lunedì 1 giugno 2009

CRONACHE DI UN MALINDINO IN ITALIA


CRONACHE DI UN MALINDINO IN ITALIA

“Ma il brown mamba esiste davvero?”
Da due anni a questa parte, per chi scrive, tornare in Italia a maggio e giugno significa lavorare “sul campo” vendendo un’immagine di Malindi e della Costa Keniota che non è quella propagandata dai media o deformata dai soli fatti di cronaca, “vippizzata” dai gossip o ridotta e banalizzata dai luoghi comuni figli di una comprensibile ignoranza sull’argomento.
D’altronde cosa sa veramente un keniota dell’Italia?
La stagione monsonica equatoriale mi permette di coinvolgere un numero sempre crescente di soci, sostenitori e sponsor per il portale malindikenya.net, unica agenzia d’informazione quotidiana degli italiani in Kenya, e di girare l’Italia presentando a modo mio la Malindi italiana. Lo spettacolo tratto dai libri che ho scritto si intitola “Malindi Italia, viaggio semiserio nell’ultima colonia italiana d’Africa”, dove chiaramente la parola “colonia” è una provocazione e la parola “viaggio” è una suggestione.
Con il fido musicista Franco Cufone, che accompagna le mie elucubrazioni, le divagazioni, poesie e letture dal libro ed ha arrangiato alcune canzoni mie e di autori che hanno parlato d’Africa, ho già superato le trenta serate, e ce n’è ancora qualcuna in programma prima del ritorno in Kenya, a metà luglio.
Uno degli aspetti più piacevoli di questa maratona (oltre al fatto di girovagare per la penisola come mezzi turisti guitti e scoprire in ogni zona osterie e ristorantini tipici, nella più classica tradizione dell’italiano “gastronauta”) è ritrovare molti amici del Kenya, veri “malati” d’Africa ed ex residenti, ma allo stesso tempo contaminarne di nuovi, scoprire negli occhi di tanta gente la voglia di conoscere il Continente Nero e partecipare al loro stupore nell’emozionarsi e divertirsi durante il nostro “viaggio” tra parole e musica.
Gli spettacoli non finiscono mai dopo l’ultima canzone (e le ultime parole: “immaginate un luogo in cui il cielo non vi sovrasta, vi attraversa; l’aria non si respira, si assapora; il tempo scorre, non corre e il sistema nervoso si sistema, non si innervosisce. Un luogo dove la gente non vi incrocia, vi saluta. Dove tutto è vero, anche le cose spiacevoli, perché tutto è vita!”) ma diventano un forum reale che mi vede accerchiato da chi acquista una copia del libro e inizia a farmi domande d’ogni genere.
Le più divertenti sono quelle delle persone che hanno preso molto sul serio le battute dello spettacolo, anche se la maggior parte del pubblico presente se la rideva e contagiava anche loro.
No, loro mi fanno sentitissimi complimenti ma poi mi chiedono se a Malindi esiste davvero la terribile zanzara terrorista, più pericolosa dell’anofele: la zanzaraba, arrivata da Zanzibar (Però alla risposta africana alla zanzara tigre, la zanzara elefante con le sue minuscole zanzanne d’avorio, non ci ha creduto nessuno). Ecco invece un dato serio e importante: la maggior parte dei neofiti di Kenya mi chiede delucidazioni riguardo alla malaria. “Ma davvero si può evitare la profilassi?” Io parlo dell’artemisina, il nuovo ritrovato che il Kenya per primo ha sperimentato in Africa, grazie all’intuizione del dottor Mauro Saio, primario al Nairobi Hospital, e ai cinesi che hanno prodotto le prime medicine. La profilassi non si può evitare, si DEVE evitare.
