giovedì 7 luglio 2011

MUKOMBERO, IL GINGERONE DEL PIACERE KENIOTA


Ci mancava pure il viagra al ginger. Ora l'economia del Kenya può davvero avere un'erezione e il settore turistico nel suo ventaglio di proposte per le vacanze a tutto tondo (savana, mare, escursioni montane, laghi, deserti, sociale, etno, equo, bio e chi più ne ha più ne inventi) può aggiungere che qui si trova un rimedio naturale e già ricercatissimo contro l'impotenza maschile. Si tratta del "Mukombero", un ginger chiaro e pizzicorino che a nord del Paese, ma da qualche settimana anche a Nairobi e Mombasa, si vende a pochi scellini (centesimi di euro) la "dose" e che promette performance degne di un Rocco Siffredi equatoriale. Dietro alla solita possibile bio-bufala, da segnalare la soddisfazione dei rinoceronti, il cui corno per anni è stato definito afrodisiaco e ancora viene cercato da qualche idiota bracconiere assassino al soldo di aziende cinesi. Il ginger non ammazza nessuno, nel té è perfino piacevole, la moglie può grattugiarlo nelle vivande senza che il marito abbia a vergognarsi delle sue tristezze a letto e l'amante focoso può farne incetta (masticarlo completamente produce gli effetti migliori) e presentarsi al cospetto della partner canticchiando "donna donna lo sai chi c'è, è arrivato il Mukombero!". Semmai a stupire è il fatto che i primi ad impazzire per l'eccitante naturale siano stati gli stessi kenioti, di cui ignoravamo tali problemi. Con tutti quelli ancestrali che già hanno, lo stress di una veloce civilizzazione evidentemente ha aggiunto pure questa. Oltretutto, con i loro "carichi eccezionali", la morbidità è ancora più imbarazzante. Il venditore di mukombero Boz Romora, intervistato dall'agenzia Agiafro, ammette "Ne sto vendendo tantissimo, la domanda supera l'offerta ma i prezzi rimangono bassi (20-40 scellini). Anch'io lo consumo e posso garantirvi che se le mie performance sessuali continuano a questo ritmo, le mie due mogli non avranno bisogno di soddisfare le loro esigenze altrove". Attendiamo ora che i ricercatori della Pfizer (casa produttrice della pillolina azzurra) se ne escano con gli effetti collaterali del gingerone del piacere. Altrimenti, con buona pace delle multinazionali, ci daremo tutti alla coltivazione...immaginando un nuovo tipo di turismo di cui c'è già pronto lo slogan: "Il Kenya tira...eccome se tira!"

lunedì 4 luglio 2011

ADDIO TORRE PEDRERA (dedicata a Silvia, Misoado)


Addio Torre Pedrera
la prima volta non mi sembrasti vera
ma solo un'appendice da balera
della Romagna pensionata e vacanziera.
Così piatta e sconsolatamente austera
come una grigia anomalia della riviera
di una tristezza garbata e giornaliera
che in confronto Bellaria è Formentera.
Addio Torre Pedrera
l'aperitivo con due arachidi a mezzasera
l'alta marea ed il suo pesce di scogliera
l'hotel in perenne ricerca d'una cameriera.
Sei stata approdo di una libera carriera
poi timida goletta in mezzo alla bufera
rifugio e alcova della vita bandolera
di poche solide amicizie pur foriera.
Addio Torre Pedrera
di averti conosciuto sono quasi fiera
mi insegnasti l'umiltà di chi non spera
niente più della promessa di una sera
Vado, perché ho scelto di non aver bandiera
ogni patria è gabbia e un po' galera
ma io non nacqui bestia o prigioniera
è il mio destino esser libera e straniera.

giovedì 2 giugno 2011

TRENT'ANNI DI RINO


Avevo otto anni.
Ti ho ascoltato
ti ho capito,
con te mi sono divertito ed arrabbiato.
Ti ho perso troppo presto.
Allora ti ho riascoltato
Ti ho portato con me.
Ho tenuto vivo il tuo ricordo.
Ti ho cercato.
Ti ho studiato.
Sono entrato nel tuo mondo.
E in camera tua.
Ho scritto un saggio su di te.
Ti ho cantato.
Ho portato in giro uno spettacolo.
La tua vita, i tuoi sogni, i tuoi perché.
Oggi, dopo trent'anni,
non smetto di ringraziarti.
Se mai qualcuno capirà
sarà senz'altro un altro come noi.
Ciao, Rino.

