Pensò dietro di sé, e il pensiero gli si aggrappò alla schiena come uno zaino che si riempiva di difficoltà man mano che la strada diveniva più agevole.
Non riusciva a liberarsi dello zaino, che aveva preso forma, incollato alle sue spalle.
Meditò furbescamente di farsi rubare il contenuto da qualche malintenzionato.
Si addentrò nel quartiere proibito e ne esplorò il perimetro, fin quando due neri saltarono fuori come dal nulla che era più nero di loro e lo presero a calci.
Non sentiva dolore, lo zaino proteggeva il suo corpo dalle botte.
Non ci fu niente da fare. I due avevano cercato di liberare quell'enorme borsa dalle spalle della vittima, ma era come attaccata alla carne.
Allora la aprirono, cercando di svuotarla ma, appena ci misero le mani dentro, risucchiò come fosse un aspirapolvere i due malcapitati e li ridusse ad una semplice difficoltà in più. Con il suo bel peso.
Adesso era persino ridicolo, un uomo di media statura, con due braccine da impiegato e questo gigantesco fardello dietro le spalle. La gente non credeva nemmeno agli occhi di quelli che lo additavano e si fermavano incuriositi al suo incedere appesantito ma indifferente, gobbo e rassegnato.
Immaginava la fatica che avrebbe fatto a trovare la posizione per dormire, per sedersi a mangiare, per andare al gabinetto. Nessuna donna avrebbe voluto fare l'amore con lui, neanche la più squallida delle prostitute.
A mezzanotte si presentò, ormai stremato, al pronto soccorso.
"Si tolga quello zaino, altrimenti non passerà dalla porta" lo avvertì il receptionist.
"Magari potessi..." sbuffò lui "sono qui per questo"
Il medico di turno era esterrefatto. L'infermiera si sporse troppo e ci rimise la parrucca bionda.
"Non sapevo che avesse i capelli corti..." sorrise il medico, notandola seriamente imbarazzata.
"Insomma, vogliamo risolvere il problema?"
Provarono con un bisturi, ma un tascone dello zaino inghiottì pure quello. Un giovane apprendista, appena laureato e col pallino dell'omeopatia suggerì di somministrare all'insolito paziente un calmante.
Dopo due ore lo zaino si afflosciò, riducendo sensibilmente il suo peso.
Aveva eliminato qualche difficoltà, ma non ne voleva sapere di staccarsi.
"Infermiera!"
La donna dai capelli corti aveva già capito. Era l'ultimo tentativo, per il bene della scienza, per entrare nella storia e per recuperare la sua parrucca.
Si spogliò ed iniziò a lavorare sopra all'omino con lo zaino. Mentre l'uomo pareva non rispondere alle sue sollecitazioni, lo zaino s'irrigidì, raggiungendo dimensioni insospettabili, scalzando l'infermiera dal lettino e risvegliando il paziente.
"Siete dei buoni a nulla, guardate cosa avete combinato!"
Si rivestì e guadagnò l'uscita.
Adesso il borsone era sicuramente più leggero, ma sembrava ci fosse dentro una canoa, il poveretto doveva piegarsi e tenerlo, eretto, in posizione orizzontale.
Man mano che gironzolava per la città, cresceva la curiosa partecipazione delle persone che lo incontravano e si chiedevano perché mai recasse con sé quell'incredibile zavorra, e soprattutto cosa ci fosse dentro.
"Non l'aprite, o sarà peggio per voi!" gridava a tutti.
Purtroppo non fece a tempo ad accorgersi di un bambino curioso, che divenne il primo passeggero della canoa.
Non mi resta che il suicidio, pensava.
Ad un tratto ebbe un'idea.
Ma sì, come aveva fatto a non pensarci prima?
FINE PRIMA PARTE
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mercoledì 30 dicembre 2009
venerdì 20 novembre 2009
NONNO KAZUNGU E I NABABBI
“L’unico modo per diventare
milionario a Malindi
è arrivarci miliardario”
(Mzee Eugenio)
Nonno Kazungu era un uomo saggio.
Raramente lo si sentiva lamentarsi.
Con pazienza e il raro dono della programmazione, negli anni si era costruito un benessere che investiva tutto il parentado e che gli regalava una vecchiaia confortevole: capanna di cemento misto fango misto sabbia misto argilla misto merda di vacca, pavimento di cemento misto terra misto paglia mattonelle semisbriciolate che erano avanzate al muzungu, veranda misto radura e toilette mistocagandoaddosso. Poi tetto di makuti rivestito di mabati rivestito a sua volta di makuti (“anche l’estetica vuole la sua parte, ma l’importante è che non piova in casa” era il pensiero del nonno), letto rivestito stracci, guardaroba rivestito polvere e arredamento rivestito nudo. Infine optional come sedie a tre gambe, tavolo a due mani, una mensola a testa e un comodino a parete (la stessa mensola travestita); roba di lusso, che pochi potevano vantare.
I suoi reumatismi erano al sicuro, la notte.
Tutto il suo villaggio godeva della capacità amministrativa del vecchio: staccionate fiorite a delimitare il terreno, pentolame resistente, un orto da fare invidia a un qualsiasi agriturismo padano, una squadra di calcio di caprette (riserve comprese), tre mucche da latte (Federica, Fabiola e Angelina, chiamate così in onore di tre famose muzunghe di Malindi che, si diceva, si erano comperate delle tette nuove in Italia di taglia superiore) e un pozzo, la spesa più cara di tutte, finanziata per metà da due italiani che si erano presi a cuore la sorte del nipotino Ray, nato con una grave malformazione alla cornea ma con un gran talento per la musica.
Dopo averlo fatto curare avevano migliorato il suo habitat naturale.
