME

Kakoneni era la solita oasi di pace.
Era una mattina “che più africana di così c’è solo nel Masai Mara”, come era solito dire Kadenge Davide. L’orchestra di suoni della natura si intrecciava con le partiture jazz del genere umano, così il frullo dei passerotti e il cinguettio dei tordi coronati s’intrecciava a meraviglia con gli acuti gridolini degli alunni della “Kakoneni Primary School” nella radura intorno all’edificio, il belante sax soprano delle caprette alla corda sembrava accordarsi perfettamente con il contrabbasso della sega a mano che mordeva il vecchio banano.
Nonno Kazungu, come un abile direttore della filarmonica più antica del mondo, agitava lentamente la pipa come fosse una bacchetta e ogni tanto se la riaccendeva.
La pipa era un lascito della sua lunga militanza con gli inglesi, prima di diventare maggiordomo di fiducia di tanti italiani di Malindi, un vezzo che lo differenziava da ogni altro vecchio saggio di quei luoghi e anche per questo Kazungu, pur non essendo uno stregone, veniva tenuto in grande considerazione e rispettato da tutti.
Il nipote Kadenge, detto Davide l’Italiano per via delle cinque mogli bianche e di altrettanti figli messi al mondo con loro, era tornato al villaggio per controllare i progressi dei lavori di costruzione della sua casa per la vecchiaia.
“Alla soglia dei quarant’anni è ora che ci pensi seriamente” lo aveva rimproverato il nonno.
“Ma io ci ho sempre pensato, questo terreno lo comprai con l’aiuto della seconda moglie…”
Tutto vero.
La prima era una ragazzina, conosciuta sulla spiaggia di un villaggio turistico e rimasta incinta per caso. Il matrimonio, in un grigio e freddo febbraio veneto, era stato imposto dai genitori di lei ma il giovane Kadenge aveva resistito pochi mesi nell’azienda del suocero, non senza sperimentare l’attrazione sulle segretarie e alcune amiche della suocera. Afflitto e trafitto al cuore dalla nostalgia, era tornato a Malindi inventandosi una malattia del nonno.
“In Italia dicono che così ti ho allungato la vita” cercò di giustificare la balla.
“Guarda che conosco anch’io le cavolate degli italiani, quello succede quando mi sogni morto…”
Epico fu il discorso del giovane beach-boy alla ragazzina che dopo qualche mese aveva fatto ritorno in Kenya per cercare di convincerlo:
“Vedi, Sabrina, questa è la mia terra. Niente mi fa più felice di una passeggiata sulla battigia quando la marea sta per risalire. Guardare le onde infrangersi sulla barriera corallina e ascoltarne la voce, seguire con gli occhi i disegni sempre diversi delle nuvole basse che sfiorano l’orizzonte. La mia vita è qui, abbi cura di mio figlio. Ti voglio bene”.
Kadenge non era un bastardo.
Gli assomigliava, ma non lo era.
Quando parlava era sincero e proprio per questo le conquistava tutte.
Alle femmine piace illudersi di avere trovato l’uomo ideale ma, alla resa dei conti con se stesse, sanno che si tratta di una chimera.
Proprio come i giochi delle nuvole quando si cammina sulla spiaggia.
Per un po’ le abbracci con lo sguardo e diventano ciò che vuoi tu, ti regalano sogni e prendono le forme della tua fantasia, ma alla fine ti accorgi che, per quanto candide e sinuose, rarefatte o gonfie di poesia, sono soltanto nuvole passeggere e nulla più.
Kadenge era una di quelle nuvole basse, in carne e muscoli, ma egli stesso sapeva plasmare le sue illusioni. Così bene che non lo si poteva mai biasimare, era come fosse parte della natura selvaggia dell’Africa.
E dalla Natura si accetta qualsiasi cosa.
La seconda, Mirella, invece sembrava già il grande amore e insieme avevano deciso di acquistare il terreno che nonno Kazungu aveva mostrato loro un giorno: non distante dalla strada, vicino alla chiesa ed esteso fino quasi ai confini del villaggio di famiglia. All’interno, due baobab secolari, decine di manghi, banani e un campo da seminare a grano grande mezzo acro.
Arrivò perfino un “architetto” indiano amico di lei, per gettare le fondamenta della casa, portò mattoni bianchi e pietre di corallo, sabbia finissima da cemento e barre di ferro per i muri portanti. Sarebbe stata la villetta più bella di Kakoneni, ma umile e senza fronzoli, nel rispetto della sua gente. Fu il padre, giunto dall’Italia come la furia di un uragano, a portarsela via quando già aspettava il frutto del loro amore. Gestivano un chiosco di frullati, l’uomo arrivò lì una mattina, mentre Mirella dormiva e cercò di corrompere Kadenge.
“Quanto vuoi per mia figlia?”
“In verità… dalle mie parti siamo noi che comperiamo le donne, ma non so se può portarsi sei capre e quattro vacche in aereo”
“Uè, alegher… ciapa minga per el cù… ti ho capito a te, fai il furbetti… vanno bene cinque?”
“Cinque vacche?”
“Cinque zucche, zulù!
Cinque testoni, cinque milioni…quanti scellini sono cinque milioni di lire?”
Kadenge fece il conto mentalmente, usando come unità di misura i plot di Kakoneni e le tariffe delle sue amiche Lulù e Janet.
“Tanti…”
“Allora io ti do cinque milioni se ti dimentichi di Mirella, che torna con me in Italia”
“Lei non vuole tornare in Italia, siamo innamorati e ci sposeremo”
“E se ti trovasse a letto con un’altra…”
“Come?!?”
“Ma sì, dai…un bel paio di corna prima delle nozze zulù”
Kadenge lo squadrò come la mangusta che guarda un serpente presuntuoso.
“Tieniti i tuoi soldi, papà”
“Dieci?”
“No”
“Quindici?”
“Nemmeno per cento”
L’aveva sparata grossa, se si fossero materializzati cento milioni di lire lì davanti si sarebbe sbriciolato come un biscotto al cocco (perché, cinquanta no?).
Ma non si materializzarono e gli parve d’essere prigioniero di un incubo con i sottotitoli in brianzolo.
“Alegher, negher…tanto vinco io…”
Vinse lui.
Chissà, forse Mirella aveva accettato i cento milioni.
Forse ne avrebbe ricevuti di più.
In realtà la ragazza aveva pensato all’avvenire di suo figlio e aveva ottenuto dal genitore di potersi dedicare a tempo pieno al ruolo di mamma, senza entrare nei quadri dirigenziali dell’impresa di famiglia.
Una decisione sofferta, dolorosa, ma resa meno amara dall’atto d’amore per la vita che covava in grembo e per il giovane gioiello d’ebano con cui l’aveva concepito.

