Darei la vita per un ideale, voglio la pace amo il terzo mondo
E dico no al pensiero che non sia profondo e non privo di utopia
Mi batto per le cause perse e critico ogni forma di governo
poi sento una voce dall’interno che mi urla “Ma chi te lo fa fare”
E’ stato solo un sogno che peccato
Non posso fare meglio di così
Con la camicia non ci sono nato
E non ci morirò
Vorrei svegliarmi senza questa rabbia
Di essere un vigliacco come tanti
Vorrei vivere una vita all’avanguardia
Pagar gli errori ma guardare avanti
Vorrei parlare di rivoluzione
Lo sguardo fiero come Garibaldi
Senza dover rischiare la prigione
Come fossi Che Guevara con i soldi
Dal mio giardino vedo il mare azzurro, ma soffro molto per chi non ha casa
Canto la gente dell’Avana i bimbi di Kinshasa i turchi espatriati a Nicosia
Mi piace dire che son sempre fuori e che mi occupo di ogni cosa
Poi sento quella voce fastidiosa che ripete “Ma chi te lo fa fare”
Un sogno ad occhi aperti mi ha stregato
Una bandiera non sarò
idee migliori avrei comprato
Ma non ne fanno più
Vorrei svegliarmi senza questa rabbia
E non pensare mai che è troppo tardi
Stare sempre fuori dalla gabbia
Guerrigliero da salotto coi miliardi
Vorrei gridare “siamo tutti uguali”
Finché nel petto abbiamo cuori caldi
Scendere in piazza e denunciare i mali
Come fossi Che Guevara con i soldi
Vorrei svegliarmi senza questa rabbia
E non pensare mai che è troppo tardi
stare sempre fuori dalla gabbia
Salottiero da guerriglia coi petardi
Vorrei gridare “siamo tutti uguali”
Ma non lo siamo ed è una legge amara
Una maglietta, un volto una canzone
Non potranno risvegliare Che Guevara
(dall'album di Freddie "Nel regno degli animali")
venerdì 26 dicembre 2008
martedì 23 dicembre 2008
RECENSIONI: ELTON JOHN "THE CAPTAIN AND THE KID"

Quanto tempo è passato dalla strada di mattoni gialli? Una vita artistica, dodicimila paia d’occhiali, milioni di copie vendute, un solo amico e collaboratore. “Il ciclo è completato” ha detto Elton John alla pubblicazione dell’ennesimo album, il migliore dai tempi di “The one”, un’altra mezza vita fa.
Il ciclo è quello celebratissimo dell’artista e del suo paroliere, de “Il capitano e il ragazzo” come da titolo dell’album. Antologico, ma con sole canzoni inedite, nostalgico ma con suoni, voce e testi giovani, commerciale ma briosamente retrò, il disco della premiata ditta Reginald Dwight-Bernie Taupin.
I Battisti-Mogol più famosi del mondo si indignano (l’iniziale “Postcard from Richard Nixon” è un j’accuse sulla guerra in Iraq), si divertono da matti (il rock and roll di “Just like Noah’s arc”), stendono la pasta di cui sono fatti con un paio di lenti da cassetta (“The bridge”, “Blues never fade away”) e piazzano il caramello finale con “Tinderbox”, che già dal coretto old-style fa sussurrare all’autoplagio e ci riporta definitivamente al 2006. Lontane, nello sfondo, Yellow Brick Road, Harmony row e una “Old ‘67” cantata con una (sana?) nostalgia. Piacciono i suoni curati ma menolaccati del solito (il gusto analogico di “I must have lost it in the wind” con tanto di armonica seventy) e il piano suonato da session man, al limite un po’ narcisista.
Riempitivi a parte (“Wouldn’t you have any other way”) e tributi (quelli segnati nel booklet, spiccano come muse ispiratrici di cotanto ispirata icona Rufus Wainwright e Ray Lamontagne), resta il piacere “antologico” di un lavoro di coppia con qualche ruga, un paio di guizzi d’autore e tanta, tanta nostalgia.
Alfredo del Curatolo
mercoledì 17 dicembre 2008
NONNO KAZUNGU E IL TURISMO SESSUALE
Quel pomeriggio al Safari Bar tirava aria di dibattito.
Nel preciso instante in cui nonno Kazungu faceva il suo ingresso, valutando il cigolio del cancelletto di ferro e aspettando la consueta risposta dell’upupa in amore sul baobab, il sole colorava la facciata dipinta di fresco color carta da zucchero.
All’interno del locale, in ordine sparso, la Kakoneni che conta: il prete, il rappresentante di telefonini Lawrence Kamongo, l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge, il beach-boy imprenditore Kadenge Davide e il suo amico mzungu Svaporato, il vicino di casa Mwachiro e Kibebe, lo scemo.
Sui tavolini di formica ballavano bicchieri spessi dal fondo irregolari e troneggiavano parecchie Tusker Lager. In pratica tutti, tranne Kibebe, stavano bevendo birra, il prete addirittura una guinness, rigorosamente temperatura ambiente.
“Qui si parla di donne” pensò nonno Kazungu.
Uno dei quotidiani locali riportava i risultati di un’indagine dell’Unicef, presentata alcuni mesi prima a Nairobi ma ripresa dalla stampa mondiale ora che il Kenya faceva notizia.
In tempi di pace, di altre guerre bisogna parlare.
“Gli italiani sono al secondo posto” sentenziava Kadenge Davide, quasi a vantarsi della posizione sul gradino di mezzo del podio e battendo con la mano sulla spalla dello Svaporato.
Ormai a Kakoneni rappresentava gli italiani e non solo se ne era fatto una ragione, ma ci sguazzava come un coccodrillo nel Galana.
“Sì, ma noi siamo sempre i primi!” ribattè Kibonge.
Maratona?
Cinquemila metri piani?
Tremila siepi?
Quale altro sport avrebbe visto il Kenya al primo posto e l’Italia al secondo?
“Ciao nonno! Sapevi che il Kenya è una delle principali mete del turismo sessuale nel mondo?”
“Anche della residenza sessuale, a giudicare dalle statistiche” aggiunse lo Svaporato.
“Residenza sessuale?”
“Già, il 38% dei clienti delle ragazze locali siamo noi, i kenioti” disse Makotsi.
“Seguono gli italiani con il 18% e i tedeschi con il 12%...”
“E gli americani che hanno il 2% ma rappresentano il 70% degli incassi totali…” sputò Kadenge
“Ma questo non c’è scritto…?” disse il prete
“Te lo dico io…li ho visti in azione…”
“Basta…per favore! – gridò nonno Kazungu – Datemi un Ginger Ale e fatemi capire”.
Cosa vuol dire turismo sessuale? Da quel che si leggeva nel giornale, c’è gente che viene in Kenya soltanto o soprattutto per andare con le ragazze locali, alcuni di loro (ma non ci sono numeri né percentuali) purtroppo cercano le minorenni.
“Secondo me invece è il nostro 38% che si riferisce alle minorenni - disse Kibonge – quanti di voi hanno sposato una ragazza maggiorenne?”
Mwachiro, Makotsi e Kazungu si guardarono allungando il labbro inferiore. Anche il prete annuì silenziosamente, pensando alle decine di matrimoni celebrati a Kakoneni.
“La mia seconda moglie aveva 14 anni”
“Conjestina ne aveva 15 – ricordò il nonno – ma io ne avevo 19…”
La terza moglie di Kokoto ne aveva 13, e lui più di quaranta…”
“Tutto legale?” chiese lo Svaporato.
“Se non le togli dalla scuola dell’obbligo e paghi la famiglia, è tutto a posto” ammise il prete.
“Secondo lei è giusto, padre?” chiese il mzungu.
Il prete prese un bel respiro.
“La nostra società si basa sulla famiglia – cominciò, con tono ieratico, quasi avesse ricevuto un transfer da Cardinal Tarcisio Bertone – che è la struttura portante di ogni villaggio. Prima si costituisce una famiglia e prima se ne hanno i frutti. Qui si è soliti dire che la donna è tale dal giorno in cui ha le mestruazioni…tuttavia i tempi sono cambiati”.
“Certo! Oggi le ragazzine sono molto più sveglie…” saltò su Kibebe.
“Zitto, imbecille…” fece Mwachiro, colpendolo con il piede destro sullo stinco, come un panga in un banano.
“Questo è il punto – fece Kadenge – gli europei invece non sono abituati, a quell’età le loro figlie sono ancora bambine, non le darebbero mai in spose per venti capre…”
“Almeno cinquanta…” rise Kibebe e si prese una di quelle pangate che avrebbe saltellato su un piede solo per un paio di giorni.
Il vecchio Kazungu prese in mano la situazione e mollò il ginger ale.
“Non stiamo parlando di abitudini – disse – ma di costrizioni. Gli wazungu che vengono qui trovano due tipi di ragazze: quelle che non vedono l’ora di stare con loro per migliorare le loro condizioni di vita e quelle che invece non vorrebbero, ma vengono costrette dalla povertà, dall’insistenza del mzungu e a volte anche dai propri parenti”.
“Sì, ma dov’è lo sfruttamento di cui si parla del giornale? Alla fine è sempre una scelta delle ragazze, non c’è costrizione” interruppe Makotsi.
“Infatti non si parla di violenza sessuale – disse a questo punto lo Svaporato – è il potere dei soldi a farle decidere”
“Ma è così anche in Italia!” ribattè Kadenge Davide, che si ricordò l’offerta di un’amica della suocera della prima moglie vicentina.
“Lo scambio corpo-soldi o sesso-benessere esiste da sempre in tutto il mondo - disse nonno Kazungu – la pedofilia anche, ma è un sopruso e dobbiamo combatterla. Cosa succede se becchiamo un membro del nostro villaggio con una delle nostre figlie non ancora sviluppate?”
“Lo ammazziamo a pangate!” strepitò il grosso Mwachiro, lanciando un’occhiata a Kibebe che ancora girava su sé stesso come una trottola.
“La violenza è sempre da punire” disse il prete “ma ammazzare non è cristiano…”
“Seppellire vivo?” chiese Mwachiro.
“Una bella scossa nei coglioni a 200 volt?” Makotsi.
“E lo sfruttamento?”