venerdì 20 maggio 2011

VIVERE IN KENYA


Vivere in Kenya, per un occidentale, è innanzitutto una scelta.
Significa abbandonare la propria patria, allontanarsi dalle proprie radici, lasciare parenti, amici e abitudini che ci hanno affiancato sin dalla nascita.
Ma vivere in Kenya significa (e deve significare) anche avvicinarsi ad un’altra civiltà, un’altra cultura, un altro modo di vivere. La storia del Vecchio Continente ci ha insegnato che quando ci troviamo in presenza di popolazioni che riteniamo più “indietro” di noi, magari perché mangiano con le mani o non hanno ancora dimestichezza con le ultime invenzioni della scienza e della tecnica, tendiamo a trasmettere le nostre cognizioni e fantastichiamo che quella sia superiorità.
Da pochi particolari, poi, iniziamo ad applicare questo metro in tutte le cose della vita, cercando di imporre anche abitudini idiote e disdicevoli. Chi ha detto che bisogna mangiare con la forchetta? E’ più igienico? Pensateci bene, non credo. Basta lavarsi le mani prima e dopo. Difficilmente, quando andiamo in un ristorante europeo, chiediamo al cameriere di lavarci le posate. Le troviamo sul tavolo e per quanto ci riguarda, la donna delle pulizie, in aperto contrasto con la gestione del locale, potrebbe anche essersele strofinate sul pube.
E chi vi dice che la carta igienica sia meglio della foglia di banano, per pulirsi il sedere? Potremmo andare avanti con mille altri esempi. Ma torniamo in Africa: vivere in Kenya vuol dire innanzitutto capirne i problemi, quelli ancestrali e quelli legati all’epoca che stiamo vivendo, quelli indotti e quelli che fanno parte dell’ambiente. Il rispetto per le persone è strettamente legato al rispetto per la Natura e, se amiamo questo posto, con il rispetto in noi stessi.
Credo che mia figlia crescerà con l’abitudine di utilizzare l’acqua solo per lo stretto necessario, che inumidirà le mani e poi chiuderà il rubinetto per insaponarle e lo riaprirà per sciacquarle. Così farà con la doccia. A me capita di farlo anche quando torno in Italia, mi è successo di scoprirmi a compiere quei gesti in un grande albergo. E ne sono felice! Rispetto è anche abituarsi a non sperperare, perché la miseria di molti dipende non tanto dalla nostra ricchezza, ma dalla nostra noncuranza. Posso mangiare con le mani, seduto al tavolo con sodali kenioti il cui modo di pensare, di pervenire a un’opinione è lontano anni luce dal mio, salvo incazzarmi come una bestia se sono loro per primi a insozzare il loro territorio o a non rispettare i propri simili. Ma qui l’Africa c’entra poco, lontani anni luce sì, ma siamo sempre esseri umani. I più stupidi, domestici e pericolosi animali in circolazione.
Vivere in Kenya per me è una scelta di libertà, ma non c’è libertà senza rispetto, senza passione e senza verità. Rispetto per chi ci ospita e non ha le risorse per mostrarsi generoso o avido come lo siamo noi in Italia alla presenza di uno straniero, passione nel coltivare i perché del nostro insediamento in questo Paese: che sia lavoro e investimento, amore per la natura o per la vita, solidarietà pubblica o privata, egoistico relax. Cercare di farlo al meglio, consci della fortuna di avere molte meno sovrastrutture e limitazioni di quanto non avvenga oggi nel mondo occidentale.
Vivere in Kenya è forse un ripiego per anime candide o una via di fuga per cuori prosciugati, una fune di speranza per tirare a campare o uno splendido e unico esemplare di mattone levigato su cui costruire la propria nuova vita.
Vivere in Kenya per molti è semplicemente una maniera per affrontare l’esistenza senza farsi troppe domande. Può anche andare bene, in quest’epoca di smarrimenti. L’importante è non farsi trovare impreparati quando l’Africa chiederà qualcosa. Come dire, si può anche rinunciare alle domande, basta conoscere qualche risposta.

lunedì 16 maggio 2011

LA GIOIA DI NON AVERE NEMICI


Esercizio di finta retorica: “non bisogna gioire delle sofferenze altrui”.
Per carità. Iniziamo con il dire che stiamo per parlare del giuoco del calcio e al limite del contrassegno di uno stile di vita, di un orpello supplementare ma molto profondo di vivere Genova e la genovesità. Sul tifo calcistico si è dibattuto fin troppo, sicuramente è una forma superiore di adorazione di falsi idoli, io lo ritengo un afflato di comunione d’intenti, di cooperativismo. Lo stare insieme per una causa comune. A maggior ragione in questo tempo di preclusioni, di gabbie, di realtà virtuale, lo stadio è uno dei pochi ambienti dove frequentare e conoscere persone.
Questo potrebbe bastare, poi c’è anche la schermaglia sportiva, la competitività, la passione. Situazioni e sensazioni minori, controllabili, razionalizzabili. Forse.
Eppure la mia gioia, al fischio finale dell’incontro Ciclisti-Palermo, che ha sancito la retrocessione dei titolari di quell’orribile maglia nella serie minore, era vivida e pura. Si rispecchiava candidamente nel pianto di quel popolo sbagliato in gradinata sud, non si è mossa a commozione per la disperazione quasi ecumenica del capitano Palombo.
Da parte mia, felicità.
Umberto Eco ha appena pubblicato un saggio palloso sull’esigenza di avere, di crearci un nemico.
A noi genoani, il nemico ce lo hanno creato con una fusione in laboratorio, e chi ha i capelli bianchi e lo sguardo fiero da partigiano, può assicurare che stavamo benissimo prima del 1946, senza alcun nemico se non i normali avversari del campionato e qualche pittoresca compagine ligure minore.
In questo periodo storico pieno di contrapposizioni spesso pretestuose, in malafede, in quest’epoca di scontri e di caccia alle diversità e di ricerca della superiorità nella distinzione, vorremmo dimostrare ancora una volta che noi genoani siamo diversi: vorremmo vivere in pace con chiunque e non doverci interessare di alcun avversario. Non abbiamo nemici, non abbiamo cugini.
Ecco cos’era quella gioia spontanea: la speranza di esserci tolti di mezzo per un po’ qualcosa che non ci appartiene, come un’escrescenza fastidiosa che non ci cambia l’esistenza ma ci ricorda che dobbiamo avere a che fare con il brutto, l’errore, il nonsenso.
Il nemico per noi non esiste.
E’ una roba di serie B.

mercoledì 20 aprile 2011

ERA MEGLIO LA PASQUA BASSA...