Dalla terza moglie in poi, la casa non aveva registrato progressi. Erano state erette otto colonne ma due si erano rivelate storte ed erano state tirate giù. Poi la divertente parentesi di Lawrence Kamongo, il rappresentante di telefonini, che si era improvvisato costruttore (“anche gli italiani a Malindi hanno iniziato così: uno in Italia era parrucchiere e ha aperto un ristorante, un altro faceva il buttafuori ed è direttore d’albergo, un altro ha iniziato come maestro di tennis ed è il più importante costruttore di villette a schiera…”). Kamongo aveva preso in mano la conduzione dei lavori (“mi pagherai alla consegna…”) e nonno Kazungu era riuscito a fermarlo in tempo, prima che il sogno di Kadenge Davide si trasformasse in una cosa a metà tra un mausoleo nubiano e un hangar dell’aviazione eritrea.
Ora, con i proventi della campagna femminile di gennaio (in tempi di guerra e con l’età e la pancetta che avanzavano bisognava accontentarsi: nel carnet di carne anche due tedesche e un’ultrasessantenne tiratissima) aveva ripreso i lavori e veniva lui stesso a controllare due giorni alla settimana, con un giovane costruttore bergamasco, amico dello Svaporato. Uno spirito semplice, per cui il Kenya era soltanto un luogo selvaggio a novemila chilometri da Dalmine. Ci sarebbero voluti secoli a cementificarlo tutto!
“Ma voi la pagate l’Ici?” chiese il bergamasco a nonno Kazungu.
Per uno delle valli orobiche, magari ricevere uno sguardo di compassione da un “giriama” dell’Alto Galana può essere considerato anche motivo di vanto. In ogni caso, il sorriso abbelliva entrambi.
“Dopo vent’anni sono riuscito a pagare il titolo di proprietà del mio terreno, ma noi non siamo mai proprietari di nulla, tocca alla Natura pagare l’Ici…quel che abbiamo noi, e che avete anche voi, è una concessione per 99 anni, rinnovabile”
“Niente tasse sulla casa? Niente Ici?”
“Prova a fare causa a Madre Natura…”
Il bergamasco spiegava che con il ritorno al potere di Berlusconi, lo Stato Italiano avrebbe abolito alcune tasse sulla prima casa.
“Perché, quante case volete?”
“Ah, c’è chi ne ha anche venti!”
“Come gli arabi che costruiscono i condomini?”
“Esatto! E poi le affittano…”
“Ma qui non ci devono pagare le tasse…in Italia perché non le vendono e si tengono i soldi…”
“Perché sono un investimento…magari un giorno valgono di più…”
“Agli italiani piace giocare, al casinò e nella vita…al mondo occidentale piace perdere i soldi per poi rifarli e riperderli…altrimenti non si divertono”
Mentre Kadenge dava disposizioni al capomastro e urlava garbate bestemmie all’indirizzo dei kibarua che avevano approfittato di un suo attimo di distrazione per iniziare a murargli la finestra del bagno, si materializzò Kamongo, con l’aria di uno scienziato che aveva lavorato a lungo su un procedimento chimico che qualcuno, grazie a un colpo di fortuna, aveva trasformato in una formula vincente da premio Nobel.
“Viene bene…vedo che avete tenuto la mia concezione di spazio…”
“La parte esterna della veranda, dici? – disse Kazungu, poggiandogli una mano sulla spalla – sì, si potrà sempre andare sotto il baobab attraverso il prato…”
“Spiritoso…”
“Kamongo, lei paga le tasse?” interruppe il bergamasco, che evidentemente aveva un’ancestrale paranoia italica.
“Poca roba…ma adesso con le riforme cambia tutto…”
“In meglio?”
“Questo lo dirà la storia – sbuffò il rappresentante, sistemandosi la giacca – per me più è grande la coalizione, più fa male il suo bastone…”
“Fa anche rima!” disse Kibebe lo scemo, che nessuno aveva ancora notato, semi-seppellito sotto una montagna di sabbia da cemento.

