venerdì 20 marzo 2009

MIKI E LA FESTA GRECA DI MALINDI

Domani sera al Casino di Malindi va in scena la tradizionale serata Greca, evento organizzato dalla fervida fantasia di Daniela Cellini. Unn happening a base di gastronomia, musica e danze, con immancabile risvolto benefico.
Non sembra, ma in Kenya la festa greca ha molti perché e retroscena storici: il 21 marzo 1909 il primo cittadino greco, Mangos Pukatsos, mise piede sul suolo keniota, come cuoco al seguito di Lord Wilkinson, la cui amante Lady Caroline adorava la moussaka. La bella Caroline si convertirà ben presto alla natura africana, ai cibi e ai piaceri della terra del sole e dell’amore e il greco tornerà in patria per far posto a un Kamante superdotato. Lord Wilkinson, invece, si taglierà le vene con una lametta da barba da lui creata. Alla fine degli anni Settanta, un bastimento battente bandiera greca assume tra le sue fila il Capitano livornese Giuseppe Passaglia. Dopo due anni di avventure insieme e di serate sobrie, il livornese viene lanciato a mare al largo di Watamu. Nuotando con l’abilità di chi da giovane faceva Piombino-Isola d’Elba per allenarsi, raggiunge le coste keniote. Aprirà qualche anno dopo una gelateria e si stabilirà a Malindi.
Nelle note locali più recenti, invece, un ricordo indelebile: nel dicembre 1990 si trasferisce a Malindi per lavoro il greco cipriota Miki, grande filosofo, bevitore, ballerino di Sirtaki e lanciatore di piatti noto anche per la sua perfetta imitazione di Marlon Brando nel Padrino.
Nell’aneddotica di Malindi è mitica la seguente scena: Festa greca a casa di Miky, appartamento in zona centrale la cui ampia terrazza si sporge sulla strada principale di Malindi, Lamu Road, proprio di fronte al Casino. Capretto e tzaltziki, involtini di melanzane e feta, non ci si fa mancare nulla. Ebbri di vino e ouzo, con il sottofondo di canzoni pop elleniche, Miki estrae dalla credenza il suo servizio di piatti, una trentina, tra piani, fondi e piattini da dessert. Li distribuisce e inizia a lanciarli alla cieca dalla terrazza. Lo imitiamo. Ogni volta che un piatto raggiunge l’asfalto e si rompe, Miki si lascia andare a un passo di sirtaki ed esclama il classico “Oopa!”. E uno, “Oopa!”, e vai con un altro “Oopa!”, ci si prende gusto “Oopa!”, senti come si rompe bene questo “Ooopa!”.
A un certo punto al lancio non corrisponde alcun rumore di impatto letale per il piatto. Secondo lancio: “Oopa!” si spezza in gola, al terzo pure, silenzio. Il quarto va, ma è un “crash” minore e al quinto non c’è alcuna risposta. Sembra che le stoviglie si disintegrino in volo, silenziosamente.
Istintivamente ci avviciniamo alla balaustra di mattoni, da cui in condizioni normali non si vede la strada, e ci affacciamo.
Con nostra grande meraviglia (anche perché nessuno di noi è in condizioni normali) vediamo quattro kenioti che, con in mano un piatto a testa, guardano in su aspettandone altri! Li avevano presi al volo! Miki di colpo ritorna sobrio e si trasforma nell’incredibile Hulk, altro che Marlon Brando. Inizia a urlare gli improperi più assurdi in uno slang greco-inglese-swahili-italiano, assolutamente esilarante:
“You no make that, porta sfortuna poooorco…ngoja kidogo!”
Qualcuno dice ai kenioti di non preoccuparsi, le intenzioni di Miki (nonostante le apparenze) non sono bellicose. Il padrone di casa scende le scale, consegna ai raccoglitori di piatti volanti la bellezza di mille scellini a testa (un quarto del loro stipendio di allora) e li obbliga a lanciare i piatti in strada. Uno di loro, sorridendo, al rumore del piatto in mille pezzi, si lancia in un “Ooopaaa!” africano, al quale noi dall’alto facciamo seguire fragoroso lancio dei pezzi rimanenti.
La serata del Casinò, in cui lo chef Michele (non Greco) ha preparato un buffet per nulla spartano con agnello ripieno in bellavista, moussaka, ghemistà e altre leccornie elleniche (come i famosi ravioli di pollo), deve ricordare il grande Miki, che purtroppo ci ha lasciato qualche anno fa, troppo presto. I piatti verranno lanciati in suo onore, si potranno comperare e il ricavato dell’acquisto andrà in beneficenza. Siamo certi che, nel mezzo dei lanci e del coinvolgente fragore, si sentirà indistintamente una voce vellutata come quella di un Marlon Brando cipriota.
“Oooopaaaaa!”