Ma la storia di Malindi no, per favore…mi mettete in difficoltà. In provincia di Milano una coppia mi chiede se davvero fu il centurione romano Flavius Billionarius a scoprire Malindi, un centinaio d’anni dopo Cristo, come io racconto in uno dei momenti più demenziali dello spettacolo.
Non dico che il pubblico che assiste alle mie performance dovrebbe essere già educato, istradato da frequentatori di Malindi e del Kenya, ma in ogni caso è un pubblico di nicchia. Eppure, c’è sempre da stupirsi. Allora capisco molte storture attuali dell’Italia. Prendiamo tutto troppo sul serio, soprattutto le cose che andrebbero prese sul ridere. Ecco perché i comici in Italia si trasformano in politici, i cabarettisti in predicatori! No, no…lungi da me voler passare dall’altra parte, anche se il maestro Fernando Pessoa consigliava “Detesto essere capito,preferisco essere preso seriamente per quello che non sono”.
Potrei prestarmi al doppio gioco, ma il mio obbiettivo è promuovere la costa keniota, mostrarne i lati positivi e minimizzare, seppellendoli con una risata, i lati negativi che a volte siamo noi stessi a creare. Altrimenti come spiegare il discorso sulla solidarietà? I tantissimi italiani che stanno facendo cose splendide nel distretto di Malindi vanno pubblicizzati come meritano, e come i media italiani non fanno, a vantaggio di Flavius e soci.
Questo è il motivo principale per cui faccio i miei spettacoli in giro per l’Italia, e cerco di divertire ogni volta il pubblico che viene a vederli.
E se negli anni a venire ciò non darà frutti, beh…mi toccherà rispondere che…sì, il brown mamba esiste…sapete la storia dei serpenti velenosi in Kenya, no?
Ne parlo nello spettacolo, perché trovo assurdo che (le statistiche parlano chiaro) ci sia gente che non viene in Kenya per paura del black mamba, il fatidico serpente dei “settepassi”. Allora vi spaventerò ancor di più!
Il Black Mamba detto “Settepassi”, ha la capacità di saltarvi addosso in pieno petto e colpirvi talmente vicino al cuore che avrete a disposizione soltanto qualche metro, prima di cadere a terra privi di vita.
Poi c’è il Green Mamba detto “Settesassi”, perché non fa un gran male, ma è molto resistente e ci vogliono parecchie pietrate in testa, prima di ammazzarlo.
Ma c’è anche il Blue Mamba detto “Trepassi”, perché quando lo incontrate (solitamente vicino al mare) ha più paura di voi e inizia a inscenare una sorta di tango figurato, e a passo di danza tenta di evitarvi. Ma siccome anche voi cercate di fare lo stesso, dopo i famosi tre passi di un balletto surreale, uno dei due avrà la peggio.
C’è il Grey Mamba detto “Quattrosalti”, perché oltre ad essere un serpente bonaccione che è possibile incontrare nei bagni dei bar o delle discoteche, è ottimo anche cucinato in padella come la salsiccia, con contorno di patatine fritte.
C’è la Biscia incolore detta “Duepalle”, perché pur non avendo veleno né cattive intenzioni, è sempre in mezzo alle scatole e la sua lingua biforcuta, per quanto inoffensiva, è davvero fastidiosa.
E’ infine c’è il più cattivo di tutti, il Brown Mamba, detto “Unascorreggia”, perché quando ve lo troverete di fronte non avrete nemmeno il tempo di farvela addosso, prima di essere uccisi.
E allora, se qualcuno è convinto che il Brown Mamba” esiste davvero, sinceramente è meglio che trascorra serenamente le sue vacanze a Viserbella di Rimini.
E che lo spettacolo continui!