“Quello c’è in Italia, dove la prostituzione è in mano alla mafia, al racket della droga e alla malavita - spiegò lo Svaporato – qui finchè resta in mano alle ragazze è semplicemente uno scambio di piaceri. Come fai a considerare prostituzione la ragazza maggiorenne che cammina mano nella mano con il mzungu in spiaggia? Bisogna vigilare piuttosto sui locali notturni che offrono da bere alle ballerine per ubriacarle e renderle consenzienti e consigliare loro i clienti…quella è una brutta abitudine che abbiamo importato noi europei e che porta verso lo sfruttamento”.
“Quindi il nostro 38% è diverso dal 18% degli italiani?” chiese Kibonge, guardando Kadenge come a farlo scendere dal podio virtuale.
“Se considerano prostituzione anche pagare una moglie dieci vacche, sì – disse nonno Kazungu – ma quando pubblicheranno i dati dei matrimoni misti in Kenya? Delle coppie che convivono e che continuano a considerare la loro unione uno scambio di carezze e soldi? Ci sono statistiche del genere? Chi le pubblica?”.
Quest’ultima domanda era diretta allo Svaporato, che diede l’ultimo sorso alla Tusker e sentì gli occhi di tutto il Safari Bar addosso.
Il sole aveva lasciato una pennellata di tramonto sull’intonaco esterno e si occupava di regalare scie lilla e rosa al cielo della savana.
“Non si possono chiudere in una statistica le ragioni del cuore e quelle del piacere sessuale – disse lo Svaporato, impegnandosi alquanto – l’uomo è un animale da conquista a cui piace tenere la preda in cattività, piuttosto che sbranarla. Tuttavia c’è chi lo fa con amore e rispetto e ci sono anche donne che non conoscono altro modo di vivere di una dorata prigionia”.
Nessuno capì nulla, ad eccezione del vecchio Kazungu che, alzandosi, salutò la compagnia.
“Stiamo più vicini alle nostre bambine – fu il suo monito serale – e diamo una controllata ai bianchi che trattano male le nostre donne. Gli europei hanno brutte abitudini, ma per fortuna quasi tutti lasciano a casa il loro lato peggiore, quando vengono qui. Speriamo sia sempre così”.
Nel preciso instante in cui nonno Kazungu faceva il suo ingresso, valutando il cigolio del cancelletto di ferro e aspettando la consueta risposta dell’upupa in amore sul baobab, il sole colorava la facciata dipinta di fresco color carta da zucchero.
All’interno del locale, in ordine sparso, la Kakoneni che conta: il prete, il rappresentante di telefonini Lawrence Kamongo, l’elettricista Makotsi, il barista Kibonge, il beach-boy imprenditore Kadenge Davide e il suo amico mzungu Svaporato, il vicino di casa Mwachiro e Kibebe, lo scemo.
Sui tavolini di formica ballavano bicchieri spessi dal fondo irregolari e troneggiavano parecchie Tusker Lager. In pratica tutti, tranne Kibebe, stavano bevendo birra, il prete addirittura una guinness, rigorosamente temperatura ambiente.
“Qui si parla di donne” pensò nonno Kazungu.
Uno dei quotidiani locali riportava i risultati di un’indagine dell’Unicef, presentata alcuni mesi prima a Nairobi ma ripresa dalla stampa mondiale ora che il Kenya faceva notizia.
In tempi di pace, di altre guerre bisogna parlare.
“Gli italiani sono al secondo posto” sentenziava Kadenge Davide, quasi a vantarsi della posizione sul gradino di mezzo del podio e battendo con la mano sulla spalla dello Svaporato.
Ormai a Kakoneni rappresentava gli italiani e non solo se ne era fatto una ragione, ma ci sguazzava come un coccodrillo nel Galana.
“Sì, ma noi siamo sempre i primi!” ribattè Kibonge.
Maratona?
Cinquemila metri piani?
Tremila siepi?
Quale altro sport avrebbe visto il Kenya al primo posto e l’Italia al secondo?
“Ciao nonno! Sapevi che il Kenya è una delle principali mete del turismo sessuale nel mondo?”
“Anche della residenza sessuale, a giudicare dalle statistiche” aggiunse lo Svaporato.
“Residenza sessuale?”
“Già, il 38% dei clienti delle ragazze locali siamo noi, i kenioti” disse Makotsi.
“Seguono gli italiani con il 18% e i tedeschi con il 12%...”
“E gli americani che hanno il 2% ma rappresentano il 70% degli incassi totali…” sputò Kadenge
“Ma questo non c’è scritto…?” disse il prete
“Te lo dico io…li ho visti in azione…”
“Basta…per favore! – gridò nonno Kazungu – Datemi un Ginger Ale e fatemi capire”.
Cosa vuol dire turismo sessuale? Da quel che si leggeva nel giornale, c’è gente che viene in Kenya soltanto o soprattutto per andare con le ragazze locali, alcuni di loro (ma non ci sono numeri né percentuali) purtroppo cercano le minorenni.
“Secondo me invece è il nostro 38% che si riferisce alle minorenni - disse Kibonge – quanti di voi hanno sposato una ragazza maggiorenne?”
Mwachiro, Makotsi e Kazungu si guardarono allungando il labbro inferiore. Anche il prete annuì silenziosamente, pensando alle decine di matrimoni celebrati a Kakoneni.
“La mia seconda moglie aveva 14 anni”
“Conjestina ne aveva 15 – ricordò il nonno – ma io ne avevo 19…”
La terza moglie di Kokoto ne aveva 13, e lui più di quaranta…”
“Tutto legale?” chiese lo Svaporato.
“Se non le togli dalla scuola dell’obbligo e paghi la famiglia, è tutto a posto” ammise il prete.
“Secondo lei è giusto, padre?” chiese il mzungu.
Il prete prese un bel respiro.
“La nostra società si basa sulla famiglia – cominciò, con tono ieratico, quasi avesse ricevuto un transfer da Cardinal Tarcisio Bertone – che è la struttura portante di ogni villaggio. Prima si costituisce una famiglia e prima se ne hanno i frutti. Qui si è soliti dire che la donna è tale dal giorno in cui ha le mestruazioni…tuttavia i tempi sono cambiati”.
“Certo! Oggi le ragazzine sono molto più sveglie…” saltò su Kibebe.
“Zitto, imbecille…” fece Mwachiro, colpendolo con il piede destro sullo stinco, come un panga in un banano.
“Questo è il punto – fece Kadenge – gli europei invece non sono abituati, a quell’età le loro figlie sono ancora bambine, non le darebbero mai in spose per venti capre…”
“Almeno cinquanta…” rise Kibebe e si prese una di quelle pangate che avrebbe saltellato su un piede solo per un paio di giorni.
Il vecchio Kazungu prese in mano la situazione e mollò il ginger ale.
“Non stiamo parlando di abitudini – disse – ma di costrizioni. Gli wazungu che vengono qui trovano due tipi di ragazze: quelle che non vedono l’ora di stare con loro per migliorare le loro condizioni di vita e quelle che invece non vorrebbero, ma vengono costrette dalla povertà, dall’insistenza del mzungu e a volte anche dai propri parenti”.
“Sì, ma dov’è lo sfruttamento di cui si parla del giornale? Alla fine è sempre una scelta delle ragazze, non c’è costrizione” interruppe Makotsi.
“Infatti non si parla di violenza sessuale – disse a questo punto lo Svaporato – è il potere dei soldi a farle decidere”
“Ma è così anche in Italia!” ribattè Kadenge Davide, che si ricordò l’offerta di un’amica della suocera della prima moglie vicentina.
“Lo scambio corpo-soldi o sesso-benessere esiste da sempre in tutto il mondo - disse nonno Kazungu – la pedofilia anche, ma è un sopruso e dobbiamo combatterla. Cosa succede se becchiamo un membro del nostro villaggio con una delle nostre figlie non ancora sviluppate?”
“Lo ammazziamo a pangate!” strepitò il grosso Mwachiro, lanciando un’occhiata a Kibebe che ancora girava su sé stesso come una trottola.
“La violenza è sempre da punire” disse il prete “ma ammazzare non è cristiano…”
“Seppellire vivo?” chiese Mwachiro.
“Una bella scossa nei coglioni a 200 volt?” Makotsi.
“E lo sfruttamento?”
“Quello c’è in Italia, dove la prostituzione è in mano alla mafia, al racket della droga e alla malavita - spiegò lo Svaporato – qui finchè resta in mano alle ragazze è semplicemente uno scambio di piaceri. Come fai a considerare prostituzione la ragazza maggiorenne che cammina mano nella mano con il mzungu in spiaggia? Bisogna vigilare piuttosto sui locali notturni che offrono da bere alle ballerine per ubriacarle e renderle consenzienti e consigliare loro i clienti…quella è una brutta abitudine che abbiamo importato noi europei e che porta verso lo sfruttamento”.
“Quindi il nostro 38% è diverso dal 18% degli italiani?” chiese Kibonge, guardando Kadenge come a farlo scendere dal podio virtuale.
“Se considerano prostituzione anche pagare una moglie dieci vacche, sì – disse nonno Kazungu – ma quando pubblicheranno i dati dei matrimoni misti in Kenya? Delle coppie che convivono e che continuano a considerare la loro unione uno scambio di carezze e soldi? Ci sono statistiche del genere? Chi le pubblica?”.
Quest’ultima domanda era diretta allo Svaporato, che diede l’ultimo sorso alla Tusker e sentì gli occhi di tutto il Safari Bar addosso.
Il sole aveva lasciato una pennellata di tramonto sull’intonaco esterno e si occupava di regalare scie lilla e rosa al cielo della savana.
“Non si possono chiudere in una statistica le ragioni del cuore e quelle del piacere sessuale – disse lo Svaporato, impegnandosi alquanto – l’uomo è un animale da conquista a cui piace tenere la preda in cattività, piuttosto che sbranarla. Tuttavia c’è chi lo fa con amore e rispetto e ci sono anche donne che non conoscono altro modo di vivere di una dorata prigionia”.
Nessuno capì nulla, ad eccezione del vecchio Kazungu che, alzandosi, salutò la compagnia.