sabato 14 marzo 2009

NONNO KAZUNGU E LE RIFORME

Kakoneni era la solita oasi di pace.
Era una mattina “che più africana di così c’è solo nel Masai Mara”, come era solito dire Kadenge Davide. L’orchestra di suoni della natura si intrecciava con le partiture jazz del genere umano, così il frullo dei passerotti e il cinguettio dei tordi coronati s’intrecciava a meraviglia con gli acuti gridolini degli alunni della “Kakoneni Primary School” nella radura intorno all’edificio, il belante sax soprano delle caprette alla corda sembrava accordarsi perfettamente con il contrabbasso della sega a mano che mordeva il vecchio banano.
Nonno Kazungu, come un abile direttore della filarmonica più antica del mondo, agitava lentamente la pipa come fosse una bacchetta e ogni tanto se la riaccendeva.
La pipa era un lascito della sua lunga militanza con gli inglesi, prima di diventare maggiordomo di fiducia di tanti italiani di Malindi, un vezzo che lo differenziava da ogni altro vecchio saggio di quei luoghi e anche per questo Kazungu, pur non essendo uno stregone, veniva tenuto in grande considerazione e rispettato da tutti.
Il nipote Kadenge, detto Davide l’Italiano per via delle cinque mogli bianche e di altrettanti figli messi al mondo con loro, era tornato al villaggio per controllare i progressi dei lavori di costruzione della sua casa per la vecchiaia.
“Alla soglia dei quarant’anni è ora che ci pensi seriamente” lo aveva rimproverato il nonno.
“Ma io ci ho sempre pensato, questo terreno lo comprai con l’aiuto della seconda moglie…”
Tutto vero.
La prima era una ragazzina, conosciuta sulla spiaggia di un villaggio turistico e rimasta incinta per caso. Il matrimonio, in un grigio e freddo febbraio veneto, era stato imposto dai genitori di lei ma il giovane Kadenge aveva resistito pochi mesi nell’azienda del suocero, non senza sperimentare l’attrazione sulle segretarie e alcune amiche della suocera. Afflitto e trafitto al cuore dalla nostalgia, era tornato a Malindi inventandosi una malattia del nonno.
“In Italia dicono che così ti ho allungato la vita” cercò di giustificare la balla.
“Guarda che conosco anch’io le cavolate degli italiani, quello succede quando mi sogni morto…”
Epico fu il discorso del giovane beach-boy alla ragazzina che dopo qualche mese aveva fatto ritorno in Kenya per cercare di convincerlo:
“Vedi, Sabrina, questa è la mia terra. Niente mi fa più felice di una passeggiata sulla battigia quando la marea sta per risalire. Guardare le onde infrangersi sulla barriera corallina e ascoltarne la voce, seguire con gli occhi i disegni sempre diversi delle nuvole basse che sfiorano l’orizzonte. La mia vita è qui, abbi cura di mio figlio. Ti voglio bene”.
Kadenge non era un bastardo.
Gli assomigliava, ma non lo era.
Quando parlava era sincero e proprio per questo le conquistava tutte.
Alle femmine piace illudersi di avere trovato l’uomo ideale ma, alla resa dei conti con se stesse, sanno che si tratta di una chimera.
Proprio come i giochi delle nuvole quando si cammina sulla spiaggia.
Per un po’ le abbracci con lo sguardo e diventano ciò che vuoi tu, ti regalano sogni e prendono le forme della tua fantasia, ma alla fine ti accorgi che, per quanto candide e sinuose, rarefatte o gonfie di poesia, sono soltanto nuvole passeggere e nulla più.
Kadenge era una di quelle nuvole basse, in carne e muscoli, ma egli stesso sapeva plasmare le sue illusioni. Così bene che non lo si poteva mai biasimare, era come fosse parte della natura selvaggia dell’Africa.
E dalla Natura si accetta qualsiasi cosa.
La seconda, Mirella, invece sembrava già il grande amore e insieme avevano deciso di acquistare il terreno che nonno Kazungu aveva mostrato loro un giorno: non distante dalla strada, vicino alla chiesa ed esteso fino quasi ai confini del villaggio di famiglia. All’interno, due baobab secolari, decine di manghi, banani e un campo da seminare a grano grande mezzo acro.
Arrivò perfino un “architetto” indiano amico di lei, per gettare le fondamenta della casa, portò mattoni bianchi e pietre di corallo, sabbia finissima da cemento e barre di ferro per i muri portanti. Sarebbe stata la villetta più bella di Kakoneni, ma umile e senza fronzoli, nel rispetto della sua gente. Fu il padre, giunto dall’Italia come la furia di un uragano, a portarsela via quando già aspettava il frutto del loro amore. Gestivano un chiosco di frullati, l’uomo arrivò lì una mattina, mentre Mirella dormiva e cercò di corrompere Kadenge.
“Quanto vuoi per mia figlia?”
“In verità… dalle mie parti siamo noi che comperiamo le donne, ma non so se può portarsi sei capre e quattro vacche in aereo”
“Uè, alegher… ciapa minga per el cù… ti ho capito a te, fai il furbetti… vanno bene cinque?”
“Cinque vacche?”
“Cinque zucche, zulù!
Cinque testoni, cinque milioni…quanti scellini sono cinque milioni di lire?”
Kadenge fece il conto mentalmente, usando come unità di misura i plot di Kakoneni e le tariffe delle sue amiche Lulù e Janet.
“Tanti…”
“Allora io ti do cinque milioni se ti dimentichi di Mirella, che torna con me in Italia”
“Lei non vuole tornare in Italia, siamo innamorati e ci sposeremo”
“E se ti trovasse a letto con un’altra…”
“Come?!?”
“Ma sì, dai…un bel paio di corna prima delle nozze zulù”
Kadenge lo squadrò come la mangusta che guarda un serpente presuntuoso.
“Tieniti i tuoi soldi, papà”
“Dieci?”
“No”
“Quindici?”
“Nemmeno per cento”
L’aveva sparata grossa, se si fossero materializzati cento milioni di lire lì davanti si sarebbe sbriciolato come un biscotto al cocco (perché, cinquanta no?).
Ma non si materializzarono e gli parve d’essere prigioniero di un incubo con i sottotitoli in brianzolo.
“Alegher, negher…tanto vinco io…”
Vinse lui.
Chissà, forse Mirella aveva accettato i cento milioni.
Forse ne avrebbe ricevuti di più.
In realtà la ragazza aveva pensato all’avvenire di suo figlio e aveva ottenuto dal genitore di potersi dedicare a tempo pieno al ruolo di mamma, senza entrare nei quadri dirigenziali dell’impresa di famiglia.
Una decisione sofferta, dolorosa, ma resa meno amara dall’atto d’amore per la vita che covava in grembo e per il giovane gioiello d’ebano con cui l’aveva concepito.