Un anno dopo avevano deciso di chiederne l’affidamento per farlo studiare in conservatorio del Nord Italia.
Insomma, rispetto a molte altre realtà giriama, a Kakoneni sorgeva un villaggio “borghese”.
“Ma se fossi stato ancora più ricco? - elucubrava Kazungu – con la mia testa e il mio altruismo avrei dotato tutta Kakoneni di tetti di mabati, avrei aperto un locale con la televisione via satellite per seguire il Liverpool e alle sei di sera, col sottofondo di My way, mi sarei bevuto un Mojito preparato col Safari Rum, mi sarei comperato un grosso fuoristrada, anzi un pulmino che Tumaini avrebbe usato per portare i bambini nella migliore scuola di Malindi e mio nipote Kitsao sarebbe diventato un premio Nobel.
Le donne del villaggio farebbero la spesa al new market e potremmo mangiare anche il riso pilao, le braciole di maiale e il sailfish affumicato (lo so, è una debolezza, ma ne vado pazzo, con due cipolle e del pomodoro tritato…l’avete mai provato con la polenta?)”. A Furaha comprerei una tastiera nuova con tutti i tasti, anzi: un’orchestra!
Poi si rabbuiava e pensava che magari con tanti soldi in tasca e in testa, avrebbe potuto anche ammattire.
Darsi alle donne di stradast, drogarsi di whisky kikuyu come il Tremebond 7 o il Simba Mbito e rincoglionirsi con le macchinette del poker.
Insomma, finire come i tanti italiani che aveva conosciuto a Malindi, arrivati bilionari e ripartiti, qualche anno dopo, con le tasche vuote e il sedere pieno.
“Essere troppo ricchi può dare alla testa, si perde il contatto con la realtà e con Madre Natura, non si riesce a valutare quel che è giusto e quel che dovrebbe essere giusto (di sbagliato, grazie a Dio, in Natura c’è solo l’uomo). Essere benestanti porta mille problemi in più, finti amici che ti chiedono prestiti, parenti che propongono affari e investimenti, vicini di casa che ti mostrano il figlio sciancato, la moglie orba, il fratello muto, la zia schizofrenica, il cognato monco, la nonna col Parkinson e il cane con la psoriasi.
Lui piange aiuto e tu gli chiedi:
“Ma solo tu sei normale, in famiglia?”
“Sì…perché?”
“Tieni, prendi questi e scappa!” gli dici, mettendogli in mano i soldi del biglietto per Kisumu.
C’è un antico proverbio keniota che recita: “tanto più rigoglioso sarà il tuo shamba, tanto più crederai che la pioggia mai lo allagherà”.
No, l’eccessiva agiatezza non fa per noi giriama, ma credo che a tutti gli uomini, se non ci nascono, crei dei problemi.
E anche se ci nascono!
Mi ricordo il figlio di uno degli uomini più potenti d’Italia, quello della Juventus. Prese una suite in uno dei più bei villaggi turistici della costa, poi però campeggiava nei tuguri più infimi di Maweni o di Shela in compagnia di spacciatori e altri muzungu strafatti come lui. Ah, tagiri…tagiri”.
“Tajiri” si dice in swahili, quando uno è molto ricco.
Non appena tagiri te la mettono in quel posto - diceva sempre il mio boss”.
Una delle peculiarità degli italiani che sono sbarcati a Malindi, negli ultimi trent’anni, è quella di aver rappresentato tutti i ceti sociali; dal multimiliardario al povero in canna.
Molti sono arrivati all’Equatore con la tessera del benessere, magari dopo aver venduto un’azienda quotata in borsa o riscuotendo gli affitti di intere palazzine in Italia, alcuni ritirano alla Barclays pensioni statali inferiori solo allo stipendio dei ministri a Nairobi, altri hanno speculato con l’edilizia o la compravendita di terreni e oggi si possono permettere una vita agiata all’occidentale: villa con piscina, almeno dieci persone di servitù, chef di livello, attività in perdita per far vedere che te lo puoi permettere. Questi sono gli status dell’italiano sulla costa keniota.
Ma in Kenya non ci sono solo i ricchi. Nel tempo sono sbarcati tanti uomini piccoli. Sono coloro che hanno intravisto in questo angolo di paradiso la possibilità di riscattare una vita grigia, una mediocrità più o meno felice e meritata in Italia.
La parola “nababbo”, deriva dall’arabo nawab e si riferisce ai governatori mussulmani in India. I primi erano proconsoli mandati in avanscoperta che si autoproclamavano principi e sultani di quelle lande, sostenendo appunto una vita sfarzosa ai danni delle genti che andavano (a regola) a convertire ed aiutare.
Quante volte si è sentito dire che tanti italiani sulle rive dell’oceano indiano fanno la vita “da nababbi”. Magari c’è anche qualcuno che prende alla lettera l’antico significato della parola ed oltre a riempirsi la giornata di piaceri, aiuta e converte la popolazione indigena.
Non basta più la villa con piscina…che ne dite se nello status ci infiliamo anche un orfanotrofio? Fa tanto eco-chic…
Nonno Kazungu lo ripete spesso ai suoi: anche se non è facile crederci, non esiste un solo tipo di muzungu, le loro risorse non sono infinite e anche la base di partenza può essere diametralmente opposta.
Altrimenti come ci spiegheremmo che c’è chi risiede in faraoniche residenze con ruscelli, cascatelle, saloni immensi old colonial dove prendere il tè e giardini verdi new brianzol in cui perdersi, e allo stesso tempo ci sono connazionali che abitano in miniappartamenti di concezione arabindiana talmente angusti, sporchi e malmessi che perfino gli scarafaggi guardano gli annunci sul Nation per cercarsi un altro posto dove andare ad abitare?