“Stiamo più vicini alle nostre bambine – fu il suo monito serale – e diamo una controllata ai bianchi che trattano male le nostre donne. Gli europei hanno brutte abitudini, ma per fortuna quasi tutti lasciano a casa il loro lato peggiore, quando vengono qui. Speriamo sia sempre così”.
martedì 16 dicembre 2008
RECENSIONE: MALASPINA - IN CAMERA
Non ci stupiremmo affatto se ci trovassimo tra qualche anno a rileggere la recensione del primo Ep dei Malaspina (oggi diventati “In Camera”), ricordando gli esordi di un gruppo ormai affermato.
“Gli innumerevoli percorsi” è aria nuova nella musica italiana, diretta, semplice e senza la presunzione o l’obbligo di dover seguire le tendenze del british-pop o dell’underground americano.
Si parte con il pezzo forte della band fiorentina, il potenziale singolo che soltanto l’ottusità dell’estabilishment discografico nazionale potrebbe ignorare o, peggio, sporcare oltremodo di “tendenza”, spinto da criteri radiofonici o marchette festivaliere.
“Minnamoro” è un brano talmente solare e orecchiabile che quasi fa dimenticare la dicotomia pop-rock (sarà più commerciale o più alternativo? oggigiorno tutte “menate” di chi non è più capace di ascoltare una canzone che non ha altre pretese se non quella di essere il più possibile sé stessa).
La versatile e fluida voce del frontman Vanni Torrigiani naviga su un ritmo piacevole (forse ancora un po’ sedutino) e si apre insieme al riff che rivela la natura seventies del concreto chitarrista Tommaso Damianou. Ricordano i Timoria di Francesco Renga e Omar Pedrini, mentre il solare ritornello trasporta negli anni Ottanta dei Denovo del primo Mario Venuti. Venticinque anni dopo l’apice creativo della scena fiorentina (Diaframma, Litfiba di “Desaparecido” e “17 Re”) non c’è nostalgia né troppa voglia di scimmiottare i gruppi del momento (antidoti musicali che non durano molto, direbbe Torrigiani), semmai si citano indirettamente i grandi (il “she makes me wonder” finale di “Occhi bagnati” ricorda i Led Zeppelin…). Anche il testo in “Minnamoro” segue la positività musicale, semplice e diretto, con belle visioni (i “colori amari”) da filastrocca confezionata per essere cantata in coro col pubblico. Più introspettiva la title-track, in cui il complesso strizza l’occhio a certo post-punk o new-glitter britannico (Pulp, Muse) ma con garbo e aperture mediterranee nel ritornello. Sempre l’amore in primo piano, ma mai in maniera banale, nei testi.
L’altro gioiellino dell’Ep è “Occhi bagnati”, il cui incipit sorprende. Ci si aspetta di entrare nel monastero bretone in cui i CSI si rinchiusero per registrare “Ko de mondo”, invece piano piano ci si ritrova nell’universo Malaspina, quasi una lezione all’autoreferenziato sottobosco rock italiano e alla (troppa) autostima di (troppo) celebrate band come Marlene Kuntz e Afterhours.
Il marchio di fabbrica del gruppo toscano (come evidenziato da “Avanti ora”, traccia finale del cd sulle fughe dell’anima) è una visione chiara della forma-canzone, ben suonata e mai preoccupata di essere etichettata e rinchiusa in un genere.
Perché i percorsi sono innumerevoli e la meta è solo una: fare musica (quindi arte), divertirsi e divertire.
In tutto questo che potete chiamare pop-rock, la netta e interessante voce di Torrigiani (un Renga con meno estensione ma anche meno fronzoli e più fantasia), i break elettrici del chitarrista e l’affiatamento di basso (claytoniano) e batteria che potrebbero pompare e spingere di più. Avanti, ora!
Alfredo del Curatolo
“Gli innumerevoli percorsi” è aria nuova nella musica italiana, diretta, semplice e senza la presunzione o l’obbligo di dover seguire le tendenze del british-pop o dell’underground americano.
Si parte con il pezzo forte della band fiorentina, il potenziale singolo che soltanto l’ottusità dell’estabilishment discografico nazionale potrebbe ignorare o, peggio, sporcare oltremodo di “tendenza”, spinto da criteri radiofonici o marchette festivaliere.
“Minnamoro” è un brano talmente solare e orecchiabile che quasi fa dimenticare la dicotomia pop-rock (sarà più commerciale o più alternativo? oggigiorno tutte “menate” di chi non è più capace di ascoltare una canzone che non ha altre pretese se non quella di essere il più possibile sé stessa).
La versatile e fluida voce del frontman Vanni Torrigiani naviga su un ritmo piacevole (forse ancora un po’ sedutino) e si apre insieme al riff che rivela la natura seventies del concreto chitarrista Tommaso Damianou. Ricordano i Timoria di Francesco Renga e Omar Pedrini, mentre il solare ritornello trasporta negli anni Ottanta dei Denovo del primo Mario Venuti. Venticinque anni dopo l’apice creativo della scena fiorentina (Diaframma, Litfiba di “Desaparecido” e “17 Re”) non c’è nostalgia né troppa voglia di scimmiottare i gruppi del momento (antidoti musicali che non durano molto, direbbe Torrigiani), semmai si citano indirettamente i grandi (il “she makes me wonder” finale di “Occhi bagnati” ricorda i Led Zeppelin…). Anche il testo in “Minnamoro” segue la positività musicale, semplice e diretto, con belle visioni (i “colori amari”) da filastrocca confezionata per essere cantata in coro col pubblico. Più introspettiva la title-track, in cui il complesso strizza l’occhio a certo post-punk o new-glitter britannico (Pulp, Muse) ma con garbo e aperture mediterranee nel ritornello. Sempre l’amore in primo piano, ma mai in maniera banale, nei testi.
L’altro gioiellino dell’Ep è “Occhi bagnati”, il cui incipit sorprende. Ci si aspetta di entrare nel monastero bretone in cui i CSI si rinchiusero per registrare “Ko de mondo”, invece piano piano ci si ritrova nell’universo Malaspina, quasi una lezione all’autoreferenziato sottobosco rock italiano e alla (troppa) autostima di (troppo) celebrate band come Marlene Kuntz e Afterhours.
Il marchio di fabbrica del gruppo toscano (come evidenziato da “Avanti ora”, traccia finale del cd sulle fughe dell’anima) è una visione chiara della forma-canzone, ben suonata e mai preoccupata di essere etichettata e rinchiusa in un genere.
Perché i percorsi sono innumerevoli e la meta è solo una: fare musica (quindi arte), divertirsi e divertire.
In tutto questo che potete chiamare pop-rock, la netta e interessante voce di Torrigiani (un Renga con meno estensione ma anche meno fronzoli e più fantasia), i break elettrici del chitarrista e l’affiatamento di basso (claytoniano) e batteria che potrebbero pompare e spingere di più. Avanti, ora!
Alfredo del Curatolo
martedì 25 novembre 2008
NONNO KAZUNGU E LA GRANDE COALIZIONE
A Kakoneni si respirava la solita aria.
Acacia, mais bollito, erba alta, sterpaglie bruciate, sentori di ascella femminile da fatica, retrogusto di mnazi, tracce di polvere d'argilla, bouquet di merda animale. Un'aria di libertà rurale, di vita povera scandita dalla durata della luce nell'arco di un giorno, un giorno in cui tutto può succedere e proprio per questo quasi sempre non accade nulla.
Tredici ore, dall'alba lucente ai tenui colori del tramonto, in cui lentamente si può assolvere all'unico impegno della giornata (potare un banano, portare l'acqua dal pozzo, farsi la seconda moglie di Lawrence Kamongo) o repentinamente si può andare al creatore per via di un mal di testa, di una zanzara o di un coccodrillo.
In un luogo incantato come l'entroterra di Malindi non può arrivare l'aria di pace che si respira a Nairobi e a Kisumu. Qui la pace non si respira, si vive nelle ossa come un reumatismo.
Si era dibattuto tanto, al Safari Bar, sulla risoluzione della crisi siglata dal vecchio presidente Kibaki e dal vincitore morale delle elezioni Raila Odinga. Ora sembrava finalmente tutto a posto, agli occhi del mondo il Kenya era di nuovo un Paese tranquillo con la sua bella democrazia paghi uno e prendi due: un Capo di Stato e un Primo Ministro.
"Un piatto in più in tavola, per chi mangia" aveva commentato laconico il barista Kibonge.
"E una fila lunga lunga in gabinetto!" la battuta di Makotsi l'ettricista, che stava leggendo le dinamiche della spartizione delle poltrone da parte dei politici dei due schieramenti.
Nonno Kazungu restava convinto che il vero presidente del Kenya fosse Koffi Annan e che i due leader d'ora in poi non avrebbero preso alcuna decisione importante senza prima consultarlo.
"Come l'allenatore dell'Inter Mancini con il coach del Manchester City, Eriksson!" commentò Kitsao, il saputello esperto di calcio internazionale.
Vedere i propri connazionali sfilare per le strade della capitale e nella citta' vecchia di Mombasa, dava gioia e i commentatori della tv nazionale enfatizzavano l'evento, quasi fosse l'occasione per un salto di qualita' del Paese e non un grosso scampato pericolo di precipitare definitivamente negli abissi. Ma in un villaggio in cui si vive alla giornata, la televisione e' poco piu' di uno specchio deformante, al Safari Bar era l'elettrodomestico meno importante, dietro al capolista Frigo verticale delle Tusker, al Bottle Cooler della coca cola e alla "new entry", il minuscolo generatore regalato a Kibonge da un nipote, che lo aveva a sua volta preso in prestito definitivo (modalita' parecchio in uso a Malindi) dal suo datore di lavoro padovano. A Kakoneni si guardava al ritorno dei turisti, alla prossima stagione di vacanze, alla riassunzione di tutti i compaesani licenziati dagli hotel e dalle attivita' straniere della costa.
La vera grande coalizione da allestire, da quelle parti, era quella per la semina e la raccolta del mais a fine marzo, il mese piu' importante dell'anno, quello che avrebbe dato da mangiare a tutti per i prossimi sei mesi.
"Non abbiamo abbastanza soldi per la semina" disse nonno Kazungu.
"Tu non ne hai abbastanza – specifico' Kamongo – perche' hai tanti acri di terreno"
"Certo, e offro da mangiare alla maggioranza degli abitanti di Kakoneni, anche a una decina di componenti della tua famiglia" ribatte' il vecchio.