Dalla terza moglie in poi, la casa non aveva registrato progressi. Erano state erette otto colonne ma due si erano rivelate storte ed erano state tirate giù. Poi la divertente parentesi di Lawrence Kamongo, il rappresentante di telefonini, che si era improvvisato costruttore (“anche gli italiani a Malindi hanno iniziato così: uno in Italia era parrucchiere e ha aperto un ristorante, un altro faceva il buttafuori ed è direttore d’albergo, un altro ha iniziato come maestro di tennis ed è il più importante costruttore di villette a schiera…”). Kamongo aveva preso in mano la conduzione dei lavori (“mi pagherai alla consegna…”) e nonno Kazungu era riuscito a fermarlo in tempo, prima che il sogno di Kadenge Davide si trasformasse in una cosa a metà tra un mausoleo nubiano e un hangar dell’aviazione eritrea.
Ora, con i proventi della campagna femminile di gennaio (in tempi di guerra e con l’età e la pancetta che avanzavano bisognava accontentarsi: nel carnet di carne anche due tedesche e un’ultrasessantenne tiratissima) aveva ripreso i lavori e veniva lui stesso a controllare due giorni alla settimana, con un giovane costruttore bergamasco, amico dello Svaporato. Uno spirito semplice, per cui il Kenya era soltanto un luogo selvaggio a novemila chilometri da Dalmine. Ci sarebbero voluti secoli a cementificarlo tutto!
“Ma voi la pagate l’Ici?” chiese il bergamasco a nonno Kazungu.
Per uno delle valli orobiche, magari ricevere uno sguardo di compassione da un “giriama” dell’Alto Galana può essere considerato anche motivo di vanto. In ogni caso, il sorriso abbelliva entrambi.
“Dopo vent’anni sono riuscito a pagare il titolo di proprietà del mio terreno, ma noi non siamo mai proprietari di nulla, tocca alla Natura pagare l’Ici…quel che abbiamo noi, e che avete anche voi, è una concessione per 99 anni, rinnovabile”
“Niente tasse sulla casa? Niente Ici?”
“Prova a fare causa a Madre Natura…”
Il bergamasco spiegava che con il ritorno al potere di Berlusconi, lo Stato Italiano avrebbe abolito alcune tasse sulla prima casa.
“Perché, quante case volete?”
“Ah, c’è chi ne ha anche venti!”
“Come gli arabi che costruiscono i condomini?”
“Esatto! E poi le affittano…”
“Ma qui non ci devono pagare le tasse…in Italia perché non le vendono e si tengono i soldi…”
“Perché sono un investimento…magari un giorno valgono di più…”
“Agli italiani piace giocare, al casinò e nella vita…al mondo occidentale piace perdere i soldi per poi rifarli e riperderli…altrimenti non si divertono”
Mentre Kadenge dava disposizioni al capomastro e urlava garbate bestemmie all’indirizzo dei kibarua che avevano approfittato di un suo attimo di distrazione per iniziare a murargli la finestra del bagno, si materializzò Kamongo, con l’aria di uno scienziato che aveva lavorato a lungo su un procedimento chimico che qualcuno, grazie a un colpo di fortuna, aveva trasformato in una formula vincente da premio Nobel.
“Viene bene…vedo che avete tenuto la mia concezione di spazio…”
“La parte esterna della veranda, dici? – disse Kazungu, poggiandogli una mano sulla spalla – sì, si potrà sempre andare sotto il baobab attraverso il prato…”
“Spiritoso…”
“Kamongo, lei paga le tasse?” interruppe il bergamasco, che evidentemente aveva un’ancestrale paranoia italica.
“Poca roba…ma adesso con le riforme cambia tutto…”
“In meglio?”
“Questo lo dirà la storia – sbuffò il rappresentante, sistemandosi la giacca – per me più è grande la coalizione, più fa male il suo bastone…”
“Fa anche rima!” disse Kibebe lo scemo, che nessuno aveva ancora notato, semi-seppellito sotto una montagna di sabbia da cemento.

(fine prima parte)

lunedì 9 marzo 2009

RUBY IL FACOCERO E GLI ERRORI UMANI (Genoa-Inter 0-2)

A nonno Kazungu questa cultura italiana del calcio non piace. Ha visto la partita ieri sera, come sempre al Safari Bar, e lascia scolpito sulla formica dei tavolini il suo commento. Il nonno è uno che parlerebbe semplice anche se dovesse spiegarti i postulati di Keplero e lo fa con una flemma che somiglia al soffio del vento poco prima dell’alba.
“E’ vero – dice – riguardando le azioni c’era un rigore su Milito, un fuorigioco fischiato a sproposito che lo metteva solo davanti al portiere (un signor portiere) e forse il tiraccio di quel nero con i nervi occidentali non aveva oltrepassato del tutto la linea di porta. Ma se il Grifone avesse giocato meglio, il pareggio lo avrebbe portato a casa ugualmente. Il problema è che abbiamo un portiere ruminante, Ruby il Facocero. Come il gibbuto quadrupede di savana, gira sempre al largo delle situazioni, anche di quelle che andrebbero a suo vantaggio. Così quando c’è una pianta succulenta, prima di capire che è un bocconcino prelibato, ci gira attorno tre o quattro volte, la annusa, avanza e poi arretra, si guarda intorno dieci volte. Non è stupidità, è insicurezza e la mamma, che era insicura più di lui, non gli ha mai insegnato che la pianta, come fanno i portieri col pallone, va aggredita senza preoccuparsi del circostante.”
Concordo con Kazungu. Siamo quinti in campionato con un portiere improponibile. “Certi numeri uno della Coca Cola League non li fa…”. Magari tra i pali non hanno lo stesso istinto felino, ma escono meglio incontro all’avversario e soprattutto non seminano il panico nei confronti dei propri giocatori durante le azioni in area. Come fa un difensore a sapere come si muoverà l’improvvisatore carioca se ogni volta ne combina una nuova? Il piazzamento da ridolini sul primo gol dei Bisciastriscia è emblematico. Fa quello che insegnano a non fare già negli allievi a un portiere. Qui in Kenya vedo ogni sabato una partita di serie B e ci sono almeno dieci portieri che scambierei alla pari con quel bravissimo ragazzo, padre esemplare e uomo di fede che è Fernando Moedim. Cito il giovane Agazzi della Triestina, ad esempio. Uno che deve crescere, che ogni tanto per troppa sicurezza ne combina una. Ma almeno ha i fondamentali, li ha imparati nella scuola calcio dell’Atalanta, non sulla spiaggia di Copacabana giocando a beach soccer con Ze Elias e Leovigildo.
Io chiamerei in causa anche il preparatore Spinelli. Si dice che Ruby sia cresciuto in questi anni. Io non lo credo affatto. Attualmente mi da lo stesso affidamento di Muslera alla Lazio, che l’anno passato deridevo credendo che noi avessimo un goalkeeper di altro livello. Ad esempio, Navarro non è una cima, ha meno istinto tra i pali. Ma i fondamentali ce li ha. Non lo vedrai facilmente andare a rucola nella sua area o avanzare e indietreggiare come un pugile timoroso durante un contropiede avversario. Vengano pure gli errori, le papere. Fanno parte del gioco, come la rovesciata mancata di un campione, come il gol mancato da Thiago Motta ieri sera. Ma la mancanza delle più elementari nozioni, quello da un portiere di una squadra che ha il gruppo, i gioielli, la società pronta, la voglia e soprattutto la tifoseria adatte per stare in alto, non è sopportabile ed è incredibile come l’allenatore e la dirigenza non se ne siano accorte. Ieri sera, come nel 3-0 con la Fiorentina (perché per me sarà sempre un 3-0, che è la differenza tra noi e loro) la differenza in campo l’hanno fatta i portieri. Non avremo la fortuna e i soldi per acquistare un nuovo Frey o un Julio Cesar, ma con Rubinho perdiamo tranquillamente 10 punti a campionato, senza rendercene conto. E chi ha visto ieri sera le parate di quel simpaticone di Sereni, se ne può rendere conto. Quante volte abbiamo giocato alla pari con l’avversario e siamo stati puniti da “un episodio?”. Una volta su due, in quell’episodio (Udinese, Lazio, Milan, Fiorentina tanto per dirne subito alcune) c’era di mezzo lui, il terzo uomo a Dallas, il primo tra i pali a Marassi.
Nonno Kazungu mi sente parlare, forse capisce e mi posa una mano sulla spalla. L’alba africana è qualcosa per cui vivere. L’arbitro della partita qui viene accettato finanche con troppo fatalismo, ma tant’è. Come dice nonno Kazungu: “I veri errori, da sempre, non li fa la natura delle cose, li commette l’uomo”.

