lunedì 16 maggio 2011

LA GIOIA DI NON AVERE NEMICI


Esercizio di finta retorica: “non bisogna gioire delle sofferenze altrui”.
Per carità. Iniziamo con il dire che stiamo per parlare del giuoco del calcio e al limite del contrassegno di uno stile di vita, di un orpello supplementare ma molto profondo di vivere Genova e la genovesità. Sul tifo calcistico si è dibattuto fin troppo, sicuramente è una forma superiore di adorazione di falsi idoli, io lo ritengo un afflato di comunione d’intenti, di cooperativismo. Lo stare insieme per una causa comune. A maggior ragione in questo tempo di preclusioni, di gabbie, di realtà virtuale, lo stadio è uno dei pochi ambienti dove frequentare e conoscere persone.
Questo potrebbe bastare, poi c’è anche la schermaglia sportiva, la competitività, la passione. Situazioni e sensazioni minori, controllabili, razionalizzabili. Forse.
Eppure la mia gioia, al fischio finale dell’incontro Ciclisti-Palermo, che ha sancito la retrocessione dei titolari di quell’orribile maglia nella serie minore, era vivida e pura. Si rispecchiava candidamente nel pianto di quel popolo sbagliato in gradinata sud, non si è mossa a commozione per la disperazione quasi ecumenica del capitano Palombo.
Da parte mia, felicità.
Umberto Eco ha appena pubblicato un saggio palloso sull’esigenza di avere, di crearci un nemico.
A noi genoani, il nemico ce lo hanno creato con una fusione in laboratorio, e chi ha i capelli bianchi e lo sguardo fiero da partigiano, può assicurare che stavamo benissimo prima del 1946, senza alcun nemico se non i normali avversari del campionato e qualche pittoresca compagine ligure minore.
In questo periodo storico pieno di contrapposizioni spesso pretestuose, in malafede, in quest’epoca di scontri e di caccia alle diversità e di ricerca della superiorità nella distinzione, vorremmo dimostrare ancora una volta che noi genoani siamo diversi: vorremmo vivere in pace con chiunque e non doverci interessare di alcun avversario. Non abbiamo nemici, non abbiamo cugini.
Ecco cos’era quella gioia spontanea: la speranza di esserci tolti di mezzo per un po’ qualcosa che non ci appartiene, come un’escrescenza fastidiosa che non ci cambia l’esistenza ma ci ricorda che dobbiamo avere a che fare con il brutto, l’errore, il nonsenso.
Il nemico per noi non esiste.
E’ una roba di serie B.

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