venerdì 15 maggio 2009

BODA-BODA (guarda il video su Youtube)

Guido un mezzo cinese – senza molte pretese
Sotto il sole cocente – con l’ascella pesante
Dai sali sulla ruota – io sono un boda-boda

E’ il trasporto sicuro – per chi ha poco denaro
Ti porta dove ti pare – in centro oppure al mare
Costa come una soda – il vostro boda-boda

Maledetto Tuk-tuk – tu guadagni di più
Però inquini l’ambiente – e non t’importa niente
Non rispetti la coda – e mi tagli la strada
Lasci una nube gassosa – in faccia al boda-boda

Per i tragitti più lunghi – il carburante è il marunghi
Accavalla le gambe – sul mio sellino a frange
Sarà un po’ fuori moda – ma è sempre un boda-boda

Con 25 scellini – porto vecchi e bambini
Per 50 il muzungu – da Kibokoni a Mayungu
Per la turista viziosa – c’è sconto boda-boda

Lavoro anche la sera – con mia la bici nera
Nero è anche il colore – del tuo guidatore
La luce non funziona
La luce non funziona
Quello…occhio…quello…ma cos’è non si vede un c… aaahhhh
Era un boda-boda

Maledetto Tuk-tuk – tu guadagni di più
Però inquini l’ambiente – e non t’importa niente
Non rispetti la coda – e mi tagli la strada
Lasci una nube gassosa – in faccia al boda-boda

Maledetto tuk-tuk – stai arrivando anche tu
Fai un sacco di rumore – col tuo carburatore
Hai la luce un po’ fioca – non ci vedi una sega
Travolgi con la tua foga – l’amico boda-boda.

mercoledì 13 maggio 2009

IL NASO DEL GRAFICO

Il grafico pubblicitario era di fronte a me. Lavorava con la scrupolosità dovuta dall'ora e dagli occhi titubanti e distrattamente coinvolti, come le mani ad un banchetto self-service di un motel. Ogni tanto fermava un pensiero e lo aggrediva in superficie, come una nave che prende in pieno un iceberg, e sbagliava la fotocomposizione del logotipo che immobile lo fissava da un quarto d'ora. Il musicista aveva tardato. Come al solito inforcava la porta con una scusa qualificante, di quelle che non puoi esimerti dal ridere di gusto, di quelle che non perdoni facendoti offrire una sigaretta. Il suo cappotto odorava di cantina, le sue scarpe erano rosse e lucide come il naso del grafico che lo fissava un po' meno accondiscendente. Il musicista si lamentava del traffico del centro e alternava bestemmie a curiose espressioni in slang newyorkese, sciogliendo la lingua in rap di rara intensità emotiva.
"Non puoi sempre lamentarti di tutto" ribattè a un certo punto il giornalista, abbandonato sulla poltrona del capo.
"Hai l'aria del turista insoddisfatto del trattamento riservatogli dai camerieri di un lodge nel Masai Mara. Ti trovi in mano a un branco di leoni, brontosauri e barracuda e ti lamenti per il cinguettio dei canarini"
Qualcuno aveva acceso la radio.
Il grafico doveva assolutamente terminare il suo lettering. In segno di ammirazione, rispettammo dieci minuti di rigoroso silenzio, passati i quali il giornalista ebbe la forza di alzare il suo peso dal sofà presidenziale e rilasciò dichiarazione estemporanea che fu seguita da uno scrosciare di applausi.
"Vado a prendere qualche birra"
Io mi offrii di buon lena di accompagnarlo giusto per fare quattro passi sotto i lampioni. Il grafico, quasi seccato per il fermento creato versò nelle casse sociali settecentocinquanta lire, il musicista costretto contro il muro dalle nostre tenaglie, duemila. In strada c'era un'aria di pioggia ed un puzzo di funerale. Anche il giornalista se n'era accorto e storceva il naso.
"Ci dev'essere stato un incidente, qui vicino, sento odore di morto"
Con passo sempre più affrettato, narici in preallarme e cuore al ritmo di Calipso arrivammo all'angolo e vedemmo lei, per la prima volta.

"E ti dico, faccio due ore di coda, sei chilometri di sigarette, arrivo dalla cara mammina e cosa ci trovo, un brodo di pollo. ma mi vuoi prendere in giro? Mi conosci da trent'anni, sai che odio il brodo, il pollo mi fa schifo, quando torno dalla sala prove sono affamato come un ghepardo e tu mi prepari brodino di pollo e se poi t'insulto mi dici - e per la tua linea, tesoro - ma guardami, le ossa mi si affacciano fuori, le gambe si inarcano, le mani nervose mi si strapperanno da quanto sono magro" il musicista aveva finito le sigarette, il grafico la pazienza, sostituita alla meglio da un bicchiere di cognac.
"Sei troppo sensibile" disse al musicista, che non si dava pace, nemmeno per cortesia "le madri ci hanno messo al mondo, e per farlo hanno rinunciato a mezzo cervello per darlo a noi, le dobbiamo ringraziare e compatire"
"Facile per te parlare così, tua madre è morta dandoti alla luce"
"Dandomi tutto il suo cervello".

