domenica 20 dicembre 2015

ROMA-GENOA 2-0 Il commento del Beccioni "FUCK OFF"


Fuck off.
Così si è rivolto, a un quarto d’ora dalla fine della partita, il centravanti romanista Edin Dzeko, uno dei presunti ammutinati della banda Garcia, all’arbitro Gervasoni, reo di non avergli concesso un rigore.
Fuck off.
E’ quello che, fischiando sonoramente, i pochi e silenti tifosi giallorossi presenti oggi all’Olimpico intendevano, quando hanno assistito all’abbraccio tra Florenzi e il mister francese dopo il primo gol.
Fuck off.
E’ quello che dovrebbero dire a fine partita i soliti indefessi tifosi del Grifone che hanno assiepato il settore a loro destinato, facendo rimbombare di cori e “forza Genoa” la scatola vuota capitolina a chi ha condotto fin qui il Vecchio Balordo, evirandone la grinta e la tensione emotiva, privandolo di valori e dignità e riducendo le prestazioni, specie quelle fuori casa, a un onorare la firma su contratti precari e sperare in qualche colpo di fortuna.
Fuck off, con tutto il cuore, a dirigenza e allenatore.

Cartoline dalla bella Roma del Giubileo, dove bisognava davvero mettercela tutta per essere giubilati.
Fotogrammi natalizi, buoni per incartare il torrone:
Sesto minuto: Diego Capel, prestito secco, lento e motivato come un ghepardo allo zoo di Montreal, s’invola sulla fascia. Ha alcuni minuti di vantaggio sul diretto concorrente, ma frana su se stesso.
Trentacinquesimo minuto: Munoz sta per calciare una punizione dalla sua tre quarti campo. Studia il piazzamento dei compagni, quello degli avversari, quello dell’arbitro e dei raccattapalle. Chiama due schemi, un piano d’azione, un progetto a medio termine, un paio di diversivi. Poi calcia alla Castrogiovanni una scarpata a fondocampo.
Quarantaduesimo minuto: Questa volta il buon Munoz decide di seguire l’istinto. Assist svirgolato a campanile per Florenzi. A volte può funzionare, che un venticinquenne venga scartato da due squadre da mezza classifica in serie A per due anni consecutivi, tu lo prendi a costo zero e lo rilanci, facendo felice lui, la mamma, il procuratore e colui a cui l’hai promesso a un prezzo più o meno prefissato. A volte può funzionare,  molte altre volte…Fuck off.
Settantesimo minuto circa: Entra il bolso Pandev.
Settantacinquesimo: Dzeko ci prova e sfodera il leit motiv del pomeriggio.
Settantasettesimo minuto: Lazovic si invola sulla fascia come e meglio di Capel. Non cade. Si ferma, guardando il pallone rotolare più felice di lui oltre il fallo laterale. Nessuno li stava inseguendo.
Ottantasettesimo: Finalmente il Grifone targato Mago G. si scrolla di dosso la pesante etichetta di “resuscita morti” e opta per quella di “battezza neonati”, mandando in gol il ragazzino nigeriano Sadiq Umar.
Novantacinquesimo minuto: Esce il bolso Pandev.
Un allenatore offeso tira fuori le palle, se ne ha.
Ti sorprende con una formazione che va al di là della solita disposizione in campo da subbuteo, 10-1 in assetto variabile (si parte con un 4-5-1 papadopulo, poi si passa a un 451 iachino per finire con un 3-3-fatevoi), trasmette la sua grinta per attaccare una squadra in crisi che mostra lacune e imprecisioni da oratorio.
Un allenatore serio dopo dieci minuti vede i punti deboli dell’avversario e fa aggredire gli spazi, gioca basso ma corto e riparte veloce. Il Grifone di quest’anno arriva invece nella trequarti avversaria e si blocca come colto da sensi di colpa: “non vi vorremmo fare male, scusate se siamo arrivati fino a qui”. Iniziano fraseggi che ricordano il Camerun del 1982, ma quella squadra correva e correva, e aveva un tono fisico e muscolare che Ntcham in confronto è un gracile vecchietto.
Invece via con un primo tempo in stile Meazza: rinunciatario con nonchalance, impreciso con charme, disorganizzato chic, pallemolli doubleface.
Laxalt ha già dimostrato quel che aveva da dimostrare (all’Inter), Izzo corre, fa l’ala il centrocampista e finisce trequartista alla Morfeo, abbassandosi con un trucco napoletano pure il baricentro.
Capel ha spunti da buon giocatore, ma ogni volta che viene chiamato in causa ha nuove facce da conoscere e con cui duettare e per un ala o trequartista avere un riferimento offensivo come Gakpé è davvero deprimente.
Rincon è l’ultimo a mollare ma (se con un colpo di teatro non lo vendono a gennaio) prima o poi tirerà anche lui i remi in barca pensando che ha proprio un karma di merda. Capitano dei vinotinto venezuelani, ha visto la sua nazionale precipitare, travolta da disorganizzazione, malgestione e corruzione, e adesso assiste al manicomio rossoblu.
Tra poveri cristi da B francese come Gakpé e Cissokho che non hanno colpa, non ambientati come Lazovic e Capel, rassegnati a un anno di purgatorio come Ansaldi, è dura pensare chi potrebbe rimettere in piedi la baracca. Non certo Suso.
Il Genoa di Roma è stato troppo brutto per essere finto e troppo simile agli altri per darci motivi di speranza.
La situazione di quest’anno è il frutto dei soliti esperimenti economici di laboratorio, tra diritti di riscatto impossibili, prestiti demotivati in partenza, regali mezzi rotti, scadenze di contratto scadute come mozzarelle e le solite promesse che si sono rotte i coglioni di dover rimanere tali, e preferiscono diventare dei magnifici tradimenti.
Dzeko e Pjanic sicuramente hanno tirato tanti di quei Fuck Off all’indirizzo dell’unica squadra che non avrebbe dovuto giocare contro di loro oggi, e Garcia avrà ringraziato il cielo a stelle e strisce.
Grazie all’insulsaggine di una formazione alla deriva totale, la sua panchina dovrebbe passare le feste.
Noi invece archiviamo quest’anno di grandi soddisfazioni (una combattutissima Europa League dove siamo ancora in corsa, una Coppa Italia con strada spianata verso la semifinale in casa) con la sensazione di non avere più santi a cui attaccarci e, passate le feste, nemmeno la forza di gabbarli.
Sappiamo bene come inizierà l’anno nuovo e ci vorrà davvero tutto il nostro amore, per trasmettere a quest’accolita di mestieranti senza direttive, la grinta e la passione che chi per primo dovrebbe dispensare non ha, per aridità di cuore, limiti umani e bieca ingordigia.
Pensierino di Natale:
Tanti auguri Genoa, mai come ora ne hai bisogno.
Auguri anche a chi ti vuole bene e ti seguirà ovunque e comunque.
A chi c’era prima e durante le intemperie, ci sarà dopo ed è riuscito sempre a vedere i raggi del sole, sognando la stella.
Fuck off di cuore a chi non ha la dignità di farsi una buona volta da parte.   

domenica 6 dicembre 2015

INTER-GENOA 1-0 Il commento del Beccioni: "SCONFITTE D'ALTRI TEMPI"