Dice che in Kenya una Pasqua vale l’altra, che come sempre il sole sorge alle 6.21 e tramonta alle 18.26, i santi del weekend sono Venerdì (un parente bantù) e un certo L.Dell’Angelo.
A Malindi però c’è una differenza spropositata tra la Pasqua Alta e la Pasqua Bassa. Non si tratta di attendere più a lungo la resurrezione di Gesù, anche perché da queste parti siamo abituati alle attese estenuanti. La Pasqua “pole pole” semplicemente va fuori stagione e quasi nessuno ne approfitta per farsi una vacanziella sulla costa keniota. In Egitto, schivando le manifestazioni di piazza e un improbabile attentanto a Sharm dove risiede la famiglia Mubarak, inizia a far calduccio e le offerte per la vacanza di una settimana equivalgono al prezzo di un biglietto di sola andata in treno da Sesto Calende a Bassano del Grappa. In seconda classe, ovviamente. In Kenya invece c’è il rischio di pioggia, un’aria di smobilitazione che mette malinconia e soprattutto ci sono tanti residenti che non ce la fanno più e non vedono l’ora di godersi le meritate vacanze. Un safarino africano, soprattutto. Ma alcuni malati cronici sognano anche lo shopping in via Veneto o la domenica al Centro commerciale o all’Ikea.
Quindi a Malindi e dintorni, la Pasqua Alta è una vera sciagura!
Nel 2007, ad esempio, la Pasqua capitò a metà marzo: i connazionali vacanzieri traboccavano, la spiaggia di Silversand vantava una buona densità di beach-boy per turista, i molteplici ristoranti accettavano clienti solo su prenotazione, i fornitori di pesce si trasformavano in pusher, per una sniffata di aragosta ti chiedevano quel che a novembre basta per comprarne due chili.
I venditori di case si liberavano con facilità di ville vetuste, mettevano all’asta i moderni appartamenti e promettevano, previo succoso acconto, ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Affari d’oro per gli arredatori, le boutique, gli antiquari, i fruttivendoli e le corpivendole. Pulmini da safari sfrecciavano ogni mattina verso i parchi nazionali per poi mettersi in coda nel cuore dell’Africa tanto che i leoni si chiedevano se non fosse stato meglio nascere casellante, auto a nolo e taxi riempivano le strade di sano smog assorbito da baobab in astinenza secolare e di notte le discoteche erano alveari ricchi di miele (più che d’acacia, d’ascella) e marmellate umane.
Ballavano i V.I.P. che dopo ore di sole a schermo totale (se non c’è uno schermo da qualche parte quelli non vivono) si concedevano l’aperitivo alla Biennale d’Arte Contemporanea, tra le dritte di una Melandri e i rutti di un Bisteccone Galeazzi.
L’Africa fungeva da scenografia, romantica fascinosa esotica misteriosa inquietante paradisiaca rilassante invadente a seconda dei casi, degli stati d’animo e degli stati di provenienza.
Per i residenti italiani quel bordello voleva dire “fieno in cascina”, per i kenioti quel bordello voleva dire “arraffa finche puoi”.
2011, la Pasqua più in là possibile: il sole cerca disperatamente un turista a mezzogiorno per poterne proiettare l’ombra perpendicolare, i pochi villeggianti si sentono disorientati, inadeguati, fuori catalogo e contesto. Spaesati come un catamarano in un eliporto, vagano alla ricerca di un animatore rompiballe, di un beach-boy che li raggiri, di uno spacciatore di marijuana informatore della polizia, per sentirsi finalmente in vacanza.
La spiaggia di Silversand sembra un corso di Palermo cinque minuti prima di un omicidio su commissione, i ristoranti accolgono i clienti come cugini d’Europa di cui attendevano la visita da vent’anni, i fornitori di pesce passano in bicicletta lanciando aragoste nel locale come fossero copie del Daily Nation e raccolgono i cent lasciati sulle pietre all’ingresso. I venditori di case si ubriacano e organizzano feste solitarie ogni sera in una villa diversa, scegliendo tra quelle restituite dopo la prima rata, affittano a famiglie indiane i moderni appartamenti lasciati vuoti e impediscono ogni singola colata di cemento sul terreno keniota. Si riposano gli arredatori, chiudono le boutique, svendono gli antiquari, latitano i fruttivendoli e le corpivendole passano dai salti in discoteca ai saldi di fine stagione. I residenti italiani hanno il sorriso stampato di chi sta fumando ogni giorno un po’ del suo fieno in cascina.
D’accordo, ho esagerato, mi sono lasciato trasportare. In fondo è stata una stagione meravigliosa, da record. Vi aspettiamo tutti per la resurrezione! Nooo, per una volta non quella del Nostro Signore…quella della costa keniota, a partire da luglio: Malindi, per capire devi venire! (non male come slogan, vero?).

lunedì 18 aprile 2011

CI RIMANE SOLO IL PALLOSO RAP DEL GENIO CAPAREZZA?

Che il rap ci abbia rotto i coglioni è un dato di fatto, più o meno come che il tipetto brianzolo sta perdendo la partita. 
Però non si può fare a meno di ascoltare l'ultimo album di Caparezza, "Il sogno eretico". Di individuare colpi di genio, sbeffeggiamenti al potere, una certa cultura che non è quella da lounge bar di corso Garibaldi mista rivista semipatinata di J-Ax o quella finto borgatara e vero invidiosa di Fabri Felpa.
La tristezza del cantautorato anche giovanile è che nessuno più cerca nemmeno di scalfire il palazzo, né ha voglia di evolvere il suo linguaggio per far presa sui giovani.
Il solo Daniele Silvestri, che pur si rifugia spesso nella poesia e nell'introspezione, regala qualche sprazzo di "letteratura" contro. Così ci tocca ascoltare la vocina insinuante della zanzara pugliese, per saltare a ritmo di una musica di (minima) protesta.
Altro che punk o nuove tendenze finto revival anni Ottanta (la giustificazione di chi suona da schifo, basso in primo piano, batteria minimale, chitarra inesistente fino a che non latra il suo assolo). Ci vogliono il ragamuffin di "Legalize the premier", pezzo che vorrei veder suonato (e dico suonato) da Elio e le storie tese, e quella che alla fine è una ballatona, "Goodbye Malinconia" con quell'armadio a quattro ante di Tony Hadley. Capa canta "Chi se ne frega della musica" e probabilmente ha ragione. Certa musica non vale la pena di essere più considerata e non è solo il download selvaggio che evita le code al negozio di un nuovo Pino Daniele, Edoardo Bennato o Lucio Dalla. Come cantava il grande Randy Newman, sono morti, e non lo sanno.

