sabato 12 settembre 2009

POESIA: PARABOLA

E' difficile
tornare da un luogo
dove non si è mai stati
richiede troppa fantasia.
Forse per questo
sono tornato
da te.

domenica 6 settembre 2009

MALINDI, THE LAND OF OCCASIONS

Sarà che noi italiani siamo un’altra razza.
Campanilisti, figli di comunesimo e Granducati, fieri dei dialetti e dell’identità che fa sentire un varesotto più vicino alla Cornovaglia che alle Marche, senso della Patria assente ma liti da cortile per la supremazia sui cassonetti della raccolta differenziata e ronde di quartiere ogniddove.
Saremo noi ad essere strani, e a trasformare anche altri popoli, modificando i loro usi e costumi, le abitudini sociali e quelle lavorative, ma non come gli americani, con consapevole e bonaria invadenza. Noi lo facciamo per riflesso condizionato, in maniera assolutamente involontaria.
Io non ho mai visto un poliziotto di Brescia fare carte false per essere trasferito a Porto Cervo, un finanziere umbro pagare di tasca sua tre mesi di stipendio per poter esercitare a Cortina d’Ampezzo e un giudice andare a tentare la carriera a Portofino.
Anzi, da noi succede quasi l’esatto contrario. Un posto grigio e asettico come Cologno Monzese può diventare il trampolino di lancio per un avvocato, che spiccherà il volo addirittura verso la carriera politica e, chissà, magari un giorno diventerà ministro! E così invece gli agenti prediligono paesini tranquilli del Centro Italia o della bassa padana, dove i delitti avvengono solo all’interno del focolare domestico e gli extracomunitari cattivi te li portano le ronde volontarie prima ancora che commettano il reato.
In Kenya no. Niente di tutto questo, grazie a noi figli della Lupa e anche un po’ di Annibale.
Il desiderio confessabile, il punto d’arrivo, l’anelito di ogni carica statale, toga o azzeccagarbugli keniota è trovare lavoro a Malindi. Ah, che bel posto Malindi. La sognano i cadetti di Kapsabet, i laureandi di Kisumu, i fanfaroni di Machakos. La studiano i magistrati che a Nairobi sono stati esclusi dal grande giro, i politici che escono dal giro, i manager che si guardano in giro, i vagabondi stufi di andare in giro, i boda-boda che vorrebbero partecipare al giro. Ci fanno un pensierino gli indiani a cui hanno chiuso i ponti e i pontili a Mombasa, i venditori di monili di Kinshasa, gli ex monaci di Lhasa e i casalinghi mandinghi senza casa perché al suolo gliel’hanno rasa.
Malindi, poi, con tutti quei vacanzieri italiani con i neuroni arrostiti al sole, è la bengodi per qualsiasi categoria, la rivalsa che ci si attendeva ancestralmente.
Certi agenti della polizia turistica, con le mani come mulinelli e le divise come esche in un lago artificiale pieno di trote (e relativi figli), non sanno più da che parte guardare e dove andare a pescare: fumatori tabagisti per cui l’Africa non ha locali pubblici, fumatori vegetariani per cui in Africa l’erba è pubblica, automobilisti a noleggio senza cintura di sicurezza che non spiccicano una parola d’inglese (e per fortuna che i locali non sanno valutare il buon uso della grammatica italiana…), lucrezie ingioiellate che portano a spasso il barboncino sulla spiaggia di Silversand, ometti falsomagri, falsogiovani, falsorolex e veroviagra che oltre alle bellezze locali amano farsi notare in pubblico in atteggiamenti affettuosi con la loro dama, impiegati con camicia hawayana e berrettino da baseball che pagano un cocco fresco 10 euro e poi bisticciano con un beach boy che gli chiede 200 scellini per un portachiavi col suo nome scolpito nell’ebano…Il paradiso del quiproquo, l’estasi del coltinflagrante, l’abbecedario della veniale infrazione. Che bel luogo di vacanza, anche per un poliziotto!