Sconfitte d’altri tempi.
Quando già lo sapevamo che sbarcare sui Navigli e respirare i primi accenni di nebbia voleva dire partite spigolose e rigide come la temperatura lontano dal mare ed emozioni meno che all’interno dei tendoni dei circhi che sostavano nei prati bianchi e caliginosi ai bordi della vigevanese. Calcio d’altri tempi che l’anarchia del vivere senza nemici invisibili, ma con passioni ben definite e odi dai volti conosciuti, ci faceva amare a dispetto della differenza di qualità tra noi e le squadre meneghine e nonostante le nostre ataviche magagne tra presidenti avidi e meschini e spogliatoi sull’orlo di crisi di nervi.
Quelle partite spesso finivano 1-0 per gli avversari e ci lasciavano un retrogusto di Amaro Cora o 18 Isolabella, che se ne andava piano piano quando dalla Valle Scrivia innevata si scorgevano le raffinerie di Busalla. L’odore di nafta bruciata ci riaccoglieva con abbracci a sbuffo e calore di consuetudine, facendo svanire il volto terùn di Anastasi.
D’altri tempi però c’è solo il risultato, il contorno è rimasto in una trattoria di Porta Cicca, tra le pieghe della verza della cassoeula e la panatura di una cotoletta.
Oggi la poesia è un sms, la trasferta una tessera magnetica, un Camogli in autogrill e quasi ti sorprendi d’ascoltare il grido “Genoa Genoa” rimbombare all’interno di San Siro. E anche un rotondo, pieno “Inter Inter Vaffanculo”.
Oggi abbiamo il Vate del bel calcio che cercava di convertire Zanetti trasformandolo in centrale di difesa, mica anodini caporali come Marchioro o Giorgi, vediamo sovrapposizioni di mezzali e trequartisti che diventano terzini e si scambiano l’avversario da marcare al limite della propria area, procediamo in quella che ci viene prospettata come la partita perfetta del calcio finzione da terzo millennio, in cui bloccheremo l’avversario, inaridiremo le sue fonti di gioco, lo stordiremo con il pressing e forse, intorno al 55°, riusciremo a fare un tiro in porta.
Il tiro in porta invece lo fanno loro ed è una roba da riderne al bar, come avrebbe detto Beppe Viola.
Oggi non ci sono più le sconfitte di una volta, ci sono partite in cui si osa e gare piuttosto di merda.
Inter-Genoa del 5 dicembre appartiene abbastanza alla seconda categoria.
Sarà l’aria umida e pungente dell’orzata milanese che ti trasporta in una dimensione senza spazio e senza tempo, ma già dalle prime fasi della partita gli spiriti dell’antico cuoio vorrebbero rivivere gli anni della manifesta inferiorità che ci portava a salvezze all’ultima giornata o a retrocessioni annunciate.
In panchina distinti signori in paltò come Gigi Simoni o anodini caporali di cui sopra. Ma in campo c’era sempre qualcuno che sputava sangue esente dai controlli antidoping.
Si giocava contro armate tetragone che potevano disporre di bocche da cannone, e noi si cercava di chiudere ogni varco e di picchiare negli angolo quel tanto che bastava a spostare le efelidi a qualche signorinello dal dribbling fulmineo.
Qui c’è la faccina da serial killer da troppa playstation di Ljajic, il muso paesano e spaesato di Jovetic e il nervosismo di Palacio che non si ritrova da tempo e dovrebbe invece rallegrarsi vedendo il suo passato in Perotti terzino. Venti minuti in affanno, con Figueras che difende come la Kamchatka con un solo carrarmato contro la Cina da tre. Poi la diligente sartoria Gasperini prende le misure ai nerazzurri e li limita, ma di tiri nello specchio nemmeno a parlarne sottovoce.
Ricordo uno 0-0 con l’Ambrosiana in cui Silvano Martina prese 9 in pagella sulla Gazzetta.
Oggi Silvano Perin non ha molto lavoro e fa il suo su un diagonale del serial killer serbo.
Figueras dietro è una bambola di pezza, Tino leggermente più aggressivo e pronto delle ultime sconfortanti prestazioni, il General combatte ma ha a che fare con una coppia di muscolari che pensa bene di tentare il suicidio a craniate. Melo fuori causa e Medel un po’ rintronato riescono a regalarci un buon inizio di secondo tempo, con supremazia al centro.
La prima delle sue parate non difficili di Handanovic è sul laterale portoghese, mentre Lazovic non riesce più a scartare nemmeno una Valda alla liquirizia.
Nella desolazione di una nebbia che non scende a sospendere nemmeno i giudizi, il serial inventa qualcosa che fa svanire all’istante il ricordo di Martina e assimila Perin all’amico Padelli.
Generazione di fenomeni.
La reazione è chimica, come le scie di Capel per il campo, come l’attrazione di D’Ambrosio per le caviglie di Diego, che non riesce a far più di un paio di accelerazioni.
Nostalgia di Pasquale Iachini, quasi quasi di Gregorio Basilico, con Gakpé che è il Boito nero.
La partita è già finita, ma va avanti per inerzia altri venti minuti più recupero.
C’è una telefonata a gettoni di Tino Costa, l’imprecisione macedone che si taglia con un grissino e la sensazione che questa stagione possa ricordare una qualche vita di quarant’anni fa solo per le salvezze all’ultima giornata o le retrocessioni annunciate. E ora tutti a sputare sangue contro il Bologna, o a sputare addosso ai saccenti del calcio finzione.


domenica 8 novembre 2015

FROSINONE-GENOA 2-2 Il commento del Beccioni: "MOZZARELLE IN GABBIA CIOCIARA"

Mozzarelle rossoblu in Ciociaria.
Nei giorni scorsi il nucleo antisofisticazioni della polizia di Frosinone ha operato uno dei sequestri più importanti di latticini scaduti in zona.
Non immaginavano che di domenica ci sarebbe stato da intervenire nuovamente, con una partita di roba invendibile arrivata da Genova.
Non è una bufala, in primo piano nello scaffale del Matusa, in offerta sono arrivate le graziose palle mosce a ciliegine Gasperelle, quella burrata di Tino Costa e la pasta filata da pizza della difesa.
Non basta la novità Lazovic, peraltro migliore in campo con due assist come bocconcini per Pavola Affumicata e Gakpé. Treccia Laxalt e delizia Perotti iniziano ad avvertire la stanchezza del dover essere palindromi e dannarsi l’anima stanca, specie se non arrivano i risultati.

Il Gasp migliore senza dubbio è quello in gabbia, dopo la sua espulsione il Grifone tira fuori gli artigli, complice anche la prevedibile stanchezza di un Frosinone che nel primo tempo ha pressato come un confezionatore di sottilette. Lui urla dalla trincea ciociara, ma la squadra fa finta di non sentirlo. Stavolta spavaldo all’inizio, con un 343 sulla carta offensivo, perché il Genoa mica può presentarsi nella provincia laziale con umiltà, manco avesse perso in quella toscana…
E dire che, come nel capolavoro cinematografico di De Sica, tutto era iniziato nel migliore dei modi, come quando Cesira incontra Michele. Lazovic se ne va a spasso per Fondi e Pavolosky  fa il partigiano polacco della situazione.
Ma le grane iniziano presto. Invece di far girare palla, di far aprire le maglie e i cacio ricotta avversari, il Genoa senza palle del Mago arretra come i villani frusinati davanti ai tedeschi, per poi essere violentato due volte. Ci si mette anche l’arbitro Calvarese, che ricordiamo per l’invenzione di un penalty al sapor di mascarpone per il Napoli nella scorsa stagione, estraendo nel giro di pochi minuti due cartellini per lo squinternato De Maio, che al rientro fa rimpiangere Armandino, ma anche Granqvist, Portanova, Ranocchia e quasi quasi Gamberini.
Blanchard, vecchio allievo di Gasp, ricorda anche che un tempo c’era Mino Francioso e si esibisce in una funambolica rovesciata da terra. Colpo di fortuna, ma Perin aveva già sfornato un mezzo miracoloso focacciozzo e il peggio sarebbe arrivato poco più tardi.
Rosetta, dopo essere stata vittima del primo stupro, decide di darla a un camionista che assomiglia il modo impressionante a Ciofani.
Ecco il fallo appena fuori area del francese, la punizione con rimpallo e qualcuno che come sempre tiene in gioco un avversario. In questo caso Diakhité che infila una scamorzella a un nervosissimo Mattia, che è di Latina e forse se ne ricorda.
Il primo tempo finisce qui, e per fortuna, perché palle mosce come al solito non riesce a dare la carica nemmeno all’orologio da polso del nonno. Il 351 con Perotti e Laxalt terzini e Lazovic unico che può correre dalla cintola in su per far male, risente del camminamento Costa e della fascite plantare venezuelana. Con l’inserto di Gakpé e l’allontanamento del Mago ingabbiato, ecco uscire l’orgoglio rossoblu, che riesce quantomeno a raddrizzare la situazione.
Il bicchiere mezzo pieno dice seconda trasferta senza sconfitte, quello mezzo vuoto ricorda che non è ancora arrivata una vittoria in trasferta, e tolta forse la Fiorentina, abbiamo giocato contro squadre mediocri. Resta il fatto che quel che c’era nel bicchiere fa sempre abbastanza schifo.
Che la sosta dunque riavvicini Cesira e Rosetta, che se deve faccia posare definitivamente il calabrone sulla merda e soprattutto faccia capire al Regista di questa fiction itinerante che non è Vittorio De Sica e spesso somiglia al figlio Christian nelle sue dimenticabili interpretazioni.

mercoledì 4 novembre 2015

CHI PARLA DI ME


Chi parla di me

ha il diritto di farlo
e anche quello di non sapere
nient'altro se non quel che gli importa sapere
Chi parla di me
non ha certo la mia voce
può non usare la mia decenza
e difficilmente lo farà in mia presenza
Chi parla di me
se esprime un'opinione
non sta cercando un confronto
non sono io il protagonista del racconto
Chi parla di me
lo fa quasi di nascosto
e con il timore inconfesso
che sia io per primo a parlare di lui,
povero fesso!

