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lunedì 10 maggio 2010

FREDDIE BECCIONI: 8 - PORTE CHIUSE PER SEMPRE


Mi ero rotto le palle di queste domeniche sempre uguali, dei rituali ripetuti stancamente ogni anno, quasi come i compleanni degli zii a cui devi per forza partecipare, come i matrimoni dei cugini di cui ti scoperesti la moglie e a cui devi presenziare senza possibilità di ubriacarti a dismisura, per poter dire qualcosa di sensato e simpatico quando viene il tuo turno e sperare poi che ti funzioni l’arnese quando riesci a portarti in bagno almeno la migliore amica della moglie.
Vedi invece che il destino ogni tanto è sincero?
Anche il fato, che non è montenegrino, capisce che deve essere al passo con i tempi, che si deve adeguare al cambiamento radicale della nostra società, all’evoluzione della specie.
Così ci ha regalato la più bella domenica genoana della stagione!
Una domenica senza tifosi, senza supporter avversari, senza la Gradinata Nord.
Sì! Una domenica senza mugugni, senza canti sommessi o sguaiati, senza invocazioni o imprecazioni. Un pomeriggio senza lodi sperticate a questo o a quel giocatore, senza chiacchiere da bar e mormorii da stadio, una domenica finalmente a misura di tifoso moderno. Niente traffico, niente code per il parcheggio, niente scooter a respirare la merda. E i panini con la salsiccia a 5 euro, la birra Peroni a 3 euro, la focaccina bisunta nella tasca del cappotto. Tutta quella gente, fianco a fianco con facce che per il resto della settimana speri di evitare, che cazzo ne sai di chi sono, di cosa pensano…saranno i primi a rubarti i risparmi, saranno l’assicuratore infido, il postino che non recapita, il sindacalista ficcanaso, l’impiegato delle poste insolente, il netturbino in perenne malattia. E tutti quei ragazzini rimbambiti che non comprano un disco nemmeno se è per rimboschire l’Amazzonia. Vaffanculo!
Bene, ieri non ci voleva molto a capire che si sarebbe trattato di una domenica vincente!
Volevate la solita ultima giornata in casa per ripetere quegli stanchi rituali di sempre?
Salutare i guerrieri di una stagione, facce che (tranne una su cento, forse) dimenticheremo volentieri come quelle dei compagni di scuola delle elementari? Tifosi antiquati e fuori contesto, speravate di salutare a modo vostro Palladino che se ne torna alla casa madre? Bocchetti che verrà scambiato con Blasi o Brighi? Amelia che tornerà a impastare ravioli con sua nonna? Volevate un finale strappalacrime con Sculli che sotto la Nord giurava “non andrò neanche al Real Madrid”?
No, non è per noi, per una compagine che si vuole rinnovare per rimanere un “classico”, che vuole restare al passo con i tempi, con il calcio immediato e mediatico, sempre più oftalmico e meno naftalinico. Non so voi, io ho goduto a vedere lo stadio vuoto e il Grifone che ha vinto. In casa, con la pioggerellina del cazzo fuori e io con tutte le mie belle comodità. E pensate a tutte le partite invernali che ci perderemo! Niente più ombrelli che poi vedi solo pezzetti di campo come fossi in una cella di galera, impermeabili, freddo pungente nelle ossa e nei piedi, sciarpe umide e alitate, odore di lana infeltrita e zuppa in bocca.
Una salvezza, altrochè! E’ stato più di un caso, sembrava un malinteso, il solito inghippo politico.
No! E’ stato un banco di prova, una scommessa col futuro, un’avvisaglia!
E’ stato puro futurismo, poesia!!!
Siamo o no la più antica squadra d’Italia? Siamo o no gli antesignani del giuoco del calcio nella nostra Penisola! Siamo sempre stati i primi, abbiamo inventato moduli, modelli di tifo, la parola “mister”. Adesso, nel Terzo Millennio, possiamo precorrere di nuovo i tempi, galoppare il futuro! Dai, facciamo qualcosa di veramente nuovo, qualcosa di davvero rivoluzionario!
Regalatemi un Genoa a porte chiuse tutto l’anno, che vince sempre 1-0 con Sculli capocannoniere!
I tifosi veri a casa davanti alla televisione, come me, con il bicchiere mezzo pieno in mano, e gli ultras a mangiare la pizza derby in corso De Stefanis, discorrendo con quell’aria malinconica che li rendi belli, maledetti e romantici, dei tempi che furono, iniettando di ricordi violacei e cisposi le loro pupille sempre più spente. C’è gente che ama mille cose e si perde per le strade del mondo, chi vuole vedere il Grifone dal vivo si abituerà a fidelizzarsi, che cazzo vuoi che sia una tesserina magnetica con cui peraltro puoi anche sminuzzare i cristalli di bianca colombiana? Avete paura di una Banca Popolare di Sondrio? Di una Fideuram? Per i vostri figli ormai i colori rossoblu sono quelli delle maglie sbagliate della playstation, per i figli degli altri c’è sempre la ciclistica da Champions League. Andateci voi allo stadio il mercoledì sera, io ho ben altro da fare!
Ma la tessera del tifoso non ci dovrà portare in un Tempio per rincoglioniti con i santini di Scoglio e Signorini, noooo!
Nossignore! Con quella tesserina entreremo nei cinema 3D! Vedremo Criscito venirci addosso nel campo per destinazione, il pallone sorvolare le nostre teste dopo una punizione di Fatic!
Altro che rollare cannoni in gradinata o bere i liquori di erba Luisa! Ma vaffanculo Luisa!
Io l’anno prossimo voglio lo stadio a porte chiuse e le trasferte vietate a chi non risiede nella città dove si gioca il match. Giusto! Sono residente a Milano e andrò a vedermi Milan-Genoa e Inter-Genoa! Allo stadio si perde solo tempo, se non canti ti rimproverano che non sei un vero tifoso, se urli qualcosa di sbagliato che sei un tifoso del cazzo. Se fai un coro ad personam ti dicono che adori falsi idoli, che dobbiamo solo fare il tifo per la nostra storia, per la nostra maglia, che gli uomini passano e la fede resta. Ma cos’è la fede? Se è qualcosa di cieco e totale come dicono, allora possiamo anche non vedere le partite! Basta che il Grifone vinca sempre, che sia davanti alle merde, che segni sempre Sculli e che qualcuno ci spieghi la partita, ci dica com’è andata, che siamo stati sfortunati e vessati dall’arbitro se abbiamo perso (in trasferta) o che abbiamo ampiamente meritato se abbiamo vinto (in casa).
Voglio le porte chiuse! Ma non solo quelle dello stadio, anche quelle dei cessi, dei negozi intorno alla struttura sportiva, delle case senza citofono, del Pontetto (altro luogo triste di nostalgici e perdigiorno).
Ci vuole una nuova poesia, una nuova retorica, un nuovo lifestyle!
Tutti fuori dagli stadi, i campi come arene con un pubblico virtuale! Grandi televisori al plasma nei centri commerciali, ologrammi dappertutto, ologrammi e cheeseburger.
Grey Goose, Grey Goose Stadium!
Chiudete le porte e non fermate il mondo, che tanto, da qui a poco, non si potrà più scendere.

lunedì 12 aprile 2010

IL CATENACCIO ALL'ITALIANA DI UNA SQUADRA STRANIERA (da grifoni.org)



A spiegarglielo a questa società che molto spesso il campionato del Genoa è un campionato falsato. Siamo l’unica squadra a dover giocare due volte all'anno, in campionato, contro un team straniero. Il Grifone non è avvezzo all’Europa, l’ha frequentata solo due volte in vent’anni e anche questa sera ha fatto difficoltà a capire che non valeva il rotondo risultato dell’andata.

Quel 3-0 che nell’ottica del doppio confronto ci metteva probabilmente al riparo dalla qualificazione, facendo una partita spigolosa di contenimento. E in quest’ottica siamo scesi in campo e abbiamo interpretato la gara fino all’unico gol subito, e regalato dal solito Scarpi, uno che in Europa ha già dimostrato la sua esperienza e il suo valore contro il più titolato Valencia. Un suo errore di valutazione, di posizione, di tempo e di grammatica ha dato la possibilità a Moretti di dimostrare che dopo sette mesi di saggia impostazione tattica di Gasperini non è più né un terzino di fascia né tantomeno un centrale difensivo.
Gli stranieri, modesta e arcigna squadra polacca che come un Treviso dei bei tempi cerca di dare il massimo nella prima mezzora per poi scomparire dietro la linea della palla, invece sapevano che il risultato dell’andata non contava, e sembra ne fosse al corrente anche l’arbitro Tagliavento.
I nostri, orchestrati dall’imberbe Milanetto, uno dei ragazzini buttati nella mischia dal mago Gaspar, specialista nel lanciare i giovani, che si trovava di fronte l’anziano Poli, hanno preso le redini dell’incontro e non le hanno più lasciate, convinti che comunque un pareggio sarebbe stato un risultato di prestigio. Così l’invenzione iniziale del 55, con Palladino e Palacio talmente larghi da far rimpiangere Giuliano Ferrara su La7, si è trasformata in qualcosa che, pur senza centravanti, ha prodotto scampoli di gioco (non bello, ma migliore di quello degli stranieri) mostrando che l’unico very original puntero che abbiamo si chiama Giandomenico che ora scolpisce di pettine e ora lavora di vanga. Il secondo tempo ha dimostrato a molti di noi che se la delegazione accettata nel campionato italiano per riscrivere in maniera bizzarra la storia del calcio dell’immediato dopoguerra, qualora dovesse andare in Champions League, testimonierà il ritorno a un calcio molto italiano, pratico e senza fronzoli, ma non chiamatelo catenaccio, per carità, perché la CISA, la CORBIN e la ORIV potrebbero farvi causa, e Ponte Milvio salterebbe in aria all’istante.
Certe squadre che hanno complessi d’inferiorità grossi come i coglioni di Papasthatopulos, ci marciano sopra tranquillamente per sessanta minuti, e altre ci hanno vinto anche campionati mondiali. Se poi gli regali venticinque minuti, un centravanti, un saltimbanco fuori forma all’ala sinistra e gente che si pesta i piedi come norvegesi in un salsodromo, ecco che viene fuori un bell’uno a zero con cui non si passa a un livello superiore, ma si attenua per una sera il dolore di cinquantaquattro anni da ospite.