Spesso quest’ultima categoria di persone viene a Malindi proprio perché attratta dalle storie della prima categoria.
In Italia è impensabile che un impiegato di Trenitalia in mobilità possa incontrare in un bar e parlare del più o del meno con l’azionista di maggioranza di una beauty farm che ha ancorato lo yacht a Portofino. A Malindi basta recarsi al Casino, o in un ristorante italiano, per stringere la mano a un vip. Si può fare la corte alla stessa ragazza che la sera prima è uscita a braccetto con il proprietario di un resort da favola e ci si trova su un isolotto di sabbia che affiora al largo di Watamu a giocare a pallavolo con Flavio Briatore e Elisabetta Gregoraci.
Questo sì che è benessere!
Avere una fidanzata bella come Naomi Campbell, una villetta a due passi dal mare col giardino in cui grigliare aragoste, fare una puntata ai tavoli verdi o un safarino ogni tanto con il proprio fuoristrada…quanto può costare un’esistenza del genere?
Poco, rispetto agli standard italiani…se immaginate il prezzo di una villa a Positano, San Teodoro, Forte del Marmi o Santa Margherita Ligure, quello di una escort ucraina bella come Eva Herzigova che vi faccia da fidanzata e il prezzo dei crostacei al mercato del pesce.
In Kenya si può essere ricchi anche se non lo si è.
Quindi è vero che esistono i due tipi d’italiano di cui sopra, il nababbo e l’indoarabizzato. Ma è altrettanto vero che a volte possono essere la stessa persona, che arrivò in Kenya con sogni di grandeur e in poco tempo si è vista costretta a ridimensionare il tutto. Dalla megavilla a un miniloculo, dalla piscina con le cascate a una doccia che perde, dalla sorella di Naomi Campbell alla cugina di Whoopy Goldberg.
Ma si può sempre raccontare la stessa storia a chi vive lontano, in Italia, e riceve cartoline digitali via e-mail che odorano di spiagge esotiche, sole mare, relax e piacere.
Le risposte arrivano puntuali. Ci vorrebbero immagini di freddo, stress, traffico, smog, nebbia, rogne e malinconia a commentarle.
“Quasi quasi vengo a trovarti in Africa, amico mio…”
“Dài, che acquistiamo insieme una villa con piscina!”
“Ma tu non ce l’hai già?”
“…ma ne prendiamo una più grande, no?”
Perché all’Equatore, a differenza del mondo occidentale, si può sempre ricominciare…
E’ una questione di principio.
Principio d’imitazione.
sabato 14 novembre 2009
KENYA 2050
Il viaggio era stato abbastanza disagevole: le hostess robot della Pterodattil Travel erano andate in corto circuito, una dopo l'altra, un paio d'ore dopo il decollo.
Soliti inconventienti dei viaggi lowest-cost.
Dapprima avevano iniziato a servire il the e il caffè bollente, con il solito getto dal dito indice della mano (destra caffè, sinistra the), addosso ai passeggeri invece che nelle tazze.
Poi a una di loro si è invertito il programma dello sparecchiamento veloce con quello dell'intrattenimento erotico per i clienti della Superfirst class.
Ne aveva fatto le spese un pensionato in astinenza da viagra, che a momenti ci restava secco, mentre dalla testa dell'aereo si sentiva una erre moscia reclamare: "mettiti quella forchetta nel culo, brutto ammasso di lamiere". Certo che se vuoi i servizi della superfirst, non dovresti viaggiare con i charter. E' come andare a mangiare il sushi al fast food.
"Mi dia un Mac Samurai, per favore..."
Mentre le cuffie digitali proiettavano nella mente l'ultimo James Bond, "Operazione Granita" in cui l'agente segreto è alle prese con lo scioglimento del Polo Nord, due stewart meccanici si inseguivano tra le poltrone, armate di scopettone strappando tutte le mascherine per l'ossigeno e parlando contemporaneamente sette lingue in stile "L'Esorcista".
Alla fine per i viaggiatori era stato quasi un sollievo vederli cadere con fragore di metalli e qualche ronzio di resa. Il volo era proseguito tra spuntini self-service e le assicurazioni del comandante quattordicenne John Katana Baraghelli:
"Benvenuti su "Pterodattil Commander", l'aerogame di realtà reale. Oggi abbiamo scelto la rotta C, stiamo giocando a livello di difficoltà medio e all'altezza del Sudan riceveremo un bonus di 30 mila chilometri che porterà il Comandante di questo velivolo in sesta posizione nella graduatoria mondiale Online dei piloti di charter. Ci scusiamo per l'inconveniente delle hostess robot, al ritorno vedremo di rimediare proponendo un concorso a premi con la possibilità di un viaggio sulla scialuppa-shuttle sopra le piramidi d'Egitto, con scalo nell'oasi virtuale di Luxor".
L'alba sul Kilimanjaro innevato fu uno spettacolo che ci colse impreparati. Ah, questo vecchio pazzo mondo!
Tutto quel bianco accecante e il fucsia striato del cielo fecero stropicciare gli occhi di chi si risvegliava e modulare flebili suoni di stupore.
Indirizzai il finestrino ottico in direzione delle pendici della grande montagna e attivai lo zoom.
Vidi cervi, daini, lo stambecco reale, l'orso bianco e le tracce dello Yeti Masai. Per chi fosse riuscito a fotografarlo, c'era in premio una fotocamera digitale da 98 megapixel.
La neve ricopriva in parte anche il parco dell'Amboseli. Mi avevano detto che ci sarebbe stato pericolo di ghiacciate, andando a Malindi in gennaio, ma io avevo scelto questo viaggio per vedere gli animali più rari: l'arrivo della lince maculata in savana, il leone da spiaggia, la giraffa domestica, i bambini somali obesi, l'imprenditore onesto di Nairobi e le altre specie mutanti del terzo millennio africano.