mercoledì 6 aprile 2011

IL DIABOLICO PIANO DI JANE


Io mica sono uno sprovveduto e soprattutto non arrivo dall’Italia per farmi fregare.
Sono sbarcato a Malindi con le idee chiare. Trascorro sei mesi all’anno qui, lascio a quel paese la nebbia, il freddo e il grigio, lascio quella stronza della mia ex-moglie, i soldi per l’università ai figli che manco ci vanno e se li pappano, uno in cocaina e l’altra in concerti di metallo pesante, e lascio le rotture in mano al commercialista.
Qui trovo il clima gentile, a volte un caldo bestia, pesce fresco e tante belle figliole.
E mi guardo in giro, che prima o poi mi trasferisco in pianta stabile.
Ma attenzione! Non sono mica uno che ci casca…questo non è il paradiso, lo so bene.
Un amico, poi, mi ha dato un librettino scritto, dice, da uno che vive in Kenya e che la sa lunga.
O almeno è uno che si è informato e te la racconta bene.
Così grazie a questo libretto, e ai consigli del mio amico, ho trovato un bell’appartamentino in affitto in centro a duecento euro al mese, poi mi è stato presentato un buon avvocato, che mi assiste nelle operazioni finanziarie chiedendomi molto meno di quello che mi scucivano in Italia intermediari e consulenti del cazzo per ogni movimento o transazione. Inoltre ho messo su un piccolo business, giusto per avere qualcosa da fare, anche se con la rendita della casa e del negozio che avevo in Italia, qui vivo alla grande. Mi posso permettere il ristorante due volte alla settimana, ho una donna di servizio otto ore al giorno, bravissima ma intrombabile, e una segretaria incapace ma molto operosa da quell’altro punto di vista.
Più o meno come in Italia, ma spendendo un decimo.
Mi muovo bene, come uno che ha sempre vissuto da queste parti.
Fiuto i connazionali furbi e quelli intrallazzoni, le brave persone e i kenioti che vale la pena di frequentare. Rispetto tutti e sono rispettato.
Alla sera, ogni tanto, mi sento un po’ solo. Dopo il telegiornale, esco a fare un giro, che tanto qui fa sempre caldo e si sta bene anche fuori, anzi quasi meglio che in casa.
Sono seduto in un bar locale, con una cocacola baridi in mano.
Mi si avvicina una bella ragazza statuaria, un panterone di quelli che a Treviglio non si vedono nemmeno di notte, forse perché sono troppo scure, chissà. Altro che la mia segretaria! Quella, per quanto operosa, ha la femminilità di uno scaffale in mogano.
Questa è formosa, procace, con labbra che sanno di peccato. Un peccato sarebbe non farla sedere, non offrirle da bere. Posso farlo tranquillamente, senza rischiare nulla; tanto ho studiato la lezione del libro: le Naomicambell da queste parti sono pericolosissime. Peggio delle sirene di Ulisse, ti fanno innamorare e poi ti ripuliscono per bene. Ma io non farò quella fine.
“How are you? What’s your name? From Malindi?” il mio inglese finisce qui, ma per fortuna (e anche questo è scritto nel libro) lei parla e capisce l’italiano.
“Bene, grazie…mi chiamo Jane…”
Jane, mi suona come “iena”. Chissà da dove arriva, per spolpare me.
Sono tutte di Nairobi, anche quelle dei villaggetti sconosciuti, dice il libro. Sarà perché vogliono dare l’impressione di essere cittadine, e non arrivare dalle capanne nel bush. Nairobi è una città moderna, è la capitale…c’è cultura, lavoro, bei locali, tante opportunità. Altro che questa cittadina di disgraziati e arabetti, altro che il mondo derelitto che trovi girato l’angolo dei resort.
Qui solo fango e palme, vecchi sdentati che chiedono l’elemosina e bambini che chiedono le caramelle.
“Sei di Nairobi?”
“No, vengo da Matumbuku”
“Ah…interessante…come hai detto?”
“Matumbuku, è un villaggio vicino a Machakos”
“Uhm…è dov’è Machakos?”
“Non lontano da Nairobi”
“Ah…ecco…vicino a Nairobi…ora capisco…”
“Sì”
“E cosa facevi a…”
“Matumbuku”
“Matumbuku”
Cosa vuoi che facesse un pezzo di ragazza del genere…queste ti dicono che sono tutte studentesse, oppure hanno finito da poco la scuola e vengono a Malindi a cercare lavoro nel campo del turismo…così dicono tutte quelle che ti vogliono raggirare. Ci ha proprio la faccia da laureata, questa qua. Mi viene da ridere. Voglio proprio ascoltare che balle mi racconta…l’educanda.
“Non facevo niente, per la verità. Stavo a casa ad aiutare la mamma, ma appena potevo me ne andavo a divertirmi con le mie amiche. Non mi piaceva studiare, e mi annoiavo. Così a quindici anni me ne sono andata a Machakos, poi mi sono trasferita a Nairobi, e ancora a Mombasa e infine sono venuta qui a Malindi”.
Ecco…non studia, non ha un lavoro. Questa è ancora più furba delle altre, fa la finta sincera…ho capito…sicuramente la metterà sul patetico, sul vittimismo. Orfana di padre, una madre malatissima, il fratellino da mandare a scuola, la sorella violentata…e chi più ne ha più ne metta.