Per non parlare degli avvocati! Mai visto all’Equatore un terreno così fertile per cause e conflitti civili. Italians versus Italians, Italian versus Africans, Italians versus Indians or Arabs, Italian che si ubriacano di Versus, versus tutti gli altri. Ci sono anche casi di avvocati che arrivano a Malindi e costituiscono strane partnership. Lo studio legale Omanji-Obevi (noti legulei della tribù Luo arrivati dal Lago Vittoria) si è sciolto per dare vita a due uffici distinti: Lo studio Omanji e l’avvocato Obevi. Così quando uno dei due prende sotto la sua ala protettrice un italiano in causa con un connazionale, come per incanto l’altro italiano finisce tra le grinfie del socio. Stranamente in questo caso i procedimenti durano anni e anni, con esborsi notevoli ma senza mai una fine. A volte, stremati, i due contendenti si ritrovano dopo un decennio e decidono di rinunciare alle antiche liti e di mettersi d’accordo, scoprendo anche moltissimi interessi comuni e in rari casi anche un’omosessualità latente che li porta a fidanzarsi. Sul terreno conteso e gestito da Omanji Obevi, sorgerà la capanna dei due cuori spennati. A Homa Bay, sul Lago Vittoria, sorgerà una palazzina a sei piani con supermercato, bar e ristorante a pian terreno, di proprietà del duo legale malindino…
Vogliamo dire dei dirigenti della società elettrica e dell’acqua? Chi viene a Malindi è tutta gente colta, dei veri intellettuali, studiosi indefessi: sì, perché sono talmente appassionati di letture che pur di leggere e leggere qualsiasi cosa, arrivano a leggerti il contatore anche tutti i giorni, modificandone il senso e aumentando il prezzo. Alla fine questi raffinati lettori si trasformeranno in protagonisti di un romanzo! Anche loro finiranno infatti su un libro: il tuo libro paga!
E che pensare dei giudici che hanno sotto le mani veri rompicapo intricatissimi, più di un teleromanzo della KBC. Come il famoso caso del mzungu che ha riconosciuto come suoi i due figli dalla donna, ex commessa di Meru (ma quanti negozi ci sono a Meru…quasi come le università di Nairobi…) che sta con lui da cinque anni, che poi trova a letto con uno di Pinerolo e allora le fa il DNA e scopre che i bambini sono uno mezzo tedesco e l’altro tutto di Watamu. Però adesso vuole tenersi i bimbi perché si è affezionato e quindi sottrarli alla madre che da parte sua chiede una buonuscita milionaria e nel frattempo ha venduto la casa che il mzungu le ha intestato a quello di Pinerolo, che comunque ha ritenuto giusto rintestarla a lei…
Che teste…e che gran mal di testa per il giudice…a Malindi buoni affari anche per la ditta produttrice del Panadol. Alcuni magistrati dopo un po’ si mettono in malattia: è tragico quando non riesci più a capire a chi conviene chiedere soldi. C’è da impazzire!
E i commercialisti che aprono società che poi per chiudere non basta nemmeno la morte di entrambi i director? E gli intermediari…questa sì che è una splendida realtà malindina. Recentemente e segretamente c’è stato il primo congresso a Majengo degli intermediari degli italiani. Una varia umanità che nemmeno a Eurodisney o nel Parlamento italiano. Dallo yemenita unto di samosa al pescatore di Mambrui, ex galeotti neo testimoni di Geova e malaya convertite dal parrucchiere, tassisti senz’arte né parte, questuanti senz’arti, dee-jay senza party. Vieni a Malindi e sai a chi affidarti. Trionfo dell’anarchia, esaltazione della libertà, nuovo “kenian dream”.
Ecco cos’è Malindi, un luogo splendido in cui si vive di occasioni.
E le occasioni, si sa, per metà fanno gli uomini quel che sono, e per l’altra metà quello che non sapevano di essere.