mercoledì 6 maggio 2009

POESIA: COLABRODO

Faccio acqua dalle orecchie
E da qualche altra parte
Ritrovai nello zampillo qualche cosa di me
Ho provato a vedere nel mentre
A sognare il già visto
A nascondere l’irreale
Moi,
un corsaro sulla sedia a dondolo
un vagabondo da guanciale
rido se mi pento di inventare
piango quando fingo l’amore
e riprendo a zampillare

lunedì 4 maggio 2009

DAHIATSU

Dahiatsu Mitsubishi non era un'automobile.
Mitsubishi era il cognome del padre, Dahiatsu il nome che lo stesso genitore, cuoco d'albergo in pensione, e abile solutore della settimana enigmistica, gli aveva regalato in cambio di un esistenza infelice a Riccione, quindicimila chilometri da Osaka.
Già da picolo Dahiatsu creò non pochi grattacapi al padre, una delle persone più tranquille e misurate della riviera. Ma non è di lui che vogliamo parlare, né della sua maniera di preparare il sushi per il proprietario del Miramare e spaghetti alle vongole per duecentotrenta persone.
Non vogliamo parlare nemmeno del proprietario del Miramare.
Non vogliamo parlare di Dahiatsu.
Non vorremmo proprio parlare.
Non stiamo parlando, casomai siete voi che parlate sottovoce mentre state leggendo.
Buon giorno!
Dahiatsu aveva un amico.
Ad Ivrea.
Si chiamava Antonio.
Non è vero. Dahiatsu non può avere amici a Ivrea, non tanto per la cittadina di cui apprezzo centro storico, il carnevale e talune boutiques di formaggi, né tantomeno per i suoi abitanti con cui mi scuso per essere stati citati nella storia di Dahiatsu.
Semplicemente, Dahiatsu non può avere amici.
Il padre l'ha imprigionato, nel 1997, tra il ventidue e il ventitre verticale delle parole crociate a schema libero e, per un bambino di undici anni, è difficile evadere dallo spazio esiguo tra "un'imposta come la Zanicchi" e "pronome di persona".
Il ragazzo, da quel giorno, ha sviluppato cattiveria, cinismo, arti marziali e un'imprevista passione per le detrazioni fiscali.
Incasellato e non ancora liberato, è cresciuto in lui il desiderio di vendetta nei confronti del padre e del genere umano.
2011: Dahiatsu a tutt'oggi lavora come redattore della rubrica "Risate a denti stretti".

DA COMO AL KENYA (Per "Magazine")

Si dice che gli opposti si attraggano. A me questa cosa è stata subito chiara, la prima volta che da ragazzino ho visto l’Africa. La contrapposizione tra il grigio d’asfalto e cemento della metropoli e il blu verde predominante della triade cielo-mare-natura mi conquistarono all’istante. Cosa c’è di più seducente per un ragazzino che il sogno azzurro dell’estate tutto l’anno, dell’Africa in giardino tra gli oleandri e i baobab? Quel sogno esiste, mi dicevo, non è solo una canzone.
In Kenya, all’equatore, più avanti con gli anni, ho trovato il “lato B” di Como. Gli spazi infiniti contro i limiti del lago, l’orizzonte tra oceano indiano e savana contro le montagne che te lo negano. Avventura (e rischio) si contrappongono al naturale senso di protezione che ti offre il paesaggio lariano, richiami ancestrali contro civiltà occidentale, vivere alla giornata contro le sicurezze a lunga gittata.
Anche la nostra vita è un passare spesso da un opposto all’altro, in attesa di giungere all’equilibrio di una maturità spontanea, che a mio avviso non deve essere mai coatta o imposta da elementi esterni. Per questo ho vissuto sette anni in Africa, sono tornato a Como nel 1998 e ho appagato la mia fame artistica scrivendo libri, articoli, incidendo dischi e salendo su centinaia di palchi, per poi decidere serenamente, quattro anni fa, di rituffarmi nella magia del mio Kenya. Ora penso di avere trovato l’equilibrio: vivo in un Paese di cui amo il clima, il cibo, la Natura, dove quando chiudo l’ufficio in pausa pranzo vado a buttarmi in acqua, dove non esistono lo stress, il traffico e altre deviazioni della società, dove sono convinto di poter crescere al meglio mia figlia Agata Zena, nata a gennaio di quest’anno. Ma allo stesso tempo faccio il mio lavoro di giornalista con il portale malindikenya.net, continuo a scrivere libri e canzoni e soprattutto a preparare ogni anno il mio ritorno in Italia per farmi attrarre ancora una volta (ma a piccole dosi) dagli opposti.