"Io ho sempre pagato i sacchi di mais offrendo in cambio parte del mio raccolto di pomodori – sbotto' Makotsi – ma quest'anno non li vuole nessuno, vogliono solo soldi e i soldi non ci sono"
"Le sementi costano...sono aumentate" respiro' Kibonge.
"E allora vi mangerete la polenta senza condimento"
"E tu ti farai dei gran sughetti in un catino, cosi' ci sguazzerai dentro, ti ci laverai coi pomodori!" rise Kamongo.
"Dobbiamo unire le forze – disse Kazungu – iniziamo a raccogliere il denaro necessario per la semina, poi lo divideremo in base agli acri di ognuno e quando il mais sara' pronto lo distribuiremo a secondo dei fondi elargiti e della merce da scambiare"
"E il lavoro dei singoli?" chiese Onesmus, lo scansafatiche.
"E l'usura dell'aratro?" Kibonge.
"E il nutrimento delle vacche?" Makotsi.
"E i sacchi di juta?" il piccolo Kitsao.
Nonno Kazungu per un attimo penso' che sarebbe stato il caso di telefonare a Koffi Annan o, in alternativa a Baba Hakili, il mediatore di Marafa, suo amico d'infanzia.
La crisi del mais era appena iniziata, ma nessuno intendeva risolverla velocemente. Ognuno pensava ai suoi interessi.
"L'anno scorso oltre ai pomodori io ho messo anche gli spinaci" gridava Makotsi.
"E io ho perso una vacca per sfinimento..." oso' Kamongo.
"I miei acri sono stati ridotti per ospitare nuovi bambini all'oratorio" reclamo' il prete.
In quel mentre entro' al bar Kadenge Davide, il beach boy.
"Ragazzi, nonno, reverendo...ho i soldi per la semina! Me li ha dati una signora italiana con cui ho...."
"GRAZIE! – interruppe premurosamente il prete – non vogliamo sapere i particolari di questa generosa donazione...come dividiamo questi soldi?"
"Ci pensera' il nonno!" disse Kadenge Davide.
"La solita dittatura..." commento' Makotsi, alzandosi.
"Decide sempre chi ha i soldi" disse Kamongo.
"Da che pulpito..." fece Kibonge.
Nonno Kaznngu sorrise al nipote, si alzo' in piedi e osservo' uno ad uno la grande coalizione di Kakoneni. Anche quest'anno avrebbe vinto il buon senso, la fame avrebbe trionfato sull'egoismo.
A Kakoneni l'eterna aria di polenta era da sempre piu' importante di qualsiasi altro effluvio passeggero.
Acacia, mais bollito, erba alta, sterpaglie bruciate, sentori di ascella femminile da fatica, retrogusto di mnazi, tracce di polvere d'argilla, bouquet di merda animale. Un'aria di libertà rurale, di vita povera scandita dalla durata della luce nell'arco di un giorno, un giorno in cui tutto può succedere e proprio per questo quasi sempre non accade nulla.
Tredici ore, dall'alba lucente ai tenui colori del tramonto, in cui lentamente si può assolvere all'unico impegno della giornata (potare un banano, portare l'acqua dal pozzo, farsi la seconda moglie di Lawrence Kamongo) o repentinamente si può andare al creatore per via di un mal di testa, di una zanzara o di un coccodrillo.
In un luogo incantato come l'entroterra di Malindi non può arrivare l'aria di pace che si respira a Nairobi e a Kisumu. Qui la pace non si respira, si vive nelle ossa come un reumatismo.
Si era dibattuto tanto, al Safari Bar, sulla risoluzione della crisi siglata dal vecchio presidente Kibaki e dal vincitore morale delle elezioni Raila Odinga. Ora sembrava finalmente tutto a posto, agli occhi del mondo il Kenya era di nuovo un Paese tranquillo con la sua bella democrazia paghi uno e prendi due: un Capo di Stato e un Primo Ministro.
"Un piatto in più in tavola, per chi mangia" aveva commentato laconico il barista Kibonge.
"E una fila lunga lunga in gabinetto!" la battuta di Makotsi l'ettricista, che stava leggendo le dinamiche della spartizione delle poltrone da parte dei politici dei due schieramenti.
Nonno Kazungu restava convinto che il vero presidente del Kenya fosse Koffi Annan e che i due leader d'ora in poi non avrebbero preso alcuna decisione importante senza prima consultarlo.
"Come l'allenatore dell'Inter Mancini con il coach del Manchester City, Eriksson!" commentò Kitsao, il saputello esperto di calcio internazionale.
Vedere i propri connazionali sfilare per le strade della capitale e nella citta' vecchia di Mombasa, dava gioia e i commentatori della tv nazionale enfatizzavano l'evento, quasi fosse l'occasione per un salto di qualita' del Paese e non un grosso scampato pericolo di precipitare definitivamente negli abissi. Ma in un villaggio in cui si vive alla giornata, la televisione e' poco piu' di uno specchio deformante, al Safari Bar era l'elettrodomestico meno importante, dietro al capolista Frigo verticale delle Tusker, al Bottle Cooler della coca cola e alla "new entry", il minuscolo generatore regalato a Kibonge da un nipote, che lo aveva a sua volta preso in prestito definitivo (modalita' parecchio in uso a Malindi) dal suo datore di lavoro padovano. A Kakoneni si guardava al ritorno dei turisti, alla prossima stagione di vacanze, alla riassunzione di tutti i compaesani licenziati dagli hotel e dalle attivita' straniere della costa.
La vera grande coalizione da allestire, da quelle parti, era quella per la semina e la raccolta del mais a fine marzo, il mese piu' importante dell'anno, quello che avrebbe dato da mangiare a tutti per i prossimi sei mesi.
"Non abbiamo abbastanza soldi per la semina" disse nonno Kazungu.
"Tu non ne hai abbastanza – specifico' Kamongo – perche' hai tanti acri di terreno"
"Certo, e offro da mangiare alla maggioranza degli abitanti di Kakoneni, anche a una decina di componenti della tua famiglia" ribatte' il vecchio.
"Io ho sempre pagato i sacchi di mais offrendo in cambio parte del mio raccolto di pomodori – sbotto' Makotsi – ma quest'anno non li vuole nessuno, vogliono solo soldi e i soldi non ci sono"
"Le sementi costano...sono aumentate" respiro' Kibonge.
"E allora vi mangerete la polenta senza condimento"
"E tu ti farai dei gran sughetti in un catino, cosi' ci sguazzerai dentro, ti ci laverai coi pomodori!" rise Kamongo.
"Dobbiamo unire le forze – disse Kazungu – iniziamo a raccogliere il denaro necessario per la semina, poi lo divideremo in base agli acri di ognuno e quando il mais sara' pronto lo distribuiremo a secondo dei fondi elargiti e della merce da scambiare"
"E il lavoro dei singoli?" chiese Onesmus, lo scansafatiche.
"E l'usura dell'aratro?" Kibonge.
"E il nutrimento delle vacche?" Makotsi.
"E i sacchi di juta?" il piccolo Kitsao.
Nonno Kazungu per un attimo penso' che sarebbe stato il caso di telefonare a Koffi Annan o, in alternativa a Baba Hakili, il mediatore di Marafa, suo amico d'infanzia.
La crisi del mais era appena iniziata, ma nessuno intendeva risolverla velocemente. Ognuno pensava ai suoi interessi.
"L'anno scorso oltre ai pomodori io ho messo anche gli spinaci" gridava Makotsi.
"E io ho perso una vacca per sfinimento..." oso' Kamongo.
"I miei acri sono stati ridotti per ospitare nuovi bambini all'oratorio" reclamo' il prete.
In quel mentre entro' al bar Kadenge Davide, il beach boy.
"Ragazzi, nonno, reverendo...ho i soldi per la semina! Me li ha dati una signora italiana con cui ho...."
"GRAZIE! – interruppe premurosamente il prete – non vogliamo sapere i particolari di questa generosa donazione...come dividiamo questi soldi?"
"Ci pensera' il nonno!" disse Kadenge Davide.
"La solita dittatura..." commento' Makotsi, alzandosi.
"Decide sempre chi ha i soldi" disse Kamongo.
"Da che pulpito..." fece Kibonge.
Nonno Kaznngu sorrise al nipote, si alzo' in piedi e osservo' uno ad uno la grande coalizione di Kakoneni. Anche quest'anno avrebbe vinto il buon senso, la fame avrebbe trionfato sull'egoismo.
A Kakoneni l'eterna aria di polenta era da sempre piu' importante di qualsiasi altro effluvio passeggero.