(fine prima parte)

martedì 12 gennaio 2010

CITAZIONE DEL GIORNO

Freddie ha scelto l'Africa perchè l'Italia gli stava stretta e Malindi perchè il Kenya gli stava troppo largo." (Fedele Turci L'Odoardo)

sabato 28 novembre 2009

FREDDIE E CUFONE SHOW A MALINDI !


Finalmente Freddie e il suo fido scudiero alla chitarra, Franco Cufone, si ritrovano a Malindi e possono offrire un assaggio dello spettacolo che tanto successo ha riscosso in Italia, anche a chi risiede in Kenya e a chi si trova a Malindi e non lo ha ancora visto. L'occasione è data, luned' 30 novembre alle 20.30, dalla presentazione del nuovo libro di Freddie (edito in Italia da Liberodiscrivere) dal titolo "Genoa Club Malindi", una storia di mal d'Africa e di tifo sportivo, che si intrecciano con storie di vita vera e con l'immarcescibile nonno Kazungu, uno dei personaggi più emblematici partoriti dalla penna dello scrittore ironico e calato nella realtà keniota. Sarà l'occasione per ascoltare qualche canzone "mitica", come "Per colpa di un masai", o anche la nuova "Boda Boda" che ha spopolato su Youtube (http://www.youtube.com/watch?v=WxGygOhiY0E) ma anche per divertirsi con le versioni swahili di classici italiani, come "Una rotonda sul mare" che diventa "Moja roundabout baharini" e "Ancora" di De Crescenzo che si trasforma in "Ngine". E ancora brani dello spettacolo "Malindi,Italia" come "L'isola" e "Doctor Livingstone". Chissà, forse qualcuno si ricorderà di uno storico, strampalato complessino che quindici anni fa riempiva i locali col suo rock "alternativo kabisa". Si chiamavano Freddie & The Askaris, e indovinate chi era il cantante e chi il chitarrista... Lunedì 30 novembre, ore 20.30 da Lorenzo Il Magnifico (Mwembe Resort)