(Freddie del Curatolo)

domenica 25 ottobre 2015

EMPOLI-GENOA 2-0 Il commento del Beccioni: "PIU' CHE MAGO, MAGONE. IL VERO G. E' UN ALTRO"




Non ci voleva un fenomeno per cercare di giocarsela, oggi ad Empoli.
Bastava essere un altro G.
Non parliamo del Signor G, ci mancherebbe altro.
Per capire uno come lui non sono bastati trent’anni e migliaia di animali al potere e al nostro fianco; in autobus, al lavoro, in famiglia, forse anche allo stadio.
In questi giorni andate a riascoltarvi “La pistola” del 1978, ad esempio.
Magari sulle immagini di quell’idiota di europarlamentare leghista intervenuto in diretta.
Ma non divaghiamo.
Stiamo parlando di calcio, non di società.
Di semidei tatuati, non di esseri umani tarati.
Di erotismo, non di pornografia.
Allora oggi nella terra di Dante e di Pieraccioni, sarebbe bastata l’intelligenza di Gasparri, senza arrivare per forza a quella di Giampaolo, che è il suo sosia ma di calcio ne capisce di più, e ci auguriamo anche di vita.
E invece il Grifone di quest’anno è squadra da orgasmi casalinghi, di quelli con la consorte da nozze d’argento, che solo grazie alla nostra fantasia riusciamo a rendere sempre piacevoli, quasi inediti.
Come in “E’ sabato” del nostro G preferito, guarda un po’.
In casa è sempre sabato, in trasferta lo era questa settimana.
Ma sabato o domenica, lontano da casa brancoliamo alla ricerca del Punto G.
Un punto G, uno solo, quello di Udine.
Per il resto il Mago del calcio italiano ci ha condotto ad un glorioso cammino fuori da Zena  che ci regala gli stessi punti di Carpi e Frosinone.
E’ sabato! Potremmo rivedere con gli occhi e con il cuore le forme a noi care, benche “risapute e stanche” di glorie passate e vive nei nostri turbamenti.
Sì, dai!
Facciamolo ancora!
Troppo facile, per un sadomasochista tattico come Mago G.
Con il suo gatto a undici code e il sorriso in latex, l’orgasmato di Collegno propone un turnover solo per un terzo, lasciando in panca gli eroi delle ultime trasferte, Burdisso e De Maio, per lanciare il sextoy misterioso Munoz e la MILF Marchese, che dall’avvento del figlio di Calogero non è buona nemmeno per il twerking.
Al centro, date le tre partite ravvicinate in otto giorni, Punto G. non trova di meglio che piazzare Rincon sulla fascia, che è come avere a disposizione Bar Refaeli per un pomeriggio e chiederle di far la lavatrice e stendere i panni.
Qui Gasparrini dimostra che avrebbe fatto meglio ad entrare in politica, magari nel movimento 343 stelle.
Rincon sulla fascia si stanca, non fa filtro in difesa, non aiuta il regista al suo fianco, brancola come un ipermetrope e non trova né il Punto G né il resto delle lettere sulla tabella dell’ottico. 
Non è tempo nemmeno per Tachtsidis.
All’eroe dell’ultima al Ferraris è preferito il giovane superdotato (e super valorizzato) Ntcham.
I soloni del Gasperinesimo mi spieghino allora perché non il francesino, piuttosto che il venezuelano, sulla laterale. Da dove oltretutto Olivier ci ha regalato il gol della vittoria col Chievo, preparato ovviamente in allenamento dopo innumerevoli sedute (psichiatriche).
In avanti, altra possibilità di turnover e di rilancio di qualche giocatore che rischia lo spegnimento stile cometa, che poi te ne accorgi vent’anni dopo che è morto.
Capel, Lazovic?
Macché! Qui si fa pornografia, mica cinema!
Conferma del trio resistente che ha spadroneggiato in casa domenica scorsa, nel talamo dove il punto G lo trovi a memoria, come un cane da tartufo o da coca, seguendo più o meno il tuo stesso odore.
Ecco quindi la bella armata da trasferta toscana, per ripetere l’esaltante prestazione di Firenze, senza andare oltre.
Fin dalle prime battute si nota un Empoli ben messo in campo ma senza grandi individualità, se non due giocatori tra le linee, fuori dagli schemi, anarcoidi.
Per dirla con il sosia di Giampaolo “che fanno un po’ il cazzo che je pare”.
Krunic e Zielinski non possono essere considerati, nel gioco del Mago.
Non li caghi nella tua squadra, figurati se li devi prendere in considerazione in quella degli altri.
E qui il ragionamento alla Gasparri ci sta tutto.
Sappiamo già che da loro verranno i pericoli più grossi.
Se la formazione di Punto G non convince, in compenso la motivazione con cui li ha mandati in campo  commuove come un documentario sull’incontinenza nella terza età.
Tutto il calcio che si vede da parte nostra sono due fughe di Gakpé sulla destra e un esterno della rete di Rincon (dove appunto avrebbe dovuto trovarsi la sua controfigura superdotata per le scene forti).
Invece Ntcham al centro colleziona più falli di Vladimir Luxuria e Pavoletti perde nettamente il confronto con l’aitante e muscolare Tonelli.
Per non parlare di Perotti, omino nella barca sempre più solo e triste, come un selfie nel ripostiglio.
Dopo un paio di pezze di Perin, tornato a mostrare il Lato B nei lungometraggi che le mogli non vedranno, si va in bambola un po’ tutti ed ecco l’uno a zero della banda Gaspaolo.
Fine primo tempo, toilette, sigaretta nel foyer, fazzoletti nuovi e cappelli sulle ginocchia.
Fazzoletti sì, ma per piangere.
L’armata Gasparrini torna in campo più triste di prima, e il pornodramma  assume toni da commedia esistenziale francese. Quelle in cui non succede un cazzo per quasi un’ora e poi ti rendi conto che le tette della protagonista erano pure mosce.
Così si va a prendere il secondo gol, su ennesima dormita della MILF che non può più fare le ore piccole, ma nemmeno una trasferta al mese, e si rischia pure il terzo in serenità.
Senza mai impensierire il partner occasionale, che ha anche il buongusto di godere con sobrietà.
Si torna a casa incordati dall’ennesima avventura andata a male, grazie al Mago delle camporelle fuori porta, quello che anche quando non cerchiamo la scopata indimenticabile, ma almeno un filarino che ci riporti alla memoria le gite scolastiche con l’immortale Professore, ci ricorda impietosamente che di lui non ci si può innamorare, perché è un maledetto, presuntuoso, inconcludente monogamo segaiolo.

domenica 11 ottobre 2015

UDINESE-GENOA 1-1 Il commento del Beccioni: "IL GRIFONE VA PER OSMIZE"


“No ste a zercarme, son per osmize”.
Così recita il detto popolare degli uomini “furlan” tutti d’un pezzo, che ogni tanto amano perdersi nelle meraviglie etiliche e gastronomiche tra il Carso e il nulla.
Le osmize sono case coloniche private che, in determinati periodi dell’anno secondo decreti della regione autonoma che risalgono ai contentini delle autorità austroungariche, si trasformano in accoglienti osterie a buon prezzo.
Banconi, panche, botti, barili e tirassegno.
Affettatrici a mano, tazze, urla e gente riversa sul pavimento.
Protagonisti assoluti: vini e grappe.
Sul manto verde del rinnovatissimo hangar Pozzo, invece, oggi il protagonista assoluto è stato lo sponsor “Grappa Julia”, evidente apparizione friulana di Julio, riportato in trasferta probabilmente grazie alla convocazione di Perin.
Il Grifone di Mago G come Grignolino, alla vigilia di Udinese-Genoa promette di trasformarsi in uno Schioppettino, con la vivacità e la leggerezza di Gakpé e Laxalt, e di sublimare in un refosco (dal peduncolo rossoblu) con il bouquet di un Perotti sempre più in forma e l’invecchiamento in barrique di capitan Burdisso che promette “basta errori”.
Si beve per dimenticare.
In realtà ci siamo trovati davanti a un tocai di terza categoria, frutto di cicchettini da antipasto di un gol che non arriva mai.
Un apericena già tristemente noto quest’anno, visto a Palermo, a Firenze e per trenta minuti anche a Roma con la Lazio.
Pressing, compitino assolto da camerierini sorridenti e disponibili, ma nessuno che arriva a stapparti la bottiglia giusta.
Poi, come era già successo alla Vucciria e alle Cascine, invece di tornare dagli spogliatoi, la banda Grignolino va per osmize e invece di gustare delicati San Daniele e saporiti pecorini, prepara una frittata di testicoli di maiale per omaggiare l’immarcescibile Totò Di Natale.
Uno che non è più capace di ubriacare le difese, ma se gli viene offerta l’occasione, si beve chiunque.
Il Grifone da degustazione oggi sta tutto in quattro o cinque giocate di Diego Perotti, nella girata al volo di Pavoletti e nella trasformazione del penalty da parte del Diez.
Il resto è un disgustoso brodino tiepido alla grappa, e con il ben di dio che c’era da raccogliere in Friuli, tornare a casa con tale cadeau, ci lascia ancora molto perplessi su molti aspetti della gestione tecnica.
Al Friuli, Gakpé falso nueve è la novità di Falso y Cortez, che propone Capel e Perotti false ali con la possibilità di accentrarsi. Tale indizio, che porterebbe quasi a un 3421, variante del mitico marchio di fabbrica 3-6-1, sarebbe anche interessante, se Laxalt e Cissokho si sovrapponessero.
Dall’altra parte Colantuono, che fa giocare alla sua squadra un calcio vecchio come gli istriani di nazionalità italiana, tiene Edenilson e Adnan alti e accentrabili, creando superiorità e intasamento a centrocampo e impedendo le sortite avversarie. Un bell’annullamento reciproco che regala uno spettacolo a cui sarebbe meglio assistere da ubriachi. Ma parecchio.
I lampi e le intenzioni arrivano da una parte da Lodi, mobile come un trumeau Luigi XIV, e dalla nostra ovviamente da Perotti, che nonostante le piroette di gioia per il rinnovo del contratto-burlesque, non appare ancora dello smalto migliore. Davanti la solita sterilità che viene quasi da rimpiangere Pandev, uno che per osmize ci è andato veramente.
Il primo tempo se ne va con due sussulti al sapor di brovada: col musetto di Gakpé e un paratone di Karnezis (chi era costui?), col frico di Totò che vede Lamanna per osmize e cerca di avvolgerlo in un grissino come un sauris a mezza stagionatura.
Si segnala il calo di forma di Laxalt, che sulla sua fascia non ha ancora una valida alternativa (se poi Mago Bagnacauda vede Ansaldi nella difesa a 3 stiamo freschi…) e la frenesia di un Cissokho in decisa involuzione, ancorché generoso nel versare da bere a tutti. Rincon tampona e Dzemaili è il maitre perfetto nell’esercito dei soldatini da aperitivo di Mago Roero Arneis.
Nella ripresa, come detto, sono le osmize a farla da padrone.
L’ordinanza dice che sono aperte mezzora, dal 46’ al 76’.
Per fortuna Pavoletti non partecipa ai primi giri di sgnappa, e ci prova un paio di volte, unico ad impegnare Carneade. Il penultimo giro lo offre occhiovispo Lodi, obbligando Danilo (che in fatto di osmize porta un nome altisonante) a far volare il cjarson al cioccolato.
Gakpè si guadagna il penalty che El Diez trasforma alla Maradò.
Ultimo giro di acquavite e tutti a casa?
Neanche per sogno!
Mago Liquore Galliano tiene in campo un inguardabile e nocivo Cissokho al metanolo che ne combina di ogni, mentre la difesa è in overdose da gubana e distillato al ramandolo. Marquinho mette bottiglie in fila e spara sul Lamanna disteso al 92’, la traversa salva i soldatini immobili al 93’.
Prendiamoci la prima Grappa Julio, il primo punto in trasferta e andiamo per osmize per i prossimi quindici giorni. Resta la sobria certezza che in trasferta abbiamo la capacità di ringalluzzire gli strafatti e rendere lucidi gli ubriachi. E dopo aver preso gol il nostro gioco non migliora, né l’astemio Mago Chinotto sa tirare fuori dalla sua vasta cantina tattica, le bottiglie giuste, o perlomeno un po’ di buonsenso sfuso.