giovedì 3 settembre 2009

PARODIA: BEACH BOY

(parodia malindina di 4 marzo 1943 di Lucio Dalla)

Dice ch’era un bel moro e veniva, veniva da Lamu
Si chiamava Mohamed ma per tutti era Massimiliano
Incontrò una turista italiana sulla spiaggia a Watamu
Dopo un quarto d’ora eran già mano nella mano

Aveva un bel sorriso, Mohamed Massimiliano
E parlava indifferentemente calabrese o friulano
Con un’arma impropria tra le gambe e un vestito firmato
Dopo solo due ore avevan già consumato

Compiva cinquant’anni la signora italiana
E volle festeggiare con un matrimonio giriama
Lui che ne aveva venti andò con lei in Italia
Dopo un anno a un bel bambino faceva da balia

Com’era fredda e senza sole quella terra straniera
E di non lavorare troppo lui cercava la maniera
La moglie era ancora più brutta per due lifting sbagliati
Dopo solo un’anno e mezzo si eran già separati

E ancora adesso che beve mnazi al porto di Lamu
Si ricorda come stava male con quella vecchia a Milano
Ma ancora adesso quando, quando torna a Watamu
Cerca un’altra turista a cui dare la mano
Ma ancora adesso quando, quando torna a Watamu
Cerca un’altra turista a cui metterlo in mano

venerdì 21 agosto 2009

AFRICA (come la vedono i cantautori italiani)

Io sono l'africa
perché anche l'Africa me l'hai insegnata tu
Alle falde del Kilimanjaro
tra i gelsomini dell’Africa buia
Viaggerai verso l'Africa
Africa stanca di mille promesse
Chiudi gli occhi e vai in Africa

Io sarò l'africa
e' forte l'Africa non fosse per il caldo
Spunta un vento d'Africa
Mustafà viene di Africa e qui soffia il vento d’Africa
L'ho raccontato al vento che ti porto in Africa
Africa terra di troppe risorse
Chiudi la porta e vai in Africa

Ti chiami Africa
fino alle sponde dell'Africa
nel continente nero
non siamo mica in Africa
Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca
Forse in Africa che importa
Africa gli altri ti sparano addosso
Gira i tacchi e vai in Africa

Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare
Sempre nel cuore dell'Africa
ed era come un mal d'Africa
Così mi uccidi l’Africa
Africa la grande gabbia di libertà
Butta la chiave e vai in Africa

Per te ci vuole l’Africa di tam tam e zulù
dal nord al sud, dal Kenya al Kentucky
Vip in un limbo a Malindi
Rotary Club of Malindi
non era Africa, chissa’ la vecchia via del varieta’...
Africa si muore uniti in un fosso
Ma com'è bello il mare d'Africa stasera…Celestino


Scoprite voi gli autori di questi versi!!!

giovedì 20 agosto 2009

A MALINDI MANCA

Un motel a cinque stelle
Un maneggio con le stalle
Un negozio di abbigliamento in pelle (contrabbando, per le signore leopardate…s’intende)
Una fabbrica di caramelle (da vendere ai turisti che poi le regalano ai bambini così gli cariano tutti i pochi denti sani che hanno, tanto poi arrivano i dentisti volontari italiani che li curano)
Una fabbrica di dentiere
Un ristorante malese
Un ristorante tailandese
Un ristorante maltese (corto)
Un ristorante esquimese (no so… i prodotti surgelati non vanno tanto a malindi…)
Un ristorante aperto una volta al mese
Un ristorante che stia nelle spese
Una pescheria di lusso
Una rosticceria anche del casso
Un negozio di specialità gastronomiche friulane
Un negozio di computer
Un computer per ogni negozio
Una gioielleria come a Via Condotti
Un condotto che porti alla gioielleria (per svaligiarla)
Un mercatino equo-solidale
Ma anche un mercatino iniquo-bastardo
Un sarto antico
Un autolavaggio elettronico
Un autolavaggio di coscienza
Un carrozziere di Cosenza
Una gelateria yogurteria biologica
Un esperto di analisi logica
Una torrefazione
Un produttore di torrone
Una lavanderia a gettoni
Una lavasoldi automatica
Un ippodromo
Un elefodromo
Un giraffodromo
Un bocciodromo
Un salsodromo
Un rincoglionitodromo
Un minigolf
Un maxipareo
Un maxischermo
Un drive-in con le cameriere sui pattini
Un buon reparto di rianimazione per cameriere volate dai pattini
Un’enoteca
Un’emeroteca
Una cineteca
Un’unità cinofila
Un bioparco
Un biopresto (però abbiamo l’Omo…)
Una stazione della metropolitana
La metropolitana anche senza stazioni
Un chiosco dei giornali
Il blockbuster
Benetton
Stefanel
Conbipel
Sua sorel
Una sveglia in orario
Un orario