giovedì 20 agosto 2009

A MALINDI MANCA

Un motel a cinque stelle
Un maneggio con le stalle
Un negozio di abbigliamento in pelle (contrabbando, per le signore leopardate…s’intende)
Una fabbrica di caramelle (da vendere ai turisti che poi le regalano ai bambini così gli cariano tutti i pochi denti sani che hanno, tanto poi arrivano i dentisti volontari italiani che li curano)
Una fabbrica di dentiere
Un ristorante malese
Un ristorante tailandese
Un ristorante maltese (corto)
Un ristorante esquimese (no so… i prodotti surgelati non vanno tanto a malindi…)
Un ristorante aperto una volta al mese
Un ristorante che stia nelle spese
Una pescheria di lusso
Una rosticceria anche del casso
Un negozio di specialità gastronomiche friulane
Un negozio di computer
Un computer per ogni negozio
Una gioielleria come a Via Condotti
Un condotto che porti alla gioielleria (per svaligiarla)
Un mercatino equo-solidale
Ma anche un mercatino iniquo-bastardo
Un sarto antico
Un autolavaggio elettronico
Un autolavaggio di coscienza
Un carrozziere di Cosenza
Una gelateria yogurteria biologica
Un esperto di analisi logica
Una torrefazione
Un produttore di torrone
Una lavanderia a gettoni
Una lavasoldi automatica
Un ippodromo
Un elefodromo
Un giraffodromo
Un bocciodromo
Un salsodromo
Un rincoglionitodromo
Un minigolf
Un maxipareo
Un maxischermo
Un drive-in con le cameriere sui pattini
Un buon reparto di rianimazione per cameriere volate dai pattini
Un’enoteca
Un’emeroteca
Una cineteca
Un’unità cinofila
Un bioparco
Un biopresto (però abbiamo l’Omo…)
Una stazione della metropolitana
La metropolitana anche senza stazioni
Un chiosco dei giornali
Il blockbuster
Benetton
Stefanel
Conbipel
Sua sorel
Una sveglia in orario
Un orario


(La lista potrebbe continuare all’infinito, ma la verità è che malindi mancano ancora tante, troppe cose indispensabili a rendere tutto questo superfluo...)