lunedì 24 novembre 2008
SCAPPATO A MOMBASA
Vendo vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Considerando la vita partendo dal basso
Ho fatto gavetta non ho guadagnato mai
neanche un sasso qualcosa da vendere in strada
la festa è finita scappato a Mombasa
E allora vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Ipotecando il futuro secondo la prassi
Avrei lavorato per altri vent’anni poi
In tasca un poco di soldi magari una casa
La testa malata scappato a Mombasa
E con l’istinto di un bambino
l’incoscienza stesa al sole
M’immergo in un mondo diverso dal mio
Col coraggio di lasciare
Tutto dietro le spalle
Rompo il mio vetro prendo il respiro
giro un nuovo film
e dopo
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
njoo hapa baba, njoo ndani moyo yangu, baba mzee njoo hapa lala
Considerando la vita partendo dal basso
Ho fatto gavetta non ho guadagnato mai
neanche un sasso qualcosa da vendere in strada
la festa è finita scappato a Mombasa
E allora vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Ipotecando il futuro secondo la prassi
Avrei lavorato per altri vent’anni poi
In tasca un poco di soldi magari una casa
La testa malata scappato a Mombasa
E con l’istinto di un bambino
l’incoscienza stesa al sole
M’immergo in un mondo diverso dal mio
Col coraggio di lasciare
Tutto dietro le spalle
Rompo il mio vetro prendo il respiro
giro un nuovo film
e dopo
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
Vendo vendo vendo la pellicola della mia vita
njoo hapa baba, njoo ndani moyo yangu, baba mzee njoo hapa lala
domenica 23 novembre 2008
FANALINO DI CODA
Odio la scuola di chi c’ha i soldi, gli ipermercati pieni di saldi
Odio le file sull’autostrada, io sono un fanalino di coda
Odio i sorrisi studiati allo specchio, i finti affari che nascondono il trucco
Chi vuol portarti sulla sua strada, io sono un fanalino di coda
Mi piaccion le latte colorate, mi piace l’estate, il mare al tramonto
Restare in silenzio e guardarsi soltanto, cercare su un prato il respiro del vento
Sarò di moda quando le mode non saranno più di moda
Sarò di moda quando le mode non ritorneranno più
Odio chi gioca coi sentimenti, le concessioni degli arroganti
Chi vuole la pace e poi sguaina la spada, io sono un fanalino di coda
Odio i sorrisi studiati allo specchio, i finti affari che nascondono il trucco
Chi vuol portarti sulla sua strada, io sono un fanalino di coda
Mi piacciono i gesti degli anziani, i volti di quelli che sanno ascoltare
I luoghi nascosti con i panorami e i telefonini che non hanno il segnale
Sarò di moda quando le mode non saranno più di moda
Sarò di moda quando le mode non ritorneranno più
(dall'album di Freddie "Nel regno degli animali")
Odio le file sull’autostrada, io sono un fanalino di coda
Odio i sorrisi studiati allo specchio, i finti affari che nascondono il trucco
Chi vuol portarti sulla sua strada, io sono un fanalino di coda
Mi piaccion le latte colorate, mi piace l’estate, il mare al tramonto
Restare in silenzio e guardarsi soltanto, cercare su un prato il respiro del vento
Sarò di moda quando le mode non saranno più di moda
Sarò di moda quando le mode non ritorneranno più
Odio chi gioca coi sentimenti, le concessioni degli arroganti
Chi vuole la pace e poi sguaina la spada, io sono un fanalino di coda
Odio i sorrisi studiati allo specchio, i finti affari che nascondono il trucco
Chi vuol portarti sulla sua strada, io sono un fanalino di coda
Mi piacciono i gesti degli anziani, i volti di quelli che sanno ascoltare
I luoghi nascosti con i panorami e i telefonini che non hanno il segnale
Sarò di moda quando le mode non saranno più di moda
Sarò di moda quando le mode non ritorneranno più
(dall'album di Freddie "Nel regno degli animali")
venerdì 14 novembre 2008
RECENSIONI: GIUA
Tra qualche mese la scopriranno in molti, quando i suoi rossi ricci sfileranno sul palco del teatro Ariston di Sanremo. Giovane promessa, una nuova cantautrice raffinata, si dirà. Si scomoderanno paragoni impropri (Grazia Di Michele) per via della chitarra, o impegnativi (Fiorella Mannoia) per la propensione alla canzone d’autore. Invece Maria Pierantoni Giua, ligure di Rapallo e sudamericana d’origine, è semplicemente Giua. Il suo album è uscito più o meno in sordina l’estate scorsa, ma per noi Giua è una realtà da almeno quattro anni. Giovanissima diventa la voce femminile di una delle più intense e piacevoli coverband di De Andrè, gli Endegu capitanati da Alberto “Napo” Napolitano, poi intraprende la carriera solista sotto l’egida di uno dei migliori produttori italiani, quel Beppe Quirici testimone degli anni migliori di Fossati, delle ultime sferzate da studio di Giorgio Gaber e finalmente premiato con un “Tenco” alla carriera quest’anno.
Nel 2005 Giua si aggiudica all’unanimità il Festival di Mantova e inizia la lavorazione dell’album che porta il suo nome. Eccolo, da marzo sarà in giro “come si deve”, arricchito dal brano sanremese. Per ora l’incanto è tutto in dieci brani in cui la voce morbida e precisa di Giua si appoggia con maestria alla chitarra classica, in un intreccio garbato ma pronto ad esplodere tra latinamerica ed echi di quella Francia che gli artisti di riviera come Fossati, Manfredi e altri ben conoscono. Così si salpa con “Si abbassa la luna”, sospesa senza tempo e con echi argentini (come la cristallina “Terra e rivoluzione”), e si torna nella terra della canzone nostrana con “Aprimi le braccia” (che bellezza il violoncello di Martina Marchiori, già con lo stesso Fossati). I testi maturi vedono la collaborazione di Gianluca Martinelli, l’alter ego artistico del bravo Carlo Fava, che appare come autore anche in “Morbidamente”, uno dei brani più rappresentativi dell’artista ligure. Il mondo di Giua si apre come uno scrigno di buona musica e la moderna Ortiche (“casa per casa ho le formiche, ma so planare sulle ortiche”) è una ballata saltellante che rivela la maturità di una giovane promessa che sa scivolare senza presunzione tra poetica e ironia. C’è Stefano Melone, altro guru fossatiano dei tempi passati, a rimodellare gli arrangiamenti e si sente quell’aria di perfezione acustica e contemporaneità che rimanda a un bell’episodio di Cristiano De Andrè, “Scaramante”. Discorso a parte merita “Streghe”, divertente e divertita escursione nel sociale di un’autrice che si rivela intelligente oltre che sensibile. Curiosamente due maestri della chitarra classica, Fausto Mesolella e Armando Corsi (insegnante di Giua) appaiono all’elettrica. La liricità immaginifica di “La casa ubriaca” va ad equilibrare le cose, ma a noi piace il mondo tutto di Giua, la perfezione mai fine a se stessa, l’immaturità vestita d’autoironia e l’invito al piacere di un ascolto che non può essere superficiale. Piace anche che l’album si chiuda con una ballata pianistica fin troppo fossatiana, “Organizza la notte”. Morbidamente è l’episodio più classico, sembra già appartenere a un passato che invece può essere il nuovo futuro della rossa cantautrice a cui auguriamo quel che lei canta: “trasparente avvenire avvenente”.
Alfredo del Curatolo
giovedì 13 novembre 2008
LA BALLERINA E L'UOMO BIANCO
La ballerina e l’uomo bianco
Come balla bene questo bianco…insomma, si capisce che è la prima volta che s'infila in mezzo a una danza tradizionale delle nostre…magari ha frequentato quelle discoteche-bordello in cui non entrerò mai nemmeno se mi pagano (ed è sicuro che mi pagano).
Sono stata una volta sola a Dar Es Salaam e l'ho vista da fuori una di quelle balere del sesso, mentre passavo in matatu. Aveva insegne colorate e perfino i buttafuori ammiccavano come "shoga", checche con i muscoli.
Ho capito in un attimo che non ce l'avrei mai fatta.
A Dar Es Salaam sono andata a visitare una zia che in punto di morte mi avrebbe lasciato un po' di soldi, a me e a tutto il gruppo di danze folkloristiche, se non fosse arrivato un cugino poliziotto a far man bassa di tutto. Me ne sono tornata al villaggio con una catenina d'argento (non l'ho ancora venduta) e un vestito tradizionale da matrimonio che verrà buono per mia figlia Caroline.
Ecco, quella sera, tornando da casa della zia, un pensierino ce l'ho fatto. Mi dispiaceva arrivare al villaggio a mani vuote, dopo aver creato una certa aspettativa. Il vecchio padre avrebbe tenuto il broncio per una settimana e i bimbi si sarebbero messi a frignare. Mi sono detta: adesso faccio fermare il matatu e vado. Mi offro per qualche migliaio di scellini a un mzungu arrapato o a un indiano unto e domattina presto riprendo il viaggio. Non ce l'ho fatta. Meglio affrontare l'onta del fallimento di una missione familiare, piuttosto che nascondere tutta la vita ai miei cari un peccato a cui il Signore ha assistito.
Magari in quel lupanare ballereccio avrei incontrato un mzungu saltellante e simpatico come questo che mi sta volteggiando intorno, davanti a fotografi e telecamere, sarebbe stato veloce, indolore e remunerativo. Magari.
Questo qui ha un'espressione da idiota e anche qualche tic, ma non è come gli sfigati che arrivano qui con i pulmini dei viaggi organizzati. Quelli sembra che non hanno mai visto un nero. Appallano gli occhi come fossimo una razza d'animale che hanno studiato soltanto sui libri. Battono le mani fuori tempo e ridono, ma è una risata trattenuta, la bocca non si spalanca come quando ti stai divertendo davvero. Sembra che qualcuno li abbia obbligati ad assistere al nostro spettacolo.
Soltanto alla fine, quando vogliono scattare la fotografia accanto ai nostri corpi esausti e sudati, sembrano realmente felici, pare che la loro visita abbia avuto un senso. Siamo come prede anelate, seguite e finalmente catturate nelle immagini che porteranno dietro tutta la vita, raccontando a chi non c'era quanto si sono divertiti quel giorno. Ma è solo una mia impressione, per carità.
Eppure il signorotto bianchiccio di una certa età non sembra capitato qui per caso. Intanto è protagonista dello spettacolo almeno quanto noi, poi non è lui a scattare le fotografie ma sono altri mzungu a fargliele. Forse è il giorno del suo compleanno.
Il suo sorriso è rilassato, diverso dai sorrisi mzungu che mi devo sorbire di solito. Per lui siamo uno spettacolo, non animali danzanti a contorno del safari. Si vede che ha viaggiato, il vecchio.
Sharina, la mia amica ballerina che ha esperienze anche in Kenya, a Mombasa e a Malindi e che nelle discoteche-bordello ha fatto faville, ma non si vergogna a raccontarlo in giro tanto suo marito è mezzo scemo ("quaranta capre fanno un cervello" si dice dalle mie parti), dice che il mzungu è un americano, e gli americani il ballo ce l'hanno nel sangue: gliel'abbiamo insegnato noi neri deportati, hanno copiato le nostre danze tribali e gli hanno dato una parvenza d'eleganza meno istintiva e più studiata, meno animale e più frocesca.
L'americano ora mi tocca, chiede le mie carezze. Oddio, magari finito lo spettacolo mi chiede di seguirlo da qualche parte, come fece un buzzurro italiano l'anno scorso. Parlava una lingua sconosciuta anche a Sharina, che l'italiano lo mastica come masticava a Malindi.
"Dev'essere bergamasco" diceva, storcendo il naso.