lunedì 14 settembre 2015

CARTE DA GIOCO STRAPPATE


Siamo carte da gioco strappate
portate dal mare
Siamo fatue promesse d'estate
Mal pronunciate o da dimenticare
Siamo frasi non dette
Matite spezzate
Pensieri di cose fin troppo pensate
Americhe amare e maledette
Siamo quel che non resta da fare
Giorni da passare
E non giornate da vivere

sabato 12 settembre 2015

FIORENTINA-GENOA 1-0 Il commento del Beccioni: "PROFONDO VIOLA"


Profondo Viola.
Al comunale di Firenze va in scena un Genoa horror, che si fa pugnalare una sola volta e non riesce mai a ferire l’avversario, con una sterilità offensiva endemica e prevista, ma davvero desolante.
Il viola è un colore secondario, composto dall’unione del rosso e del blu.
Anche questa sera i viola per imporre i loro colori hanno avuto bisogno dello scioglimento dei due colori. Una fusione a freddo che è risultato naturale, quasi matematico, di aver giocato con l’uomo in più per 70 minuti. Poi l’espulsione di Badelj, che ha riequilibrato le cose. Noi con Pandev in campo, loro finalmente come noi con l’uomo in meno.
In superiorità numerica, la Fiorentina ha fatto gioco in maniera mediocre, affidandosi al cervello e al mestiere di Borja Valero, che a storpiare il nome gli si fa sempre un favore, a lui e a mammeta. Con Pepito che non gioca dai tempi di Letta presidente, il giovane Duccio della Bernardesa che se è il nuovo che avanza stiamo freschi, e Paracar, non sembrerebbero fare del male, se noi potessimo schierare una squadra decente.
Invece ci presentiamo con JetLag Rincon che per un’ora vaga per il campo spaesato cercando Isla e un Margarita, e trovando solo i polpacci di Borja e Vecino, Tino Costa più lento e defilato del solito e Ntcham dal quale forse si pretende un po’ troppo. Senza stare a guardare il Capel.
Così le cose meno peggio arrivano dalle fasce, dove Laxalt dimostra di volersi imporre, pur in un ruolo non suo, dimostrando abnegazione, spirito di sacrificio e palle ancora troppo giovani per mandare a cagare il Vate.
Dall’altra parte, Hiram Bullock Cissokho fa davvero il possibile e anche di più, considerato che con 500 mila euro ci comperi Falletti della Ternana o Mammarella del Lanciano. A fine partita risulteranno i migliori in campo.
Davanti, l’horror vacui.
Due ottantenni con una buona pensione ma senza l’idea di dove siano i lavori in corso da andare a vedere. Due umarelli tristi che non riescono ad accattare un pallone nemmeno durante un paio di saldi di fine estate di Astori e Tomovic. Clamoroso il pallonettino aziendale del macedone sull’unica occasione che un tempo un piede come il suo avrebbe tramutato in qualcosa di meglio e che invece ci lascia a reti inviolate all’intervallo.
Il George Romero della panchina, Mago Gasp, dopo aver spostato il francesino del City da ala alla Kucka a mezzala alla Kucka, a falso nueve alla Perotti, a dovecazzovuoitu, non si schioda dal 3-6-1 transgender e continua a contare i giocatori in campo per capire se sono davvero undici o almeno due si sono dati.
Come ci si può attendere, la Viola di settembre, confortata da tanta pochezza avversaria, spinge un po’ di più nel secondo tempo e il rossoblu in campo inizia a mescolarsi con il nulla della tavolozza verde del Comunale.
Varcare la trequarti è come un valico appenninico affrontato in monopattino, rifornire Pandev non varrebbe la pena nemmeno si vedesse in lui un’oca da paté.
Inevitabile la marcatura di Paracar, con De Maio che ancora risente della spalla e Burdisso che preferisce il culatello.
Subito dopo, l’orrore della partita propone due decisioni abbastanza indecifrabili: l’espulsione di Badelj (fin troppo severa) e la sostituzione di Tino Costa (anche da fermo, meglio dell’attuale Capel).
Con la ritrovata parità numerica, pur con il fantasma macedone e un mezzo macedone che ancora non ha capito dove gioca e chi sia Gasperini, non riusciamo a fare un tiro in porta.
L’ingresso di Perotti riporta superiorità presunta. Si vede quel che potrebbe essere in futuro: prediche nel deserto e predicatori al dessert.
Al fischio finale ci si può giusto affidare al significato letterario del termine “orrore”:  
Sostantivo maschile [dal lat. horror -oris, der. di horrere (v. orrido)]. – letter. Senso di sbigottimento ispirato dalle tenebre, dall’oscurità: un solitario orrore d’ombrosa selva mai tanto mi piacque(Petrarca); all’orror de’ notturni Silenzi si spandea lungo ne’ campi di falangi un tumulto e un suon di tube (Foscolo).
Con le tenebre in attacco e oscurità di modulo, attendiamo l’ombrosa selva di tre partite facili. Per ora nessun tumulto, siamo quel che siamo e le tube del giudizio sono ancora lontane, tanto vale pensare a quelle di falloppio.
Pensando alla ripresa di Perotti, al ritorno di Pavoletti e della sua contagiosa voglia, ripieghiamo sull’ accezione particolare di questo “orrore”: 
sacro orrore (e, meno comune, orrore religioso), sentimento misto di superstizioso terrore, di rispetto e di venerazione ispirato da luoghi in cui si sente la presenza della divinità; nell’uso odierno, l’espressione sacro orrore è per lo più adoperata in tono scherzoso per indicare avversione (soprattutto per ciò che non è in sé un male): ha un sacro orrore dell’acqua, di persona che è poco amante della pulizia o anche di persona a cui piace molto il vino.
Ecco.
Salute, Genoa!