lunedì 1 giugno 2009

CRONACHE DI UN MALINDINO IN ITALIA


CRONACHE DI UN MALINDINO IN ITALIA

“Ma il brown mamba esiste davvero?”
Da due anni a questa parte, per chi scrive, tornare in Italia a maggio e giugno significa lavorare “sul campo” vendendo un’immagine di Malindi e della Costa Keniota che non è quella propagandata dai media o deformata dai soli fatti di cronaca, “vippizzata” dai gossip o ridotta e banalizzata dai luoghi comuni figli di una comprensibile ignoranza sull’argomento.
D’altronde cosa sa veramente un keniota dell’Italia?
La stagione monsonica equatoriale mi permette di coinvolgere un numero sempre crescente di soci, sostenitori e sponsor per il portale malindikenya.net, unica agenzia d’informazione quotidiana degli italiani in Kenya, e di girare l’Italia presentando a modo mio la Malindi italiana. Lo spettacolo tratto dai libri che ho scritto si intitola “Malindi Italia, viaggio semiserio nell’ultima colonia italiana d’Africa”, dove chiaramente la parola “colonia” è una provocazione e la parola “viaggio” è una suggestione.
Con il fido musicista Franco Cufone, che accompagna le mie elucubrazioni, le divagazioni, poesie e letture dal libro ed ha arrangiato alcune canzoni mie e di autori che hanno parlato d’Africa, ho già superato le trenta serate, e ce n’è ancora qualcuna in programma prima del ritorno in Kenya, a metà luglio.
Uno degli aspetti più piacevoli di questa maratona (oltre al fatto di girovagare per la penisola come mezzi turisti guitti e scoprire in ogni zona osterie e ristorantini tipici, nella più classica tradizione dell’italiano “gastronauta”) è ritrovare molti amici del Kenya, veri “malati” d’Africa ed ex residenti, ma allo stesso tempo contaminarne di nuovi, scoprire negli occhi di tanta gente la voglia di conoscere il Continente Nero e partecipare al loro stupore nell’emozionarsi e divertirsi durante il nostro “viaggio” tra parole e musica.
Gli spettacoli non finiscono mai dopo l’ultima canzone (e le ultime parole: “immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora; il tempo scorre, non corre e il sistema nervoso si sistema, non si innervosisce. Un luogo dove la gente non vi incrocia, vi saluta. Dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita!”) ma diventano un forum reale che mi vede accerchiato da chi acquista una copia del libro e inizia a farmi domande d’ogni genere.
Le più divertenti sono quelle delle persone che hanno preso molto sul serio le battute dello spettacolo, anche se la maggior parte del pubblico presente se la rideva e contagiava anche loro.
No, loro mi fanno sentitissimi complimenti ma poi mi chiedono se a Malindi esiste davvero la terribile zanzara terrorista, più pericolosa dell’anofele: la zanzaraba, arrivata da Zanzibar (Però alla risposta africana alla zanzara tigre, la zanzara elefante con le sue minuscole zanzanne d’avorio, non ci ha creduto nessuno). Ecco invece un dato serio e importante: la maggior parte dei neofiti di Kenya mi chiede delucidazioni riguardo alla malaria. “Ma davvero si può evitare la profilassi?” Io parlo dell’artemisina, il nuovo ritrovato che il Kenya per primo ha sperimentato in Africa, grazie all’intuizione del dottor Mauro Saio, primario al Nairobi Hospital, e ai cinesi che hanno prodotto le prime medicine. La profilassi non si può evitare, si DEVE evitare.
Ma la storia di Malindi no, per favore…mi mettete in difficoltà. In provincia di Milano una coppia mi chiede se davvero fu il centurione romano Flavius Billionarius a scoprire Malindi, un centinaio d’anni dopo Cristo, come io racconto in uno dei momenti più demenziali dello spettacolo.
Non dico che il pubblico che assiste alle mie performance dovrebbe essere già educato, istradato da frequentatori di Malindi e del Kenya, ma in ogni caso è un pubblico di nicchia. Eppure, c’è sempre da stupirsi. Allora capisco molte storture attuali dell’Italia. Prendiamo tutto troppo sul serio, soprattutto le cose che andrebbero prese sul ridere. Ecco perché i comici in Italia si trasformano in politici, i cabarettisti in predicatori! No, no…lungi da me voler passare dall’altra parte, anche se il maestro Fernando Pessoa consigliava “Detesto essere capito,preferisco essere preso seriamente per quello che non sono”.
Potrei prestarmi al doppio gioco, ma il mio obbiettivo è promuovere la costa keniota, mostrarne i lati positivi e minimizzare, seppellendoli con una risata, i lati negativi che a volte siamo noi stessi a creare. Altrimenti come spiegare il discorso sulla solidarietà? I tantissimi italiani che stanno facendo cose splendide nel distretto di Malindi vanno pubblicizzati come meritano, e come i media italiani non fanno, a vantaggio di Flavius e soci.
Questo è il motivo principale per cui faccio i miei spettacoli in giro per l’Italia, e cerco di divertire ogni volta il pubblico che viene a vederli.
E se negli anni a venire ciò non darà frutti, beh…mi toccherà rispondere che…sì, il brown mamba esiste…sapete la storia dei serpenti velenosi in Kenya, no?
Ne parlo nello spettacolo, perché trovo assurdo che (le statistiche parlano chiaro) ci sia gente che non viene in Kenya per paura del black mamba, il fatidico serpente dei “settepassi”. Allora vi spaventerò ancor di più!
Il Black Mamba detto “Settepassi”, ha la capacità di saltarvi addosso in pieno petto e colpirvi talmente vicino al cuore che avrete a disposizione soltanto qualche metro, prima di cadere a terra privi di vita.
Poi c’è il Green Mamba detto “Settesassi”, perché non fa un gran male, ma è molto resistente e ci vogliono parecchie pietrate in testa, prima di ammazzarlo.
Ma c’è anche il Blue Mamba detto “Trepassi”, perché quando lo incontrate (solitamente vicino al mare) ha più paura di voi e inizia a inscenare una sorta di tango figurato, e a passo di danza tenta di evitarvi. Ma siccome anche voi cercate di fare lo stesso, dopo i famosi tre passi di un balletto surreale, uno dei due avrà la peggio.
C’è il Grey Mamba detto “Quattrosalti”, perché oltre ad essere un serpente bonaccione che è possibile incontrare nei bagni dei bar o delle discoteche, è ottimo anche cucinato in padella come la salsiccia, con contorno di patatine fritte.
C’è la Biscia incolore detta “Duepalle”, perché pur non avendo veleno né cattive intenzioni, è sempre in mezzo alle scatole e la sua lingua biforcuta, per quanto inoffensiva, è davvero fastidiosa.
E’ infine c’è il più cattivo di tutti, il Brown Mamba, detto “Unascorreggia”, perché quando ve lo troverete di fronte non avrete nemmeno il tempo di farvela addosso, prima di essere uccisi.
E allora, se qualcuno è convinto che il Brown Mamba” esiste davvero, sinceramente è meglio che trascorra serenamente le sue vacanze a Viserbella di Rimini.
E che lo spettacolo continui!