sabato 10 aprile 2010

QUELLA STRANA, BELLISSIMA MALATTIA DEL MIO PAPA'


Il mio papà, che ancora chiamo "babà", perchè non riesco bene a battere le labbra quando tiro fuori il fiato e anche perchè spesso è dolce e sa di liquore, deve avere una malattia strana. Non è niente di grave: lo posso toccare, ci gioco insieme e andiamo al mare a fare il bagno almeno due volte alla settimana. Mangia e beve più del nostro cane e, anche se è grosso, si muove bene e mi prende in braccio. Però ogni tanto, specie la domenica, è molto nervoso, urla, sembra gioire ma poi si arrabbia, cambia umore molte volte in poco tempo e gli esiti dei suoi "attacchi" sono imprevedibili. Qui in Africa mi sembra di capire, nell'esperienza accumulata in pochi mesi, che sia molto difficile essere incavolati, stressati o depressi. Perchè abbiamo il sole tutto l'anno, possiamo stare quasi nudi dalla mattina alla sera e io, ad esempio, faccio il bagnetto nella mia piscina gonfiabile tutti i giorni, gioco in giardino con la tata e con i miei genitori, ho tanti bambini africani che mi vengono a trovare e mi trattano come una reginetta, tutti sorridono quando mi vedono. Insomma, mi sembra una bella vita! Invece ogni tanto il papà si rabbuia. Devo dirvi che questa malattia probabilmente si cura con i colori. La casa dove viviamo, infatti, è quasi tutta rossa e blu. Anch'io devo essere stata contagiata, o forse la malattia è ereditaria. Fin da piccolissima, vedendo quelle cose che si appendono che mi dice la mamma si chiamano "gagliardetti", sentivo istintivamente il bisogno di prenderli e staccarli dal muro. Uno in particolare stava sopra un grande specchio, e c'è ancora. Allora, da quando riesco a farmi capire, chiedo di salire in braccio al papà, quando lo vedo preoccupato, e di cantarmi una canzone che fa più o meno così: "Genoa Genoa Genoa, coi pantaloni rossi e la maglietta blu, il simbolo del Genoa è la nostra gioventù...". Mentre la canta, mi guardo allo specchio, batto le mani e vedo papà ridere. Poi, ogni settimana, per un'ora e mezza papà scompare, è seduto sul divano, di fronte alla televisione, ma è come assente. Dice la mamma che ci sono due volte all'anno che addirittura è assente per tutta la settimana e ho capito che questa è la settimana dell'anno in cui è più malato del solito. Allora ogni tanto gli chiedo di salire in braccio e di cantare per me. Poi vedo quel bellissimo rapace che un po' sembra un leone africano, disegnato sulle bandiere, sui cuscini che abbiamo e su un sacco di altre cose, lo vedo sulla schiena della mamma e mi viene da pensare che non sia proprio una malattia, ma un segno distintivo, qualcosa di speciale. E che se ci stai male, lo fai perchè viene dal cuore e lo stai dividendo con tante altre persone. E in quel momento ti senti meno solo, proprio come succede quando stringo forte il mio papà che mi prende in braccio.
FORZA GENOA, ora e sempre!
Agata Zena del Curatolo