lunedì 7 settembre 2015

AUGURI, COMPAGNO DI VITE


Centoventidue anni.
Un uomo non li vive mica.
Sì, c’era uno in Nepal, mi sembra.
O forse era in Ungheria, ma non si faceva vedere in giro.
A Matsangoni, nell’Africa Equatoriale, Mzee Kaingu è morto che ne aveva 115 e la gente del villaggio non ha più trovato il corpo.
Dicono che è diventato una pianta.
Ecco, centoventidue anni può essere forse solo una pianta, un albero.
Il baobab africano può arrivare anche a mille anni.
E il vitigno che produsse quella bottiglia di Bordeaux datata 1893, è ancora lì.
Vivo.
Qualcosa che c’era prima di te e che se l’uomo stesso non la distrugge, stai sicuro che ci sarà anche dopo.
Annate migliori, stagioni grame.
Natura, fatica, sudore.
Arte, cultura, tradizione.
Cambiano i bouquet, i prodotti, s’insediano insetti nuovi, arrivano terribili pesticidi.
Ma il vino è ancora lo stesso.
E’ sempre la medesima etichetta.
Identico, inconfondibile timbro.
Come il Grifone.
No, non l’animale mitologico.
Lo so, è un vino marchigiano.
Nemmeno quello.
Sto parlando del Genoa, che oggi festeggia 122 anni dalla fondazione.
Sì, il Genoa Cricket and Football Club.
Avete capito bene.
Perché sono robe che tanta gente non comprende.
Che va pure bene, non si può pretendere di capire tutto.
Ma a quel punto, bisognerebbe stare zitti.
Umilmente, con rispetto e dignità.
Prendendosi tempo per provare a intendere, a sapere, ad imparare.
Sempre che gliene freghi qualcosa di te o della questione.
E invece parlano, commentano, ti giudicano.
Oggi è ancora più facile, basta un click.
L’hanno inventato apposta, il click.
Perché non c’è più tanto tempo da dedicare agli altri.
Con un click credono che tu stia pensando a loro, che sia interessato a quel che dicono e a quel che fanno, alle cose in cui credono e a quel che gli piace mostrare di loro.
Il bello è che la faccenda è reciproca, lo puoi fare anche tu e gli altri penseranno lo stesso, in una piacevole e serena accettazione di farsi ognuno i cazzi degli altri e allo stesso tempo non interessarsene minimamente.
Anche per questo non temo critiche.
Men che meno quelle costruttive, prendono troppo tempo e poi c’è il rischio che ti arriva una risposta e devi pure controbattere.
Meglio affidarsi frettolosamente a sentenze di comodo, a qualche luogo comune non proprio banalissimo e al limite prendersi un altrettanto frettoloso vaffanculo.
Con la stessa serena accettazione di un click.
L’ironia invece è sempre bene accetta.
La chiamano “fede”, quindi non è una cosa che uno deve prendere sul serio.
Com’è giusto a volte non prendere sul serio le pulsioni del cuore o quelle della pancia.
Per non parlare del basso ventre.
Ironia sì.
Pregiudizio, sufficienza, snobismo o peggio, velato disprezzo di chi considera snobismo il mio.
Un intellettuale che si interessa di calcio, che fa addirittura il tifo per una squadra.
Fosse stato un ignorante, un decerebrato, capivo.
Ma ci siamo abituati.
L’innamoramento con una squadra di calcio.
Ti additano come un immaturo, un superficiale.
Uno che in fondo non ha tanti problemi nella vita o, peggio, con tutti i pensieri che dovrebbe avere, guarda come perde tempo dietro a una cazzata.
Poi vedi tanti di loro dedicarsi amorevolmente, piangere e sdilinquirsi davanti ad un micino o una cagnetta che hanno il quoziente d’intelligenza poco più basso di Cassano.
E condividono, si indignano, si lanciano in effusioni verbali, virtuali, emotiche ed ematiche anche per gli animaletti degli altri.
Come se io mi mettessi a urlare come un assatanato per un rigore negato all’Udinese, se perdessi la voce seguendo la Spal e mi si gonfiassero gli occhi per la retrocessione del Cesena.
E’ la mia pianta, quella che da ragazzo mi ha fatto sentire una delle migliaia di gocce di pioggia che la innaffiavano con lo stesso ardore, dei granelli di polline che l’aiutavano a far germogliare i fiori.
Corpuscoli in trasferta a Liverpool, a Sassari, a Oviedo, a Giulianova, a Odense.
Rugiada piangente a Firenze, con il Cosenza.
Foglie secche a Treviso, petali strappati a Cogliate e trasformati in fiori di plastica che il polline non sa più dove cazzo andare a posarsi.
Di questo vorrei parlare, di come ogni pianta meriti di veder nascere i propri fiori, di come ogni sentimento, ogni passione sia buona, se dal tuo cuore può nascerne qualcosa di vero, onesto, semplice, umano.
Di tutte le belle persone che ho incontrato, ho conosciuto senza click, ho frequentato e ho avuto il privilegio di chiamare “amico”. 
Ma che importa, a chi serve sapere queste cose, in un mondo di indaffarati che non ascoltano e hanno affidato le loro sorti a chi ha già le migliori soluzioni per mandare tutto a puttane. 
E allora va bene.
Il calcio è malato, è pompato, è dopato, è truccato, è al soldo dei media.
Dovrei ragionare così.
Invece la domenica mi ritrovo lì, davanti ai miei fiori.
Per  molti sono io l’eterno infante, quello che giustifica i violenti, i poco equilibrati.
Gli unici che spalano il fango delle alluvioni altrui, invece di restare a concionare con l’iphone in mano, per intenderci.
Stiamo tornando alle posizioni fisse, alle poche idee ma in compenso confuse, all’integralismo come risposta agli estremismi.
Click.
Vaffanculo.
In tutto questo bordello dovrei vergognarmi di esternare amore per una maglia che mi fa battere il cuore?
Probabilmente, di questi tempi, non mi vergognerei nemmeno se il cuore me lo facesse battere Bono Vox con il tupé biondo.
Siamo così diversi e sconosciuti l’uno all’altro che sembriamo proprio tutti uguali.
E non dovrei sentirmi libero di pensare al Vecchio Balordo, alla sua storia, alle emozioni che mi ha donato, al piacere di vedere una palla di cuoio sospinta in fondo alla rete da un milionario poco più che ventenne che sgomma al semaforo con la sua Porsche Panamera, solo perché indossa la casacca rossoblu?
Segnalatemi nel novero dei malati di leggerezza, prenotate pure un posto per me nel girone dei rincoglioniti.
Confortatevi, siamo sempre meno.
Oggi la passione a gratis è un bene che non fa comodo a nessuno.
Cosa importa, abbiamo il cuore, la pancia e curiamo con amore la nostra pianta.
Io, se fossi una pianta, sarei sicuramente la vite.
Tanto per parlare di integralisti, un amico vegano e animalista convinto mi chiedeva perché continuo imperterrito a bere vino, più dell’acqua.
Gli risposi quel che mi hanno insegnato in Africa.
“Dovresti saperlo, anche gli animali mangiano e bevono sempre la stessa cosa, per tutta la vita”
“Infatti un cane e un gatto vivono 15 anni” mi ha risposto.
“Vivono meno perché li abbiamo addomesticati. Un elefante vive anche 80 anni”
“In ogni caso la vita media di un animale è 20 anni”
“Vedi, amico, quel ignori e che invece uno come te dovrebbe sapere, è che gli animali non muoiono dopo quindici o vent’anni da quando sono nati, ma da quando hanno smesso di essere cuccioli, e diventano adulti”.
Ecco, mi va bene così.
Datemi dell’eterno bambino, ditemi pure che sono infantile.
La mia vita vera da animale non è ancora cominciata.
Quella nell’eterno vigneto arriverà quando sarà il tempo.

E ti faccio gli auguri, caro Genoa.

lunedì 24 agosto 2015

PALERMO-GENOA 1-0 il commento del Beccioni "DAL BARBERA ALL'ACETO"

Scocca il novantesimo al Barbera.
Le annate sono di quelle D.O.C.
Zio Marchese, 1984, in anticipo di due metri sul diretto avversario lanciato verso di lui con un Velosolex, inchioda repentinamente col suo califfone per paura forse di farsi male e non poterlo raccontare al figlio Calogero.
Raccoglie una sacrosanta ammonizione e regala una punizione dalla trequarti ai padroni di casa.
Sul relativo lancio in area, la palla danza come un’entreneuse ucraina in un nightclub di Abu Dhabi, facendosi toccare da tutti, aspettando di darsi al più prezzolato.
Nonno Burdisso, 1981, non resiste alla tentazione ed estrae dal repertorio la ciabatta d’oro, antico cimelio che si guadagnò anni addietro nella campagna di Cipro con la compagine Ambrosiana.
Due anni di contratto iniziati più o meno come aveva concluso l’annata precedente.
Altro che Barbera, un Rojo de Mierda buono nemmeno per la sangria.
Così si conclude la prima dei due preliminari di Calciomercato della stagione.
La buona notizia è che siamo già a pari punti con Juve, Milan e Napoli.
Tutto quel che è accaduto precedentemente è inutile, fallace e dimenticabile come una promessa di Preziosi; inguardabile e irritante come la faccia di Milanetto.
Con un Grifone largamente rimaneggiato ed alcuni giocatori in ritardo di condizione, sarebbe stato meglio osare un 4411, con Lazovic dietro a Pandev e Laxalt e Ntcham, che hanno un minimo di gamba in più (uno perché leggero, l’altro perché buono) sulle fasce.
Invece, come ci si attendeva, Mago G non rinuncia alla difesa a 3, esponendo Cissokho al pubblico ludibrio di un  ruolo non ancora assimiliato e Laxalt a qualcosa che non gli apparterrà mai.
La trovata, se vogliamo, è il francesino del City che giostra in mezzo, agendo talvolta da falso nueve, talvolta da reggi baracca. Pandev sulla fascia ha la verve del peggior Gasparetto e Lazovic cerca di fare peggio, facendosi trovare solo quando nessuno lo cerca.
Fortunatamente Tino Costa sa prendere in mano quel poco che resta della squadra e il Palermo del caro Iachini, dopo Carpi e Frosinone, è la migliore squadra che potessimo incontrare.
Senza attaccanti, senza regista e senza condizione, con l’estroso Vazquez sostenuto da onesti mestieranti bulgari, macedoni, svedesi terroni, libanesi con passaporto uzbeko, mauritani senza passaporto, più due campani.
Il Grifone dura mezzora e poi si scioglie come un gelato di similcioccolato al caldo umido della Trinacria vespertina.
Basta una mossa tattica di un luminare riconosciuto della panchina il cui berretto nasconde probabilmente il topo Ratatouille del calcio, che il Grifone dello stratega numero 1 del football mondiale va in fusella anche tatticamente. Il primo tempo si conclude con qualche affanno di troppo e la ripresa si apre ancora peggio.
Sale la fatica e la squadra si allunga e si schiaccia come il bandoneon di Astor Piazzolla, coetaneo di Burdisso e autore di “Adios Nonino”, una speranza o al limite un consiglio di smetterla con la grappa, e dell’attualissima “Oblivion”.
Nonostante il calo, le prediche nel deserto di Tino, la buona volontà di Ntcham e il miglioramento di Cissokho che ritrova la sua naturale posizione di terzino destro e da il meglio di sé, se davanti avessimo un attaccante qualunque, invece di un molle stempiato girovago con la pancetta e il desiderio di passare gli ultimi due anni della sua carriera in un luogo tranquillo, possibilmente biservizi e vista mare, potrebbe anche andare bene. Ma a Goran piace sparare addosso ai portieri, che gli ricordano le tortore di Skopjie, o forse le scopate di Tortona. Ci ha già provato due volte nel primo tempo, si ripete nel secondo.
Tutto questo è il Genoa offensivo, il resto è offensivo solo per il gioco del calcio.
Inserire un Capel che non si è mai allenato contro un Lazovic assente ma comunque sano, è un azzardo che va ad aggiungersi trionfalmente alla collezione di minchiate del Gasp alla prima di campionato.
Togliere Costa e non Pandev per inserire un giovane attaccante, è il colpo di grazia.
Il resto, come detto, lo fanno i decani della difesa che dovremo sopportare da qui alla fine dell’anno.
Perché De Maio può partire domani, Izzo anche a gennaio, ma nonno e zio li può chiedere solo il Padreterno del calcio, o un appassionato di vini andati in aceto. 