“E la tua famiglia a Matambu…là, vicino a Nairobi…come sta?”
“Bene, grazie!”
“Nessun problema? Mamma, papà? Ci sono ancora?”
“Sì, non sono vecchi. Lavorano. Mamma insegna nella scuola elementare di Matumbuku, papà guida i camion, non c’è quasi mai. Ho tre fratelli, uno più grande che lavora a Nairobi in una ditta di abbigliamento, una sorella che fa le scuole superiori a Machakos ed è bravissima, e un fratellino che ha sette anni e studia nella scuola dove insegna mamma”.
Che bel quadretto…tutti bravi e tutti felici…vediamo dove sta la fregatura, sicuramente la sua scelta di vita l’avrà messa in difficoltà qui sulla costa.
“E qui a Malindi, dove vivi?”
“Per ora sono ospite da un’amica”
Bingo! Ecco dove voleva arrivare la pantera. Certo, l’ha presa larga, per sedurmi a dovere. Sicuramente le serviranno i soldi per trovare una casa propria, arredarla…gli affitti a Malindi sono così cari…avrà bisogno di una mano, questo è il motivo per cui è qui al tavolo con me. Io le sembro una persona gentile…e lei è costretta occasionalmente, per bisogno, per disperazione…anzi no, non lo farebbe mai…non è solo per riconoscenza che si concederebbe, ma perché le piaccio veramente.
Se crede di farmi fesso, si sbaglia di grosso, prima o poi la faccio cadere.
“E non hai una casa tua. Jane?”
“Una casa? Per adesso non mi serve proprio…”
“E le tue cose, un tuo armadio per i vestiti, se vuoi ospitare parenti e amici...?”
“Ma quante domande mi fai…fai il poliziotto in Italia”
“No…veramente…vendevo polizze assicurative…”
“Sorry?”
“Niente…insurance…vabbè, lasciamo stare”.
C’è qualcosa che non torna…questa è veramente un osso duro, vuole tenermi sul filo, farmi intendere che ha dei segreti, circondarsi di un alone di mistero…ma prima o poi calerà l’asso nella manica. Lo so, perché sono tutte così. L’uomo bianco per loro è solamente un pesce grosso da far abboccare all’amo. Ognuna ha la sua esca particolare.
“Quindi hai una vita normale, tranquilla…sei felice?”
“Felice?”
Ride, l’attrice. Si bea della sua fisionomia, pensa di poter incantare chiunque.
Non sa che io so, o quantomeno immagino tutto.
“Certo! A Malindi si vive bene, ci vivi anche tu, no? Lo sai…a me piace ballare, stare con gli amici, bere una birra ogni tanto”
Ballare…stare con gli amici…la birra…ma questa c’è o ci fa? E come può pretendere poi di volere dei soldi, se la porto a letto? Quale altra arma pensa di usare, se non la compassione? Con la situazione dell’Africa, le sue miserie a portata di mano che fa, non ne approfitta? Questo è un caso patologico…devo assolutamente capire.
Decido di far precipitare le cose.
“Ti va di venire nel mio appartamento?”
“Perché no?”
Non ha avuto esitazioni. E se fosse una rapinatrice di professione? Una terrorista al soldo di qualche islamico potente? E se fosse pagata dalla cooperazione italiana per prendere i nomi di tutti i depravati italiani che abitano a Malindi?
L’importante è non cedere prima di essere convinti di conoscere tutta la verità. Devo entrare nella sua testa, capire la psicologia, che tattica sta usando e perché. Il libro dice che queste ragazze sono camaleontiche, si adattano al tuo modo di fare e scoprono subito i tuoi punti deboli, per poi farti fare la fine del maschio della mantide religiosa.
Prendiamo un tuk-tuk e in cinque minuti siamo da me.
Cento scellini. Pago io.
Entriamo in casa, siamo in camera.
Sorride, entra in bagno. Ne esce nuda. Un corpo perfetto, un seno sodo, che sta in piedi da solo come se se lo fosse rifatto a Dalmine. Avanza sinuosa con sguardo famelico.
“Ma…cosa ti sei messa in testa?”
“Ho fatto la doccia…non va bene?”
“Mah…Jane…credevo dovessimo parlare…prima”
“Si può parlare anche così, non credi? Vuoi che ti spogli io?”
“Io…io…”
“Ho capito, hai paura di spendere troppo. Allora, se vuoi fare tutto, sono 3000 scellini. Altrimenti ti faccio uno sconto”.
“Ma tu…tu…tu sei…”
“Sono una prostituta, italiano. Una prostituta a pagamento. Non hai mai visto una puttana? Non ce ne sono dalle tue parti? Se volevi una suora, la diocesi è a poche centinaia di metri da qui, se vuoi fare la storia romantica e poi chiedermi di diventare tua moglie, hai sbagliato persona, bello. Io lo faccio solo per soldi. Che faccio, mi rivesto?”
“No….no…per carità…mi si è alzato anche senza viagra…”
Sono al cospetto di una creatura intelligentissima, e indubbiamente molto bella. Non sono ancora riuscito a capire quale sia il suo diabolico disegno nei miei confronti. Probabilmente anche lei ha capito che non mi si può fregare facilmente. E’ arrivata addirittura a recitare la parte della mignotta…questa punta in alto…Ma la smaschererò, giuro che la smaschererò!