giovedì 4 marzo 2010

L’INTER E IL GRATTACIELO: UN SOGNO LUNGO UN ANNO


Me l’avevano un po’ rovinata quella festa della donna 2009. Lui, il lungagnone di passaporto svedese con le sue cazzo di mosse di kung-fu, e l’arbitro Emidio Morganti da Ascoli. Già mi erano girate di non poter essere allo stadio, al presunto 2-0, pallone respinto mezzo dentro e mezzo fuori da Marchino, avevo avuto una crisi da sconforto, sprofondando sul mio divano, mezzo addormentato dentro e mezzo fuori.
Per fortuna al fischio finale c’era la notte brava e bella ad attendermi. Una telefonata inattesa.
Le ragazze mi aspettavano in un locale molto trendy ad Albaro. Avevano iniziato la festa senza noi maschietti, come si conviene quando nell’aria c’è odore di mimose e libertà convenzionale, ma ora ne volevano…eccome se ne volevano!
La sorpresa non fu però trovare Gaia, Agnese e Federica, nel privè, e nemmeno la spider di Raffaele e il Suv di Bosko nel parcheggio. Dentro, nel privè, seminascosti da un grosso lampadario bluastro, c’erano Branca e Fabrizio. che parlavano fitto fitto, affiancati soltanto da due flute di bollicine.
La solita mancia a Gianfranco, il mezzo maitre (lui solo mezzo fuori, di coca…), e non fu difficile scoprire il motivo di tanto chiacchierare. Il dinamico paraculo in smoking bianco aveva già origliato abbastanza.
“Stanno parlando della cessione di Thiago Motta e Milito”.
Era nell’aria. Soprattutto per El Principe. Certe dichiarazioni del Pres. erano suonate come una sentenza. Degnai Gaia di un casto bacetto sulla guancia e sferzai un’asciutta pacca sul sedere a Federica, e uscii a fumarmi una sigaretta.
Composi il numero di Diego.
Buffo, non ricordavo nemmeno di averlo.
“Ciao principe, sono Fred…sì, io Fred Lupente…ero qui con Branca e Fabrizio…cosa pensi di fare?”
“Io vorrei restare qui, amico…ma come si fa…”
“E la stella? Avevi promesso…”
“I sogni fanno vivere meglio, Fred. Ma prima o poi ci si sveglia sempre”
“Tu sei il nostro sogno…e puoi decidere se svegliarci o lasciarci in questo magico limbo ancora un po’…”
“Limbo? Lo so…lo so…ho capito…ma ho 29 anni, per un calciatore vuol dire l’ultima chance…”
“E’ solo una questione di soldi? O pensi anche alla nazionale, ai mondiali, al pallone d’oro…”
“I mondiali posso conquistarli anche nel Genoa”
“Quindi è solo una questione di soldi…ti fidi di me?”
“Tirerò per le lunghe…ma non oltre Pasqua…”
La mattina dopo mi svegliai alla buonora e iniziai le consultazioni. Aziende, fornitori, politici anche privati. Tralasciai De Girolamo e un certo Anemone…il mio fiuto mi diceva che non era cosa. La proposta, però, allettava. Chiaro, la carta di scambio era il raggiungimento della Champions.
Visibilità europea, scambi di favori, spostamenti di poltrone. Tutto a posto, al massimo avrei rilanciato candidandomi alle prossime regionali…
Nell’immediato, però, serviva anche Thiago Motta. Per quello, avrei dovuto parlare con il Pres.
E per parlare con il Pres, dovevo prenotare una cena al Muntaha, in sala privata.
E portare a Dubai un’amica comune.
L’amica comune fece il suo ottimo lavoro come da copione, e il Pres. accolse l’invito di buon grado. Al ventisettesimo piano del Burj Al Arab, di fronte a un panorama infinito di luci e mare, tra un parfait di pere allo zacapa con paté de fois gras e un astice imperiale, fu tutto più facile.
“Chiaramente è tutto vincolato alla qualificazione in Champions League”
“E se non ce la facessimo…gli arbitri… Della Valle…”
“Magari non sarà un affarone come quello con l’Inter, ma riuscirete a venderli lo stesso…e poi Mourinho li vuole a tutti i costi. Qua ci sono le garanzie per eventuali ammanchi…Ma mi raccomando, non dica loro e non faccia capire alla stampa che è tutto vincolato alla champions…altrimenti…”
“Mi ha preso per fesso?”
“Ci mancherebbe…un imprenditore che si è fatto da sé come lei…ogni tanto, se posso permettermi, solo un po’ chiacchierone”.
“Aspetti un paio di giorni e vedrà, il chiacchierone!”
Una sonora risata della nostra amica comune e una bottiglie di Chateau Lafite Rotschild Pauillac del 1996, chiusero la questione.
La scommessa era stata giocata, le fondamenta su cui costruire il sogno erano state posate.
Ora bisognava attendere giugno, per capire se sarebbe stato il più grosso buco “edilizio” della mia vita o se si poteva continuare a sognare. Il grattacielo della Stella…sì!
Due giorni dopo, con puntualità incoraggiante, arrivò la prima dichiarazione del Pres. a Radio Kiss Kiss, ripresa da tutti i quotidiani sportivi.
“Milito rimane anche se non si va in Champions!”
Voci di corridoio parlavano di un nuovo contratto di tre anni a 2 milioni e 800 mila euro all’anno, con premi a iosa. Tuttosport lasciava intendere in un trafiletto che l’affare champions avrebbe fruttato almeno 50 milioni di entrate per il Grifone, da parte di non precisati sponsor, con cui si sarebbero pagati gli aumenti per Diego e Thiago, più l’acquisto di un paio di altri giocatori per il grande salto.
Il giorno dopo un altro brodo di giuggiole, per i tifosi rossoblu, titolo a sei colonne sul Secolo XIX: Motta “Se resta Milito, rimango anch’io”.
I nove punti conquistati con Reggina, Udinese e Juventus facevano ben sperare. La Fiorentina era rimasta l’unica vera rivale. Il sofferto pareggio con una Lazio incredibilmente gagliarda, grazie a un rigore generoso all’ultimo minuto di gioco, ci fece tremare i vista del rush finale. Vittoria a Bologna con gol di Bosko al 5’ e raddoppio nel finale di Thiago, fantastico 3-1 nel derby, con tripletta del Principe e incredibile serie di vittorie finali. Fiorentina messa ko e sorpasso su Juve e Milan grazie proprio alla Fiorentina! 76 punti e secondo posto! Nemmeno il Pres. avrebbe sperato tanto.
Mai vista una festa così grande per il mio Grifone, mentre contavo i soldi vinti con le scommesse e quelli che sarebbero arrivati dagli sponsor. La città era paralizzata, le bandiere sventolavano ovunque, anche a notte fonda trovavi da via Venti a via Garibaldi gente in festa, locali aperti, macchine strombazzanti. Io festeggiavo a modo mio, con Gaia e Federica sul materasso ad acqua comperato la settimana prima, a qualificazione raggiunta matematicamente.
Ma saltare il preliminare…questo proprio!
E via alla costruzione del Grattacielo!
Nonostante la timida resistenza dell’allenatore, che chiaramente aveva preteso un leggero ritocco dell’ingaggio e compilato una lista simpatica, ma di giocatori di seconda fascia come Lanzafame e De Ceglie, partirono alcuni artefici dell’incredibile stagione, anche perché era l’ultima occasione di farsi pagare 4 milioni gente come l’ottimo Biava (che oltretutto andava in scadenza), passato al Parma, o 2 il vecchio Juric, tornato in Spagna al Deportivo. Per Ferrari la società non potè rifiutare un’ottima offerta dal Besiktas, ma dalla Turchia arrivò Diego Lugano. Per Palladino e Criscito si arrivò a un accordo con la Juve, alla quale fu promesso Thiago Motta per l’anno successivo a un prezzo già stabilito. Via anche Van Den Borre e Olivera, Gasperini fu irremovibile soltanto su Sculli e Milanetto, che però avrebbero fatto le riserve.
Ci volevano due squadre competitive. L’obbiettivo principale rimaneva la Stella, ovviamente, ma andare avanti in Champions voleva dire soldi…così si puntò sul giovane Ranocchia, come sostituto di Biava, e su Moretti del Valencia, come alternativa a Criscito sulla fascia ed eventualmente in difesa al posto di Bocchetti.
Rubinho uscì di testa, era in scadenza e pretendeva gli stessi soldi di Buffon. Con un bell’esborso di denaro a quel mercante di Cellino, lo scambiammo con il promettente Marchetti del Cagliari.
I due colpi promessi arrivarono a luglio: Menegazzo dal Bordeaux e il laterale destro Joao Ametista dal Brasile. Chi cazzo era? Non lo sapeva nessuno, ma me l’aveva consigliato Grifondoro, e siccome ormai ero stimato e ascoltato all’interno della società, si era deciso di dare un’alternativa a Rossi e Mesto. Mancava un centrocampista per affiancare Mila in panca. Altro giovane interessante, Dzemaili dal Torino, altro prestito con diritto (o rovescio) più Kharja, vecchio pallino di Capozucca, dal Siena.
La squadra era fatta: Marchetti, Papa Lugano Bocchetti, Ametista, Menegazzo, Thiago, Criscito (Moretti), Jankovic, Milito, Palladino. Come attaccante di riserva, nonostante qualche smorfia da
Pegli, rimase Lucho Figueroa, e arrivo anche un’altra ala argentina, Rodrigo Palacio dal Boca Juniors.
Il girone di Champions ci aveva regalato una delle partite da sogno: Genoa-Real Madrid! Quante volte avevamo sognato qualcosa del genere. Noi, un popolo ancora appeso al ricordo di Anfield Road. Il girone non era una passeggiata, considerando battibile lo Zurigo, dovevamo vedercela con il Marsiglia. La notte del Velodrome, esordio fantastico (con qualche incidente fuori dallo stadio, maledetti marsigliesi) fu indimenticabile: più di diecimila i genoani presenti, con gente arrivata a Marsiglia fin dal lunedì, per acquistare i biglietti in loco. Gol di Milito, pareggio di Niang e rete della vittoria di Palacio! La vittoria per 1-0 nel Tempio contro lo Zurigo (grandissimo missile di Ametista, che ricorda Branco, nelle punizioni ma spesso si perde in inutili ghirigori col pallone tra i piedi) ci mette abbastanza tranquilli al Bernabeu, dove perdiamo dopo una partita a gran ritmo, evidenziando qualche limite in difesa, dove Bocchetti prima e Moretti poi, ballano alla grande al cospetto di Cristiano Ronaldo. Eppure rimontiamo due volte lo svantaggio e crolliamo solo nel finale, 4-2.
Intanto in campionato siamo quarti, con un po’ di fatica, ma il 4-0 nel derby (altri due gol di Milito, più Thiago e Rossi) è un altro tassello da mettere negli annali. Trentaduemila abbonati sono un’altro record difficile da battere e l’unica sconfitta, seppur pesante, contro l’Inter capoclassifica, per 4-1 in casa, si fa più leggera. In champions le due vittorie con lo Zurigo e la sconfitta casalinga con i Galacticos per 2-0 (con arbitraggio infame e l’infortunio a Bosko che lo terrà fuori per 5 mesi) ci costringono almeno al pari col Marsiglia. La notte di fuoco si conclude 2-2, con il Grifone per venti minuti fuori dal sogno. Altri soldi entrano nelle tasche, buoni per aggiungere un sostituto di Jankovic, Foggia dalla Lazio, mentre in campionato brilla l’astro di Ranocchia, spesso titolare, conteso ora dall’Inter e da mezza Europa. Con lui la difesa non subisce gol per sei partite di seguito e balza al terzo posto, a pari punti con la Roma. La partita di Champions di fine febbraio è qualcosa che mette i brividi Genoa-Manchester United. Il sorteggio non è stato benevolo, ma siamo orgogliosi e felici di esserci. La sconfitta per 3-2 ci elimina virtualmente…quel bastardo di Rooney e quella scelta disgraziata di far giocare Sculley…ma qualcuno è contento perché l’Inter ora è a soli 5 punti e il sogno più grande di tutti per noi si chiama stella.
Nonostante questo, in quindicimila hanno già prenotato Manchester, e chissà quanti riusciranno davvero a entrare.
E’ passato un anno. Siamo di nuovo alla festa della donna. Questa volta nessuno potrà fermare il Pres. dal vendere Thiago Motta alla Juve e la coppia Ametista (che plusvalenza! Pagato 1,5 milioni ora ne vale 15, con una mia scommessa da 300 mila euro da pagare a Grifondoro, però…) Milito all’Inter. Però arriveranno almeno sette giovani di sicuro avvenire, altri due brasiliani sconosciuti, un paio di serbi, un greco, un ciociaro e un portoghese.
Ormai quel che conta è correre come matti, sfoderare il gioco ficcante palla a terra di cui il Gasp è profeta, tenere lo spogliatoio e provarci, sì, provare a mettere il tetto al Grattacielo!
Il destino ci fa ritrovare davanti l’Inter, tutto iniziò un anno fa dopo la partita con i nerazzurri…se vinciamo andiamo a 2 soli punti dalla Stella! Poi ogni Genoano che si rispetti, alla vita non chiederà più nulla. Io finalmente troverò il coraggio per fare parapendio, lanciarmi col paracadute, guidare una moto di grossa cilindrata, candidarmi alle elezioni europee.
Eccoci, il Ferraris è gremito in ogni ordine di posti, la Nord è il solito incredibile spettacolo di canti, colori e passione. L’arbitro Banti fischia il calcio d’inizio.
L’arbitro Banti fischia a lungo. Troppo a lungo.
Non è l’arbitro Banti.
E’ la retromarcia del mezzo del lavaggio strade.
La televisione trasmette un documentario sul falco pellegrino della Marsica. I voli pindarici, a volte, sono viaggi immaginari, altre volte sono così vicini a un’ipotetica realtà, che ci sembrano impossibili.
Il mondo è in mano a individui che non sono capaci di sognare e la cosa triste è che hanno ragione loro. Ma a noi cosa importa? Noi non vogliamo avere ragione, siamo già abbastanza felici di riuscire ancora a svegliarci contenti di avere sognato la costruzione di un grattacielo.