(pubblicato in anteprima su www.grifoni.org)


domenica 23 agosto 2015

PENSIERI CARINI 1

Vorrei mandare un pensiero carino a tutte quelle belle facce di discografici, editori musicali, televisivi e radiofonici, deejay e promoter senza palle che nei loro profili sociali (e probabilmente nel salotto di casa, con gli amici intimi) ascoltano e magnificano i grandi del rock, del soul, del reggae, del jazz. Poi lanciano, promuovono, pubblicano, sostengono, spingono musica DI MERDA di artisti che non hanno niente da dire e da dare all'arte, alla fantasia, al sogno. Ma spesso neanche alla pancia, all'anima, al cuore. Se continuate a farlo solo per denaro, mi auguro che lo dobbiate spendere tutto in dentisti e preparazioni H.


lunedì 6 luglio 2015

MAPPAMONDO


Dove sei diretto
Tu che solchi oceani
Come dentro una cartolina?
Con un segno del dito anulare
Percorri distanze incalcolabili
Se sapessi che sei fermo
Nei pensieri immaturi
Mentre corpose le onde
Agitano la tua coscienza.
Un giorno
A dire il vero molto presto
Giungerai al mare chiuso
Dove un soldato
(vedetta all’erta)
ti darà un foglio
con regole e principi.
Allora anche il mare
Non sarà più libero
Allora anche le onde
Smetteranno d’increspare gli oceani
Come farà la vita

Con i tuoi pensieri

(Freddie del Curatolo)

mercoledì 8 aprile 2015

BAOLIAN

Se i tempi non chiedono la tua parte migliore inventa altri tempi.
(Baolian, libro II, vv. 16-17)

martedì 7 aprile 2015

IL GIARDINO SEPARATO

Oh, Sono Stufo del dubbio
Di vivere alla luce di un certo Sud
Legàmi crudeli
I servi hanno il potere
uomini spregevoli e le loro volgari donne
stendono misere coperte sui
nostri marinai
(E tu dov'eri nella nostra povera ora?)
A titillarti i baffi
o a sfogliare una margherita?
Sono stufo di facce severe
Che mi fissano dalla torre televisiva
voglio delle rose nel pergolato del mio giardino; capito?
Bambini regali, rubini
devono ora prendere il posto
di stranieri abortiti nel fango
Questi mutanti, pasto di sangue
per la pianta seminata
  Stanno aspettando di portarci nel giardino separato
Sai quanto pallida e sfrenatamente eccitante
viene la morte a una strana ora  inattesa, imprevista
come uno spaventoso ospite più che amichevole che ti sei portato a letto
La morte rende angeli tutti noi e ci dà ali
dove avevamo spalle lisce come corvine grinfie
Basta denaro, basta abiti di lusso
Quest'altro Regno é di gran lunga migliore
finchè la sua doppia faccia rivela l'incesto
e la libera obbedienza a una legge idiota
Non andrò
Preferisco una Festa di Amici
Alla Grande Famiglia


(Jim Morrison)

lunedì 6 aprile 2015

IL DIO DEI BAR

Un bar di ragazze e coltelli
vive nel cuore di Dio

tra i desideri più belli.

Nel Dio primitivo e triviale

perseguito dalla giustizia

per la sua faccia animale

disposto all'omicidio,

al vizio, alla gazzarra

un Dio che sa suonare la chitarra.
Un bar soldatesco e meticcio
vive nel cuore di Dio

come un antico feticcio.

Ma il bar nella società attuale

è la metafora della vita

nella realtà industriale

reliquia mutilata

dei desideri dl Dio

motore ossesso e pulsante

dove vivo anch'io.

Un bar da città forsennata
Fatima di quartiere

dove l’infermo va a bere.

Un bar metropolita e intenso.

America da morire

perché la vita non ha senso.

Crepuscolo emaciato,

sfascio di ragazzini

pudichi, vuoti e afflitti

come tanti delitti.

Un bar elettronico e largo

vivo nel cuore mio

col Dio sconnesso in letargo.

Il Dio libertario e silente

che un giorno ritornerà

per castigare la mente

perdono per l'angoscia

e per la simmetria

pietà per averle ordinate

nell’anima mia.

(G.P. Alloisio)

mercoledì 1 aprile 2015

SICK BOYS REVUE, BELLE STORIE "MALATE" DI ROCK AND ROLL


Ascolti quattro ragazzi maremmani, “malati” di punk e ci senti dentro quarant’anni di rock and roll.
E’ una bella sorpresa “Sick tales”, energica ed energetico lavoro in studio dei Sick Boys Revue, ghenga di Follonica nata sette anni fa come cover band dei californiani Social Distortion, da cui hanno preso il nome (Sick Boy è il nickname del leader Mike Ness), la copertina (che sembra uscita dal video anni Trenta di "Machine Gun Blues", con tanto di "Walking my baby back home" in sottofondo) e da cui sono partiti per un bel viaggio che strada facendo e con l’aggiunta del chitarrista Max Rocker, si è colorato di rockabilly, hardcore e punk londinese.
“Sick Tales” raggruppa queste esperienze e passioni senza fartele pesare, mantenendo la leggerezza del gioco musicale che ha fatto la fortuna di band come Ramones e Buzzcocks.
Si parte con il singolo “Sick boys plays rock and roll”, che sembra una legenda (viene ripreso anche alla fine delle tracce, quasi a chiudere un cerchio nel segno delle saltellanti sonorità da cui il punk non può non prescindere). Bei muri di chitarre, si sente anche il lavoro di una volpe del punk-rock come Lester Greenowski, che ci mette la stessa mano usata nella sua “Such a shame”.
Ma i Sick Boys vanno oltre e si capisce che possono osare di più, hanno quasi la compattezza e le radici degli Strokes quando rifanno “Clampdown” dei Clash. “By my side” si fa apprezzare per gli incroci di chitarre tra Max Rocker e il frontman del gruppo, “Il Commisserio”. Quando il suono si fa grosso, appaiono in filigrana le cose meglio dei Ramones. Ma non scimmiottati, perché questi malati di rock trasudano autenticità, nulla è di maniera e la cosa piace. “People call me sick” è forse un episodio minore. Pur non cadendo nella trappola del pop-punk, si lanciano in un terreno già troppo arato, con assolo didascalico.
Quando temi un calo di prestazione, ecco che ti arriva la sferzata d’estro. “Becoming myself” è un tocco di classe che magari farà storcere il naso agli integralisti del punk, ma il cui inizio bluesy con l’armonica strizza l’occhio al folk americano con il peso specifico del rock and roll, e ricorda i Blues Traveler dei primi album.
“Loving me” è la più Buzzcocks dell’album (“What do i get” e “Ever fallen in love” docet) e “Panem and Circenses” si sposta verso l’hard rock tosto e seventy, alla Dogs D’amour, con finale travolgente.
Le “storie malate” dei ragazzi di Follonica si fanno ascoltare con piacere, tra la compattezza della sezione ritmica di “People can’t change” (bella energia) alle spruzzate di british punk di “Tell me”, fino a recuperare l’aria sixty e un pizzico glam del Johnny Thunders di “Born to loose” o dei New York Dolls in “Contraddictions in my town”, uno dei brani più lineari e piacevoli. Si chiude con “Lesson learned” che sembra parlare proprio dei SBR, ormai troppo maturi per seguire i “lalala” dei Social Distortion, che rimarranno sempre una bella palestra, e che anche quando le chitarre hanno voglia semplicemente di filastrocche punk, con batteria che lavora di charlie e crash a tutto spiano e basso che si porta dietro la baracca, sanno bene come fare, con la voce ficcante del Commisserio che non te le manda a dire.
Ogni tanto c’è bisogno di farsi raccontare senza retorica la favola bella del rock and roll e delle sue mille sfumature. E immaginiamo che dal vivo sia una storia ancor più coinvolgente.