lunedì 21 marzo 2011

IL RAGAZZO DEL SALE


Oggi abbiamo trovato un'adozione a distanza per Baraka, uno splendido ragazzo della nostra accademia di calcio. E' ora di pubblicare il racconto che ho scritto quando l'ho conosciuto.
(grazie Fabio e Simona!)
Sole e sabbia salata, bianco accecante che va a sfumare nelle veloci nuvole passeggere, come se la terra d’Africa volesse scrollarsi di dosso una patina fastidiosa.
Il verde della boscaglia è puntellato dai contorni alti delle palme e degrada fino a quando, vinto dall’arsura, non si trasforma in blu.
Lontano, si scorge la piattaforma per le ricerche spaziali della base italiana San Marco.
In questo surreale scenario, inedito scorcio keniota, quattordici anni fa è nato Baraka Badi.
Siamo a Ngomeni, trenta chilometri da Malindi, sulla strada che porta a nord, verso la Somalia.
Qui nel 1965 uno scienziato italiano, il professor Luigi Broglio, scendendo da Mogadiscio, dov’era sbarcato, individuò il punto giusto per installare un centro di ricerche aerospaziali.
Meridiano Uno, poche centinaia di chilometri sotto l’equatore.
I tecnici che arrivarono furono i primi connazionali a mettere radici sulla costa del Kenya.
Alcuni di loro vivono ancora qui e hanno visto crescere i genitori di Baraka. Li hanno guardati macerarsi sotto il sole, tenere la loro resistente pelle sotto sale per anni.
Infatti a Ngomeni oltre alla base San Marco, ci sono le saline. Abbaglianti distese bianche da percorrere a piedi nudi, cumuli di sassi roventi da spalare.
Le saline sono una delle poche possibilità di lavoro sicuro per gli abitanti della zona.
I più fortunati sono stati assunti dai tecnici mzungu, agli altri non resta che il sale.
Dura la vita alle saline: pelle che brucia e si spacca, condizioni di lavoro inaccettabili. Tra i bianchi cristalli si è consumato uno dei primi scioperi kenioti.
Le aziende del sale sono governative o in mano a ricchi indiani, i lavoratori si sentono sfruttati non meno che ai tempi del colonialismo britannico. Certo, si possono pescare i gamberi, in mezzo alle saline, e arrotondare con quelli. Ma poi chi ha tempo di venderli? Alla fine li metti sulla bicicletta di un cugino, li carichi su un matatu con un amico che prova l’avventura di andare a piazzarli a Malindi e torna quasi sempre a mani vuote, oppure con due spiccioli per te e il resto in pancia o nella gola.
Allora si ritorna sul tappeto di chiodi bianchi, ci si fasciano i piedi e la testa con gli stracci, si fissano le vecchie lenti da sole comperate al mercato di Garsen con il nastro adesivo e si imbraccia la vanga. Per un euro al giorno.
Al padre di Baraka non è mai piaciuto il sale.
Ha iniziato a battere il ferro e la latta fin da ragazzo. Ogni tanto ha prestato le sue braccia alla San Marco e, dopo anni di pratica, qualche mzungu della zona gli da lavoro. Quando arriva il lavoro per il bianco, c’è qualche soldo per mandare a scuola i ragazzi, ma non sempre accade.
A volte per mesi e mesi devi vivere di espedienti, inventarti lavori o sapere che terminerai la giornata con cinquanta scellini in saccoccia e avrai i soldi per dividere con tua moglie e i ragazzi mezzo chilo di polenta e un piatto di fagioli. A volte non ci sono nemmeno i fagioli, e allora si inzuppa la polenta in acqua e sale. Il maledetto sale.
Baraka è il quarto di cinque fratelli. La sorella maggiore Amina era portata per gli studi, ma ha dovuto lasciare la scuola superiore al terzo anno. Mancavano i soldi per le rette e i libri. Mariam, la secondogenita, ha preferito sposarsi a sedici anni e dopo poco ha dato alla luce il primo figlio pensando che, chissà, forse quando avrà la sua età le cose saranno diverse, forse potrà garantirgli un futuro migliore. Amani invece ha deciso che non vuole studiare. Vive di espedienti, coltiva spinaci e fatalismo, aiuta il padre e ammazza i giorni come fossero serpenti.
Baraka a sei anni si ritrova tra i piedi un pallone mezzo sgonfio e rattoppato e capisce qual è la sua passione. Ogni giorno, dopo la scuola, corre al campo di calcio, due porte di ferro tra le saline e la strada polverosa che porta alla base. Dribbla i sassi, i ciuffi d’erba, le naturali gibbosità del terreno. I suoi primi avversari, tutti insieme contro le disgrazie della vita. Baraka scatta, passa, tira e molto presto entra nella squadra junior di Ngomeni. Osserva i ragazzi più grandi quelli a cui, finite le scuole dell’obbligo, rimane solo il pallone.
“Non vogliono lavorare alle saline ma non vedono un futuro diverso da quello. La loro giornata è una partita di calcio e dopo si riposano all’ombra di una palma. Vivono alla giornata, sperano di poter mangiare almeno una volta prima di andare a dormire. Poco a poco perdono ogni minima ambizione”.
A Baraka piace studiare e non ha intenzione di fare la fine della sorella Amina. Capisce che il suo futuro è lontano da Ngomeni. Così si allena più duramente degli altri e a dodici anni si ritrova nella squadra con i diciottenni. Si mette in difesa, sulla fascia, e aspetta la palla come una possibilità per emergere, per dimostrare di essere già grande e di voler crescere ancora.
E’ così che viene notato dalla Kenya Football Academy.
E’ raro trovare un ragazzo così giovane con una tale strenua volontà.
“Mi piace studiare e giocare a calcio e quando ho capito che a Malindi avrei potuto fare quello che ho sempre sognato, non ho avuto esitazioni. Ci ho provato. Durante le selezioni ho dato tutto me stesso per raggiungere questo obbiettivo”.
Baraka fissa la sua meta, vuole arrivare un giorno a giocare nella Premier League keniota, ma se dovesse scegliere, preferirebbe iscriversi all’università.
“Magari, tramite il mio stipendio da calciatore, potrei laurearmi e diventare professore. Mi piacerebbe, un giorno, insegnare ai più piccoli ad amare lo studio, perché è un modo appassionante per sconfiggere, nel nostro piccolo, la povertà”.
Per Baraka la cultura è una salvezza, ma il calcio è una palestra di vita.
“Per diventare un buon giocatore devi imparare innanzitutto le regole e rispettarle. Se non conosci i principi fondamentali di questo gioco di squadra e fai di testa tua, non arriverai da nessuna parte.
Anche nella vita è così, credo. Io gioco terzino, ma potrei anche avanzare a centrocampo, mi piacciono i calciatori che usano l’intelligenza in campo, prima ancora che il piede. Il mio campione preferito è Xavi, il regista del Barcellona. In pochi secondi, prima ancora di ricevere il pallone, sa già cosa ne dovrà fare”.
Questo è Baraka, quattordici anni e una maturità che fa venire brividi di speranza.
Baraka, che ha dato un calcio al sale sotto i piedi e all’ancestrale rassegnazione dei suoi amici di Ngomeni, e ora quel sale ce l’ha solo nella testa.