martedì 3 marzo 2009

RECENSIONE: CESARIA EVORA "VOZ DE AMOR"


La diva scalza cammina per la sua strada. I tempi cambiano, l’elettronica invade la musica, la globalizzazione impone mescolanze di generi, collaborazioni improbabili, duetti virtuali. Cesaria Evora resta a piedi nudi, rifiuta di indossare qualsiasi suola del compromesso, che gli faccia perdere aderenza con la sua terra, l’arcipelago di Capo Verde.
Ci avevano provato, a fare della poco appariscente e non più giovane Cesaria una stella di prima grandezza: nel precedente album “Sao Vicente de longe” l’avevano convinta a farsi scrivere una canzone da Pedro Guerra, a cantarne una in portoghese con Caetano Veloso, a farsi accompagnare dalla chitarrista e cantautrice americana Bonnie Raitt. I discografici europei e americani hanno fiutato nella regina della Morna, una nuova operazione Buena Vista: Capo Verde in tutto il mondo, d’altronde il suo capolavoro, “Cafè atlantico” ha venduto ovunque. Hanno anche provato a fare di peggio, remigando alcuni suoi brani in una raccapricciante versione etno-techno, per lanciare la Coladera, il ballo tipico delle isole al largo della Nigeria, in discoteca.
Ma l’antidiva è rimasta a piedi scalzi e ha deciso di proseguire la sua avventura musicale con la Lusafrica, utilizzando le multinazionali (Bmg, in questo caso), soltanto per distribuire i suoi album. Così torna sul mercato con un intenso e quanto mai classico disco dal titolo “Voz d’amor”. Torna alle atmosfere di casa sua, quelle di “Cafè atlantico”, alla malinconia soffusa e lontana delle sue povere isole, al vento a raffiche di chitarre acustiche, alle onde cristalline di pianoforte e ai canti degli uccelli di violino e fisarmonica. L’attacco, “Isolada” è già una meraviglia, pronto a diventare uno dei suoi cavalli di battaglia. Già, perché la forza di Cesaria Evora non è soltanto nella voce espressiva, pulita e sofferta, ma nel fatto che ancora oggi, nonostante la ricchezza sopraggiunta in tarda età, preferisca passare buona parte dell’anno nel suo arcipelago e precisamente nell’isola di Mindelo. In questo modo frequenta compositori e musicisti che hanno da proporle morne nuove e canzoni che in mano a lei profumano intensamente di meraviglia. Così accade quando comincia ad incalzare la danza, in “Monte Cara” e in “Amdjer de nos terra” in cui il sassofono prende il sopravvento, ma la fisarmonica gestisce anche e caviglie tropicali. “Voz d’amor” è un disco suonato magistralmente e tecnicamente perfetto che stupisce per la passione con cui Cesaria interpreta canzoni che a primo ascolto potrebbero sembrare copie di altre del passato, ma la morna è come il blues, vive di intensità e di particolari, il dialogo tra chitarra e violino in “Ramboia”, l’incantesimo di “Milca ti lidia” e l’inafferrabile atmosfera di “Nha curacao tchora” lo confermano. “Voz d’amor” è l’ennesimo bel viaggio a piedi scalzi nella musica di una regina. E quando si è arrivati viene subito voglia di ripartire, magari riascoltando “Cafè atlantico”.

Alfredo del Curatolo

lunedì 2 marzo 2009

COME NASCONO LE LEGGENDE MALINDINE: "VERONICA LARIO WAS HERE"

Mai come quest’anno Malindi e la costa keniota hanno suscitato interesse dei media nazionali per l’affluenza di Very Important Persons. Politici, uomini di sport, spettacolo, cultura (poca) e mondanità (tanta) hanno fatto parlare di sé tra noci di cocco, aragoste e barriera corallina. Ma a Malindi, vip o non vip, basta poco per creare le leggende. Con un po’ di sole in testa, suggestione da passion juice ed erbe di savana, puoi vedere chiunque e diventare tu stesso un’agenzia stampa del gossip.
Eccovene un esempio.

La semiresidente similbresciana era esaltatissima.
Aveva riconosciuto la signora mezza abbronzata mezza ingioiellata mezza ritoccata mezza leopardata e mezza rintronata “dico io, due ore e mezza per scegliere un paio di tessuti…” che era appena uscita dal negozio del sarto Sharif Shabir Rashid Amin Sashim…”non mi ricordo mai come si chiama…”
Ma sì, era proprio lei, non ci si poteva sbagliare!
”Voglio ordinare per mio marito gli stessi pantaloni lunghi che ha fatto fare la signora, con quella fantasia lì…o sono bermuda…”
Ci pensò un attimo, valutò l’altezza di suo marito e quello del marito della signora.
“No, sono pantaloncini corti…”
Poi prese in mano il cellulare e compose un numero in fretta.
“Tafadhali, nambari ya piga simu apatikani qwa sasa…”
Ma vaff…
Magari è la fretta, avrò sbagliato a digitare.
Infatti.
“Tesooooro, Deda sei tu? Non puoi capire chi c’era qui da Shabrifschidamin un minuto fa! La Veronica Berlusconi! Ma te lo giuro…a Malindi, pazzesco… eeeehh ma è un po’ invecchiata, eh? Sì, sì, ha sempre il suo bel davanzale…ma si vede che è rifatto…come le labbra…no, nonò…un vestitino bianco semplice…ha preso dei pantalon…cini da uomo, ma allora dico io ci sarà anche Silvio, no? Ma saranno da Briatore? Oh, mamma mi prenoto subito una settimana di cure di bellezza, così me li frequento…”
Infilò il cellulare nella borsa, ma nell’euforia scelse quella appesa perlinata, al posto della sua. Acquistò senza farci caso anche un kikoy, tre parei, due pigmei e sei copri-zebedei.
Pagò e uscì di fretta alla ricerca di Veronica, inciampando in un questuante ubriaco di mnazi e finendo addosso a un boda-boda.
“Twende!”
“Non ho bisogno di tende, grazie”
“Dove porto bella?”
“Portobella? Che m’hai preso per un pappagallo? E levati di mezzo…”
Veronica aveva appena voltato l’angolo.

