sabato 22 maggio 2010

MALINDI, ITALIA: "PIACERE, MESTOLO!"

Alberto Sordi, lo sappiamo bene, non ha inventato niente.
Malgrado i tentativi sgraziati o meno di ripulire il retroterra, di fabbricarci un nuovo pedigree di viaggiatori a-là-page, noi italiani rimaniamo sempre i simpatici buffoni che il mondo vede in giro per i paradisi del pianeta.
Cialtroni, volgari, caciaroni, piuttosto ignoranti ma in compenso abbastanza presuntuosi, convinti di avere il Made In Italy da esportare anche mentre siamo in pieno relax e dovremmo solamente assorbire e apprendere.
Hai voglia a inventarti l’eco-turismo, le vacanze solidali…la maggior parte degli italiani continuano a scegliere i villaggi con l’animazione, a mettere il dito sul mappamondo dove c’è mare e spiaggia e scegliere Malindi come fosse Santo Domingo o Phuket.
E se poi non ci vengono non è per il terrore di trovarsi un rinoceronte in camera da letto o di contrarre la febbre gialla, ma perché costa più di Sharm e di Capoverde.
Sulla costa keniota, dove arriva di tutto e di Totti, da Flavietto a Gedeone, da Grillo alle cicalone, la colonizzazione da spiaggia è ormai un fatto assodato. La varia umanità locale che attende i turisti italiani al mare per assalirli festosamente, sa di dover imparare prima i diversi dialetti della Penisola, piuttosto che la lingua dell’Alighieri. Nei mesi caldi, il litorale di Malindi e Watamu è un florilegio di luoghi comuni da far impallidire i Vanzina. E fino a che ci saranno allegre compagnie di vacanzieri che non solo si sganasciano dalle risate al solo sentire un nero keniota pronunciare “mizzega, baciamo le mani a vossia” o “anvedi, me pari ‘na mozzarella de bbufala da quanto sei bianco”, i beach-boys non smetteranno di pensare che ci vuole davvero poco per divertire quegli allegri portatori sani di soldi. D’altronde di cosa si può parlare con questi poveri africani, se non di calcio, donne e barzellette? Vorremmo mica intristirli intavolando discorsi sul debito del terzo mondo o sul fallimento del capitalismo selvaggio che ora tentiamo di esportare proprio qui? O peggio farli sentire ignoranti, oltre che poveri, facendo un excursus sulla storia d’Italia, dal Sacro Romano Impero al Risorgimento…suvvia!
Di conseguenza, in pochi decenni, abbiamo trasferito il cabaret a noi caro all’equatore, con quella voglia di protagonismo che in Italia ci fa partecipare alle trasmissioni in cui si raccontano anche le corna ricevute o sgomitare per essere intervistati da Italia Uno, spostando il palcoscenico del grottesco da Zelig al Parco Marino, da Montecitorio a Silversand.
Uno degli aspetti che colpiscono, quando ci si reca in riva all’oceano, specie fuori stagione, non è soltanto la maniera in cui i ragazzi si presentano all’italiano in vacanza, ma anche i nomi che hanno.
Non quelli veri, ovviamente, ma i nomignoli che qualche turista più simpatico e creativo di altri gli ha affibbiato e che sono diventati i loro “marchi di fabbrica”.
Fino a poco tempo fa, era normale che Charo diventasse Carlo, Youssuf si traducesse con Giuseppe e Ibrahim con Abramo. C’era chi azzardava anche un Massimiliano per Mohammed. Roba del passato, oggi abbiamo dei veri e propri personaggi: “piacere, sono Mestolo, l’ottavo nano” ti fa un piccoletto che staziona davanti al White Elephant. Sorridendo alla battuta, giusto per non deluderlo, immaginando però il suo disappunto non vedendovi rotolare sulla sabbia dal ridere, potete anche chiedere come mai si chiami Mestolo. La spiegazione (a quanto assicurato dal mzungu che gli ha consigliato di chiamarsi così) dovrebbe incuriosire le ragazze e fare tanta invidia ai maschietti. Mestolo, comunque, alla fine calza a pennello anche per chi si è intristito nell’ascoltare le motivazioni.
I nani vanno per la maggiore: oltre al buon Mestolo, che offre indifferentemente safari e conchiglie, ci sono anche Vongolo, che ha iniziato la carriera come venditore di molluschi e crostacei e Bombolo, che è grassottello e potrebbe doppiare Thomas Milian meglio dell’originale.
Poi ci sono i musicisti: a Watamu abbiamo Zucchero, Vascorossi e Ramazotti (rigorosamente con una sola Z), se chiedete di loro con i veri nomi, Kalume, Said e Festus, non li conoscono nemmeno più i loro compaesani. I più fortunati sono quelli che sono stati ribattezzati così da veri geni del calembour, da artisti della battuta, in vacanza in Kenya per puro caso, tra una partecipazione a “La sai l’ultima” e un corso di accensione scorregge col fiammifero a Fregene.
Grazie a loro il buon Kitsao è diventato Schizzao, Kalama si è trasformato in Calamaro, Katana è Catanzaro. Infine, siccome siamo un popolo di eroi, navigatori, cabarettisti e commissari tecnici, non potevano mancare i calciatori: a Malindi potete chiedere di Totti e Il Pupone, e vi stupirete che non si tratti della stessa persona, poi abbiamo Drogba (ex spacciatore?), Etò (ma non voleva essere il campione dell’Inter, semplicemente un bergamasco lo aveva chiamato da lontano) e Gattuso, che è un barcaiolo che evidentemente non conosce l’originale a cui è ispirato il suo soprannome, altrimenti si sarebbe risentito parecchio con chi lo ha chiamato così la prima volta.
Per terminare la carrellata, non potevano mancare i politici. E anche qui, quando si presentano, tutti a sbellicarsi dalle risate! Fa davvero sganasciare, vedere un africano accoglierti su un isolotto assolato (che tutti chiamano come? “Sardegna 2” ovviamente…), tra l’azzurro cristallino del mare e un cielo blu intenso, nel silenzio impreziosito dalle onde che si infrangono sulla barriera corallina, “piacere, mi chiamo Silvio Berlusconi”. Potete immaginare il livello delle battute che si susseguono, da parte dei nostri connazionali in libera uscita sulla barchetta. “Ah, ecco…se eri D’Alema non ti davo neanche cento scellini” oppure “Stai attento, che un giorno o l’altro finisci in galera”. Se lo sapesse il nostro premier, che la cosa fa così ridere gli italiani, potrebbe pensare che funzioni anche all’incontrario, presentandosi in televisione con un “buongiorno italiani, mi chiamo Kazungu”.
Ma in un Paese che per corruzione è ai livelli dell’Uganda e il cui Pil cresce meno di quello keniota, potrebbe anche essere frainteso. No, non c’è bisogno di fare i brillanti a tutti i costi, di scervellarsi per trovare la battuta o il doppio senso. Da un po’ di tempo a questa parte noi italiani siamo talmente bravi a far ridere tutti quando ci prendiamo sul serio, che non ne vale proprio la pena.

1 commento:

Occhi Verdi ha detto...

Grazie Freddie,

sono annichilita e al tempo stesso inorridita...
Questa è l'Itaglia

Antonella