martedì 8 marzo 2011

NONNO KAZUNGU E LA FESTA DELLA DONNA


Vedere un bianco a Kakoneni, alle otto del mattino, non è un fatto raro ma regala sempre un senso di inaspettato, di nuovo; l’effetto sorpresa delle cose immaginate che si materializzano in un istante imprevisto. Questo accade soprattutto ai bambini che gioiosamente si dispongono sul bordo della pista come per il passaggio dei ciclisti sul Tourmalet e sono un tutt’uno con la polvere arancione, l’ombra delle acacie e il sorriso del sole.
Nonno Kazungu invece sa che un mzungu a quell’ora, su una strada sterrata, cinquanta chilometri all’interno di Malindi sulla via per il Parco Nazionale dello Tsavo, se non c’è nelle vicinanze un pulmino da safari, può appartenere a due categorie:

1. Turista attardatosi a orinare e dimenticato dal conducente del pulmino da safari e non segnalato dai passeggeri (in questo caso dopo al massimo un’ora e mezza torneranno a recuperarlo) o
2. Turista che si è avventurato verso la savana con la propria auto e l’ha lasciata qualche chilometro indietro, con la moglie grassa e sudata a frenare i rivoli con la sua camicia e la coppia di amici giunti per la prima volta in Africa a sognare, sui sedili posteriori, il giardinetto della loro villetta a Pietra Ligure.
Se non fa parte di una delle due tipologie, allora può essere soltanto lo Svaporato, che ha approfittato di un passaggio da avventurieri in Land Cruiser o è appena sceso dal matatu rapido Malindi-Kakoneni.
“Jambo, mzee!”
“Buongiorno, nipote pallido”
Dal candore della camicia e del volto, si direbbe Land Cruise, che passerà a riprenderlo domani.
E’ il momento di un tè alla cannella, di una partita a dama africana e di una sportsman da fumare con lentezza da olimpiade dei rilassati.
“A cosa dobbiamo questa visita, amico?”
“Oggi è l’otto marzo, sono venuto perché è la festa della donna e vorrei che anche a Kakoneni venisse festeggiata questa ricorrenza”
“La festa…?”
“…della donna…mwanamke! Delle tue mogli, figlie, delle nipoti, delle malaya”
“Ci mancava anche questa…ragazzo mio, il Kenya è il Paese con più feste comandate del continente africano e, credo anche del mondo. Non avendo adottato una religione ufficiale, celebriamo tutte le ricorrenze cristiane, quelle di Roma e quelle celebrate nei paesi anglosassoni, come la Pentecoste, per non fare torto al Papa ma nemmeno ai protestanti britannici che per primi ci hanno parlato di fede. Poi rispettiamo le feste islamiche, ci mancherebbe altro…la nascita del profeta Mohamed, la rivelazione e i giorni di preghiera in cui in molti si dirigono alla Mecca. Ovviamente facciamo festa anche nel giorno di inizio e in quello della fine del Ramadan. Abbiamo poi le ricorrenze storiche della nostra Nazione: il giorno dell’indipendenza, “Uhuru day”, quello della costituzione, “Jamhuri day”, il compleanno di Jomo Kenyatta, il padre della patria e anche quello del suo successore, un po’ meno padre ma sempre un po’ monarca, Arap Moi. Chiaramente ci allineiamo al mondo anche per quanto riguarda il 1 maggio, pur non avendo una grande tradizione operaia…il primo dell’anno non si lavora e dall’anno scorso è stato dichiarato festa nazionale anche il giorno di San Silvestro. Ultimamente c’è chi sussurra che ci stiamo aprendo al buddismo e ai giorni solenni del calendario celtico…e come ignorare a Malindi le festività italiane? Se non ci fosse stato il 25 aprile i tuoi connazionali erano ancora in Somalia, altro che spiagge, safari e cocktail tropicali!”
La saggezza e l’ironia di Nonno Kazungu lasciavano sempre allibito lo Svaporato, d’altronde sapeva bene che solo per uno come lui avrebbe affrontato l’entroterra malindino e dormito una notte in una capanna di fango tra serpenti e scorpioni. Era un esemplare unico: più di quaranta stagioni a fianco di bianchi di ogni razza e cultura, imparando ad osservarne altre migliaia di passaggio, gli avevano trasmesso come un calcolatore elettronico miliardi di informazioni e stimoli, il tempo a disposizione, il fluire lento delle cose e la limpidezza del pensiero avevano elaborato il tutto, sublimandoli con la filosofia della vita africana.
“Ma questa non è una festa del calendario, nemmeno in Italia…è un modo per celebrare la fortuna di avere il genere femminile al nostro fianco”
Nonno Kazungu guardò lo Svaporato in tralice e strinse con vigore ritrovato il suo pareo ai fianchi.
“Una festa per ringraziare il Cielo per la riproduzione della specie, dici?”