A me della tanto decantata Atlantide dell'Oceano Indiano dall'enorme cielo-soffitto di corallo, non importava un granchè.
Sbarcammo all'aeroporto di Mombasa alle sette. Il rullotrasporto si era bloccato, quindi fummo costretti a camminare con i bagagli, recuperati con la case-card dal ventre dell'aereo, per duecento metri lungo un bracciotunnel con temperatura inferiore allo zero.
L'inverno africano non scherza per niente.
Nelle capsule-dogana invece il riscaldamento funzionava a palla. Come al solito i raggi infrarossi mi spogliarono, mi esaminarono e trovarono qualcosa che non andava.
Una boccetta di collirio e la lima per le unghie.
Si accese una luce blu ad intermittenza e partì un suono arabeggiante di sirena.
Mi sentivo all'interno di un jukebox. Arrivò l'ufficiale di dogana, un uomo di colore mingherlino che si muoveva su un monopattino elettrico con il visore a cristalli liquidi.
Mooolto lentamente.
Comunicò attraverso il monitor, senza aprire la capsulona in cui ero prigioniero.
"La boccetta è contro le regole, non si possono trasportare corpi liquidi" mi disse in italiano, con vago accento brianzolo.
"Ma non è un alcolico, è una medicina"
"Nemmeno le medicine, se sono liquide, furbetti!"
"Sorry - feci io - non lo sapevo. E poi non esiste il collirio in polvere"
"Impossibile che lei non lo sapesse – disse l'ufficiale, ancora nella mia lingua e con inflessione sempre più lombarda – anche i pirla come te ne sono al corrente, il collirio te lo puoi comperare a Mombasa".
"Questo è speciale, è per proteggere dalle polveri semi-sottili. Poi ormai la boccetta passata, non è più pericolosa"
L'ufficiale tornò professionale.
"Vero signore, ma c'è questo coltellino"
"E' una lima per le unghie"
"Coltellino"
"Lima per le unghie"
"Può ferire"
"Le unghie..."
"Quanto mi dai?"
"Tienitela"
"Sicuro?"
"Sicuro"
"Ti trattengo anche la boccetta"
"Venti euro"
"Buona permanenza in Kenya"
"Grazie"
E' bello constatare che, malgrado questo pianeta sia irrimediabilmente nella merda, certi valori fondamentali di cui gli esseri umani sono meravigliosi latori, non si perderanno mai.
"Mi raccomando, si copra che fa freddo!"
La capsulona si aprì e io finalmente guadagnai l'uscita dell'aeroporto, pronto a vivere una delle ultime avventure della mia vita.
Soliti inconventienti dei viaggi lowest-cost.
Dapprima avevano iniziato a servire il the e il caffè bollente, con il solito getto dal dito indice della mano (destra caffè, sinistra the), addosso ai passeggeri invece che nelle tazze.
Poi a una di loro si è invertito il programma dello sparecchiamento veloce con quello dell'intrattenimento erotico per i clienti della Superfirst class.
Ne aveva fatto le spese un pensionato in astinenza da viagra, che a momenti ci restava secco, mentre dalla testa dell'aereo si sentiva una erre moscia reclamare: "mettiti quella forchetta nel culo, brutto ammasso di lamiere". Certo che se vuoi i servizi della superfirst, non dovresti viaggiare con i charter. E' come andare a mangiare il sushi al fast food.
"Mi dia un Mac Samurai, per favore..."
Mentre le cuffie digitali proiettavano nella mente l'ultimo James Bond, "Operazione Granita" in cui l'agente segreto è alle prese con lo scioglimento del Polo Nord, due stewart meccanici si inseguivano tra le poltrone, armate di scopettone strappando tutte le mascherine per l'ossigeno e parlando contemporaneamente sette lingue in stile "L'Esorcista".
Alla fine per i viaggiatori era stato quasi un sollievo vederli cadere con fragore di metalli e qualche ronzio di resa. Il volo era proseguito tra spuntini self-service e le assicurazioni del comandante quattordicenne John Katana Baraghelli:
"Benvenuti su "Pterodattil Commander", l'aerogame di realtà reale. Oggi abbiamo scelto la rotta C, stiamo giocando a livello di difficoltà medio e all'altezza del Sudan riceveremo un bonus di 30 mila chilometri che porterà il Comandante di questo velivolo in sesta posizione nella graduatoria mondiale Online dei piloti di charter. Ci scusiamo per l'inconveniente delle hostess robot, al ritorno vedremo di rimediare proponendo un concorso a premi con la possibilità di un viaggio sulla scialuppa-shuttle sopra le piramidi d'Egitto, con scalo nell'oasi virtuale di Luxor".
L'alba sul Kilimanjaro innevato fu uno spettacolo che ci colse impreparati. Ah, questo vecchio pazzo mondo!
Tutto quel bianco accecante e il fucsia striato del cielo fecero stropicciare gli occhi di chi si risvegliava e modulare flebili suoni di stupore.
Indirizzai il finestrino ottico in direzione delle pendici della grande montagna e attivai lo zoom.
Vidi cervi, daini, lo stambecco reale, l'orso bianco e le tracce dello Yeti Masai. Per chi fosse riuscito a fotografarlo, c'era in premio una fotocamera digitale da 98 megapixel.
La neve ricopriva in parte anche il parco dell'Amboseli. Mi avevano detto che ci sarebbe stato pericolo di ghiacciate, andando a Malindi in gennaio, ma io avevo scelto questo viaggio per vedere gli animali più rari: l'arrivo della lince maculata in savana, il leone da spiaggia, la giraffa domestica, i bambini somali obesi, l'imprenditore onesto di Nairobi e le altre specie mutanti del terzo millennio africano.