lunedì 8 febbraio 2010

IL BARBIERE (ROSSOBLU) DI MALINDI


Chissà quanti altri mestieri potrebbe svolgere Charo, sempre dignitosamente e in maniera un po’ disincantata com’è lui, se solo ne avesse il tempo e la possibilità.
Lo conosco dal 2005, quando si presentò all’Oasi, lo “stabilimento balneare” che avevo preso in gestione con mia moglie a Malindi. “Ho già lavorato qui l’anno scorso, conosco l’ambiente e anche tanti clienti che vengono qui ogni anno” mi disse, per convincermi. “Però ho fatto anche l’idraulico, come mio fratello, il muratore e il giardiniere”.
Come agli altri che arrivavano, millantando carriere più o meno fasulle, referenze anche argomentate, raccomandazioni di fantomatici italiani che avrei dovuto conoscere o professionalità nel loro ambito, gli misi subito una vanga in mano. Prima di aprire il bar ristorante con i lettini sulla spiaggia più selvaggia di Malindi, c’era da spianare lo spazio compreso tra la veranda e gli ombrelloni, venti metri di sabbia dorata ora ammucchiata in altissime dune, portate dai monsoni di giugno e luglio.
Senza fare obiezioni o smorfie strane, Charo cominciò a spalare. Cosa che non fece il presunto chef Kalama, che lasciai a casa dopo due giorni, o il “beach attendant” Harrison, che trovai a dormire all’ombra di una palma, trasudante brandy trafugato nel magazzino del bar.
In poco tempo, e per tutta la stagione, Charo era diventato capocameriere, con il suo bello stipendio di 80 euro al mese. Una pacchia, rispetto a tanti coetanei.
Effettivamente molti clienti dell’anno prima lo cercavano e lui, con furbizia e mestiere, se li coccolava con qualche parola d’italiano imparata sui libri che esaminava nell’ora di pausa, o con particolari attenzioni: “i gamberoni poco cotti come sempre, vero? L’anno scorso, bwana, mi chiedeva sempre l’avocado, quest’anno abbiamo in menu un’insalatina col granchio e l’avocado…vuole assaggiarla?”.
Insomma, Charo ci sa fare. Per questo, terminata l’avventura all’Oasi, insieme a pochi altri dipendenti dei trenta che avevo in quel piccolo paradiso di cui non mi hanno rinnovato l’affitto, l’ho portato con me nel piccolo wine bar che ho aperto a due passi dal Casino. Un’altra stagione positiva, ma un'altra chiusura inaspettata. Sembra proprio destino che in Africa non si possa programmare nulla a lunga scadenza. Così Charo ha trovato lavoro in un elegante campo tendato in mezzo alla savana dell’Amboseli, a cinquecento chilometri dalla costa.
Due mesi di lavoro serrato e poi una settimana di ferie per tornare al villaggio dai parenti. Stipendio ottimo e possibilità di far fruttare la sua esperienza in ristoranti italiani. Anche lì, in poco tempo è capocameriere. E lo stipendio cresce, ora solo 120 euro al mese, abbastanza per pensare al matrimonio.
Quando due anni fa, nel pieno della crisi seguita alle violenze post-elettorali a nord del Paese, non avevo lavoro da offrirgli. “Sto aprendo un’agenzia d’informazione e un portale internet, Charo. Al massimo avrò bisogno di un ragazzo di bottega da iniziare al mestiere di giornalista”.
“Faccio io il giornalista!” mi risponde con entusiasmo.
“Ma se non hai fatto nemmeno le superiori…”
“Solo i primi due anni, poi ho lasciato per mancanza di soldi…però ero il migliore della classe a scrivere, e mi piace leggere. Quando posso, sfoglio un libro e vado nei luoghi pubblici dove si riesce a scroccare la lettura del giornale”.
Ci rifletto sopra qualche giorno. Poi, come quando gli misi in mano la vanga, lo porto a casa.
“Intanto che si concretizza il lavoro dell’agenzia, c’è da imbiancare tutta la villetta. Prima i muri esterni, poi il pavimento e tutto il resto”.
Senza battere ciglio, Charo si mette al lavoro e in poco meno di un mese la casa è come nuova.
Un lavoro da professionista, senza sbavature.
Charo è pronto per fare il giornalista. Il mio regalo supplementare sono i soldi per sposarsi.
Sono passati quasi due anni, e oggi Charo partecipa a conferenze stampa con il prefetto e parlamentari kenioti, si è fatto amico il vicecommissario della polizia che gli passa le informazioni, gioca duro con i colleghi delle radio e dei quotidiani per farsi scucire notizie e rivelarne qualcuna in cambio…insomma, conosce già i segreti del mestiere. E’ fedele alla regola delle cinque W che bisogna inserire in un articolo (who, what, when, where e why) e tenendola sempre presente inizia anche a scrivere articoli accettabili, che spesso devo soltanto tradurre in italiano.
Per il Paese in cui viviamo, è un cronista fatto e finito.
Non solo, è coinvolto attivamente nei miei progetti di solidarietà, è nel comitato esecutivo della scuola calcio del Genoa a Gede, ed è stato lui a fare lezione ai ragazzi della scuola elementare di Mida a cui abbiamo raccontato la favola dei calciatori della squadra più antica d’Italia che si allenano in savana per imparare dagli animali come essere più agili, furbi, veloci e forti.
Dopo queste lezioni, i bambini hanno fatto dei disegni che ho consegnato ai calciatori del Grifone. Alcuni davvero sorprendenti.
Charo mi ha chiesto più volte della mia passione per la solidarietà (con la Onlus Karibuni, a parte il progetto della scuola calcio, abbiamo aperto anche tante botteghe artigiane, costruito pronto soccorso, scuole, reparti ospedalieri) e di quella per il Genoa, e ho provato a spiegargli che le due cose, spesso, camminano sulle stesse piste. Conosce le storie di Nonno Kazungu e sa che vorrei aprire il Safari Bar a Kakoneni, così come sogno che la scuola calcio possa salvare tanti ragazzini dalla strada e da una vita precaria.
Storie uguali a quelle dei miei libri.
"Io sono con te, bwana".
Idraulico, muratore, giardiniere, imbianchino, cameriere, giornalista e insegnante.
Charo all’occorrenza può fare di tutto.
Proprio per questo si vorrebbe mettere alla prova con un nuovo mestiere.
Ho capito cosa mi piace in Charo. In qualcosa mi somiglia, o forse ha assorbito la mia filosofia.
Allora abbiamo deciso che apriremo un’attività insieme.
“Nel quartiere in cui vivo manca un barbiere – assicura – qui il parrucchiere per uomo è un mestiere facile, non servono forbici o pettini. Basta un rasoio elettrico, uno specchio, una sedia e una scopa. Più ovviamente la baracca sulla strada per poter esercitare”.
Quantifichiamo. Sono circa 100 euro, più 12 al mese per l’affitto della baracca e qualcosa per dipingerla e renderla accogliente.
“Ci metterò un “ragazzo di bottega” – mi dice ridacchiando – proprio come hai fatto tu con me. Così diventerò un piccolo imprenditore!”
Bastano cento euro per un sogno…e basta vedere la fotografia per capire che i sogni, anche in Africa, possono avere i colori più belli del mondo.
Charo e il suo socio Freddie hanno deciso che, nel nome del Grifone e della piccola e media impresa (ma quella vera, mica quella di Confindustria, sindacati e ministri del Welfare), il Genoa Barbers Shop diventerà un franchising. Stiamo già andando in giro a cercare zone in cui ne possiamo aprire altri, con altri “ragazzi di bottega” a cui poter dare uno stipendio. Chissà, magari anche lui, un giorno, avrà voglia di inventarsi qualche altro mestiere, crederci, crescere e aiutare altri fratelli...

lunedì 18 gennaio 2010

IL SIGNOR TE' E LA CISTERNA DELL'ACQUA


Il dirigente dei servizi educativi del distretto di Malindi si chiama Chai. Mister Chai. Assistant District Education Officer.
Qui in Kenya il suo nome, come in Cina, in India e in tanti altri paesi d'Africa e d'Oriente, vuol dire té. Ma in gergo significa anche "mancetta". Te lo chiedono i poliziotti quando ti fermano a un posto di blocco improvvisato, te lo consiglia l’esattore delle tasse, lo raccomanda il lavamacchine al parcheggio e lo pretende il ragazzino insolente sulla spiaggia.
Il signor Mancetta non mi ha ancora chiesto una tazza del suo nome, per fortuna.
Lo porto in macchina a Gede, una dozzina di chilometri dal centro di Malindi, ad assistere alla posa del cartellone che indica il progetto della scuola calcio "Genoa Club Malindi" davanti alla scuola elementare, sul ciglio della grande strada asfaltata che vede transitare migliaia di turisti ogni anno. Gli racconto di cosa hanno fatto i miei amici rossoblu allo stadio, vendendo il libro che lui ha in mano ma che ancora non è possibile tradurre in inglese. Gli dico che presto anche il Genoa Cricket and Football Club manderà un aiuto concreto e convincerà (no, senza un “chai”) i suoi sponsor a fare lo stesso.
“I ragazzi avranno le divise rossoblu”
“Era meglio blu e azzurre - dice Chai – come quelle della scuola”
“Sì, ma la squadra è rossoblu”
“Capisco”
Stiamo in silenzio, fino a quando si arriva a Gede. Ad attenderci all’ingresso della scuola il preside, Mister Kanundu, che in kiswahili significa proprio Mister Kanundu.
Forse per questo lui si è già preso il “chai”. Mi ha fatto pagare la posa del cartellone un po’ di più del normale, dieci euro invece di sei. Io lo so che ne darà uno a testa ai due operai che hanno mescolato la sabbia col cemento e l’acqua, hanno scavato le buche e stanno posando i pali del cartellone, il resto va per la vanga, il sacco di cemento e qualcosa in tasca a lui.
Ma che ci vogliamo fare? Anche Mister Kanundu tiene famiglia…
Entriamo nella scuola e costeggiamo il grande campo di calcio che utilizzeremo per insegnare il più bel gioco del mondo ai bambini. Infine arriviamo sul lato sud, dove c’è lo spazio per costruire uno spogliatoio, sei metri per 15, con quattro docce e una toilette, e lo spazio per venticinque armadietti con la chiave e le panche. Di fianco ci sarà l’aula tattica, altri 6 metri per cinque.
Dietro, dove era stato previsto lo spazio per il pozzo, il pozzo non ci sarà.
Faremo una grande cisterna per l’acqua.
“Il tecnico che è venuto sul posto ha detto che qui non è cosa per il pozzo” dice Chai.
“L’acqua è salata e il terreno è duro. Poi ci vuole la corrente, per azionare la pompa che porta su l’acqua. E se non c’è corrente, niente acqua!” conferma Kanundu.
Insomma, mi guardano e mi fanno capire che il pozzo è una “roba da mzungu”, da bianco ricco che vuole fare le cose in grande. Per uno spogliatoio e irrigare il campo da calcio, basta una cisterna da diecimila litri per immagazzinare l’acqua quando arriva, una seconda linea con un meter “dedicato” e niente pompe e corrente.
“Basta costruirla in alto – spiega Chai – così l’acqua verrà giù nelle docce in maniera naturale”
L’acqua però nei nostri piani deve servire anche alla scuola, quando non ce n’è abbastanza…
“Facciamo la cisterna da ventimila litri, allora, e un rubinetto esterno che useremo quando siamo senz’acqua” rilancia Kanundu.
Con loro io non riuscirò a impormi mai. Si possono modificare, migliorare, occidentalizzare un po’ le cose, ma se si sradica la loro convinzione iniziale, si può star certi che andrà tutto a ramengo. Sarebbe come fare un torto all’Africa, alle ancestrali concezioni di questa gente, alla loro anima.
“Vada per la cisterna allora…”
“E con i soldi che avanzano…”
“Niente Chai, mister Kanundu…con i soldi che avanzano faremo qualche lavoro in più nella scuola. Capito?”
“Capito!”
“Mister Chai, ha qualcosa da aggiungere?”
“In effetti sì. Ho un cugino che è in grado di costruire l’appoggio in cemento per la cisterna, dovrà essere alto almeno tre metri e mezzo…gli faccio fare un preventivo?”
L’odore di tè si diffonde sempre più insistente sotto il grande mango, all’altezza dell’area di rigore.
E’ così naturale che mi viene da sorridere e battere una mano sulla spalla del dirigente.
Quante volte mi sono piegato come una giovane palma al vento, facendomi cadere senza rumore le noci di cocco ai piedi. Quante volte ho rinunciato a un affare, a un’opportunità o a un aggancio utile per una questione di principio.
Il principio e la fine sono la stessa cosa qui in Africa: due limiti.
Tutto il resto è qualcosa di sconfinato in cui, oltre al cuore e allo sguardo, si perdono anche i motivi.
“Farò fare un preventivo anch’io, Mr.Chai. Se quello di suo cugino è uguale, prendiamo lui”.