mercoledì 18 marzo 2015

LA MATURITA' DEL FANTASMA


Uno spettro si aggira per l’Europa.
Niente paura, le ideologie sono sepolte da un pezzo, Porto Alegre muore e anche Fidel Castro non sta tanto bene.
L’unico fantasma che aleggia su di noi con la forza propulsiva di un precetto e le traiettorie imprevedibili dell’anarchia, con il dogmatico carisma di una fede e il diabolico candore della passione, è quello del Rock and Roll.
La sua presenza è la carezza di una sciabola, è polvere e materia, violino e chitarra distorta.
Ha cento facce ed ognuna ne ha altre cento, che spesso somigliano alle cento di un’altra faccia ancora.
Ecco perché è il Re dei Fantasmi e chi lo evoca non lo conosce mai abbastanza.
Ecco perché non puoi che salutare con godimento “The ghost King”, la quinta prova discografica della band romagnola “Miami and The Groovers”.
Passo dopo passo, concerto dopo concerto (e ne hanno all’attivo centinaia), canzone dopo canzone, i “Miami” hanno conosciuto molte di quelle facce: i volti solari, sofferti, angosciosi, appassionati, energici, romantici, polemici, bastardi, ironici, complessi, umili e gloriosi della musica rock.
Nel 2015 Lorenzo Semprini e soci presentano la loro personale visione del fantasma, con una maturità compositiva e d’arrangiamenti che sorprende, perché figlia di un’altra epoca.
Quando il mondo della musica e dell’arte in generale ti attendeva, ti masticava e non aveva fretta di sputarti. Aspettava il tuo momento migliore, l’affinamento nella buona rovere dei suoni, delle armonie e del ritmo, per celebrarti come era giusto.
Oggi non c’è tempo di veder crescere una realtà musicale, per gustarne a pieno l’invecchiamento. Dopo due o tre album, quattro o cinque stagioni, dalla cantina passi direttamente al sottobosco, e sottobosco non ha più un accezione positiva, perché del retrogusto non gliene fotte più un cazzo a nessuno.
Allora mi piace ascoltare “Hey you” e sorprendermi a saltellare, palpeggiandomi i polpastrelli al ritmo delle pennate asciutte e precise di una chitarra che rimanda alla migliore rock-wave inglese, quella dei Graham Parker, del Joe Jackson di I’m the man, di Elvis Costello.
Una “fighting song” di quando i tempi partorivano canzoni senza tempo.
Ma i fantasmi non vanno in guerra, pur avendo il ghigno e la panoplia per mostrare di che pasta sono fatti.
E in “The ghost king” ce n’è davvero per tutti i gusti!
“The King is dead” è l’energia selvaggia del Midwest americano, dove la lezione di band storiche come Del Fuegos e Del Lords si fa sentire, “Don’t” aggiunge la ruvidezza del grunge e una tastierina retrò all’impianto energetico che scatena una bella potenza sonora.
Questa è la maturità assoluta di una delle migliori band anglofone del panorama italiano.
Spalancare valvolari e calmierare distorsori senza ferite ma senza nemmeno leccate, picchiare su cassa e rullante con la precisa e scaltra cattiveria del Kenny Aronoff di “The lonesome jubilee”, portandosi dietro il resto della band senza che si senta mai il trambusto di una carovana.
La chitarra di Beppe Ardito e la batteria di Marco Ferri fanno la parte del drago rosso e dell’artefatto di cristallo in un fantasy (toh, proprio uno di quelli della saga di R.A. Salvatore dal titolo “The Ghost King”…) e nei brani tirati la voce di Semprini arriva potente a bersaglio.
Il basso tavolta timido esce con brillantezza quando i mostri sono a bada, piano e tastiere hanno il pregio della misura e sanno uscire al momento giusto dalla foresta incantata di suoni così netti e tosti che ogni altra allegoria se ne va a farsi benedire.
Quando pensi di sorbirti una gloriosa ora di muro di suono, palle e catene (e mai “ball and chain”), ecco che la foresta si apre in un’infinita campagna americana e appaiono una fisarmonica e un violino da dieci e lode ad illuminare il fantasma da dentro il lenzuolo.
La luce si fa dapprima opalescente con la quasi balcanica “Hallelujah Man”, che si spinge verso i motel in cui Tom Waits trovava l’ispirazione per scrivere Strange Weather, poi diventa felice abbaglio con “Heaven and Hell”, dove i Pogues incontrano Joe Strummer e, perché no, l’Emilia Romagna partigiana, infine si fa fioca e si ritira nelle tenebre, negli scantinati dove Nick Cave, Leonard Cohen e Mark Lanegan fumano e bevono, nella notturna “We can rise”, ballata circolare che ti punge l’anima, anche se forse è il terreno meno adatto all’espressività più folk-rock che crepuscolare di Semprini.
C’è il tempo di ricompattarsi, sulla strada della grande maturità di stile, quella che porta al presente dei “New Basement Tapes”, all’espressività colta dei Mumford e alla rurale eleganza degli Old Crow Medicine Show: “Waiting for my train” è roba bella che non ti stanca.
Non possono mancare le “clever songs”, i singoli precisi, perfetti, occhieggianti e radiofonici.
Io scelgo “On the rox”, ispirata alla biografia di John Belushi, uno dei fantasmi indimenticabili da troppi anni in qualche firmamento, a fianco della Musa Ispiratrice dell’arte, e l’ottima confezione di “The other room”, che mostra le ganasce pop del fantasma e non ti fa mancare un-ingrediente-uno dei cavalli di battaglia vincenti da boyband in blu jeans e giacca sdrucita.
Altri “ghostbusters”  sarebbero capaci di fare i paraculi e snocciolarti tutto un album del genere (o de-genere) , ma i Miami amano troppo la sincerità del rock e cosa racconterebbero al pubblico nei loro imperdibili live?
Ecco perché dico che oggi la maturità è una scelta e forse la maniera più completa, raffinata e sincera per essere ancora contro, per essere ancora terribilmente rock.
Viva i fantasmi!