Non è una bella malattia, a mio modo di vedere. Emetti dei versi gutturali come lo gnu nella stagione dell'innamoramento e ti s'ingrossa il naso come al cane morso dal serpente.
Ora siamo guancia contro guancia, ma non guarda me, guarda le telecamere. Fa il finto tonto. Io continuo a ballare come se niente fosse, le bandiere della Tanzania sventolano ovunque, il cielo si è aperto completamente e l'incalzare delle percussioni rende l'atmosfera magica. Se non ci fosse questo intruso col sorriso di plastica a farsi fotografare, sarebbe una delle performance migliori del nostro corpo danzante, ma così è un po' più erotico, non so, sarei bugiarda a negare che mi smuove qualcosa dentro. Il pensiero principale però è che alla fine della performance stavolta avremo ognuna dei soldi extra, potrò permettermi due chili di rottura di riso e magari anche delle ossa di bue da mescolare agli spinaci. Stasera sarà una cena speciale, e lo dobbiamo a questo mzungu simpatico e un po' imbecille.
Ecco, la danza è terminata. Da un palchetto improvvisato si alzano in piedi persone importanti del mio Paese, bianchi e neri si stringono la mano. Dice Sharina che il bianco ha dato loro un sacco di soldi per comprare medicine contro la malaria.
Le telecamere spengono i loro occhi rossi e il bianco ringrazia tutte noi.
Mi guarda.
Lo guardo.
Forse sta scattando qualcosa.
Mi accarezza un braccio, ma qualcosa lo frena.
Due individui enormi vestiti di nero lo invitano a seguirlo, hanno lo sguardo serio e dei fili bianchi gli pendono dalle orecchie. Sembrano venuti da un altro pianeta.
Il bianco non smette di sorridere ma è chiaro che è in evidente difficoltà.
Dove lo portano?
Non sarà mica colpa mia…
Un frastuono incredibile squarcia l'aria, la terra rossa si appiccica ai nostri corpi sudati, le gonne multicolori si alzano e mostrano i mutandoni di poliestere nei quali siamo inguainate. Le piccole Tanya e Mami fanno per scappare terrorizzate. Sharina le blocca, con uno sguardo rassicurante.
Una cavalletta a motore, di quelle che chiamano elicottero si posa sul prato a pochi metri da noi.
I due uomini scortano il bianco fino all'ingresso, quello non smette di sorridere e prima di infilarsi nella cavalletta alza la mano destra e la agita. Guarda verso il palchetto, poi si gira e un secondo prima di salire mi lancia l'ultima occhiata. Sharina sta catechizzando Mami, l'occhiata è tutta per me. Se non fossi nera, diventerei rossa.
Uno degli omoni chiude il portello della cavalletta e la terra rossa si solleva un'altra volta.
Non posso che chiudere gli occhi, ma non è il buio ciò che vedo, nel rumore delle ali meccaniche. Ho impresso il volto ebete e inoffensivo di quel bianco, la fragilità interiore da capretta alla corda a cui è stato concesso, per pochi minuti, di saltellare e brucare più in là del suo raggio.
Un uomo triste che si è sentito per un attimo qualcuno, una persona diversa, allegra, lontana da se stessa e dal suo mondo ricco ma infelice.
Forse anch'io, all'incontrario, potrei sentirmi così bene, in una discoteca di Mombasa o di Malindi. Liberata dai pensieri di ogni giorno, dal peso del peccato, della ricerca quotidiana del cibo, dai compiti a cui le donne e solo le donne devono assolvere, dalla stupidità dei maschilisti capaci solo di ubriacarsi e creare problemi che non sanno risolvere se non creando altri problemi, dalla inconsapevole crescita dei figli e dai consigli antichi e presuntuosi dei padri.
Entrando e uscendo da mzungu come quell'americano, potrei imparare qualcosa, vivere la vita in maniera totale, allargare i miei orizzonti. Fors'anche arricchirmi spiritualmente, senza dovermi pentire di niente, fiera e libera come Sharina e come tante altre ragazze della mia età.
Grazie, sconosciuto americano.
Domani faccio la valigia e parto, una nuova vita mi attende.
(ANSA)- DAR ES SALAAM, 18 FEB – Il presidente americano George W. Bush è arrivato ieri in Tanzania, nell'ambito del suo tour africano, che non toccherà il Kenya, dove è impegnato il suo vice Condoleeza Rice, nella difficile opera di mediazione conseguente alla crisi politica post-elettorale. Bush si è intrattenuto in danze tribali, scambiando ammicchi ed effusioni con le ballerine locali, in un clima gioioso di festa davvero insolito per il paese africano, uno dei più poveri del mondo. Dopo la calorosa accoglienza ricevuta, Bush ha voluto ricambiare salutando i suoi ospiti in swahili, la lingua locale. "Vipi Mambo" ("ciao, come va?"), ha detto il presidente Usa ad una conferenza stampa. "E' stato commovente vedere così tanta gente per la strada che ci salutava". Al presidente tanzaniano Mkapa ha regalato scarpe da baseball firmate da un noto campione, ricevendo in cambio un leone e un leopardo impagliati e una pelle di zebra.
Come balla bene questo bianco…insomma, si capisce che è la prima volta che s'infila in mezzo a una danza tradizionale delle nostre…magari ha frequentato quelle discoteche-bordello in cui non entrerò mai nemmeno se mi pagano (ed è sicuro che mi pagano).
Sono stata una volta sola a Dar Es Salaam e l'ho vista da fuori una di quelle balere del sesso, mentre passavo in matatu. Aveva insegne colorate e perfino i buttafuori ammiccavano come "shoga", checche con i muscoli.
Ho capito in un attimo che non ce l'avrei mai fatta.
A Dar Es Salaam sono andata a visitare una zia che in punto di morte mi avrebbe lasciato un po' di soldi, a me e a tutto il gruppo di danze folkloristiche, se non fosse arrivato un cugino poliziotto a far man bassa di tutto. Me ne sono tornata al villaggio con una catenina d'argento (non l'ho ancora venduta) e un vestito tradizionale da matrimonio che verrà buono per mia figlia Caroline.
Ecco, quella sera, tornando da casa della zia, un pensierino ce l'ho fatto. Mi dispiaceva arrivare al villaggio a mani vuote, dopo aver creato una certa aspettativa. Il vecchio padre avrebbe tenuto il broncio per una settimana e i bimbi si sarebbero messi a frignare. Mi sono detta: adesso faccio fermare il matatu e vado. Mi offro per qualche migliaio di scellini a un mzungu arrapato o a un indiano unto e domattina presto riprendo il viaggio. Non ce l'ho fatta. Meglio affrontare l'onta del fallimento di una missione familiare, piuttosto che nascondere tutta la vita ai miei cari un peccato a cui il Signore ha assistito.
Magari in quel lupanare ballereccio avrei incontrato un mzungu saltellante e simpatico come questo che mi sta volteggiando intorno, davanti a fotografi e telecamere, sarebbe stato veloce, indolore e remunerativo. Magari.
Questo qui ha un'espressione da idiota e anche qualche tic, ma non è come gli sfigati che arrivano qui con i pulmini dei viaggi organizzati. Quelli sembra che non hanno mai visto un nero. Appallano gli occhi come fossimo una razza d'animale che hanno studiato soltanto sui libri. Battono le mani fuori tempo e ridono, ma è una risata trattenuta, la bocca non si spalanca come quando ti stai divertendo davvero. Sembra che qualcuno li abbia obbligati ad assistere al nostro spettacolo.
Soltanto alla fine, quando vogliono scattare la fotografia accanto ai nostri corpi esausti e sudati, sembrano realmente felici, pare che la loro visita abbia avuto un senso. Siamo come prede anelate, seguite e finalmente catturate nelle immagini che porteranno dietro tutta la vita, raccontando a chi non c'era quanto si sono divertiti quel giorno. Ma è solo una mia impressione, per carità.
Eppure il signorotto bianchiccio di una certa età non sembra capitato qui per caso. Intanto è protagonista dello spettacolo almeno quanto noi, poi non è lui a scattare le fotografie ma sono altri mzungu a fargliele. Forse è il giorno del suo compleanno.
Il suo sorriso è rilassato, diverso dai sorrisi mzungu che mi devo sorbire di solito. Per lui siamo uno spettacolo, non animali danzanti a contorno del safari. Si vede che ha viaggiato, il vecchio.
Sharina, la mia amica ballerina che ha esperienze anche in Kenya, a Mombasa e a Malindi e che nelle discoteche-bordello ha fatto faville, ma non si vergogna a raccontarlo in giro tanto suo marito è mezzo scemo ("quaranta capre fanno un cervello" si dice dalle mie parti), dice che il mzungu è un americano, e gli americani il ballo ce l'hanno nel sangue: gliel'abbiamo insegnato noi neri deportati, hanno copiato le nostre danze tribali e gli hanno dato una parvenza d'eleganza meno istintiva e più studiata, meno animale e più frocesca.
L'americano ora mi tocca, chiede le mie carezze. Oddio, magari finito lo spettacolo mi chiede di seguirlo da qualche parte, come fece un buzzurro italiano l'anno scorso. Parlava una lingua sconosciuta anche a Sharina, che l'italiano lo mastica come masticava a Malindi.
"Dev'essere bergamasco" diceva, storcendo il naso.
Non è una bella malattia, a mio modo di vedere. Emetti dei versi gutturali come lo gnu nella stagione dell'innamoramento e ti s'ingrossa il naso come al cane morso dal serpente.
Ora siamo guancia contro guancia, ma non guarda me, guarda le telecamere. Fa il finto tonto. Io continuo a ballare come se niente fosse, le bandiere della Tanzania sventolano ovunque, il cielo si è aperto completamente e l'incalzare delle percussioni rende l'atmosfera magica. Se non ci fosse questo intruso col sorriso di plastica a farsi fotografare, sarebbe una delle performance migliori del nostro corpo danzante, ma così è un po' più erotico, non so, sarei bugiarda a negare che mi smuove qualcosa dentro. Il pensiero principale però è che alla fine della performance stavolta avremo ognuna dei soldi extra, potrò permettermi due chili di rottura di riso e magari anche delle ossa di bue da mescolare agli spinaci. Stasera sarà una cena speciale, e lo dobbiamo a questo mzungu simpatico e un po' imbecille.