(Per "Magazine" de La Provincia. Maggio 2009

giovedì 23 aprile 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: HUEY LEWIS "PLAN B"


Otto lunghi anni di silenzio rock. Tanto è passato prima che il californiano Huey Lewis, decidesse di tornare alla musica, nel 2004. Con i suoi “News” negli anni Ottanta Lewis è stato molto più che una meteora. Iniziando a farsi conoscere nel suo Paese con una miscela di Surf rock e rhythm & blues, ha raggiunto il successo balzando in testa alle classifiche Usa nel 1983 con l’album “Sports” che conteneva almeno 4 singoli di successo: la balneare “If this is it”, la cover “Heart and soul” la travolgente “The heart of rock ‘n roll” e soprattutto “I want a new drug” la cui musica copiata di pari passo da Ray Parker junior finisce col nome di “Ghostbuster” nell’omonima colonna sonora aiutando non poco Lewis e soci (niente causa, Lewis sapeva tutto e autorizzò). E’ ancora una colonna sonora a intrecciare la carriera dei News. Due anni dopo il successo è mondiale: “The power of love” è il brano trascinante dello spielberghiano “Ritorno al futuro” e l’album “Fore” fa il botto: dieci milioni di copie. Il segreto è un rock’n roll massiccio ma non invadente, spruzzi funky (spesso HLTN si avvalgono della sezione fiati dei Tower of power) e accenni Fifties. Ma soprattutto la simpatia e la voce del leader gigione Huey Lewis, ex hippy ma con l’aria del bravo ragazzo e un timbro molto più nero che californiano. I ragazzi scrivono buonissima musica e l’ottimo “Small world” (tra i collaboratori anche il jazzista Stan Getz) ne è la conferma. Nonostante le hit “Perfect world” e la title-track, l’album non fa sfracelli e il cantante inizia a dedicarsi alla pittura e a comparsate in alcuni film minori di Hollywood. Nel 1991 “Hard at play” strizza l’occhio al rock un po’ più duro: album piacevole che però fallisce l’obbiettivo. Peggio ancora l’ultimo disco della serie, un tributo ai ‘60 zeppo di cover dal titolo “Four chords and several years ago”. Da allora soltanto antologie, di cui una con inediti. Dopo la dipartita del mitico bassista Mario Cipollina e il ruolo da coprotagonista di Lewis in “Duets” con Gwineth Paltrow sembrava proprio finita, invece ecco tornare i News proprio come ai vecchi tempi. “Plan B”, uscito per la Silvertone è un rock’n roll album più piacevole che nostalgico. Manca il colpo ad effetto di un brano trascinante come “The power of love” o “Walking on a thin line” ma il suono inconfondibile dei News (il chitarrista John Colla gran maestro di ritmica è una garanzia) e la voce di Lewis sono identici a vent’anni fa. Sezione fiati fissa e allargata alla maniera di “Roomful
of blues” o “Southide Johnny”, un po’ di buon R&B (“I never think about you” e qualche pezzo accattivante (“I ain’t perfect”). Con “Let her go and start over” Huey tenta anche la carta della canzonetta commerciale stile “Stuck with you” (ricordate il video in cui il gruppo si inabissava in mare strumenti alla mano?). Niente di nuovo ma, in mezzo alla miriade di rock band impersonali, riascoltare il vecchio Lewis è una boccata di buonumore rock.