lunedì 11 gennaio 2010

ASANTE SANA NDUGU!


Cinquecento libri venduti allo stadio dai Grifoni in Rete per un piccolo sogno rossoblu in Kenya.

Nonno Kazungu sa che ogni uomo non camminerà mai solo.
Sarà che, come molti quaggiù, lui è nato nella dimensione giusta.
Non la grande metropoli, non la cittadina commerciale.
Il piccolo villaggio.
Il microcosmo dove quasi tutti sono parenti ma dove ognuno vive nel terreno dell’altro, dove se Katana ha il mais e Mwachiro i pomodori, è assodato che le famiglie per sempre mangeranno polenta e sugo di pomodoro insieme. Dove se uno è bastardo, decide di andarsene prima che siano gli altri a spedirlo via a calci.
Sì, certo, Kazungu sa anche che è la povertà a tenerli insieme, le radici umili e la poca volontà di cambiare le cose in meglio. La mancanza di individualismo, di ambizioni.
Nonno Kazungu sa.
Quindi preferisco raccontare a Kitsao la storia dei fratelli che vivono a ottomila chilometri di distanza da qui, che se ci si vuole andare a piedi, è come fare per trentasette anni tutti i giorni Kakoneni-Malindi andata e ritorno, più attraversare a nuoto per altri sei anni il creek di Kilifi.
I fratelli rossoblu non sanno quasi niente del Kenya. Sì, certo, hanno letto tante storie, conoscono la geografia, hanno visto filmati alla tivù, specialmente sulla Savana e gli animali, ma anche sulle baraccopoli di Nairobi e sugli scontri etnici, sui masai e sulle bianche spiagge di Malindi e Watamu.
Però alcuni di loro conoscono il Kenya perché un ex ragazzo che ha la medesima passione e, senza che nessuno gliel’abbia insegnato, sa soffrire e godere nella loro stessa maniera, ci è andato a vivere e da sempre se lo porta dentro.
Lo vedono raramente, ma seguono spesso le sue storie, e lui fa di tutto per farsi leggere il sangue, non l’inchiostro della penna, le pareti del cuore, non la tappezzeria dell’anima.
Lui arriva a primavera inoltrata, come taluni uccelli tropicali di una volta, che oggi si fermano nelle oasi tunisine. Non ci sono molte parole da dirsi.
L’incontro è tutto nella fisicità di un abbraccio, nel magnetismo di uno sguardo, nel sorso di birra bevuto al reciproco sorriso, nella mai dimenticata sincronia del canto all’unisono.
Questa volta è riuscito a imprimere le sue grandi passioni, quella che lo unisce ai fratelli e quella che lo ha allontanato trentasette anni a piedi da Malindi, in un libro. E ha pensato che con questo libro potrebbe magari insegnare un pezzetto di quell’altra fede a qualche bimbo come Kitsao.
Perché con quell’amore puro, così lontano da certe logiche attuali come l’Africa è ancora distante dalla civiltà occidentale, si può vivere più felici. Perché chi non ha nulla, non solo non ha nulla da perdere, come canta quella canzone di Bob Dylan che Kitsao conosce perché proprio l’ex ragazzo un giorno gliel’ha fatta ascoltare e l’hanno tradotta insieme in swahili, poco per volta con il maccheronismo di un italo-malindino e di un quinto-elementare di savana.
Dylan non lo sa, ma chi non ha nulla, può scegliere il meglio!
“Tra le cose che costano poco” avrebbe aggiunto nonno Kazungu.
Tutto da solo, ha trovato qualcuno che credesse nel suo sogno, gente che è abituata ad aiutare chi soffre in silenzio, con dignità, rispettando le sue origini e la terra che gli garantisce la sopravvivenza quotidiana. Si chiamano Onlus, qualcuna è migliore di altre, così come ci sono fratelli e fratelli.
Allora i fratelli che sono più fratelli di altri hanno preso questo libro e lo hanno portato nel grande tempio dove ci si incontra anche con quelli lontani che arrivano una volta all’anno e hanno chiesto a chi ha la stessa passione di comprarlo, perché con i soldi del libro si può insegnare a Kitsao e ai suoi amici quanto può essere grande un cuore, anche se a volte ha bisogno di una scusa per non vergognarsi della sua grandezza.
Vivere Genoa è la scusa più bella che il cuore potesse trovare.
Ti insegneremo anche questo, piccolo Kitsao.

Dice Kitsao che vuole ringraziare i Grifoni in Rete per la raccolta di fondi attraverso la vendita dei libri di Freddie. Solo ieri allo stadio, nei banchetti approntati in ogni settore del Ferraris, ne sono stati venduti cinquecento.
I lavori per il pozzo che darà acqua alla scuola elementare dove sorgerà la scuola calcio rossoblu, inizieranno a giorni. Vi terremo informati e spediremo foto sull’avanzamento del progetto.

ASANTE SANA NDUGU!
Grazie fratelli.

venerdì 8 gennaio 2010

DOMENICA 10 GENNAIO VENDITA BENEFICA DI "GENOA CLUB MALINDI" AL FERRARIS


ERA STATA ORGANIZZATA IN COINCIDENZA CON LA PARTITA GENOA-BARI E IL NATALE, LA VENDITA BENEFICA DEL LIBRO “GENOA CLUB MALINDI” AVVERRA’ DOMENICA 10 GENNAIO IN OCCASIONE DI GENOA-CATANIA.
IL RICAVATO ANDRA’ ALLA ONLUS KARIBUNI PER UN PROGETTO TUTTO ROSSOBLU DI CALCIO E SOLIDARIETA’ IN KENYA.
LA SOCIETA’ GENOA SOSTIENE IL PROGETTO, NATO DAL BEL LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO, SCRITTORE GENOANO CHE VIVE A MALINDI E SI OCCUPERA’ PERSONALMENTE DELLA SCUOLA CALCIO


Uno scrittore che vive in Kenya, in mezzo a una realtà povera e piena di problemi, un’associazione Onlus che da anni lavora per migliorare le condizioni di vita a migliaia di bambini, una società calcistica che decide di collaborare per dare una speranza a molti di loro attraverso il giuoco del calcio, che li può educare, togliere dalla strada e invogliare allo studio.
Nasce così il progetto della Scuola Calcio Genoa a Gede, vicino a Malindi.
Un progetto che ha iniziato a sostenersi con la vendita di un libro molto appassionato e decisamente genoano: “Genoa Club Malindi”, in cui si raccontano le vicissitudini dei grifoni d’Africa e la vita di tanta povera gente che si avvicina al calcio e al mondo rossoblu, i cui valori ricordano tanto la storia della squadra più antica d’Italia e il cui amore dei tifosi rimanda a un sentimento profondo ed eterno come il “mal d’Africa”.
Domenica 10 gennaio, in occasione della partita di campionato Genoa-Catania, fuori dallo stadio Luigi Ferraris la Karibuni Onlus, attraverso tanti tifosi che si sono offerti volontari, appronterà banchetti con la vendita del libro, edito dalla casa editrice genovese “Liberodiscrivere”, il cui ricavato andrà interamente a finanziare il progetto, che prevede il rifacimento di un campo da calcio in una scuola elementare vicino a Malindi, la costruzione di uno spogliatoio con docce e servizi, di un’aula per le lezioni di sport, una recinzione e il pozzo per l’acqua. Queste le basi per la scuola calcio, che il Genoa Cfc aiuterà nel suo sviluppo. Per il primo anno saranno scelti 25 bambini tra i nove e i dodici anni, in base anche al rendimento scolastico, e verranno portati alla fine del ciclo scolastico (in Kenya le elementari durano 8 anni) con la possibilità di avere borse di studio grazie anche agli allenamenti e all’inserimento nella scuola calcio. Anche i tifosi potranno interagire, aiutando direttamente i ragazzi con le adozioni a distanza tramite Karibuni Onlus. (informazioni su www.karibuni.org). Si tratta della prima iniziativa “no profit” di questo genere da parte di una società calcistica in Italia.
E come sempre, i primi siamo noi genoani!

giovedì 7 gennaio 2010

NIENTE SESTO...SIAMO INGLESI (Milan-Genoa 5-2)


Muburu è l’esperto malindino di calcio inglese. Il pelo color sabbia del pizzetto rivela che da quando in Kenya c’è la tivù col satellite non si perde una partita. Che sia al bar, dalla staccionata fuori da un hotel o a scrocco a casa di conoscenti conosciuti all’uopo, per lui una partita di premier league vale più della messa del venerdì per un mussulmano. Una volta per assistere al derby Tottenham-Arsenal, ha rischiato il coccige, precipitando da un balcone dov'era appollaiato per sbirciare in una camera e finendo in terra ancora perfettamente seduto.