A me della tanto decantata Atlantide dell'Oceano Indiano dall'enorme cielo-soffitto di corallo, non importava un granchè.
Sbarcammo all'aeroporto di Mombasa alle sette. Il rullotrasporto si era bloccato, quindi fummo costretti a camminare con i bagagli, recuperati con la case-card dal ventre dell'aereo, per duecento metri lungo un bracciotunnel con temperatura inferiore allo zero.
L'inverno africano non scherza per niente.
Nelle capsule-dogana invece il riscaldamento funzionava a palla. Come al solito i raggi infrarossi mi spogliarono, mi esaminarono e trovarono qualcosa che non andava.
Una boccetta di collirio e la lima per le unghie.
Si accese una luce blu ad intermittenza e partì un suono arabeggiante di sirena.
Mi sentivo all'interno di un jukebox. Arrivò l'ufficiale di dogana, un uomo di colore mingherlino che si muoveva su un monopattino elettrico con il visore a cristalli liquidi.
Mooolto lentamente.
Comunicò attraverso il monitor, senza aprire la capsulona in cui ero prigioniero.
"La boccetta è contro le regole, non si possono trasportare corpi liquidi" mi disse in italiano, con vago accento brianzolo.
"Ma non è un alcolico, è una medicina"
"Nemmeno le medicine, se sono liquide, furbetti!"
"Sorry - feci io - non lo sapevo. E poi non esiste il collirio in polvere"
"Impossibile che lei non lo sapesse – disse l'ufficiale, ancora nella mia lingua e con inflessione sempre più lombarda – anche i pirla come te ne sono al corrente, il collirio te lo puoi comperare a Mombasa".
"Questo è speciale, è per proteggere dalle polveri semi-sottili. Poi ormai la boccetta passata, non è più pericolosa"
L'ufficiale tornò professionale.
"Vero signore, ma c'è questo coltellino"
"E' una lima per le unghie"
"Coltellino"
"Lima per le unghie"
"Può ferire"
"Le unghie..."
"Quanto mi dai?"
"Tienitela"
"Sicuro?"
"Sicuro"
"Ti trattengo anche la boccetta"
"Venti euro"
"Buona permanenza in Kenya"
"Grazie"
E' bello constatare che, malgrado questo pianeta sia irrimediabilmente nella merda, certi valori fondamentali di cui gli esseri umani sono meravigliosi latori, non si perderanno mai.
"Mi raccomando, si copra che fa freddo!"
La capsulona si aprì e io finalmente guadagnai l'uscita dell'aeroporto, pronto a vivere una delle ultime avventure della mia vita.
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mercoledì 13 maggio 2009
IL NASO DEL GRAFICO
Il grafico pubblicitario era di fronte a me. Lavorava con la scrupolosità dovuta dall'ora e dagli occhi titubanti e distrattamente coinvolti, come le mani ad un banchetto self-service di un motel. Ogni tanto fermava un pensiero e lo aggrediva in superficie, come una nave che prende in pieno un iceberg, e sbagliava la fotocomposizione del logotipo che immobile lo fissava da un quarto d'ora. Il musicista aveva tardato. Come al solito inforcava la porta con una scusa qualificante, di quelle che non puoi esimerti dal ridere di gusto, di quelle che non perdoni facendoti offrire una sigaretta. Il suo cappotto odorava di cantina, le sue scarpe erano rosse e lucide come il naso del grafico che lo fissava un po' meno accondiscendente. Il musicista si lamentava del traffico del centro e alternava bestemmie a curiose espressioni in slang newyorkese, sciogliendo la lingua in rap di rara intensità emotiva.
"Non puoi sempre lamentarti di tutto" ribattè a un certo punto il giornalista, abbandonato sulla poltrona del capo.
"Hai l'aria del turista insoddisfatto del trattamento riservatogli dai camerieri di un lodge nel Masai Mara. Ti trovi in mano a un branco di leoni, brontosauri e barracuda e ti lamenti per il cinguettio dei canarini"
Qualcuno aveva acceso la radio.
Il grafico doveva assolutamente terminare il suo lettering. In segno di ammirazione, rispettammo dieci minuti di rigoroso silenzio, passati i quali il giornalista ebbe la forza di alzare il suo peso dal sofà presidenziale e rilasciò dichiarazione estemporanea che fu seguita da uno scrosciare di applausi.
"Vado a prendere qualche birra"
Io mi offrii di buon lena di accompagnarlo giusto per fare quattro passi sotto i lampioni. Il grafico, quasi seccato per il fermento creato versò nelle casse sociali settecentocinquanta lire, il musicista costretto contro il muro dalle nostre tenaglie, duemila. In strada c'era un'aria di pioggia ed un puzzo di funerale. Anche il giornalista se n'era accorto e storceva il naso.
"Ci dev'essere stato un incidente, qui vicino, sento odore di morto"
Con passo sempre più affrettato, narici in preallarme e cuore al ritmo di Calipso arrivammo all'angolo e vedemmo lei, per la prima volta.
"E ti dico, faccio due ore di coda, sei chilometri di sigarette, arrivo dalla cara mammina e cosa ci trovo, un brodo di pollo. ma mi vuoi prendere in giro? Mi conosci da trent'anni, sai che odio il brodo, il pollo mi fa schifo, quando torno dalla sala prove sono affamato come un ghepardo e tu mi prepari brodino di pollo e se poi t'insulto mi dici - e per la tua linea, tesoro - ma guardami, le ossa mi si affacciano fuori, le gambe si inarcano, le mani nervose mi si strapperanno da quanto sono magro" il musicista aveva finito le sigarette, il grafico la pazienza, sostituita alla meglio da un bicchiere di cognac.