Deda tornò verso la piscina costeggiando il vialetto di buganvillee, prese in mano un bicchiere di roba colorata e sorrise agli ospiti.
L’ora dell’aperitivo in piscina, in Africa, è incantevole, ma senza l’aperitivo in piscina sarebbe solo un’ora e basta. Per di più in Africa.
Si avvicinò al bordo e sciolse il pareo, per poi riannodarlo più lasco.
“Mi hanno chiamato da una boutique…non indovinerete mai chi c’è a Malindi…”
“Uomo o donna?” lanciò una bionda sui sessanta con la pelle abbrustolita.
“Coppia!” ammiccò la Deda mordicchiandosi il silicone.
“Totti e Ilary!” urlò un grassone di Pomezia che affondava la manona in un vassoio di samosa.
“Ma nooo, il Pupone è a Chale Island a fare i fanghi…poverino, sta male…” disse un’ex bomba sexy che era rimasta solo bomba, cercando approvazione dal marito giornalista, che seguiva in trance le forme della giovane donna delle pulizie che riportava nella casa padronale la biancheria stesa.
“Macchè, di più…” disse la Deda.
“Brad Pitt e la Jolie” fece l’Angelica, salendo le scalette e controllando che le sue natiche uscissero dall’acqua insieme al resto del corpo.
“Ancora di più…”
“Ma poi quelli non vengono più in Kenya… lei preferisce la Namibia” disse l’abbrustolita.
“Che c’è un mare di merda” disse l’Angelica recuperando le chiappe.
“E perché qui? Siamo mica in Costa Smeralda, cocca…”
”Ma ci sono le aragoste a dieci euro al chilo…”
“Dai, fàmola finita – grugnì il grassone – chi ce sta?”
“DADADAM! C’è la Veronica… e sembra anche Silvio!”
“Ma noooooooooo!”
“Davvero?”
“ E dove?”
“Mah, da Briatore… dove sennò?”

La similbresciana si liberò del boda boda, lasciando mezzo vestito tra i raggi della ruota posteriore, evitò un tuk-tuk in frenata zigzagante e raggiunse l’altro lato del marciapiede.
L’inserviente del negozio di utensili stava riportando le bacinelle colorate all’interno. Per fare un viaggio solo le aveva impilate in una colonna unica, alta ben più di lui.
Potè solo avvertire la furia bianca che lo travolse, mentre effettuava una virata di centottanta gradi.
Fu un tripudio di catini, che arrivarono anche in strada, su un pick-up e addosso al passeggero dietro di una motocicletta, che ne prese uno al volo e se lo portò via.
L’inserviente non fece caso al suo polso slogato, contava le trattenute sullo stipendio.
Trecento scellini a bacinella, fanno almeno mezzo salario.
Passò un altro tuk-tuk.
“Sciaaak”
Un altro pezzo di stipendio.
La similbresciana gli rovesciò in testa i catini restanti, gracidò qualcosa nella lingua ufficiale di Malindi e riprese la sua corsa.

Il giornalista marito della bomba si era già asciugato, diede una sorsata veloce al cocktail e recuperò il cellulare.
“Parlo con la redazione?”
L’abbrustolita chiacchierava invece contemporaneamente con due persone, e teneva un terzo telefonino in mano, pronto per l’uso.
Il grassone, fischiettando l’inno di Forza Italia, componeva a sua volta un sms.
La Deda cercava suo marito, roba che a quell’ora non lo faceva mai ma proprio mai.
E lo sapeva bene anche la donna delle pulizie.
Questa volta le era andata bene…roba di cinque minuti e la stessa mancia di quando è mezzora.
“Gilberto…c’è Silvio, c’è Silvio…come si chiama quel suo consigliere che conosci bene? Prova a chiamarlo…magari è qui anche lui…”
“Ah…arrivo cara…”
La voce (non quella del marito della Deda con la donna delle pulizie) si diffuse per tutta Malindi in un quarto d’ora.

La similbresciana aveva svoltato l’angolo.
Entrò nel primo negozio ma vi trovò soltanto, nell’ordine: un vecchio indiano addormentato che usava la barba bianca come cuscino, il commesso che rovistava con perizia con il dito medio nel suo naso e un bambino olivastro di sei sette anni che faceva i conti e consegnava lo scontrino a un turista tedesco.
Uscì di fretta, si liberò con una gomitata degna di Materazzi di un cambista in nero, entrò in tackle scivolato su un beach boy con la maglia del Manchester United e saltò a piè pari i tre gradini che la riportavano in strada. Poi la vide!
Veronica era uscita dalla gioielleria.
Madonna se era lei!
Alzava il braccio come per chiamare qualcuno, probabilmente l’autista.
Bisognava fare in fretta per bloccarla. Solo un attimo, presentarsi. Ringraziarla. Di che? Di essere a Malindi…di essere la First Lady.
La similbresciana vide passare un tuk-tuk verde pisello. Un ragazzotto locale coi capelli da rasta lo fermò e fece segno a Veronica di avvicinarsi.
Ma cosa voleva fare quell’energumeno con la signora Berlusconi?
Bisognava assolutamente fermarla!

