mercoledì 11 dicembre 2013

MI FACCIO LUCE CON LA PARAFFINA!

IL NUOVO LIBRO DI FREDDIE DEL CURATOLO STA PER ARRIVARE!!!
La prima (e ultima?) antologia di poeti malindini...tutta da ridere.
IN ESCLUSIVA ECCO LA PREFAZIONE...

PAPAIE E CACHI

Questa raccolta è frutto di uno studio.
Lo studio è frutto di una ricerca e la ricerca è frutto di un frutto.
Il frutto in questione potrebbe essere una papaia.
Compiendo un volo metaforico, infatti, possiamo comparare la poesia sulla costa keniota a questo frutto tropicale apparentemente insapore, ma ricco di storia e di proprietà benefiche.
Frutto poco invadente e invasivo che pulisce dentro come mondasse dallo sporco del nostro tempo, sana e provvidenziale lavanda interna di cui però è meglio non abusare.
I versi che ho raccolto, come fossero maturati per conto loro e poi caduti dal fronzuto albero dell’inconsapevole conoscenza, compongono liriche semplici e genuine che scaturiscono da situazioni di vita quotidiana e raccontano di comunità, incontri, abitudini,  rapporti con la natura (qualcuno anche contronatura) e con gli animali.
Portano in sé la dolcezza  del ripetersi infinito e lento di giornate vissute alla stregua di regali del Destino, mai eccessivamente graditi ma comunque degni di ringraziamento.
Proprio come quando si porta a qualcuno della frutta in dono: nella migliore delle ipotesi ci si aspettano fragole, ciliegie, percoche, frutti di bosco. All’equatore si gradisce il mango, il frutto della passione, magari anche un bell’ananas.
Se poi arriva una papaia… per carità, rifiutarla mai, specie se si ha fame, ma certo un filo di delusione traspare.
Per un keniota, in ogni caso, la sensazione di sbandamento dura un attimo, poi si cerca un coltello per aprirla, del lime da spremergli sopra, e si fa festa.
Questa può essere la forza della poesia a Malindi e dintorni: inattesa, carica di pathos e speranze, apparentemente anodina, scialba ma alla fine gradita.
Ovviamente qui non si parla della poesia tradizionale Mijikenda, che ha nei canti tribali e nei racconti circolari le sue origini e che s’ammanta di animismo e di magia quando viene mescolata a leggende epiche e storie dei secoli scorsi; quando il popolo Mijikenda si mosse dalle colline di Shingwaya, dove oggi si snoda il tribolato confine con la Somalia, per cercare la terra promessa nel profondo entroterra tra Mombasa e Malindi.
Di quei poemi “alti” il portavoce è il grande Kazungu Wa Hawerisa, autore di cui verrà presto pubblicato un volume (serio) a parte.
Qui di seguito, invece, diamo voce alla poesia attuale, nascosta, sconosciuta, inesistente, affiancando al percorso quotidiano della popolazione locale, la visione di chi sulla costa è venuto a vivere, mescolandosi con i kenioti. 
Nella vita di tutti i giorni, alla semplicità della gente locale, si contrappongono abitudini, storture, comportamenti tipici e strani dei nostri connazionali.
L’Italia patria di Leopardi, Foscolo, D’Annunzio, Montale, Ungaretti, Quasimodo, approccia una civiltà assolutamente digiuna poeticamente, pronta per questo a divorare con curiosità e infantile entusiasmo anche frutti a loro ignoti.
Ecco che la papaia potrebbe incontrare fragole succose, deliziose ciliegie, morbide albicocche, pesche profumate…ma a Malindi gli tocca imbattersi in un caco.
Sulla costa keniota la poesia non può essere invettiva, non è strumento di lotta o rivendicazione, al massimo, quando non è paziente e contemplativa, può diventare, con la presenza dei “mzungu”, un veicolo ronzante, indisponente, dissonante.
Una “poesia tuk-tuk” che con pochi scellini ti porta da una parte all’altra di Malindi, dai chioschi di lamiera di Maweni alle lusinghe di cemento di Lamu Road.
Un tuk-tuk apolide, su cui salgono contemporaneamente beach boy rasta per signora, pensionati in punta, pescatori e peccatrici, venditori di avocado e finanziatori di avvocati,   piccoli imprenditori veneti e avvenenti studentesse di Nairobi.
Cosa ne può  scaturire?
Quale linguaggio porteranno in dote?
Questo è un po’ il senso dell’antologia che vi apprestate a sfogliare: contrapporre le vicende di noi italiani, declamate con ironia e sguardo disincantato dall’estensore di questa prefazione, ai “quadretti” di sconosciuti, effimeri e singolari cantori di quest’angolo d’Africa.

Papaie e cachi.

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