"Sei troppo sensibile" disse al musicista, che non si dava pace, nemmeno per cortesia "le madri ci hanno messo al mondo, e per farlo hanno rinunciato a mezzo cervello per darlo a noi, le dobbiamo ringraziare e compatire"
"Facile per te parlare così, tua madre è morta dandoti alla luce"
"Dandomi tutto il suo cervello".
"Non puoi sempre lamentarti di tutto" ribattè a un certo punto il giornalista, abbandonato sulla poltrona del capo.
"Hai l'aria del turista insoddisfatto del trattamento riservatogli dai camerieri di un lodge nel Masai Mara. Ti trovi in mano a un branco di leoni, brontosauri e barracuda e ti lamenti per il cinguettio dei canarini"
Qualcuno aveva acceso la radio.
Il grafico doveva assolutamente terminare il suo lettering. In segno di ammirazione, rispettammo dieci minuti di rigoroso silenzio, passati i quali il giornalista ebbe la forza di alzare il suo peso dal sofà presidenziale e rilasciò dichiarazione estemporanea che fu seguita da uno scrosciare di applausi.
"Vado a prendere qualche birra"
Io mi offrii di buon lena di accompagnarlo giusto per fare quattro passi sotto i lampioni. Il grafico, quasi seccato per il fermento creato versò nelle casse sociali settecentocinquanta lire, il musicista costretto contro il muro dalle nostre tenaglie, duemila. In strada c'era un'aria di pioggia ed un puzzo di funerale. Anche il giornalista se n'era accorto e storceva il naso.
"Ci dev'essere stato un incidente, qui vicino, sento odore di morto"
Con passo sempre più affrettato, narici in preallarme e cuore al ritmo di Calipso arrivammo all'angolo e vedemmo lei, per la prima volta.
"E ti dico, faccio due ore di coda, sei chilometri di sigarette, arrivo dalla cara mammina e cosa ci trovo, un brodo di pollo. ma mi vuoi prendere in giro? Mi conosci da trent'anni, sai che odio il brodo, il pollo mi fa schifo, quando torno dalla sala prove sono affamato come un ghepardo e tu mi prepari brodino di pollo e se poi t'insulto mi dici - e per la tua linea, tesoro - ma guardami, le ossa mi si affacciano fuori, le gambe si inarcano, le mani nervose mi si strapperanno da quanto sono magro" il musicista aveva finito le sigarette, il grafico la pazienza, sostituita alla meglio da un bicchiere di cognac.
"Sei troppo sensibile" disse al musicista, che non si dava pace, nemmeno per cortesia "le madri ci hanno messo al mondo, e per farlo hanno rinunciato a mezzo cervello per darlo a noi, le dobbiamo ringraziare e compatire"
"Facile per te parlare così, tua madre è morta dandoti alla luce"
"Dandomi tutto il suo cervello".
lunedì 4 maggio 2009
DAHIATSU
Dahiatsu Mitsubishi non era un'automobile.
Mitsubishi era il cognome del padre, Dahiatsu il nome che lo stesso genitore, cuoco d'albergo in pensione, e abile solutore della settimana enigmistica, gli aveva regalato in cambio di un esistenza infelice a Riccione, quindicimila chilometri da Osaka.
Già da picolo Dahiatsu creò non pochi grattacapi al padre, una delle persone più tranquille e misurate della riviera. Ma non è di lui che vogliamo parlare, né della sua maniera di preparare il sushi per il proprietario del Miramare e spaghetti alle vongole per duecentotrenta persone.
Non vogliamo parlare nemmeno del proprietario del Miramare.
Non vogliamo parlare di Dahiatsu.
Non vorremmo proprio parlare.
Non stiamo parlando, casomai siete voi che parlate sottovoce mentre state leggendo.
Buon giorno!
Dahiatsu aveva un amico.
Ad Ivrea.
Si chiamava Antonio.
Non è vero. Dahiatsu non può avere amici a Ivrea, non tanto per la cittadina di cui apprezzo centro storico, il carnevale e talune boutiques di formaggi, né tantomeno per i suoi abitanti con cui mi scuso per essere stati citati nella storia di Dahiatsu.
Semplicemente, Dahiatsu non può avere amici.
Il padre l'ha imprigionato, nel 1997, tra il ventidue e il ventitre verticale delle parole crociate a schema libero e, per un bambino di undici anni, è difficile evadere dallo spazio esiguo tra "un'imposta come la Zanicchi" e "pronome di persona".
Il ragazzo, da quel giorno, ha sviluppato cattiveria, cinismo, arti marziali e un'imprevista passione per le detrazioni fiscali.
Incasellato e non ancora liberato, è cresciuto in lui il desiderio di vendetta nei confronti del padre e del genere umano.
2011: Dahiatsu a tutt'oggi lavora come redattore della rubrica "Risate a denti stretti".
Mitsubishi era il cognome del padre, Dahiatsu il nome che lo stesso genitore, cuoco d'albergo in pensione, e abile solutore della settimana enigmistica, gli aveva regalato in cambio di un esistenza infelice a Riccione, quindicimila chilometri da Osaka.
Già da picolo Dahiatsu creò non pochi grattacapi al padre, una delle persone più tranquille e misurate della riviera. Ma non è di lui che vogliamo parlare, né della sua maniera di preparare il sushi per il proprietario del Miramare e spaghetti alle vongole per duecentotrenta persone.
Non vogliamo parlare nemmeno del proprietario del Miramare.
Non vogliamo parlare di Dahiatsu.
Non vorremmo proprio parlare.
Non stiamo parlando, casomai siete voi che parlate sottovoce mentre state leggendo.
Buon giorno!
Dahiatsu aveva un amico.
Ad Ivrea.