Mohamed se l’era promesso: domani vado da mio cugino Bakari a riparare questi dannati freni.
Per fortuna con il tuk-tuk è sufficiente andare piano e avere sempre la prontezza di riflessi per sgattaiolare via, quando ti trovi davanti un ostacolo.
Ma un ostacolo improvviso come un baule di donna muzunga in mezzo alla stretta stradina della città vecchia, Mohamed non se l’era mai trovato davanti.
Con una fila di auto parcheggiate da una parte, i gradoni del marciapiede dall’altra e un tuk-tuk fermo davanti, non puoi né accelerare né tantomeno scartare di lato, per evitare il baule.
L’impatto fu abbastanza violento, ma Mohamed con l’aiuto di Allah riuscì a contenere i danni, andando in testacoda e spogendosi dall’abitacolo come un esperto velista su un trimarano.
Con il piede d’appoggio e una mano teneva il tuk-tuk in posizione verticale, con l’altro piede assestò un calcione nel fondoschiena alla muzunga, evitando così che sbattesse la testa sul mezzo.
La vide rotolare come un sacco di farina di mais in mezzo alla strada e terminare la sua corsa contro un cambista in nero che era già a terra per conto suo, con il naso sanguinante.
Lei invece, prima di provare a rialzarsi e capire che le fratture erano più di una, vide Veronica baciare il rasta, consegnargli le borse della spesa e salire sul tuk-tuk verde pisello.
Con un forte accento napoletano la sentì urlare al conducente: “Raaafiiiiki, portamaccasa. Stongo alla Biringani House, a Majengo. Haraka Haraka, uagliò!”.
Non trovò nemmeno il cellulare nella borsa per avvertire la Deda.

Dopo poco meno di un’ora l’Ansa di Roma batteva la notizia:
"Veronica Lario fa shopping a Malindi. La moglie del presidente del Consiglio Silvio Berlusconi è stata vista nella località turistica keniana. Secondo fonti ben informate sarebbe ospite della coppia Briatore-Gregoraci. Il premier invece si trova a Villa Certosa, in Sardegna."
La smentita ufficiale di Palazzo Chigi arrivò prima della similbresciana in ospedale a Mombasa. Ma ormai era troppo tardi. Per Malindi ufficialmente Veronica Lario Berlusconi ha passato qui le vacanze di Natale ed ha fatto acquisti in un negozio di tessuti e in una gioielleria.
Perché a noi, qui, non sfugge mai nulla…

mercoledì 18 febbraio 2009

E' ARRIVATO BRIATORE (un blues)

E’ arrivato Briatore ha fatto molto rumore
E’ arrivato Briatore con il suo aeromotore
Dopo un’ora di sole ha cambiato colore
Sarà perché ha i milioni
e ha le creme migliori
Saranno i suoi cromosomi
Ma è più bianca Naomi

E’ arrivato Briatore con i suoi amiconi
Barrichello e Montoya –
e qualche gran bella… ragazza
C’è Simona Ventura –
che dei neri ha paura
Ci son Dolce e Gabbana –
a cui piace Katana (è il maggiordomo)
C’è anche Giovanni Rana
e qualche altra… ragazza

E’ arrivato Briatore
di Malindi è il signore
Nella villa africana
mette a guardia un leone


















Va in giardino in Ferrari –
ha due o tre fusi orari
Il salotto sta a Lamu,
ed il cesso a Watamu
E l’altro pezzo di casa
Tra Kilifi e Mombasa

E’ arrivato Briatore –
proprio qui all’equatore
Mangia kili di pesce –
ma di casa non esce
Ama molto Malindi –
ma non lascia i suoi dindi

E’ arrivato Briatore
E’ partito Briatore
E’ tornato Briatore
E’ a Malindi Briatore
Briatore è felice
Briatore è in piscina
Briatore è nascosto
Briatore si nega

Ma in fondo a noi
di Briatore….
Che ce ne frega?

martedì 17 febbraio 2009

TRA CINQUE ANNI

Quel giorno pensai: oggi mancano dieci anni esatti al mio suicidio.
Chiusi il libro che avevo iniziato a leggere senza mestiere e andai in cucina a festeggiare la ricorrenza.
Ero solo in casa e nel frigorifero, oltre a cipolla e maionese, spiccava luccicante una bottiglietta di prosecco Riccadonna mignon, il piccolo spumante per le grandi occasioni.
Stappai, ne bevvi un sorso e poi, estremamente schifato, lo riposi nel frigo con un cucchiaino infilato nel collo.
Dopo qualche minuto il collo iniziò a dolermi. Sciacquai il cucchiaino dal sangue e lo infilai nella bottiglia.
Sono passati cinque anni da quel giorno, e non ho più festeggiato alcuna data.
Mille e ottocentoventicinque giorni in cui mi sono distratto giocando col tempo in questo monolocale ereditato dalla nonna, riempiendomi di bugie e psicofarmaci edulcorati.
La mignon di spumante è ancora nel frigo, il suo vetro non luccica più, le bollicine sono svanite, fuggite una ad una come le mie notti disperate alla ricerca di donne impossibili e colpi di genio. Il cucchiaino è arrugginito.
Mi sto chiedendo se ricordo la promessa che mi sono fatto, e soprattutto se sono convinto della scadenza. Non fraintendetemi, non ho particolari paure o progetti, pensavo che sarebbe il caso di accorciare i tempi.
La vita è quel grande dono, il rebus di cui non potrai sapere la soluzione l'indomani.
Amare, odiare, lavorare, dormire, per il resto non rimane molto tempo libero, se non quello per chiedere che senso abbia fare tutto questo.
E' meglio che me lo metta in testa, mentre succhio il cucchiaino. Vivere non ha senso.
Siamo travolti da una serie di eventi naturali che ci distraggono, ci sconvolgono, spesso limitano le nostre potenzialità. Io, in origine, ero intelligentissimo.
Madre Natura, come la chiamano, è l'essenza stessa dell'uomo, hai voglia di cercare di combattere i poteri negativi del destino, non facciamo altro che demolirci mentalmente.
La mia vita è un gioco noioso contro un avversario sconosciuto che mi vedrà sconfitto, inevitabilmente deluso, sia che lascerò il banco con un buon bottino o la coscienza di aver giocato bene, sia in caso di scorrettezze reiterate. Allora meglio bluffare, insultare l'avversario, chiunque esso sia. Mi sono sottratto per molto tempo a questa roulette, ma ho trovato durante i miei percorsi alternativi poca gente disposta a mollare tutto, pur consci che prima o poi avrebbero perso. La vita-gioco affascina, evidentemente, le tappe quasi obbligate illudono.
"Un figlio resta, potrà giocare lui con la mia posta".
Nessuno si chiede quali altri giochi esistono?
Ma certo che se lo chiedono, non m'illudo di essere speciali, c'è il gioco-droga, il gioco-sesso, il gioco-morte. Sudden-death.
davanti ad una fetta di pane ed un cucchiaio di maionese, mi chiedo se non sia più utile giocare a più giochi contemporaneamente, che rifiutarsi di giocare come ho fatto fino ad ora.
Se grande è la disperazione di chi perde dopo aver giocato per una vita ad un solo gioco, figuriamoci i rimpianti di chi non ci ha mai provato.
Ecco, mi è passata la fame, quando penso troppo mi passa l'appetito ed ho bisogno di fumare pesante, è una delle poche leggi del mio organismo.
Tu non mi cerchi da ormai troppo tempo, con te avrei giocato volentieri.
Eri un gioco supplementare, quello che deve essere sempre in equilibrio, una parità che lasci sempre l'impressione che una tattica improvvisa, un coup de theatre, possa ribaltare il risultato.
Un gioco che, fatto a regola d'arte, può bastare per tutta una vita.
Bah.
Com'è difficile trovare una compagna di giochi delle mie confuse ed incalcolabili reazioni emotive, anche tu, mia cara, sei andata per paura di non capirmi mai.
Fra cinque anni, lo giuro, dirò buonanotte a tutti e scolerò quell'ultimo sorso di spumante.