(La lista potrebbe continuare all’infinito, ma la verità è che malindi mancano ancora tante, troppe cose indispensabili a rendere tutto questo superfluo...)

mercoledì 19 agosto 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: STEELY DAN "EVERYTHING MUST GO"


Non c’è regola che assicuri che facendo le cose con ponderatezza, lentamente, pensandoci e ripensandoci, limando e correggendo in corsa, controllando i minimi particolari, il prodotto finale sia migliore. E facile accorgersene quando si cucina uno spaghetto aglio, olio e peperoncino in venti secondi e ce lo si ricorda per tutta una vita, ma anche una torta estemporanea fatta, libro alla mano, per dimenticare un grande amore e venuta meglio di quelle della nonna.
Devono avere pensato a questo e mangiato la torta anche Donald Fagen e Walter Becker, al secolo Steely Dan. Il più raffinato, jazzato, complicato, innovativo gruppo pop-rock americano di sempre, si ripresenta a tre soli anni di distanza dal precedente album “Two against nature” e a trentuno dalla loro nascita artistica, con il pregevole “Everything must go”. Il fatto sorprendente è che prima di “Two against nature” erano passati vent’anni di silenzio, intervallati da due spettacolari dischi di Fagen (il culto “The Nightfly” e il più recente “Kamakiriad”) e uno tosto di Becker (“11 tracks of whack”, con interventi dello stesso amico tastierista). Il parto difficile del precedente album aveva fatto pensare a un sublime canto del cigno, a una reunion tra vecchi compagni o al massimo un episodio che si sarebbe potuto ripetere non prima di altri dieci anni. Invece subito dopo la tournée 2001 la coppia si è messa al lavoro e ha scritto altre canzoni, recuperando questa volta lo spirito di album scorrevoli come “Can’t buy a thrill”, i suoni che negli anni Settanta facevano gridare al miracolo (ascoltate oggi Aja e chiedevi se può essere un disco di venticinque anni fa) e che oggi vanno ancora per la maggiore, a giudicare dal successo dei vari Ben Harper e Lenny Kravitz. Senza stare a pensarci troppo sopra, hanno confezionato nove brani che sono soprattutto melodie, strofe e ritornelli, blues e funky, prima ancora che prodotti dai suoni ineccepibili e partiture esemplari. Nove pezzi facili alla loro maniera, perché la divertente “Blues beach”, che per loro è una canzonetta scritta alle Hawai, sarebbe già un punto d’arrivo per decine di buone band americane che scimmiottano i Toto o gli Eagles. Le atmosfere patinate di Aja tornano in maniera più leggera in “Slang of ages”, in cui c’è un’agilità di fondo che permette ai cori stile “Gaucho” e al sax che ricorda i tempi di “Doctor Wu” di appoggiarsi senza appesantire. C’è profumo di jazz e di continuità in Pixeleen che conferma l’esistenza di un marchio di fabbrica Steely Dan, dato non solo dai saliscendi della voce di Donald Fagen, assimilabile per equilibrismo soltanto a quella di Joe Jackson. E Pixeleen in qualcosa ricorda un brano del lungagnone inglese, altro geniaccio in grado di passare dal jazz al punk, al rocksteady alla musica classica contemporanea. Fagen e Becker invece rimangono nel loro seminato, un campo delle meraviglie in cui niente viene lasciato al caso ma dove ogni cosa ha imparato a farsi da sé, a partire dal team di musicisti scelti, sempre gli stessi conm ottime individualità, ma nessun fenomeno come in passato (da Lenny Carlton a Peter Erskine). Lunch with Gina è anche volutamente sporchina e Hugh McCracken si ricorda che sta suonando con quelli di “The Royal scam”. Si chiude con il brano che titola il tutto e che ne è un po’ la legenda, spruzzata jazz. Insomma, gli ex ragazzi che amavano Borroughs e John Coltrane sono vivi più che mai e sanno fare anche le cose “di fretta”, perché la classe non è acqua, ma nemmeno per forza brandy invecchiato nelle botti di rovere. Se, dicono loro, “tutto quanto deve passare”, questo disco resta e si aggiunge ai capolavori di una carriera che non accenna a fermarsi ne ad avere cadute di stile. Ecco un altro album da assaporare, assimilare e non dimenticare.