Si chiamava Antonio.
Non è vero. Dahiatsu non può avere amici a Ivrea, non tanto per la cittadina di cui apprezzo centro storico, il carnevale e talune boutiques di formaggi, né tantomeno per i suoi abitanti con cui mi scuso per essere stati citati nella storia di Dahiatsu.
Semplicemente, Dahiatsu non può avere amici.
Il padre l'ha imprigionato, nel 1997, tra il ventidue e il ventitre verticale delle parole crociate a schema libero e, per un bambino di undici anni, è difficile evadere dallo spazio esiguo tra "un'imposta come la Zanicchi" e "pronome di persona".
Il ragazzo, da quel giorno, ha sviluppato cattiveria, cinismo, arti marziali e un'imprevista passione per le detrazioni fiscali.
Incasellato e non ancora liberato, è cresciuto in lui il desiderio di vendetta nei confronti del padre e del genere umano.
2011: Dahiatsu a tutt'oggi lavora come redattore della rubrica "Risate a denti stretti".
mercoledì 22 aprile 2009
LETTERA DI UN AVVOCATO A EVA
Occasioni per amarti n'ebbi, non compero rose tutti i giorni e non mi giustifico dalla mattina alle ventidue e trenta della sera dopo ad ombreggiar la tua pericolosissima dignità. Io sono un relitto d'uomo che applica severamente la regola del fuori gioco in amore varcando i confini del buon senso del cattivo gusto del bravo attore e del brutto anatroccolo. Sono un escort-oriented man, un digital-orgasmic-chief dalle notti calde e tormentate. Sono l'illusione che il futuro abbia il suo ticket gratuito. Covo l'effimera speranza che tu possa essere il mio dottore.
Tutto ha un prezzo invece. La nostra storia denuncia un passivo di alcune decine di milioni che ho speso immeritatamente. Chissà cosa ne pensi e cosa ne direbbe mio padre se fosse ancora vivo. Ho carpito i segreti dell'entusiasmo altrui e mi siedo contemplando il nostro passato che cede ripetutamente alle pressioni del destino infame. Ho vinto tutto al Casinò. Questo lo sai.
Ho vinto tutto e me ne vanto. Della mia vita non ho mai fatto mistero. Le mie fortune sono risapute: ho avuto te e adesso non ho un becco di un quattrino e sono la creatura più vessata su questa terra. Però ti amo.
Possibile che entrando nel tuo paradiso orofaringeo io abbia preso anche la virilità?
Come mi hai ridotto donna ancestralmente bastarda! Sono lo zerbino di me stesso ( ammesso che qualcuno riesca a riconoscere in ciò che calpesta le proprie fattezze ).
Avevo due anni e mezzo. Si andava in Jugoslavia. Ricordi in filigrana: mio padre mi prende in braccio e mi sculaccia. Ho contratto una forma virale di dissenteria dovuta al caldo o all'acqua non potabile che ho bevuto a una fontana poco raccomandabile. Più alcune porzioni di cevapcici che non avrebbe dovuto mettermi in mano nessuno.
Tu venisti molto più tardi eppure i cevapcici li mangiammo assieme e mi fecero lo stesso effetto. Ricordo quella sera come fosse domenica scorsa: ho passato in bagno la serata. Per allietarmi avevo portato pure il televisore mentre tu ti divertivi con un vibratore trasparente che s'illumina al buio. Eva torna con me.
E' vera quella storiella che si racconta? Facevi l'elettrauto in Armenia prima di trasferirti qui a Fidenza. Sono finite le batterie del nostro amore. Adesso il mondo della bassa moda e della bassissima cultura ti reclama. I produttori di orgasmi simulati riscuotono il loro alto pizzo.
Fai audience. Sei felice?
Ti hanno detto che non c'è in Italia una donna che pubblicizza le calze di nylon come te. Il tuo accento è sensuale e la tua tecnica di seduzione ha aumentato le vendite del cinquantanove per cento.
Eva Gurudjeff.
Ventisette anni.
Troia.
In definitiva.
Il tuo passato i genitori umili e lontani l'amicizia con l’ex centrocampista del Parma Boghossian. Le intrusioni nei camerini del presentatore del sabato sera e relative fellatio. Tutto nella mia testa. Come mi hai sfruttato da quella sera che ci siano incrociati davanti al tavolo dello chemin de fer. Hai detto "scusi ha da accendere?" ho risposto "il sigaro o la nottata?".
Non mi hai capito fin dalla prima battuta.
Tutto ha un prezzo invece. La nostra storia denuncia un passivo di alcune decine di milioni che ho speso immeritatamente. Chissà cosa ne pensi e cosa ne direbbe mio padre se fosse ancora vivo. Ho carpito i segreti dell'entusiasmo altrui e mi siedo contemplando il nostro passato che cede ripetutamente alle pressioni del destino infame. Ho vinto tutto al Casinò. Questo lo sai.
Ho vinto tutto e me ne vanto. Della mia vita non ho mai fatto mistero. Le mie fortune sono risapute: ho avuto te e adesso non ho un becco di un quattrino e sono la creatura più vessata su questa terra. Però ti amo.
Possibile che entrando nel tuo paradiso orofaringeo io abbia preso anche la virilità?
Come mi hai ridotto donna ancestralmente bastarda! Sono lo zerbino di me stesso ( ammesso che qualcuno riesca a riconoscere in ciò che calpesta le proprie fattezze ).
Avevo due anni e mezzo. Si andava in Jugoslavia. Ricordi in filigrana: mio padre mi prende in braccio e mi sculaccia. Ho contratto una forma virale di dissenteria dovuta al caldo o all'acqua non potabile che ho bevuto a una fontana poco raccomandabile. Più alcune porzioni di cevapcici che non avrebbe dovuto mettermi in mano nessuno.