Muburu dice che ieri abbiamo giocato una partita molto inglese. Di quelle inglesi che da una parte c’è l’Arsenal rimaneggiato, con assenze e qualche problema tattico, dall’altra un Everton, un Aston Villa che l’anno scorso ha fatto la Uefa e quest’anno non si ripeterà, perché ha venduto i pezzi meglio. Quando Muburu accenna al Principe gli offro una tusker e gli dico di non tornarci su.
Comunque la sua visione mi va benissimo, penso, mentre Borriello sale in cielo e uncina un pallone che va dove andava spesso quando giocava con noi, non c’è da stupirsi e non c’è da essere meno ottimisti per questo. Abbiamo preso il quarto, ora prendiamo il quinto, magari niente sesto, siamo inglesi...
Il campionato non cambia se arrivi ottavo o tredicesimo, è comunque un campionato minore ma si rimane nella massima serie. Semmai dovrò dire a Muburu che ha ragione lui anche quando dice che l’allenatore non è importante, te lo dimostra la solita Albione che ha inventato il calcio eppure trovami una squadra che non gioca col 442. Persino Mourinho (e mica hai detto Washington Cacciavillani) faceva finta di giocare col 433 ma in realtà…
Makotsi l’elettricista invece preferisce il calcio italiano e ama il Grifone, anche se adesso butta un occhio all’Inter quando c’è il Principe. Per lui ieri sera è stata una sconfitta che brucia. “Ci avevo anche creduto dopo il gol di Sculli – rivela mentre tenta inutilmente di aggiustare la sua moto cinese Bajaj, che non è elettrica – il rigore parato, sembrava andare tutto bene”.
Secondo Makotsi qualcosa si è rotto nello spogliatoio. Lo dice così tra un bullone e una candela, e non sa dei senatori ligi, del malcontento di alcuni e della dilagante apatia di altri, che può contagiare come un virus il resto della squadra. Non sa quel che l’Africa già sente, che leggo dal cielo, dalla scritta del Safari Bar che si sta arrugginendo con le piogge strane fuori stagione che a Copenhagen non si vogliono spiegare. QUEL progetto è già finito, ma bisogna dirlo con serenità. Gasperson ci porterà verso un onorevole salvezza. Puoi scommetterci le corna di un kudu. Maburu dice che l’allenatore non conta, conta la forma fisica, la motivazione e lo spogliatoio. E qui ci sarebbe da spendere altre pagine e pagine. Ma l’Africa chiama, la figlia anche. L’anno scorso Agata Zena nasceva poche ore prima di un memorabile Milan-Genoa, in cui nel primo tempo avevamo giocato come ieri, pressando un po’ a vuoto e palesando qualche amnesia, finendo sotto giustamente per 1-0, ma nel secondo noi avevamo continuato a correre, loro si erano sorpresi. Ieri è successo il contrario, anche sul 4-0. Maburu e Makotsi su una cosa ha ragione. Ieri sera non è stata affatto una questione tattica-
L’Arsenal di Leonard si schierava con una sola punta di ruolo, e l’Everton di Gasperson pure.
Ma loro facevano salire di continuo i laterali di difesa, noi solo nella prima mezzora. Saliva anche Criscito, terzo di difesa, ha fatto uno slalom pure Biava. Dice Muburu che la partita è finita quando è uscito Moretti. Per me la partita è finita quando sono entrati in campo Milanetto e Juric. Il primo è un buon regista, intendiamoci, ma come tamponatore è meglio nonno Kazungu se gli dai da guidare un Land Cruiser. Il secondo gira a vuoto come il Land Cruiser con cui Kazungu si è impantanato a cinquecento metri da casa. Ieri mi sforzavo anche di capire dove fosse il “progetto”. Con Tomovic e Fatic in panchina e altri cinque o sei che segnano in altre squadre. A parte Criscito, tutti giocatori sopra i 26 anni e ben 5 sopra i 30. Allora forza Everton! Forza Villans! Che quando prendono cinque o sei saracche non fanno una piega, coi tifosi che cantano come noi contro l’Inter. Che bello vedere cinquemila tifosi del Leeds, precipitato in terza divisione, come il fiero Grifone, fare festa nella bolgia di Manchester, dopo aver eliminato in F.A.Cup il grande United. Ecco, teniamoci quello spirito, ma allora piantiamola coi Suazo, i Natali e i Gaby Milito e se progetto deve essere, campus o vivaio, mi sta bene anche essere dov’è l’Udinese, ma con una linea verde che corre e non annaspa, con due centrocampisti che non possono essere saltati come birilli da Ambrosini e Gattuso che se ne arrivano in area, solo perché hanno fatto mezzora di pressing asfissiante all’inizio. E piantiamola anche con la dirigenza, i presidenti, i massaggiatori e gli autisti dei pulman. Quelli del Leeds l’altra sera godevano. E non era una gioia minore.
Ieri sera non ho goduto per nulla, nemmeno per la bontà dei sandwich che hanno stoppato le tante tusker bier. Per fortuna che c’è il Grifone, che c’è la storia, che c’è la Nord, che ci sono questi magici colori…E domenica tutti a tifare dal primo all’ultimo minuto e al diavolo lo spogliatoio, Floccari, il progetto, Menegazzo, Bonucci e Rafa Marquez. Il Genoa siamo noi…o al massimo l’Everton…

domenica 27 dicembre 2009

TIFARE GENOA IN AFRICA FA BENE ALLA SOLIDARIETA' (da La Provincia)

Quando Alfredo del Curatolo, giornalista, scrittore, cantautore, performer, chef, insomma, uomo dal multiforme ingegno si disse, e disse agli amici, «mollo tutto e vado, anzi torno in Africa», ormai cinque anni fa, tutti i suoi conoscenti si posero una fondamentale domanda. Non «di che vivrà, come farà, ce la farà?» e neppure «ma sei sicuro di riuscire davvero a lasciarti l’Italia alle spalle una volta per tutte, a diventare un keniota, a considerarti un turista a casa tua ogni volta che vorrai tornare indietro?». No, niente di tutto questo. La domanda che tutti gli amici di “Freddie” si posero è: «Ma è pazzo? Come farà a seguire il Genoa?». La squadra del cuore, quella che non si può dimenticare, quella che non si può cambiare neppure cambiando stile di vita, nazionalità e pure continente. Difficile seguire il campionato, le sorti del più antico “cricket and football club” d’Italia da laggiù, appassionandosi alle sorti dell’undici di Gasperini senza esserci, senza leggere la «Gazza» tutte le mattine, senza seguire gli interminabili dibattiti televisivi, insomma, tutto quanto fa calcio quassù.
Difficile, forse un tempo, ora di meno nell’era del satellite e, comunque, il difficile non è mai impossibile. Così Freddie ha fondato il «Genoa club Malindi» e, ora, ha tradotto questa esperienza in un libro presentato prima a Genova, ovvio, e poche ore prima di Natale anche a Como, a Villa del Grumello, grazie all’associazione Karibuni che realizzerà il progetto finanziato proprio dai proventi del volume edito da Antonello Cassan editore di «Liberodiscrivere»: una scuola calcio ideato dalla onlus comasca in collaborazione con il Genoa in favore dei ragazzi del distretto di Malindi che si legheranno, così, ancora di più a quella che è diventata anche la loro squadra del cuore. Un’esperienza che del Curatolo sintetizza così: «La squadra più antica d’Italia che torna nell’Olimpo del calcio, un manipolo di tifosi che la seguono con ansia ed entusiasmo dall’Africa, i loro amici kenioti che guardando le partite in tv ne sono conquistati. "Genoa club Malindi" non è soltanto la storia di una passione calcistica, ma anche uno spaccato della vita dei nostri connazionali nel Continente Nero, perché il "mal d’Africa" a volte ricorda la fede incrollabile in un team sportivo, specialmente se si tratta del Genoa, culla della civiltà pallonara così come l’Africa è culla dell’umanità».
Il tutto, come sempre accade con Freddie, con grande ironia e tanta voglia di giocare, anche restando lontano dal campo del Ferraris.