Alfredo del Curatolo

mercoledì 22 aprile 2009

LETTERA DI UN AVVOCATO A EVA

Occasioni per amarti n'ebbi, non compero rose tutti i giorni e non mi giustifico dalla mattina alle ventidue e trenta della sera dopo ad ombreggiar la tua pericolosissima dignità. Io sono un relitto d'uomo che applica severamente la regola del fuori gioco in amore varcando i confini del buon senso del cattivo gusto del bravo attore e del brutto anatroccolo. Sono un escort-oriented man, un digital-orgasmic-chief dalle notti calde e tormentate. Sono l'illusione che il futuro abbia il suo ticket gratuito. Covo l'effimera speranza che tu possa essere il mio dottore.
Tutto ha un prezzo invece. La nostra storia denuncia un passivo di alcune decine di milioni che ho speso immeritatamente. Chissà cosa ne pensi e cosa ne direbbe mio padre se fosse ancora vivo. Ho carpito i segreti dell'entusiasmo altrui e mi siedo contemplando il nostro passato che cede ripetutamente alle pressioni del destino infame. Ho vinto tutto al Casinò. Questo lo sai.
Ho vinto tutto e me ne vanto. Della mia vita non ho mai fatto mistero. Le mie fortune sono risapute: ho avuto te e adesso non ho un becco di un quattrino e sono la creatura più vessata su questa terra. Però ti amo.
Possibile che entrando nel tuo paradiso orofaringeo io abbia preso anche la virilità?
Come mi hai ridotto donna ancestralmente bastarda! Sono lo zerbino di me stesso ( ammesso che qualcuno riesca a riconoscere in ciò che calpesta le proprie fattezze ).
Avevo due anni e mezzo. Si andava in Jugoslavia. Ricordi in filigrana: mio padre mi prende in braccio e mi sculaccia. Ho contratto una forma virale di dissenteria dovuta al caldo o all'acqua non potabile che ho bevuto a una fontana poco raccomandabile. Più alcune porzioni di cevapcici che non avrebbe dovuto mettermi in mano nessuno.
Tu venisti molto più tardi eppure i cevapcici li mangiammo assieme e mi fecero lo stesso effetto. Ricordo quella sera come fosse domenica scorsa: ho passato in bagno la serata. Per allietarmi avevo portato pure il televisore mentre tu ti divertivi con un vibratore trasparente che s'illumina al buio. Eva torna con me.
E' vera quella storiella che si racconta? Facevi l'elettrauto in Armenia prima di trasferirti qui a Fidenza. Sono finite le batterie del nostro amore. Adesso il mondo della bassa moda e della bassissima cultura ti reclama. I produttori di orgasmi simulati riscuotono il loro alto pizzo.
Fai audience. Sei felice?
Ti hanno detto che non c'è in Italia una donna che pubblicizza le calze di nylon come te. Il tuo accento è sensuale e la tua tecnica di seduzione ha aumentato le vendite del cinquantanove per cento.
Eva Gurudjeff.
Ventisette anni.
Troia.
In definitiva.
Il tuo passato i genitori umili e lontani l'amicizia con l’ex centrocampista del Parma Boghossian. Le intrusioni nei camerini del presentatore del sabato sera e relative fellatio. Tutto nella mia testa. Come mi hai sfruttato da quella sera che ci siano incrociati davanti al tavolo dello chemin de fer. Hai detto "scusi ha da accendere?" ho risposto "il sigaro o la nottata?".
Non mi hai capito fin dalla prima battuta.

lunedì 20 aprile 2009

PER COLPA DI UN MASAI (Tulsa time)

Ero sola sulla spiaggia, appena fuori dal villaggio, non l’avessi fatto mai
Ho intravisto una figura mezza rossa mezza scura e ho passato i miei guai
Questi indomiti guerrieri non s’incontrano ai safari a Malindi che ci fai?
Ho pensato è un viaggiatore posso fare qualche affare e ho passato i miei guai
Ho passato i miei guai per colpa di un masai
Si è seduto con un cesto e mi ha parlato in romanesco
sto fijo di un masai

Poi mi ha offerto radioline, braccialetti e polverine, tutta roba masai
Gli ho dato una delusione rifiutando il suo bastone e ho passato i miei guai

Ho passato i miei guai per colpa di un masai
Si è seduto con un cesto e mi ha parlato in romanesco
anvedi che masai