lunedì 27 luglio 2009

SETTANTA SOTTANTI (dedicata a Eugenio, il babbo)



Settantanni all’insegna del “che me ne fotte”
Settantanni di avventure crude e pure cotte
Settantanni di palle e automobili rotte
Settantanni pieni di mignotte

Settantanni e arrivarci sulle proprie gambe
Con la terza sempre pronta sotto le mutande
Settantanni di sogni e idee anche strambe
Settantanni a pensar cosa farai da grande

Settantanni e volerli vivere di fretta
Aspirando il fumo di un’altra sigaretta
Basta che il cervello di mulinar non smetta
Che c’è già la voce che balbetta

Settantanni a godere e dilapidar fortune
A contar le stelle promettendosi le lune
Chiedendo solo e sempre a chi tira la fune
Dall’ignoranza e dalla stupidità di rimanere immune

Settantanni a depistare e raggirare dio
Ebreo, cristiano islamico ma sempre e solo “io”
Per dire a tutti, col ghigno di un sarcasmo mai restio
Andate a prendervelo…là dove ho sempre messo il mio!

giovedì 16 luglio 2009

POESIA: AFRICA

Io sono l'africa
perché anche l'Africa me l'hai insegnata tu
Alle falde del Kilimanjaro
tra i gelsomini dell’Africa buia
Viaggerai verso l'Africa
Africa stanca di mille promesse
Chiudi gli occhi e vai in Africa

Io sarò l'africa
e' forte l'Africa non fosse per il caldo
Spunta un vento d'Africa
Mustafà viene di Africa e qui soffia il vento d’Africa
L'ho raccontato al vento che ti porto in Africa
Africa terra di troppe risorse
Chiudi la porta e vai in Africa

Ti chiami Africa
fino alle sponde dell'Africa
nel continente nero
non siamo mica in Africa
Dove sono i tuoi occhi e la tua bocca? Forse in Africa che importa
Africa gli altri ti sparano addosso
Gira i tacchi e vai in Africa

Cerco un po’ d’Africa in giardino tra l’oleandro e il baobab
Qualche volta sono gli alberi d'Africa a chiamare
Sempre nel cuore dell'Africa
ed era come un mal d'Africa
Così mi uccidi l’Africa
Africa la grande gabbia di libertà
Butta la chiave e vai in Africa

Per te ci vuole l’Africa di tam tam e zulù
dal nord al sud, dal Kenya al Kentucky
Vip in un limbo a Malindi
Rotary Club of Malindi
non era Africa, chissa’ la vecchia via del varieta’...
Africa si muore uniti in un fosso
Ma com'è bello il mare d'Africa stasera…Celestino

(si ringraziano cantautori italiani a iosa)

mercoledì 15 luglio 2009

GLI ALBUM DEL DECENNIO: INDIA.ARIE "ACOUSTIC SOUL"