lunedì 16 febbraio 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: AIMEE MANN "LOST IN SPACE"


Questa sì che è una bella sceneggiatura. L’estabilishment discografico americano avrebbe voluto fare di Aimee Mann l’ennesima bambolina pop-rock da lanciare nell’edulcorato mondo della canzonetta. Se qualcuno ricorda una idiot-band chiamata ‘Til tuesday se la dimentichi pure. Non c’era bisogno di ascoltare il nuovo album della cantautrice per rendersi conto che siamo davanti a una delle più intelligenti e affascinanti voci del panorama musicale mondiale. L’ex ragazzina prodigio diplomata a pieni voti alla prestigiosa Berkelee di Boston aveva già capito dopo i due album facili facili (come il successo) dei ‘Til tuesday che quella non era la sua strada. Lei scrive canzoni come cortometraggi, pellicole in note che parlano di ragazze insoddisfatte, piccole storie di ordinaria provincia, illusioni e disillusioni, avventure finite o senza finale, lieto o tragico che sia. Così il primo ad accorgersi di lei, dopo l’esordio solista di Whatever e la conferma di M with stupid, è il regista Paul Thomas Anderson che utilizza le sue storie come parte integrante di Magnolia, film capolavoro (Orso d’oro a Berlino). La sigla finale, “Save me”, complice un’incredibile pioggia di rane sulla città, rende al meglio l’atmosfera musicale di Aimee. Raramente connubio tra immagine e note è riuscito così bene. Dalle canzoni di Magnolia nasce Bachelor #2, di cui “Lost in space” è ideale seguito.
Quando si ha tra le mani un disco praticamente perfetto, bisognerebbe osservare un religioso silenzio della durata di 44 minuti e ascoltare, riascoltare e ascoltare ancora. Magari nel frattempo si può dare un’occhiata alla confezione, che per una raccolta di canzoni-film è un bel biglietto da visita. Due strisce a fumetti e disegni come fotografie scattate sul set del suo immaginario esordio da regista. “Lost in space”, perse nello spazio le creature di Aimee Mann. Lo spazio dell’anima, quello angusto di una notte in cui può essere raccontata la vita di migliaia di esseri umani. Proprio come accadeva in Magnolia. E’ arrivato il momento di ascoltare, riascoltare e ascoltare ancora. Prima la voce matura, asciutta nella costruzione delle melodie e mai fine a se stessa. Qualcosa di Joni Mitchell (inevitabile, per una cantautrice della nuova generazione), qualcosa di Fiona Apple, echi di Christine McVie dei Fleetwood Mac. Poi gli arrangiamenti: pochi riferimenti temporali (batteria morbida mescolata con i loop studiati dal marito Michael Penn), chitarre notturne, distorte con aria di temporale che deve arrivare, acustiche da spazi aperti del folk. Tastiere rare come studiatissimi ruoli secondari e brave a svanire lasciando la scia (The moth). Ma sono canzoni-film, quindi largo a un’orchestra d’archi mai invadente. Poco altro da dire, quando si può godere di composizioni meravigliose (Humpty dumpty, Today’s the day), improvvise aperture rock (Pavlov’s bell) e testi immaginifici (Lost in space) o ballate siderali (Real bad news, It’s not). Davvero niente da farsi perdonare (forse solo quel “Mario” che fa rima con Ohio). Non c’è un episodio fuori posto, un arrangiamento pretenzioso (non è mica Marianne Faithfull), un eccesso di minimalismo o una concessione al commerciale (non è mica Dido).
Che grande prova d’autore, che bel lungometraggio musicale, ragazzi. Poche luci, in campo. E’ notte, “lo stoppino non si preoccupa se la fiamma brucerà lentamente”. Forse perché il chiarore è quello di un talento accecante.

Alfredo del Curatolo

domenica 15 febbraio 2009

CROCCANTINI

Lavo l'insalata senza passione, accudisco il cane. La mia faccia è una maschera, il mio cervello un ripostiglio di rime sbagliate.
Il mio futuro nelle carte, ieri, non c'era, non si vede all'orizzonte e non lo trovo scritto in nessun almanacco. Il mio presente è vivere con questa mia presenza. Vorrei cadere senza farmi male, e non come ora bruciarmi il cuore senza incendiare la casa. Dio non è Dio, ed era banale quell'idea che fossimo uguali, almeno un po'. Torno a strizzare il cane, accarezzo l’insalata che mi lecca.
Non credo di essere pazzo, non quando mi guardo indietro e vedo com’ero.
Guardo il cane che vorrebbe una carezza e il cibo. Un’altra? Gli do da mangiare l’insalata.
Penso ai nemici e agli amici.
Gli uni sono furbi, gli altri stupidi e differenti, stare in mezzo non è la mia passione, meglio in basso, meglio in fuga.
Perdo la speranza di dopodomani.
Mi gioco il vino, la pappa del cane, qualche ora felice di ricordi, per un minuto di nervi.
Entra Clara e si fa sotto con tono vittimista.
Le do una carezza e una manciata di croccantini.
Ammiro i suoi otto anni intelligenti.
Saranno i croccantini.
"Si può essere infelici quando si è soli e nessuno ti vede?" mi chiede
Chi può comprendere i tuoi errori, mia cara, e conoscerne il perché? Si può essere imbecilli, al limite.
"A fin di bene..."
Si può sfidare la legge della propria natura, opporre le proprie forze al destino.
"E si può vincere?"
Ingenua. Non ora, non quando lo si vuole, forse solo quando si può, mai quando si deve.
"Si perde quasi sempre, allora"
Si perde la dignità fatta di parole sepolte in fondo al cuore spento che non sa comunicarne il dolore, poi si può piangere, ma serve solo a rimpiangersi e a mutare la malinconia in finti sentimenti nobili.
"Cosa si può fare, papà?"
Si può morire ed uccidere, ogni qual volta si voglia, questo si può fare.
"Non voglio morire soffrendo".
Prendi un altro po’ di croccantini.