SOLO

Ho passato i miei guai per colpa di un masai
Ho speso 100mila lire per un bracciale con perline
con scritto made in Kuwait
Ho passato i miei guai per colpa di un masai
E in Italia ai marocchini non compravo gli accendini
ma mi ha fregato un masai
Ho passato in miei guai (ad libitum)

sabato 18 aprile 2009

SONO VENUTO A MALINDI PERCHE'

SONO VENUTO A MALINDI PERCHE’

1. Ho girato il mondo ma l’Africa è la madre di tutti noi, perciò ho deciso di fermarmi qui.

2. Ho rigirato mia madre e ne è uscito un bel gruzzolo, perciò ho deciso di venire qui.

3. Ho girato il mondo ma il rapporto qualità-prezzo delle donne che c’è qui non l’ho trovato mai da nessuna parte.

4. Ho girato di schiena una ragazza locale e non riesco più a farne a meno.

5. Sono fuggito dallo stress e voglio rifarmi una vita

6. Sono fuggito dalla comunità e voglio farmi per una vita

7. Sono fuggito dalla moglie (e rinasco)

8. Sono fuggito dalla moglie (e ci ricasco)

9. Sono fuggito dal fisco

10. Sono fuggito col fischio!

11. Non sono fuggito, ci tengo a dirlo, la mia è stata una scelta ponderata, infatti sono qui con tutta la famiglia.

12. Non sono fuggita, ci tengo a dirlo, sono stata costretta a seguire mio marito che fuggiva con tutta la famiglia.

13. Ho scelto Malindi per il caldo, la natura, il pesce e la semplicità della gente.

14. Ho scelto Malindi nonostante l’afa, gli insetti, gli animali e l’ignoranza della gente.


15. Sono qui perché il Continente Nero è il futuro dell’umanità!

16. Sono qui perché l’umanità non ha più futuro e quindi, nero per nero…

17. Mi sono trasferito a Malindi perché l’Italia è un posto stupido in cui un cameriere non può fare l’architetto, un camionista il medico, un elettrauto il dentista e un prete il donnaiolo (almeno non in pubblico).

18. Sono qui in missione per conto di Dio.

19. Sono qui in missione per conto di mio zio.

20. Son qui per caso, mi fermo poche settimane (certo…)

21. Son qui per trattare l’acquisto di un’attività per conto di un amico.

22. Rimango qui perché ho appena telefonato all’amico
convincendolo a rinunciare all’affare.

23. Mi sono trasferito a Malindi perché qui un anziano, con la sua pensione, vive da re.

24. Mi son trasferito a Malindi perché al Casino sono tutti monarchi.
25. Sono cinque anni che vivo a Malindi e sto pensando seriamente di trasferirmi qui.

26. Anche se sono arrivato ieri, in realtà vivo a Malindi da trent’anni e so tutto di questo posto. Se volete vi do un po’ di dritte.

27. Non sono io che vivo a Malindi, ma Malindi che vive dentro di me.

28. Vivo a Malindi perché mi rende mistico.

29. Vivo a Malindi perché marunghi mastico.

30. Ho trasferito i pochi risparmi a Malindi e apro un conto in banca e un ristorante.

31. Ho trasferito sul mio conto in banca i pochi risparmi che ha portato a Malindi uno che voleva aprire un ristorante.

32. Vivo a Malindi perché in Italia per comprare un’aragosta bisogna firmare una cambiale.

33. Vivo a Malindi per colpa di tutte le aragoste che mi sono mangiato in Italia.

34. Sono qui perché mancava una pizzeria

35. Sono qui perché mancava una gelateria

36. Sono qui perché mancava una birreria

37. Sono qui perché mancava una tintoria

38. Siamo qui perché mancavano clienti per la pizzeria,la gelateria e la trattoria. La tintoria ha già chiuso.

39. Sono venuto a Malindi perché costruire una casa costa 10, io la rivendo a 100 e con quei soldi ne costruisco altre 9 e ne guadagno altri 810, con quei soldi ne costruisco altre 81 e guadagno 7290 e con quei soldi mi dimentico perché ero venuto a Malindi.

40. Mi fermo a Malindi perché, nonostante la gente di cui sopra, si vive bene.