Ecco, la danza è terminata. Da un palchetto improvvisato si alzano in piedi persone importanti del mio Paese, bianchi e neri si stringono la mano. Dice Sharina che il bianco ha dato loro un sacco di soldi per comprare medicine contro la malaria.
Le telecamere spengono i loro occhi rossi e il bianco ringrazia tutte noi.
Mi guarda.
Lo guardo.
Forse sta scattando qualcosa.
Mi accarezza un braccio, ma qualcosa lo frena.
Due individui enormi vestiti di nero lo invitano a seguirlo, hanno lo sguardo serio e dei fili bianchi gli pendono dalle orecchie. Sembrano venuti da un altro pianeta.
Il bianco non smette di sorridere ma è chiaro che è in evidente difficoltà.
Dove lo portano?
Non sarà mica colpa mia…
Un frastuono incredibile squarcia l'aria, la terra rossa si appiccica ai nostri corpi sudati, le gonne multicolori si alzano e mostrano i mutandoni di poliestere nei quali siamo inguainate. Le piccole Tanya e Mami fanno per scappare terrorizzate. Sharina le blocca, con uno sguardo rassicurante.
Una cavalletta a motore, di quelle che chiamano elicottero si posa sul prato a pochi metri da noi.
I due uomini scortano il bianco fino all'ingresso, quello non smette di sorridere e prima di infilarsi nella cavalletta alza la mano destra e la agita. Guarda verso il palchetto, poi si gira e un secondo prima di salire mi lancia l'ultima occhiata. Sharina sta catechizzando Mami, l'occhiata è tutta per me. Se non fossi nera, diventerei rossa.
Uno degli omoni chiude il portello della cavalletta e la terra rossa si solleva un'altra volta.
Non posso che chiudere gli occhi, ma non è il buio ciò che vedo, nel rumore delle ali meccaniche. Ho impresso il volto ebete e inoffensivo di quel bianco, la fragilità interiore da capretta alla corda a cui è stato concesso, per pochi minuti, di saltellare e brucare più in là del suo raggio.
Un uomo triste che si è sentito per un attimo qualcuno, una persona diversa, allegra, lontana da se stessa e dal suo mondo ricco ma infelice.
Forse anch'io, all'incontrario, potrei sentirmi così bene, in una discoteca di Mombasa o di Malindi. Liberata dai pensieri di ogni giorno, dal peso del peccato, della ricerca quotidiana del cibo, dai compiti a cui le donne e solo le donne devono assolvere, dalla stupidità dei maschilisti capaci solo di ubriacarsi e creare problemi che non sanno risolvere se non creando altri problemi, dalla inconsapevole crescita dei figli e dai consigli antichi e presuntuosi dei padri.
Entrando e uscendo da mzungu come quell'americano, potrei imparare qualcosa, vivere la vita in maniera totale, allargare i miei orizzonti. Fors'anche arricchirmi spiritualmente, senza dovermi pentire di niente, fiera e libera come Sharina e come tante altre ragazze della mia età.
Grazie, sconosciuto americano.
Domani faccio la valigia e parto, una nuova vita mi attende.
(ANSA)- DAR ES SALAAM, 18 FEB – Il presidente americano George W. Bush è arrivato ieri in Tanzania, nell'ambito del suo tour africano, che non toccherà il Kenya, dove è impegnato il suo vice Condoleeza Rice, nella difficile opera di mediazione conseguente alla crisi politica post-elettorale. Bush si è intrattenuto in danze tribali, scambiando ammicchi ed effusioni con le ballerine locali, in un clima gioioso di festa davvero insolito per il paese africano, uno dei più poveri del mondo. Dopo la calorosa accoglienza ricevuta, Bush ha voluto ricambiare salutando i suoi ospiti in swahili, la lingua locale. "Vipi Mambo" ("ciao, come va?"), ha detto il presidente Usa ad una conferenza stampa. "E' stato commovente vedere così tanta gente per la strada che ci salutava". Al presidente tanzaniano Mkapa ha regalato scarpe da baseball firmate da un noto campione, ricevendo in cambio un leone e un leopardo impagliati e una pelle di zebra.
mercoledì 12 novembre 2008
COME PRENDERE LA MALARIA
I turisti tornano in Kenya, per Pasqua gli alberghi riaprono, i buffet si ricompongono, i freezer si riempiono. La pace è stata siglata, il sangue non scorre più, le teste tagliate si ricuciono e i profughi edificano nuove capanne con gran dispendio di fango. Cosa può fare la Farnesina per rammentare a tutti che il Kenya non è comunque una meta consigliabile?
LA MALARIA!!!
Eh, già. A marzo, prima della stagione delle piogge, prendere la malaria è praticamente inevitabile. Un po' come morire e usare il T9 sul telefonino.
La malaria è una piaga sociale dell'Africa, una terribile febbre presente da sempre e ormai impossibile da debellare.
Innanzitutto perché nessuno si è preso la briga di bonificare l'Est Africa come Mussolini fece in Maremma, trasformando in pochi anni le tribù zulu locali in cavallerizzi di prim'ordine, vignaioli e bagnini per signora.
In secondo luogo perché con tutti gli animali che lo popolano, oltre alla zanzara tigre si trovano la temibile zanzara rinoceronte (oggi molto rara, ma si dice che il suo pungiglione sia afrodisiaco), l'enorme zanzara elefante, dotata di aculei giganti e preziosi (le famose zanzanne d'avorio), l'infida zanzara jena (mentre punge riconoscerete un'acutissima risatina), la velocissima zanzara antilope, detta "pic indolor", la zanzara giraffa che colpisce preferibilmente dalla cintola in su e la curiosa zanzara gnu (che punge una volta e non torna più).
Che dire della zanzara coccodrillo, che lascia una lacrimuccia di fianco al foruncolo o della zanzara ghepardo, che vi omaggia di eleganti mozzichi maculati?
Da non sottovalutare le moderne e pericolo-sissime mutazioni genetiche: c'è la Zanzibar, anofele che si annida nei locali pubblici, la Zanzàraba, che vi aspetta fuori dalle moschee e sparisce durante il ramadan, la Zanzarmata, che organizza posti di blocco sulla strada e non lascia scampo e la furbissima Zanza, che vi punge e, mentre vi grattate, fa sparire l'argenteria da casa vostra.
Per fortuna più di metà di questi insettacci vengono eliminati dalla Zanzara Leone, che se li divora e che punge l'uomo soltanto se non ha proprio niente di meglio da fare (ma questo alla Farnesina non lo sanno).
Chi avesse deciso di avventurarsi nel regno degli insetti, nell'inferno della puntura, a dispetto dell'Onorevole sito che lo vorrebbe nella tranquilla e sana Fregene, dovrà imbottirsi di pastiglie, infilare in valigia flaconi di pillole, bottiglie di sciropponi e magari qualche siringa per le iniezioni.
Si tratta della famigerata "profilassi".
Secondo alcuni luminari della medicina italiana, allorché decidiate di recarvi nell'Africa Equatoriale, dovrete iniziare la profilassi almeno
sei mesi prima, rinforzare le vostre difese immunitarie con una dieta a base di arance, spinaci e legumi (nel caso non funzionasse, potrete sempre cercare di distruggere le zanzare con terribili peti flatulenti), non bere alcool, non fumare e non fare sesso senza preservativo (questo perché in molti ancora confondono la profilassi con il profilattico).
La cura preventiva per la malaria, come ricordano molti specialisti, è sconsigliata ai bambini sotto i 14 anni, agli anziani sopra i 65, alle donne in gravidanza e a quelle che pensano di fare un figlio nei prossimi cinque anni, ai gay e a chi ha problemi cardiovascolari, a chi soffre di emicrania, di reumatismi, alterazioni psichiche e sindromi gastrointestinali, ai miopi e agli astigmatici, agli asmatici e i metereopatici, a chi ha fatto la scarlattina da piccolo, a chi ha fatto la varicella da grande, a chi non ha fatto il militare, alle vedove, ai figli unici, a chi non ha un titolo di studio superiore alla terza media, ai laureati con 110 e lode, a chi ha sofferto per amore e a chi non è mai stato fuori dall'Italia.
Per coloro che non fanno parte delle suddette categorie, è utile sapere che la profilassi funziona nel 25% dei casi.
In realtà oggigiorno a Malindi, prendere la malaria è difficilissimo, mentre al contrario è abbastanza semplice curarla una volta presa.
Ciò si deve all'introduzione dell'artemisina, che sterilizza i gametociti e ne blocca la trasmissione (non chiedete spiegazioni all'autore, egli non ha
la minima cognizione di cià che ha scritto…).
Un tempo le zanzare anofele (e non "anofile", come dice qualcuno che probabilmente è approdato in Kenya con il chiodo fisso) si catapultavano sui pochi muzungu come un turista di villaggio si lancia sul buffet.
Febbrone tropicale, un bel viaggio che le droghe della società occidentale non si sognano neanche: due o tre giorni di sudori caldi e freddi, deliri e vaneggiamenti, stati di allucinazione e dormiveglia comatosi, temperature corporee mai sperimentate prima e senso di distacco tra impianto osseo e cervello.
Il tutto gratis!
Oggi questo si può solo sognare o, come consiglia il nostro medico di fiducia a Nairobi, potete provare recandovi di notte in un bar di Kisumu Ndogo, sudati e indossando soltanto gli slip. Così come è possibile ancora morirne. Per provarci, seguite questo iter: "lasciar salire la febbre per 5 giorni, poi recarsi dal dottore sbagliato e prendere le medicine sbagliate o, meglio, niente".
Ma se non la volete, la malaria difficilmente vi colpirà; edilizia, strade asfaltate, disboscamento e altri segni della civilizzazione hanno fatto emigrare le tranquille zanzare anofele in altri luoghi più appartati.
Troppi mzungu, che sembra di stare in un enorme centro commerciale del sangue, meglio andare in cerca dei bianchi selvaggi dalla scorza dura, degli emo-ristorantini ruspanti, c'è più gusto. Punzecchiare quei corpi flaccidi e pallidi e succhiare le tossine milanesi o romane, non è il massimo della vita nemmeno per una piccola vampira.