sabato 14 febbraio 2009

SAN VALENTINO E LE STUDENTESSE

"Per San Valentino ti faccio sconto".
Anche le ragazze locali, quelle che ormai noi residenti di Malindi siamo soliti chiamare "studentesse", perché c'è ancora chi ci casca o fa finta di abboccare per dipingere di rosa lo squallore o la fame, avvertono la crisi e s'inventano l'offerta speciale.
D'altronde oggi nel mondo è il giorno dedicato alla passione amorosa che, è inutile negarlo, senza il sesso sarebbe come Dio senza la Chiesa: qualcosa di completamente astratto e indimostrabile.
Invece nei fatti l'amore è qualcosa di astratto e indimostrabile ma il sesso gli dà una parvenza di verità. Perché in realtà, soprattutto in Africa, il sesso esiste, l'amore non si sa.
"Per San Valentino ti faccio un bel…regalino!"
L'Unicef ha scelto il giorno giusto per pubblicare il rapporto annuale sulla prostituzione in Kenya e in particolare sulla costa keniota. La notizia è che gli italiani, dopo anni di sofferenze e torti subiti (un po' come l'Inter con la Juventus) hanno superato in classifica i tedeschi, 18% dei fruitori contro il 14% dei crucchi. Al terzo posto spiccano gli svizzeri con il 12% e francamente si tratta di una sorpresa, considerando che la media è alzata da alcuni direttori di alberghi e villaggi vacanze del Canton Ticino (insomma un altro primato che sentiamo un po' nostro).
Ci sono però dati e considerazioni che l'Unicef non pubblicizza abbastanza, o relega nelle ultime pagine della relazione annuale: intanto che le percentuali non sono equiparate al numero complessivo di visitatori e residenti stranieri in Kenya.
I mangiatori di cioccolata (sarà il colore ad attrarli?) sarebbero di gran lunga primi in classifica, rispetto ai tedeschi e gli italiani se la vedrebbero addirittura con gli inglesi per l'ingresso nella Champions League dei puttanieri.
Ma quel che l'Unicef fa passare in secondo piano, perché qui si entra nelle abitudini di una nazione, di un popolo, nella storia di un'intero continente e i rapporti annuali vanno a farsi benedire, è che il quaranta per cento degli acquirenti delle ragazze che vendono il proprio corpo sono locali. Kenioti.
Come dire che la prostituzione (utile ricordare che in Kenya non esiste il racket, non ci sono magnaccia se non qualche proprietario di discoteca che chiede piccoli "favori" in cambio di ingresso e drink) in un caso su due è un fatto nazionale, le studentesse si applicano comunque a casa, prima di dare esami orali e scritti da privatiste. Per non parlare del fenomeno in gran crescita della prostituzione maschile: dove sono i dati Unicef? Qui a Malindi ultimamente si vedono più coppie miste con lei bianca che il contrario. Ma la cultura maschilista italiana, pur disprezzando questo tipo di donna, rovescia incredibilmente la frittata: la troia, insomma, è lei. Anche se offre da bere come l'uomo, fa finta di innamorarsi come l'uomo, paga la prestazione come l'uomo.
Di novità in novità: segno dei tempi e della colonizzazione dei costumi occidentali, emerge anche un nuovissimo fenomeno: le studentesse locali, dopo aver guadagnato, pagano a loro volta un bel ragazzetto africano, uno di quelli che magari hanno adocchiato dal primo momento ma che non le ha mai degnate di uno sguardo. Adesso se lo possono permettere!
Prostituzione locale femminile…ah, se l'Unicef mi assumesse ne avrei di cosucce da raccontare nel prossimo "annual report", ma chissà se interesserebbero a chi è abituato a numeri e analisi di laboratorio.
In un'ottica del genere, ha senso puntare il dito contro gli stranieri che trovano una situazione del genere sulla costa dell'Oceano Indiano? Che senso ha parlare di rapporto annuale quando l'Africa tutta è un gran rapporto anale?
In questo San Valentino d'amore, in cui le rose di Naivasha non sono riuscite a partire tutte per l'Olanda e per il mondo intero per la mancanza di operai Luo e Kalenjin, dispersi dai kikuyu, i numeri hanno ancor meno valore, al limite quel che risalta a Malindi è l'età media dei "professori" rimasti per le povere alunne in offerta speciale: gobbetti ultrasessantenni, pensionati toscani unti (quelli che non capisci se hanno i capelli bianco-giallastro perché non si lavano o perché si pisciano a letto e poi ci si rivoltano dentro), ex camionisti stempiati ma col codino che gli arriva al culo e reduci vari della guerra italiana contro la vita.
Considerato che alle studentesse non dispiace passare una serata in compagnia di coetanei o connazionali, farsi offrire un drink, farsi pagare l'ingresso in discoteca e ballare, poi magari trovare due soldi sul comodino la mattina (un po' come dappertutto, con qualche zero in meno o in più…), quel che salta all'occhio è la differenza d'età, la tristezza di una compagnia così innaturale.
Anche qui però, bando alle ipocrisie.
Una studentessa, credo universitaria data la saggezza, una sera mi confidò che per lei e le sue compagne di classe è meglio il vecchietto perché "mi bacia, mi lecca e si addormenta subito, io prendo due soldi e torno a ballare".

C'è da incazzarsi parecchio invece quando si affronta il problema del turismo sessuale minorile, dove (c'è da dirlo) i tedeschi sono i più malati. A Mwtuapa, vicino a Mombasa c'è addirittura il turismo sessuale minorile delle tedesche nei confronti dei bambini maschi. Roba da accapponare la pelle, da pensare come una grave malformazione che andrebbe compassionevolmente curata, perché viene davvero da riflettere al pensiero di quali gravi tare psichiche o problemi patiti in gioventù possano portare persone di cultura occidentale ad approfittare di bambini africani.

Viva il giorno degli innamorati anche in Africa e perché no, viva anche il mestiere più antico del mondo, se appartiene al regno dell'amore libero, del libero arbitrio, del sostentamento che altrimenti dall'uomo (purtroppo) non arriverebbe, dalla mancanza di sfruttamento, dall'assenza di vecchi bavosi e soprattutto di persone mentalmente disturbate che possono rovinare una vita sul nascere.