Alessio Brunialti

martedì 22 dicembre 2009

IL CALCIO DOVREBBE ESSERE PASSIONE (da www.gigicagni.it)


C’è un termine che oggi non viene usato,o quantomeno usato poco, è: “PASSIONE”. In tutti gli ambiti lavorativi difficilmente si vedono persone trasmettere con i propri occhi il piacere e la voglia di comunicare il desiderio di migliorarsi per ottenere il massimo nella propria attività. E’ il mio cruccio di oggi, e la colpa è del sistema che si è instaurato nell’era moderna e cioè: tutto deve essere fatto in fretta per ottenere il massimo subito, senza costruire basi solide per la durata nel tempo visto che, sembra, il domani non interessi a nessuno. Poi, però, ti capita di conoscere in Kenya un personaggio come Freddie che quando parli di calcio e soprattutto di Genoa si illumina e sprizza passione da tutti i pori. A Malindi ha costituito un Genoa Club e ha scritto un libro (clicca sull’immagine se vuoi maggiori info o per acquistarlo) che accomuna il continente africano al Genoa. Sta anche istituendo una scuola calcio per fare appassionare al calcio italiano i bambini del luogo, perché loro seguono il calcio inglese e quindi le squadre britanniche. Se vi capiterà di leggere il suo libro (Genoa club Malindi cronaca di una stagione indimenticabile dall’africa all’europa) capirete il motivo per cui ho accennato a questo episodio sul mio blog che dovrebbe parlare di tecnica e di tattica. Penso che chi ama il calcio come me ne avrà capito il motivo e cioè, se parli con persone che vivono a 8000 km dall’Italia e che anni fa quando non era ancora arrivato il satellite avevano una radio militare per sentire le cronache delle gare riunendosi in una casa per fare il tifo alla propria squadra,sfottò compresi, non si riesce a comprendere perché chi ha la possibilità di viverlo in diretta sta cercando di renderlo sempre meno appassionante, più egoistico e strumentale. Senza PASSIONE ne abbiamo voglia di parlare di tattica e tecnica! Se è il denaro lo scopo principale, difficilmente ci si può migliorare, perché l’ obiettivo principale è il guadagno e non la programmazione di un futuro che ci possa permettere di GODERE di questo splendido sport. Fortunatamente la storia ci ha insegnato che è sempre questione di cicli,basta avere pazienza e continuare a trasmettere con le proprie azioni, conoscenza e passione e tutto tornerà ad essere godibile come lo era. Il mio non è pessimismo, anzi, al contrario, ho la convinzione,visto i risultati che stiamo ottenendo, che sarà inevitabile tornare all’essenza dei valori che hanno portato il calcio ad essere il gioco più amato nel mondo.

Gigi Cagni

lunedì 21 dicembre 2009

LA ZAMPA, LA NUVOLA E LA SFIGA DELL'AFRICA

Nonno Kazungu sedeva all’ombra del grande baobab, quello che da cento generazioni ascolta le storie del villaggio e non hai mai sentito una bugia. Qui il vento raccoglie le menzogne all’istante e le mescola alla polvere della grande strada argillosa. Restano basse, terrene come le vere miserie umane, che sono più misere del piatto di polenta e fagioli del lunedì. Solo le parole umili e sincere raggiungeranno le nuvole. Per quelle non ci vuole un gran vento, basta un leggero soffio.

“Hanno rinviato la partita del Genoa, Kazungu. E’ saltata la vendita per beneficenza del mio libro che avrebbe aiutato i bambini della scuola calcio rossoblu di Gede”
La smorfia del nonno era allo stesso tempo un punto di domanda di rughe e un’imprecazione di sorriso.
“Perché l’hanno rinviata?”
“Per il ghiaccio”
“Mah…qua al massimo per il ghiaccio l’uomo bianco si prende una cagarella, quando si beve una caipirinha”
“Eh, lo so Kazungu, ma nei giorni scorsi, come dice Kitsao, il Dio dell’Italia aveva la forfora”
“Troppi pensieri…”
“Comunque niente partita, e niente fondi per iniziare la costruzione del pozzo per l’acqua”
“E senza pozzo, niente acqua per il cemento, l’erba del prato…”
“E senza cemento, niente spogliatoio con le docce, che poi avranno anche loro bisogno dell’acqua”
“La solita sfiga dell’Africa”
“Sì, ma la sfiga dell’Africa non è quasi mai casuale, spesso c’è dietro la mano dell’uomo. Intendiamoci, quella mano può essere bianca o nera. Ma resta una mano, non è una zampa o una nuvola”.
“Hai ragione Kazungu. Peccato, però. Era tutto pronto, la società aveva appoggiato l’iniziativa (poi magari un giorno darà anche dei soldi veri…) e l’altoparlante dello stadio avrebbe diffuso un comunicato a più riprese, i volontari dei Grifoni in Rete erano già organizzati…”
“L’Africa è abituata a perdere i treni. E dire che ne passano così pochi…ma ha sempre la pazienza di aspettare una nuova occasione, una nuova zampata!”
“L’occasione arriverà, mio caro nonno, ma sarà certo minore. A Natale tanta gente avrebbe comperato il libro come regalo, se la faremo contro il Catania o più avanti, non potremo contare su questo effetto”
“Certo…per fare delle cose buone ci vuole sempre una scusa…altrimenti non ne abbiamo il coraggio”
“E’ così. Però per iniziare basterebbe che tutti quei tifosi che hanno ringraziato la Prefettura per il rinvio della partita, perché avevamo i giocatori stanchi e infortunati, o perché c’era la neve ci avrebbero messo due ore in più ad arrivare allo stadio, comprassero una copia del libro. Sarebbe già una buona partenza per noi”.

Io invece ho dei ringraziamenti veri da fare. E sono quelli ai fratelli dei Grifoni in Rete che, coordinati da Pato, con il presidente Ski, Giovanna e tutti gli altri, si erano già organizzati, sotto un freddo che nonno Kazungu nemmeno si sogna, per vendere il libro all’interno dello stadio con il solo intento di aiutare un amico lontano a fare qualcosa di buono e di rossoblu per un po’ di bimbi in Kenya. Un treno di ghiaccio se n’è andato senza di noi, ma avremo tante altre occasioni per vincere le nostre sfide alla miseria e all’indifferenza, con una zampata o un soffio di nuvola. Grazie fratelli, buone feste!

sabato 19 dicembre 2009

UNA SCUOLA CALCIO ROSSOBLU IN KENYA. LIBRI IN VENDITA PER FINANZIARLA


DOMENICA 20 DICEMBRE PER GENOA-BARI VENDITA BENEFICA DEL LIBRO “GENOA CLUB MALINDI”. IL RICAVATO ANDRA’ ALLA ONLUS
KARIBUNI PER UN PROGETTO DI CALCIO E SOLIDARIETA’ IN KENYA
LA SOCIETA’ GENOA SOSTIENE IL PROGETTO, NATO DAL BEL LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO, SCRITTORE GENOANO CHE VIVE A MALINDI E SI OCCUPERA’ PERSONALMENTE DELLA SCUOLA CALCIO


Uno scrittore che vive in Kenya, in mezzo a una realtà povera e piena di problemi, un’associazione Onlus che da anni lavora per migliorare le condizioni di vita a migliaia di bambini, una società calcistica che decide di collaborare per dare una speranza a molti di loro attraverso il giuoco del calcio, che li può educare, togliere dalla strada e invogliare allo studio.
Nasce così il progetto della Scuola Calcio Genoa a Gede, vicino a Malindi.
Un progetto che ha iniziato a sostenersi con la vendita di un libro molto appassionato e decisamente genoano: “Genoa Club Malindi”, in cui si raccontano le vicissitudini dei grifoni d’Africa e la vita di tanta povera gente che si avvicina al calcio e al mondo rossoblu, i cui valori ricordano tanto la storia della squadra più antica d’Italia e il cui amore dei tifosi rimanda a un sentimento profondo ed eterno come il “mal d’Africa”.
Domenica 20 dicembre, in occasione della partita di campionato Genoa-Bari, fuori dallo stadio Luigi Ferraris la Karibuni Onlus, attraverso tanti tifosi che si sono offerti volontari, appronterà banchetti con la vendita del libro, edito dalla casa editrice genovese “Liberodiscrivere”, il cui ricavato andrà interamente a finanziare il progetto, che prevede il rifacimento di un campo da calcio in una scuola elementare vicino a Malindi, la costruzione di uno spogliatoio con docce e servizi, di un’aula per le lezioni di sport, una recinzione e il pozzo per l’acqua. Queste le basi per la scuola calcio, che il Genoa Cfc aiuterà nel suo sviluppo. Per il primo anno saranno scelti 25 bambini tra i nove e i dodici anni, in base anche al rendimento scolastico, e verranno portati alla fine del ciclo scolastico (in Kenya le elementari durano 8 anni) con la possibilità di avere borse di studio grazie anche agli allenamenti e all’inserimento nella scuola calcio. Anche i tifosi potranno interagire, aiutando direttamente i ragazzi con le adozioni a distanza tramite Karibuni Onlus. (informazioni su www.karibuni.org). Si tratta della prima iniziativa “no profit” di questo genere da parte di una società calcistica in Italia.
E come sempre, i primi siamo noi genoani!