Lo Svaporato scosse alla maniera di un banano la folta chioma che aveva in testa.
“Andiamo a discuterne al Safari Bar”
Lawrence Kamongo stava caricando il suo pick-up celeste.
Sul cassone c’erano già sette persone, un piccolo generatore da portare a riparare, una cassetta degli attrezzi, due casse di vuoti della Tusker, la ruota di scorta di un camion, una bicicletta e una bombola del gas. Nel posto di fianco al guidatore, incassato e sorridente, l’elettricista Makotsi.
“Si va in trasferta!” disse, ordinando un kenya coffee.
“Quando torni? C’è da organizzare la festa della donna al tramonto”
“Sarò indietro intorn…LA FESTA DI CHE’?”
“Della donna…è l’otto marzo! In tutto il mondo si festeggia la donna”
“Noi festeggiamo tutti i giorni la donna, non c’è bisogno di un giorno speciale”
“Anche Gesù viene festeggiato tutte le domeniche, eppure ci sono ricorrenze particolari, settimane più importanti” disse nonno Kazungu, che aveva deciso di prendere le parti dell’amico italiano, immaginando che si sarebbe trovato presto in minoranza.
Sentendosi chiamato in causa, il prete si sgranchì la voce.
“Vogliamo mettere sullo stesso piano Gesù e…”
“La Madonna da cui è nato? Perché no!” lo anticipò lo Svaporato.
“La Madonna era una donna speciale, non commise alcun peccato…per questo la adoriamo” sbottò il prete “non dimenticate che è Eva ad aver commesso il peccato originale”.
“Il peccato che hanno commesso le nostre donne è stato quello di sposarci…” sghignazzò Kazungu.
“Avessero potuto decidere loro…” saltò su il gestore del bar, Kibonge.
“Che peccato ha commesso la mia prima moglie, venduta dal padre per sette capre e una piantagione di pomodori?” fece rimbombare Makotsi dall’interno del pick-up.
“Quello di non scappare a Matsangoni!” berciò una voce di giovanotto dietro il generatore.
“E io, che mi spacco la schiena da dieci anni per trasportare l’acqua dal pozzo e curare i miei quattro pargoli? – chiese con tono stridulo una delle ospiti del cassone, spostando la bicicletta affinché la si potesse vedere in faccia - Sono una peccatrice, forse?”
Il prete fu ricacciato nel più religioso silenzio, Kamongo proseguì.
“E in cosa consiste questa festa della donna?”
“Dovrebbe accadere che per un giorno la donna può fare quello che durante il resto dell’anno le è vietato…l’otto marzo decide lei, è la protagonista!” s’infervorò lo Svaporato.
“Cioè oggi le nostre donne dovrebbero ubriacarsi, farsi cucinare il capretto, costringere l’uomo a un rapporto sessuale…”
“Per esempio, stasera il Safari Bar è a loro disposizione e non si vede la partita, ma il programma che decidono loro…”
“Ma c’è West Ham-Portsmouth…” provò Kibonge.
“Vi rendete conto di quel che fanno da sempre le donne per noi? - disse allora Kazungu – i lavori di fatica, i figli, tengono puliti i villaggi, lavano i vestiti, si procurano la legna e pestano il mais, raccolgono gli spinaci, vanno a prendere l’acqua…”
“Ma è normale, noi siamo a lavorare in giro o in città e guadagnamo i soldi per mantenerle…” disse Kamongo.
“E tu capovolgeresti la situazione? Manderesti a servizio tua moglie restando al villaggio a fare quello che fa lei?”
“Non è possibile – rimbombò Makotsi, apprendo la portiera – l’uomo non può allattare, i figli vanno cresciuti dalla madre, di conseguenza lei deve stare al villaggio”
“Ecco trovato l’alibi…” mormorò lo Svaporato.
“Su questo non posso dar loro torto…” confermò nonno Kazungu.
“Ho capito! – disse Kibebe, lo scemo del villaggio destandosi da un sonno sbroffante sotto il flipper – oggi si festeggiano le tette della donna!”
Quella sera, per l’otto marzo, gli uomini del villaggio cucinarono capretto e patate alla carbonella per le loro mogli, intonarono canti popolari ai quali le voci femminili si unirono, trascinandoli in danze tribali. Qualcuna di loro provò anche un goccio di mnazi, ubriacandosi all’istante. Quasi tutte fecero l’amore con i loro mariti e per chi aveva due o tre mogli fu una serata impegnativa.
Nonno Kazungu prevedeva che i primi di dicembre la popolazione di Kakoneni sarebbe aumentata del 90 per cento.
Lo Svaporato non sapeva se essere felice per le donne di Kakoneni o essere convinto di avere avuto un’idea del cavolo.
Ma soprattutto, alle nove la festa era già terminata e, con grande gioia di Kibonge, gli uomini stappavano Tusker Malt al Safari Bar, guardando West Ham-Portsmouth e facendo ogni volta un brindisi speciale.
“Viva l’otto marzo! Viva le nostre donne!”