Si chiama India Arie la nuova creatura dell’etichetta americana soul e R&B Motown. Sull’onda del successo mondiale della raffinata e fin troppo autocompiaciuta Erykah Badu, e delle meteore Macy Gray e Angie Stone, la venticinquenne compositrice statunitense lancia il suo manifesto, che è il titolo della sua opera prima: “Acoustic soul”, dove per acustico si intende il suono della chitarra, con la quale India si accompagna preferibilmente in tempi dispari, coperto però abilmente dalla produzione artistica con l’inconfondibile suono Motown. Ma India cammina sull’orlo del commerciale, evitando cadute nello “strasentito” grazie a una vena compositiva più cantautorale rispetto alle colleghe già citate che sono certamente più dotate vocalmente di lei ma meno curate, anche dal punto di vista dei testi. Così India finisce per somigliare più alla bassista Me Shell Ndegeocello, autrice anni fa di un album capolavoro (“Peace beyond passion”) e come lei compositrice attenta anche alle sfumature dei suoi brani. “Brown skin” sembra una suite uscita proprio dal carniere di Me Shell, la chitarra fa capolino in levare nell’accattivante singolo “Video” (che recita “non sono la solita ragazza che appare sul tuo video, il mio verbo non è il prezzo dei miei vestiti”) e in “Back to the middle” che odora di Lenny Kravitz. Nei tre siparietti musicali che inframmezzano il disco, India Arie, figlia di un ex campione di basket, svela quali sono i suoi riferimenti: i nomi altisonoanti di Marvin Gaye, John Coltrane, Miles Davis, Jimi Hendrix, Robert Johnson, Bessie Smith e Ella Fitgerald si confondono con i meno celebrati Charlie Patton, Mary Chapin Carpenter e Lucinda Williams, di cui India è fan scatenata. La giovane dunque dimostra di masticare la musica tutta e sa scrivere anche brani profondi come “Nature”, intimisti (“Ready for love”) o tipicamente pop-soul (“Always in my head”). Per la nuova Badu con la chitarra acustica a tracolla si è scomodata anche sua maestà Stevie Wonder che ha definito India Arie “il più interessante talento musicale che il rhythm and blues abbia espresso negli ultimi anni”. Per sdebitarsi di cotanta raccomandazione, la ragazza ha dedicato al maestro la bonus track “Wonderful”. Il resto del disco regala brani forse già frequentati sotto altre spoglie (“I see god in you”) e concessioni al baduismo (“Simple”) senza mai cadere nella tentazione hip-hop o nel virtuosismo vocale. Forse non c’era bisogno di India Arie, ma ascoltarla è piacevole perché c’è buona musica (i patterns R&B non sviliscono basso e chitarre, niente fiati ma un utilizzo minimale di tastiere e archi) e si sente l’aria di un riciclo intelligente.

martedì 14 luglio 2009

IL TURISMO SESSUALE E' UN'INVENZIONE DELLA SINISTRA!