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lunedì 7 dicembre 2009

RECENSIONE DI "GENOA CLUB MALINDI" su PianetaGenoa1893


Ci sono libri che ci passano sopra ,come un evento atmosferico. Ci sono libri che, invece, ci cambiano, senza che all'inizio ce ne rendiamo conto: “Genoa club Malindi “ è una di queste letture.
Come definirla? Per fortuna,non è possibile ricondurla ad un unico genere:scorrendone (anzi,divorandone!) le pagine troviamo il saggio,il racconto,la rievocazione autobiografica...insomma,una infinità di spunti,utili alla riflessione.
Per noi che amiamo, viviamo, ci occupiamo di Genoa è un grande onore scoprire l'autore come “uno di noi”. «Non ho inciampato nell'esistenza di un altro uomo o donna - scrive l'autore Freddie Del Curatolo - non ho diviso il destino con un personaggio famoso o con un parente stretto. Fin da ragazzo ho legato gli avvenimenti più belli o più tragici della mia vita con il Genoa o con l'Africa. Non l'ho mica fatto apposta. E' successo così».
Il Genoa e l'Africa; due importanti punti di riferimento. Freddie se li è costruiti a poco a poco; anzi,se li è ritrovati addosso, come una seconda pelle. Paradossalmente, due mondi tanto lontani trovano una insospettabile possibilità di dialogo,al punto che anche i “compagni di viaggio” malindini, coloro che si trovano a condividere la quotidianità, anche attraverso il calcio imparano a considerare gli occidentali in modo diverso.
Per contro, l'immagine di Malindi che emerge da queste narrazioni è infinitamente al di sopra e lontana anni luce dagli stereotipi legati al turismo di massa, al turismo “tutto compreso”, ad un “mal d'Africa” di maniera, poco sentito e molto esibito.
Ci sono immagini che mi piace ricordare,senza svelare nulla dei contenuti molto più articolati: la coppia che, in viaggio di nozze, decide di devolvere il denaro ottenuto in regalo ad un progetto umanitario (al quale aderisce anche il presente volume,con i fondi ricavati dalla vendita, per aiutare l'onlus Karibuni); i volontari che si battono ogni giorno per migliorare le condizioni di bambini e di giovani altrimenti condannati a vivere e a morire in strada; la soddisfazione provata alla realizzazione di un ospedale in grado di curare la popolazione. Il tutto intervallato dalle vicende personali dell'autore,dalle partite del Genoa, dalle imprese del Principe Milito, dalle gioie e dalla trepidazioni che il gioco del calcio regala a chi lo vuole vivere sino in fondo,in modo autentico e non opportunistico.
Un racconto emozionante, imprevedibile, che ha il pregio di mostrarci una realtà (l'Africa) da un altro, inconsueto punto di vista, più di quanto potrebbero fare mille discorsi sulla prospettiva interculturale. Ai miei occhi,”Genoa club Malindi” ha anche un altro,rarissimo pregio: quello di mostrarci come la vita possa essere un'avventura meravigliosa...soprattutto all'ombra del Grifone.
Monica Serravalle
(www.pianetagenoa1893.net)

martedì 3 novembre 2009

GENOA CLUB MALINDI E LA ZAMPATA DEL LEOPARDO (per Settimana Sport)


Alla fine di Genoa-Lille, dalla tribuna del Ferraris, ho osato una telefonata intercontinentale a Malindi, Kenya. Volevo che il mio amico Kazungu avvertisse l’indomani i bambini della scuola elementare di Mida, piccola oasi di civiltà e speranza in mezzo alla natura selvaggia, che il loro “leopardo” aveva dato la zampata vincente allo scadere e che il loro maestro Freddie aveva esultato. Vivo dieci mesi all’anno con loro, con i piccoli kenioti che sognano di poter imitare un domani le gesta dei campioni di football. Prima di partire per l’Italia, per presentare il libro “Genoa Club Malindi” che il Genoa Cfc ha unito a un progetto di solidarietà, con gli scolari abbiamo fatto un gioco: ho detto loro di abbinare ogni giocatore del Genoa ad un animale della loro savana. Ho spiegato i ruoli e le caratteristiche di ogni giocatore, dopo aver tenuto la mia lezioncina sul “mal d’Africa” e il “mal di Genoa” che è riportata anche nel libro. Ebbene, i bimbi di Mida mi hanno stupito per l’ennesima volta; non solo hanno dato ad ogni calciatore un nome da animale ma, dopo averli disegnati, hanno scritto anche dei consigli per loro. “Sculli, tu sei il leopardo agile e veloce” ha scritto Karembo, “Biava, fai come il Gerenuk, una giraffa non molto alta che però salta molto alto”. Sculli era molto emozionato, martedì scorso quando a Villa Rostan gli ho consegnato il disegno. E il leopardo che c’è in lui ci tiene ancora in Europa, dopo la splendida e rocambolesca partita con il Lille. L’operazione di solidarietà che prende spunto dal libro “Genoa Club Malindi” va aldilà di queste simpatiche e un po’ magiche coincidenze. Infatti la Karibuni Onlus, che ha creato la scuola-gioiello di Mida e tante altre belle iniziative in Kenya, ha proposto il libro alla società rossoblu e il progetto che sogno da tempo: mettere in piedi una scuola calcio del Genoa in Africa. Un sogno che si realizzerà presto, grazie al presidente Preziosi e alla stessa Onlus. Inizieremo con 25 bambini, un campo da calcio e servizi. E’ un progetto abbinato all’educazione e alla sanità e migliorerà, attraverso premi e borse di studio, la vita dei ragazzi e delle loro famiglie. Chi ama il Genoa e sogna l’Africa o di fare qualcosa di tangibile per chi è meno fortunato di noi, sappia che da oggi ha un referente con il cuore da grifone laggiù. Comprando una copia di questo libro (Freddie del Curatolo, “Genoa Club Malindi”, edizioni Liberodiscrivere, € 10) si contribuisce a finanziare il progetto, ma tramite www.karibuni.org si può fare ancora di più. Il libro a Genova è in vendita presso i Genoa Store, online tramite la Fondazione Genoa o il sito dei Grifoni in rete (www.grifoni.org). Presto l’Associazione Club Genoani organizzerà anche una domenica di vendita dei libri e di raccolta fondi fuori dal Ferraris. Il Kenya si è già tinto di rossoblu, ora bisogna costruire il solido e duraturo ponte che colleghi Genova a Malindi. Per dare un calcio alla miseria e fare un goal di solidarietà.
Freddie del Curatolo

sabato 24 ottobre 2009

ORA "GENOA CLUB MALINDI" E' UN LIBRO!!!

4 novembre 2009 alle ore 18,30
Sala del Munizioniere, Palazzo Ducale Genova
Incontro spettacolo con il pubblico


“GENOA CLUB MALINDI” Di Freddie del Curatolo
UN LIBRO BENEFICO PER KARIBUNI ONLUS E UN PROGETTO CON IL GENOA CFC
a cura di Liberodiscrivere®
Intervengono Giorgio Cimbrico, Claudio Onofri, Freddie del Curatolo.

Un libro e un’iniziativa benefica che uniscono non solo idealmente, ma in maniera concreta, il “mal d’Africa” con il “mal di Genoa” e la più antica società calcistica italiana con una Onlus che opera in Kenya.
I proventi del libro edito Antonello Cassan editore di “Liberodiscrivere® ”, infatti, andranno a finanziare il progetto di una scuola calcio ideato dalla Onlus Karibuni di Como in collaborazione con il Genoa Cricket & Football Club in favore dei ragazzi del Distretto di Malindi, in Kenya che legherà a doppio filo la società e i tifosi rossoblu alla realtà in cui opera Karibuni e in cui l’autore del libro Freddie del Curatolo vive da anni.


Freddie del Curatolo
GENOA CLUB MALINDI
Cronaca di una stagione indimenticabile tra Africa ed Europa
La squadra più antica d’Italia che torna nell’Olimpo del calcio, un manipolo di tifosi che la seguono con ansia ed entusiasmo dall’Africa, i loro amici kenioti che guardando le partite in tv ne sono conquistati.
Genoa Club Malindi non è soltanto la storia di una passione calcistica, ma anche uno spaccato della vita dei nostri connazionali nel Continente Nero, perché il “mal d’Africa” a volte ricorda la fede incrollabile in un team sportivo, specialmente se si tratta del Genoa, culla della civiltà pallonara così come l’Africa è culla dell’umanità.
Dalle cronache delle partite, vissute via satellite dal Genoa Club Malindi, nella stagione in cui i rossoblu tornano in Europa, la propensione all’avventura e alla libertà, il fatalismo e l’ingenuità del popolo keniota si mescolano con il senso pratico, l’umanità, l’incanto e la voglia di sognare degli italiani che hanno scelto di vivere sulle rive dell’Oceano Indiano.
Scritto da un giornalista, grande tifoso genoano che da qualche anno è tornato a risiedere in Kenya, e basato su una storia vera, Genoa Club Malindi è l’intreccio di due mondi, due stati d’animo, due magie che hanno molti più aspetti in comune di quanto a prima vista possa apparire: il “mal d’Africa” e il “mal di Genoa”.

(dalla prefazione)
Mal d’Africa e Mal di Genoa.
Chi ne è stato colpito non potrà mai fare a meno di veder correre la sua stessa esistenza su binari paralleli, di considerare le tappe fondamentali del suo percorso terreno senza esplorare quella parte della sua anima che chiede di essere soddisfatta in un unico modo, con l’appartenenza.
Essere genoano, appartenere all’Africa.
Sensazioni simili, battiti del cuore come zoccoli di animali gemelli che galoppano selvaggi in una savana di emozioni meravigliose.

L’autore: Freddie del Curatolo, giornalista professionista e scrittore, ha lavorato nelle redazioni dei quotidiani Il Corriere e La Provincia, ha collaborato e collabora con riviste e siti internet, ha pubblicato saggi musicali (tra cui “Se mai qualcuno capirà Rino Gaetano”, Selene Edizioni e “Vasco Rossi, il Provoc(a)utore”, Edizioni Bevivino) e il libro “Malindi, Italia – guida semiseria all’ultima colonia italiana d’Africa”, Edizioni Liberodiscrivere. Come cantautore nel 2004 ha dato alle stampe l’album “Nel regno degli Animali” che ha meritato il Premio Ivan Graziani-Pigro di Teramo, giungendo in finale al Festival di Mantova 2005 e classificandosi tra le dieci migliori opere prime al Premio Tenco di Sanremo.
Ha vissuto in Kenya dal 1990 al 1997 e vi ha fatto ritorno nel 2005.
Ama l’Africa ma appena può fa un salto a Genova.