Poi una volta l'uomo bianco anti-malaria si riconosceva per l'inconfondibile odore da ambulatorio dell'Autan, o dal lezzo di pesticida dell'Off.
Di questi tempi, invece, non si capisce più niente: olii vegetali al geranio e sedano, vaporizzatori al limone ed escrementi d'asino, preparati alcolici ottenuti riciclando il rabarbaro Zucca o il Cynar, creme caramellose e altri ritrovati che non cacciano gli insetti, ma semplicemente li disorientano.
L'effetto, tradotto dallo zanzarese, è più o meno: "Ma come cacchio ti sei profumato, volevo solo un po' di sangue, mica portarti a letto!".
Per non parlare dei moderni zampironi, che affumicano l'ambiente, provocano il cancro ai polmoni nel giro di due settimane, e hanno il potere di far incavolare ancor più le zanzare.
Una volta che il corpo è stato unto e vaporizzato, lo zampirone acceso come un incenso indiano, è sufficiente inguainarsi dentro zanzariere di ogni forma e misura: quella a tendina del letto, quella tonda del divano, quella verandata per l'esterno, la zanzariera pensile per il balcone, quella a rete di pescatore per la piscina e quella con un buco sotto, per la toilette.
Anni fa, gli avventurieri italiani a Malindi, ex cacciatori di frodo e neo cacciatori di gnocche, si vantavano delle loro malarie, facevano quasi a gara:
"Io ne ho fatte cinque nel giro di due anni",
"Io ne ho fatta una cerebrale e sono ancora vivo"
oppure:
"Io ce l'ho tutti i giorni, la malaria"
o addirittura
"Sono morto di malaria e ora sono una zanzara!" (effetti dell'assunzione di marijuana durante la degenza).
Nel Terzo Millennio la malaria a Malindi è stata soppiantata da forme virali e malanni molto più trendy e più etno-world.
Altro che zanzare!
Fenicotteri radioattivi, scarafaggi con le antenne che trasmettono l'Aids, televisori col satellite che trasmettono Rai International, parassiti delle piante e venditori di multiproprietà, meduse velenose e megere avvelenate.
Le zanzare non soltanto non fanno più paura, ma sono diventate simpatici ornamenti della casa, creano un'atmosfera e ricordano ai turisti che siamo in un paese caldo, all'equatore, pur essendo a sole otto ore di volo da Busto Arsizio.
LA MALARIA!!!
Eh, già. A marzo, prima della stagione delle piogge, prendere la malaria è praticamente inevitabile. Un po' come morire e usare il T9 sul telefonino.
La malaria è una piaga sociale dell'Africa, una terribile febbre presente da sempre e ormai impossibile da debellare.
Innanzitutto perché nessuno si è preso la briga di bonificare l'Est Africa come Mussolini fece in Maremma, trasformando in pochi anni le tribù zulu locali in cavallerizzi di prim'ordine, vignaioli e bagnini per signora.
In secondo luogo perché con tutti gli animali che lo popolano, oltre alla zanzara tigre si trovano la temibile zanzara rinoceronte (oggi molto rara, ma si dice che il suo pungiglione sia afrodisiaco), l'enorme zanzara elefante, dotata di aculei giganti e preziosi (le famose zanzanne d'avorio), l'infida zanzara jena (mentre punge riconoscerete un'acutissima risatina), la velocissima zanzara antilope, detta "pic indolor", la zanzara giraffa che colpisce preferibilmente dalla cintola in su e la curiosa zanzara gnu (che punge una volta e non torna più).
Che dire della zanzara coccodrillo, che lascia una lacrimuccia di fianco al foruncolo o della zanzara ghepardo, che vi omaggia di eleganti mozzichi maculati?
Da non sottovalutare le moderne e pericolo-sissime mutazioni genetiche: c'è la Zanzibar, anofele che si annida nei locali pubblici, la Zanzàraba, che vi aspetta fuori dalle moschee e sparisce durante il ramadan, la Zanzarmata, che organizza posti di blocco sulla strada e non lascia scampo e la furbissima Zanza, che vi punge e, mentre vi grattate, fa sparire l'argenteria da casa vostra.
Per fortuna più di metà di questi insettacci vengono eliminati dalla Zanzara Leone, che se li divora e che punge l'uomo soltanto se non ha proprio niente di meglio da fare (ma questo alla Farnesina non lo sanno).
Chi avesse deciso di avventurarsi nel regno degli insetti, nell'inferno della puntura, a dispetto dell'Onorevole sito che lo vorrebbe nella tranquilla e sana Fregene, dovrà imbottirsi di pastiglie, infilare in valigia flaconi di pillole, bottiglie di sciropponi e magari qualche siringa per le iniezioni.
Si tratta della famigerata "profilassi".
Secondo alcuni luminari della medicina italiana, allorché decidiate di recarvi nell'Africa Equatoriale, dovrete iniziare la profilassi almeno
sei mesi prima, rinforzare le vostre difese immunitarie con una dieta a base di arance, spinaci e legumi (nel caso non funzionasse, potrete sempre cercare di distruggere le zanzare con terribili peti flatulenti), non bere alcool, non fumare e non fare sesso senza preservativo (questo perché in molti ancora confondono la profilassi con il profilattico).
La cura preventiva per la malaria, come ricordano molti specialisti, è sconsigliata ai bambini sotto i 14 anni, agli anziani sopra i 65, alle donne in gravidanza e a quelle che pensano di fare un figlio nei prossimi cinque anni, ai gay e a chi ha problemi cardiovascolari, a chi soffre di emicrania, di reumatismi, alterazioni psichiche e sindromi gastrointestinali, ai miopi e agli astigmatici, agli asmatici e i metereopatici, a chi ha fatto la scarlattina da piccolo, a chi ha fatto la varicella da grande, a chi non ha fatto il militare, alle vedove, ai figli unici, a chi non ha un titolo di studio superiore alla terza media, ai laureati con 110 e lode, a chi ha sofferto per amore e a chi non è mai stato fuori dall'Italia.
Per coloro che non fanno parte delle suddette categorie, è utile sapere che la profilassi funziona nel 25% dei casi.
In realtà oggigiorno a Malindi, prendere la malaria è difficilissimo, mentre al contrario è abbastanza semplice curarla una volta presa.
Ciò si deve all'introduzione dell'artemisina, che sterilizza i gametociti e ne blocca la trasmissione (non chiedete spiegazioni all'autore, egli non ha
la minima cognizione di cià che ha scritto…).
Un tempo le zanzare anofele (e non "anofile", come dice qualcuno che probabilmente è approdato in Kenya con il chiodo fisso) si catapultavano sui pochi muzungu come un turista di villaggio si lancia sul buffet.
Febbrone tropicale, un bel viaggio che le droghe della società occidentale non si sognano neanche: due o tre giorni di sudori caldi e freddi, deliri e vaneggiamenti, stati di allucinazione e dormiveglia comatosi, temperature corporee mai sperimentate prima e senso di distacco tra impianto osseo e cervello.
Il tutto gratis!
Oggi questo si può solo sognare o, come consiglia il nostro medico di fiducia a Nairobi, potete provare recandovi di notte in un bar di Kisumu Ndogo, sudati e indossando soltanto gli slip. Così come è possibile ancora morirne. Per provarci, seguite questo iter: "lasciar salire la febbre per 5 giorni, poi recarsi dal dottore sbagliato e prendere le medicine sbagliate o, meglio, niente".
Ma se non la volete, la malaria difficilmente vi colpirà; edilizia, strade asfaltate, disboscamento e altri segni della civilizzazione hanno fatto emigrare le tranquille zanzare anofele in altri luoghi più appartati.
Troppi mzungu, che sembra di stare in un enorme centro commerciale del sangue, meglio andare in cerca dei bianchi selvaggi dalla scorza dura, degli emo-ristorantini ruspanti, c'è più gusto. Punzecchiare quei corpi flaccidi e pallidi e succhiare le tossine milanesi o romane, non è il massimo della vita nemmeno per una piccola vampira.
Poi una volta l'uomo bianco anti-malaria si riconosceva per l'inconfondibile odore da ambulatorio dell'Autan, o dal lezzo di pesticida dell'Off.
Di questi tempi, invece, non si capisce più niente: olii vegetali al geranio e sedano, vaporizzatori al limone ed escrementi d'asino, preparati alcolici ottenuti riciclando il rabarbaro Zucca o il Cynar, creme caramellose e altri ritrovati che non cacciano gli insetti, ma semplicemente li disorientano.
L'effetto, tradotto dallo zanzarese, è più o meno: "Ma come cacchio ti sei profumato, volevo solo un po' di sangue, mica portarti a letto!".
Per non parlare dei moderni zampironi, che affumicano l'ambiente, provocano il cancro ai polmoni nel giro di due settimane, e hanno il potere di far incavolare ancor più le zanzare.
Una volta che il corpo è stato unto e vaporizzato, lo zampirone acceso come un incenso indiano, è sufficiente inguainarsi dentro zanzariere di ogni forma e misura: quella a tendina del letto, quella tonda del divano, quella verandata per l'esterno, la zanzariera pensile per il balcone, quella a rete di pescatore per la piscina e quella con un buco sotto, per la toilette.
Anni fa, gli avventurieri italiani a Malindi, ex cacciatori di frodo e neo cacciatori di gnocche, si vantavano delle loro malarie, facevano quasi a gara:
"Io ne ho fatte cinque nel giro di due anni",
"Io ne ho fatta una cerebrale e sono ancora vivo"
oppure:
"Io ce l'ho tutti i giorni, la malaria"
o addirittura
"Sono morto di malaria e ora sono una zanzara!" (effetti dell'assunzione di marijuana durante la degenza).
Nel Terzo Millennio la malaria a Malindi è stata soppiantata da forme virali e malanni molto più trendy e più etno-world.
Altro che zanzare!
Fenicotteri radioattivi, scarafaggi con le antenne che trasmettono l'Aids, televisori col satellite che trasmettono Rai International, parassiti delle piante e venditori di multiproprietà, meduse velenose e megere avvelenate.
Le zanzare non soltanto non fanno più paura, ma sono diventate simpatici ornamenti della casa, creano un'atmosfera e ricordano ai turisti che siamo in un paese caldo, all'equatore, pur essendo a sole otto ore di volo da Busto Arsizio.
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