Inizia una nuova stagione per il turismo italiano in Kenya, e già c’è chi punta il dito contro Malindi, “meta di turismo sessuale”. Già, ma le cose quest’anno sono cambiate! Perché da qualche mese qualsiasi uomo in vacanza sulle rive dell’Oceano Indiano, specialmente se un po’ in là con gli anni, si sente protetto, spalleggiato, se non addirittura fiero e orgoglioso di frequentare ragazze locali.
Da quando ha saputo che un settantaquattrenne che invita a casa sua una diciassettenne e ci passa insieme la serata è un virtuoso e giammai un pedofilo (e mi sembra anche giusto…la ragazzina a diciassette anni è ben capace di intendere e di volere), che le festicciole con orgia sono in realtà “disegni sovversivi della sinistra”, cammina leggero per Lamu Road ed entra nelle discoteche che s’illuminano di musica, cocktail e sorrisi con l’aria di chi porta alto l’onore del suo Paese.
Da quando ha scoperto che un vecchio che vuole sentirsi ancora un playboy, riempie di banconote una ragazza di vita per infilarsela di nascosto nel letto di uno dei palazzi più importanti d’Italia, gli pare fin troppo onesto far entrare con una mancetta al portiere di notte la sua conquista serale nel villaggio turistico che non accetta le sconosciute.
Poi ha sentito dire che nessuno deve poter introdursi nella vita privata di un essere umano, che non ne può rovinare a suo piacere la reputazione. Andassero a quel paese quei giornalisti che cercano lo scandalo a tutti i costi! Anche qui a Malindi, con quelle inchieste che ti vengono a spiegare che il sole splende e il mare è bagnato. Da che mondo e mondo ci piacciono le donne, meglio se giovani!
“Tanto più che io ho ancora più coraggio di quel vecchio così importante” pensa tra sé e sé il turista pensionato.
“Perché io mi sono innamorato e non ho paura a dirlo!”.
Già. E’ successo tutto la prima sera che era arrivato a Malindi.
Dopo cena, attirato dal ritmo ripetitivo della musica dance, come fosse un fachiro indiano col flauto, era entrato come un discoletto nel disco-pub con una gran voglia disco-pare…ehm…di curiosare.
Si era aggirato tra il bancone e la pista da ballo ammirando quelle bellezze d’ebano da urlo che ancheggiavano, aveva anche osato qualche passo di rumba e ordinato una caipirinha.
A un tratto una splendida regina d’Africa, dallo sguardo felino di pantera e dalle forme sinuose come quelle di una gazzella, si era alzata dal suo sgabello e gli si era fatta incontro.
“Tu, bel mzungu”
“Chi, io?” si era guardato intorno, per vedere se non ci fosse un giovane aitante e ben vestito proprio dietro di lui. Con un riflesso condizionato, però, si era aggiustato il colletto della camicia alla Tony Manero.
No, la pantera guardava proprio lui, con occhi magici di conquista.
“Vuoi ballare con me?”
Si sentì trasportato indietro alla festa delle medie, quando la più bella della classe gli aveva chiesto di invitarlo per un ballo della mattonella e solo il giorno dopo aveva saputo che era stato per una scommessa con le amiche. Vinta.
Ma quale scommessa poteva essere questa? Lo scherzo di un connazionale burlone?
La trappola di un giornalista di sinistra ficcanaso?
Chissà, non aveva voglia di chiederselo.
Ballò, si strusciò, l’abbracciò. Al diavolo i disegni sovversivi.
Sarà stato il caldo, il viaggio in aereo, le milleluci del disco-pub, la caipirinha.
Era visibilmente rincoglionito.
Ma lei se lo stava mangiando con lo sguardo!
Si innamorò all’istante e benedì quelle pastiglie di viagra che gli aveva dato l’amico farmacista del Paese: “Vai in Africa, Celestino…! Fai il leone, una volta nella vita!”.
Il leone… veramente ora il cuore gli batteva come quello di un pettirosso.
Fu una notte meravigliosa, per lui.
Lei invece, mentre lo abbracciava con dolcezza e si faceva accarezzare dall’alba nascente tra le lenzuola, trovò in lui quel confidente di cui evidentemente aveva tanto bisogno, quella figura paterna che avrebbe capito i suoi problemi. E che problemi! Una sorella minore che doveva assolutamente finire gli studi per poter aiutare la famiglia col suo stipendio da segretaria d’azienda, la mamma molto malata che avrebbe dovuto emigrare a Johannesburg per farsi operare e tornare a una vita normale, il fratello arruolato nell’esercito e morto durante gli scontri dell’anno prima, lasciando tre bambini da mantenere.
Lui pianse e si sentì molto vicino alle lacrime di quel vecchio importante durante i giorni del terremoto dell’Abruzzo.
L’avrebbe aiutata, glielo promise ieratico come stesse parlando al popolo italiano.
“Amare in fondo significa questo, essere capaci di provare sentimenti di ogni tipo, dal profondo altruismo al trasporto fisico”.
Lei si ritrasse, asciugò le lacrime con il lenzuolo e, al riparo dal suo sguardo, sorrise.
Poi si voltò morbidamente e gli salì di nuovo a cavalcioni, ripetendo mentalmente e meccanicamente quella splendida parola in italiano che la sua amica Janet le aveva insegnato: “Reversibilità”.
Quando il giorno li colse, prima di un sonno ristoratore e giusto che sarebbe durato fino all’ora di pranzo, lui ebbe un lampo.
Le lanciò un’occhiata nuova, da amante irreprensibile.
Per la prima volta appariva duro e irremovibile anche a se stesso.
“Ti chiedo soltanto una cosa” disse, e la sua voce era ferma e non dava adito a ripensamenti.
“Ti prego, non chiamarmi mai, dico mai, PAPI”.