mercoledì 13 maggio 2009

IL NASO DEL GRAFICO

Il grafico pubblicitario era di fronte a me. Lavorava con la scrupolosità dovuta dall'ora e dagli occhi titubanti e distrattamente coinvolti, come le mani ad un banchetto self-service di un motel. Ogni tanto fermava un pensiero e lo aggrediva in superficie, come una nave che prende in pieno un iceberg, e sbagliava la fotocomposizione del logotipo che immobile lo fissava da un quarto d'ora. Il musicista aveva tardato. Come al solito inforcava la porta con una scusa qualificante, di quelle che non puoi esimerti dal ridere di gusto, di quelle che non perdoni facendoti offrire una sigaretta. Il suo cappotto odorava di cantina, le sue scarpe erano rosse e lucide come il naso del grafico che lo fissava un po' meno accondiscendente. Il musicista si lamentava del traffico del centro e alternava bestemmie a curiose espressioni in slang newyorkese, sciogliendo la lingua in rap di rara intensità emotiva.
"Non puoi sempre lamentarti di tutto" ribattè a un certo punto il giornalista, abbandonato sulla poltrona del capo.
"Hai l'aria del turista insoddisfatto del trattamento riservatogli dai camerieri di un lodge nel Masai Mara. Ti trovi in mano a un branco di leoni, brontosauri e barracuda e ti lamenti per il cinguettio dei canarini"
Qualcuno aveva acceso la radio.
Il grafico doveva assolutamente terminare il suo lettering. In segno di ammirazione, rispettammo dieci minuti di rigoroso silenzio, passati i quali il giornalista ebbe la forza di alzare il suo peso dal sofà presidenziale e rilasciò dichiarazione estemporanea che fu seguita da uno scrosciare di applausi.
"Vado a prendere qualche birra"
Io mi offrii di buon lena di accompagnarlo giusto per fare quattro passi sotto i lampioni. Il grafico, quasi seccato per il fermento creato versò nelle casse sociali settecentocinquanta lire, il musicista costretto contro il muro dalle nostre tenaglie, duemila. In strada c'era un'aria di pioggia ed un puzzo di funerale. Anche il giornalista se n'era accorto e storceva il naso.
"Ci dev'essere stato un incidente, qui vicino, sento odore di morto"
Con passo sempre più affrettato, narici in preallarme e cuore al ritmo di Calipso arrivammo all'angolo e vedemmo lei, per la prima volta.

"E ti dico, faccio due ore di coda, sei chilometri di sigarette, arrivo dalla cara mammina e cosa ci trovo, un brodo di pollo. ma mi vuoi prendere in giro? Mi conosci da trent'anni, sai che odio il brodo, il pollo mi fa schifo, quando torno dalla sala prove sono affamato come un ghepardo e tu mi prepari brodino di pollo e se poi t'insulto mi dici - e per la tua linea, tesoro - ma guardami, le ossa mi si affacciano fuori, le gambe si inarcano, le mani nervose mi si strapperanno da quanto sono magro" il musicista aveva finito le sigarette, il grafico la pazienza, sostituita alla meglio da un bicchiere di cognac.
"Sei troppo sensibile" disse al musicista, che non si dava pace, nemmeno per cortesia "le madri ci hanno messo al mondo, e per farlo hanno rinunciato a mezzo cervello per darlo a noi, le dobbiamo ringraziare e compatire"
"Facile per te parlare così, tua madre è morta dandoti alla luce"
"Dandomi tutto il suo cervello".