Tu venisti molto più tardi eppure i cevapcici li mangiammo assieme e mi fecero lo stesso effetto. Ricordo quella sera come fosse domenica scorsa: ho passato in bagno la serata. Per allietarmi avevo portato pure il televisore mentre tu ti divertivi con un vibratore trasparente che s'illumina al buio. Eva torna con me.
E' vera quella storiella che si racconta? Facevi l'elettrauto in Armenia prima di trasferirti qui a Fidenza. Sono finite le batterie del nostro amore. Adesso il mondo della bassa moda e della bassissima cultura ti reclama. I produttori di orgasmi simulati riscuotono il loro alto pizzo.
Fai audience. Sei felice?
Ti hanno detto che non c'è in Italia una donna che pubblicizza le calze di nylon come te. Il tuo accento è sensuale e la tua tecnica di seduzione ha aumentato le vendite del cinquantanove per cento.
Eva Gurudjeff.
Ventisette anni.
Troia.
In definitiva.
Il tuo passato i genitori umili e lontani l'amicizia con l’ex centrocampista del Parma Boghossian. Le intrusioni nei camerini del presentatore del sabato sera e relative fellatio. Tutto nella mia testa. Come mi hai sfruttato da quella sera che ci siano incrociati davanti al tavolo dello chemin de fer. Hai detto "scusi ha da accendere?" ho risposto "il sigaro o la nottata?".
Non mi hai capito fin dalla prima battuta.
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domenica 15 febbraio 2009
CROCCANTINI
Lavo l'insalata senza passione, accudisco il cane. La mia faccia è una maschera, il mio cervello un ripostiglio di rime sbagliate.
Il mio futuro nelle carte, ieri, non c'era, non si vede all'orizzonte e non lo trovo scritto in nessun almanacco. Il mio presente è vivere con questa mia presenza. Vorrei cadere senza farmi male, e non come ora bruciarmi il cuore senza incendiare la casa. Dio non è Dio, ed era banale quell'idea che fossimo uguali, almeno un po'. Torno a strizzare il cane, accarezzo l’insalata che mi lecca.
Non credo di essere pazzo, non quando mi guardo indietro e vedo com’ero.
Guardo il cane che vorrebbe una carezza e il cibo. Un’altra? Gli do da mangiare l’insalata.
Penso ai nemici e agli amici.
Gli uni sono furbi, gli altri stupidi e differenti, stare in mezzo non è la mia passione, meglio in basso, meglio in fuga.
Perdo la speranza di dopodomani.
Mi gioco il vino, la pappa del cane, qualche ora felice di ricordi, per un minuto di nervi.
Entra Clara e si fa sotto con tono vittimista.
Le do una carezza e una manciata di croccantini.
Ammiro i suoi otto anni intelligenti.
Saranno i croccantini.
"Si può essere infelici quando si è soli e nessuno ti vede?" mi chiede
Chi può comprendere i tuoi errori, mia cara, e conoscerne il perché? Si può essere imbecilli, al limite.
"A fin di bene..."
Si può sfidare la legge della propria natura, opporre le proprie forze al destino.
"E si può vincere?"
Ingenua. Non ora, non quando lo si vuole, forse solo quando si può, mai quando si deve.
"Si perde quasi sempre, allora"
Si perde la dignità fatta di parole sepolte in fondo al cuore spento che non sa comunicarne il dolore, poi si può piangere, ma serve solo a rimpiangersi e a mutare la malinconia in finti sentimenti nobili.
"Cosa si può fare, papà?"
Si può morire ed uccidere, ogni qual volta si voglia, questo si può fare.
"Non voglio morire soffrendo".
Prendi un altro po’ di croccantini.
Il mio futuro nelle carte, ieri, non c'era, non si vede all'orizzonte e non lo trovo scritto in nessun almanacco. Il mio presente è vivere con questa mia presenza. Vorrei cadere senza farmi male, e non come ora bruciarmi il cuore senza incendiare la casa. Dio non è Dio, ed era banale quell'idea che fossimo uguali, almeno un po'. Torno a strizzare il cane, accarezzo l’insalata che mi lecca.
Non credo di essere pazzo, non quando mi guardo indietro e vedo com’ero.
Guardo il cane che vorrebbe una carezza e il cibo. Un’altra? Gli do da mangiare l’insalata.
Penso ai nemici e agli amici.
Gli uni sono furbi, gli altri stupidi e differenti, stare in mezzo non è la mia passione, meglio in basso, meglio in fuga.
Perdo la speranza di dopodomani.
Mi gioco il vino, la pappa del cane, qualche ora felice di ricordi, per un minuto di nervi.
Entra Clara e si fa sotto con tono vittimista.
Le do una carezza e una manciata di croccantini.
Ammiro i suoi otto anni intelligenti.
Saranno i croccantini.
"Si può essere infelici quando si è soli e nessuno ti vede?" mi chiede
Chi può comprendere i tuoi errori, mia cara, e conoscerne il perché? Si può essere imbecilli, al limite.
"A fin di bene..."
Si può sfidare la legge della propria natura, opporre le proprie forze al destino.
"E si può vincere?"
Ingenua. Non ora, non quando lo si vuole, forse solo quando si può, mai quando si deve.
"Si perde quasi sempre, allora"
Si perde la dignità fatta di parole sepolte in fondo al cuore spento che non sa comunicarne il dolore, poi si può piangere, ma serve solo a rimpiangersi e a mutare la malinconia in finti sentimenti nobili.
"Cosa si può fare, papà?"
Si può morire ed uccidere, ogni qual volta si voglia, questo si può fare.
"Non voglio morire soffrendo".
Prendi un altro po’ di croccantini.
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