lunedì 23 febbraio 2015

LA VERTICALE DEL BAROTTI: ECCO L'ANNATA MIGLIORE

 
Nel gustoso, olfattivo, poetico e sanguigno mondo del vino, la “verticale” è la degustazione di diverse annate della medesima etichetta.
Mi piace pensare che “Pensieri verticali”, l’ultima esperienza discografica di Stefano Barotti, sia una verticale ben riuscita.
Una di quelle in cui ogni annata ha qualcosa da dire (perché il vino, come le canzoni, parla racconta e ti chiede di ricordare) e ha un suo preciso accento, un motivo valido e personale per starsene in cantina.
Che “Pensieri verticali” sia frutto di un percorso artistico ben delineato, ormai è fuori di dubbio.
Nato da monovitigno apuano, Stefano ha saputo contaminarsi in maniera naturale con gli amori di gioventù, eliminando già con l’ottimo esordio “Uomini in costruzione” i sulfiti e il fruttato del De Gregori più dylaniano e l’America delle riserve speciali dell’adolescenza, come Neil Young e Jackson Browne e sposando da qualità del folk biodinamico dei coetanei  Josh Rouse e Krieg Viesselman.
Ma il songwriting italiano, anche se spesso non ha la naturale sofferenza e la spinta interiore di chi ha per amiche distese di grano o praterie, pietre e cactus, è come certi vigneti toscani che sentono il respiro del mare, la sonnolenza della mezza collina, la vertigine delle alpi Apuane e i saliscendi sincopati della Garfagnana.
Così Stefano, annata dopo annata, ha preso il corpo dal blues, incontrando la chitarra di un’icona italiana come Paolo Bonfanti, la vivacità dal rock del grande Jono Manson e aprendo le note più cupe e i profumi più malinconici alla maniera di Nick Drake.
Se nel “difficult second album” (cit. John Lennon) se ne vedevano i prodromi, con il gusto un po’ mosso di ballate addirittura pop (“L’angelo e il diavolo”, “Tempo di albicocche”) e squisiti affondi nei retrogusti agrodolci di ballate rare nel panorama italiano come “Gli ospiti” e “La neve sugli alberi”, la verticale del Barotti tocca oggi il suo punto più alto.
Perché di “Pensieri verticali”, a chiunque lo abbia assaggiato precedentemente, non  può non venire naturale dare per scontato il terroir, il tannino e l’invecchiamento.
Siamo in presenza, e personalmente non avevamo dubbi, della sublimazione.
Bando alle metafore che uva rossa e poesia suscitano, ora si parla di musica e canzoni, di legno, corde e voce ispirata.
Di un compositore di canzoni tra i migliori in circolazione, di un raccontatore capace di salire e scendere dalla fantasia, dai grovigli del cuore e della memoria, dall’ironia e dai dubbi esistenziali, con la stessa abilità con cui s’immerge in maniera spontanea nel folk, nel blues, nella canzone d’autore e addirittura nel pop.
Un artigiano che ha misurato per anni la distanza tra l’uomo e l’artista fino ad azzerarla senza farlo pesare né a se stesso, ne tantomeno a chi lo ascolta, specialmente dal vivo.
Basterebbe una sola canzone, voce e chitarra a chiarire il concetto: “Girasole”. Un gioiello emozionante, una pagina di diario strappata con le unghie (o a morsi, come un cane) e letta in presenza di una melodia solare, aperta, sincera. Con un ritornello che è un urlo che affonda in una spiaggia umida di versilia, davanti a un bagnasciuga di rabbia sopita.
“Abbaio al mondo come un cane, mentre il mondo morde me”.
Cosa avrà fatto il cantautore per meritarsi una foto sul giornale?
Cose che rilasciano splendori e non concedono speranze, come la vita e il tempo che passa. Come le rose d’ottobre.
Mi emoziono particolarmente, ascoltando queste due canzoni e c’è un precedente.
Io non sarò mai poeta e non sono nato sincero e intenso come Barotti, ma in una mia canzone di dieci anni fa, “Pensavo di lasciarti” (provini del Festival di Sanremo, sic!) cantavo “…poi dopo anni d’amore, ci si potrà abbandonare, come d’estate col cane e d’autunno le rose…”.
Tanta vita, tanti eventi, tanti amori e sconvolgimenti, da allora oggi.
E tante buone bottiglie da abbinare a musica e poesia.
Ma “Pensieri verticali” è l’annata strepitosa, quella in cui tutti i sentori e i retrogusti si ritrovano insieme, che sembra inutile e snobistico stare a separarli, giusto per riconoscerne le peculiarità. Perché non sono solo amore e rimpianto i temi poetici di Stefano Barotti (“Rose d’ottobre” è vertice armonico in cui musica e parole si fondono con straordinaria empatia), ci si lascia trasportare dalle cadenze trasognate dell’Uomo Armadillo, inno all’amicizia che s’accompagna bene con il piacere della favola (“L’Arcobaleno rubato”) della letteratura (“Cuore danzante”), dell’ironia (la scoppiettante “Giudizio non ho”) o della commedia all’italiana (“Blues del cuoco”, che parla di gente a noi cara, quelli “nati sotto il segno zodiacale del fornello”, jam session di bei mostri sacri da scolare tutta d’un fiato).
Amicizia, incanto, storie di gente straordinariamente comune, sono i temi del presente, del viaggio osato o intrapreso (“…dal grande Naviglio a Saturno, il tutto nel tempo di un cattivo consiglio”), che si contrappone al sentimento amoroso, statico e sognato (“Povero l’amore, povero se non ha un salto, un tuffo, un gesto d’istinto…”), “La ragazza”), che parla sempre di rimpianti, di ricordi e di attese.
Non c’è più nulla da attendere, è il momento di stappare.
Stefano Barotti è nell’annata giusta e l’etichetta “Pensieri Verticali” è quanto di più vero, appassionato, corposo, armonico e indimenticabile si possa gustare a livello nazionale.

martedì 13 gennaio 2015

NON VADO PIU' A MALINDI

NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è l’Ebola in Sierra Leone
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è il fermo pesca in Giappone.
NON VADO PIU’ A MALINDI perché in Botswana un contadino si è tagliato un dito ed è andato a letto con una prostituta sieropositiva dello Zambia che ha un fratello a Kilifi e non si sa mai
NON VADO PIU’ A MALINDI perché non voglio fare il vaccino per il Mal d’Africa
NON VADO PIU’ A MALINDI perché la malaria fa un milione di vittime all’anno nel mondo
Infatti non vado più nemmeno dal tabaccaio, in birreria, in autostrada, a Marghera, a Seveso…
Quasi quasi mi faccio una bella vacanza in Siria, che ne crepano molti meno e anche ZAC! In maniera rapida e indolore
NON VADO PIU’ A MALINDI perché i kenioti stanno diventando troppo ricchi e non mi commuovo più quando vedo i bambini davanti alle loro capanne di fango
NON VADO PIU’ A MALINDI perché il charter per Mombasa costa più dello shuttle della Nasa
NON VADO PIU’ A MALINDI perché per comprare due ananas, un chilo di aragoste e una bottiglia di vino bianco sudafricano ho dovuto vendere l’appartamento al Lawford’s
NON VADO PIU’ A MALINDI perché quest’anno ti offrono tutti l’aperitivo, ad ogni angolo c’è un cocktail, è impossibile non fare un aperitivo, un happy hour…a me mi si spacca il fegato ad andare a Malindi!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché mi hanno detto che ci sono le moschee
(ma alla piscina del Billionaire non le avevo mai viste…)
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è l’integralismo islamico e a me i cereali e le fibre fanno andare al bagno di corsa. Al massimo consiglierò Malindi a mia cognata che è stitica
NON VADO PIU’ A MALINDI perché io so tutto del pericolo mussulmano
NON VADO PIU’ A MALINDI, al massimo sarà Malindi che dovrà venire a me
NON VADO PIU’ A MALINDI perché quest’anno è di moda non andare a Malindi
NON VADO PIU’ A MALINDI perché una volta lì era tutta campagna
NON VADO PIU’ A MALINDI perché adesso ci sono anche le mezze stagioni
NON VADO PIU’ A MALINDI perché Malindi non è più quella di una volta
e dire che ci sono stato una volta sola…
NON VADO PIU’ A MALINDI perché è piena di mafiosi e io che abito a Roma queste cose non le posso tollerare!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché c’è la corruzione e io già vivo nel paese più corrotto d’Europa, almeno in vacanza fatemi andare in un posto normale…ho già fatto Danimarca e Svezia, mi sono rimaste Norvegia e Finlandia.
Non vado a Malindi perché per fine mese ho già programmato l’omicidio di mia moglie
e del nostro figlioletto di due anni e se mi va bene mi suicido anch’io
NON VADO PIU’ A MALINDI perché manca l’acqua (sì vabbè, ma a Milano mi manca l’aria…)
NON VADO PIU’ A MALINDI da quando ho saputo che faranno l’aeroporto internazionale
e ci potranno arrivare cani e porci
NON VADO PIU’ A MALINDI, bau bau
NON VADO PIU’ A MALINDI oink oink
NON VADO PIU’ A MALINDI, ma chissenefrega, io andavo sempre a Watamu
Non vado a Malindi perché il traffico è diventato insostenibile
Non vado a Malindi perché non c’è in giro nessuno
(Sì vabbè mettetevi d’accordo…)
NON VADO PIU’ A MALINDI fino a quando non riparano per bene le strade
(Addio, amico…)
Non mi vedrete più a Malindi, se mai mi avete visto prima…
No, NON MI VEDRETE PIU’ A MALINDI!
O al massimo vedrete un’altra persona, perché mi sono rifatta labbra, seno e chiappe!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché devo atterrare a Mombasa e ci si mette due ore
a uscire dalla città
NON VADO PIU’ A MALINDI perché sì, potrei anche atterrare a Nairobi e poi arrivare direttamente, ma devo stare in ballo 13 ore con uno scalo a Dubai o al Cairo e poi viaggiare su un aereo sporco con le hostess che non parlano la mia lingua e infine devo ritirare i bagagli due volte e…
Ma ti hanno mai detto che andare a cagare è molto più facile?
Puoi atterrare direttamente sulla tazza del cesso, devi stare in ballo dai due ai dieci minuti,
a meno che tu non abbia dei problemi, in tal caso ti consiglio un po’ di integralismo islamico, poi a discrezione puoi fare uno scalo tecnico sul bidet perché il tuo culetto è senz’altro più sporco di un aereo dell’Emirates, parli con te allo specchio nella tua lingua, e non hai bagagli da ritirare!
NON VADO PIU’ A MALINDI perché non sopporto di vedere il nonno con la sua fidanzata diciottenne
NON VADO PIU’ A MALINDI perché il nonno non mi paga più il biglietto per andare a puttane con lui
NON VADO PIU’ A MALINDI perché mi han detto che dopo tre mesi potrebbero non rinnovarmi il visto di soggiorno (che è un po’ come dire: “non faccio l’amore con te perché poi magari dopo tre mesi non me lo chiedi più”…contento te!)
NON VADO PIU’ A MALINDI, almeno per i prossimi 4 mesi, 11 giorni, 19 ore e 27 minuti.
NON VADO PIU’ A MALINDI, non ci vado più tié tié tié
NON VADO PIU’ A MALINDI, ma se non vado a Malindi dove posso andare?
Guarda, io un consiglio spassionato ce l’avrei…
Ma vaffanculo, va’.

(Freddie del Curatolo)

www.malindikenya.net/angolodifreddie